DAI DIARI DI ANTONIA POZZI

 

 

“Natale 1926.

È passato anche questo Natale. Giorno lieto, di una letizia un po’ tradizionale, come il panettone e il tacchino, come il vischio portafortuna, come il Presepio o l’Albero di Natale; giorno dunque di festa ma, come ogni data singolarmente importante e solenne, di rimpianto per quelli passati.

Sentimento strano, ingiusto in me, che sono ancora quasi bambina, che dovrei guardare solo all’avvenire, fiduciosa, serena! Forse gli anni scorsi sentivo così; quest’anno, invece, no; è diverso, non so perché. Ho paura, e non so di che: non di quello che mi viene incontro, no, perché in quello spero e confido.

Del tempo ho paura, del tempo che fugge così in fretta. [...].”

 

*

 

Rigurgito di giovinezza

a L. B.

 

Umida strada

cielo d'ametista

...lacrime e lacrime

sulle tue lunghe ciglia

sulle mie lunghe dita

ma la mia anima

canora contro il vento

come un drappo di seta

a sbandierare

frenetica di strappi

per versare in uno squarcio

la sua giovinezza

ed inondarne te

nuvola bionda

impolverata dalla vita

 

*

 

LA CAMPANA SOMMERSA

 

Per i miei occhi malati,

una trasparenza di falso cielo,

dentellata di falsi pini.

Da una tempia all’altra,

sospeso a una tensione acuta di violini,

un dondolio di intensità diverse,

rotto da scrosci fondi.

Nell’anima,

nessun motivo costringente:

poche note sgranate e increspate

liberamente.

 

*

 

CONVEGNO

 

Nell’aria della stanza

non te

guardo

ma già il ricordo del tuo viso

come mi nascerà

nel vuoto

ed i tuoi occhi

come si fermarono

ora - in lontani istanti –

sul mio volto.

 

*

 

Mano ignota

 

 

Tu non sai come sia triste

 

... tornare per questo sentiero

 

fangoso

 

con queste vesti

 

imbrattate –

 

nella sera nera

 

nella nebbia nera –

 

brancolare tra i rododendri

 

stillanti –

 

fiutarne l'odore amaro –

 

per non cadere aggrapparmi

 

a questa mano che mi porgi

 

ignota

 

come il tuo volto immerso nel buio –

 

come il tuo nome dimenticato –

 

andare verso una tenda

 

che la pioggia confina

 

in fondo al suo pianto –

 

aver dovuto – voluto

 

scostare

 

nella notte più oscura

 

l'unica mano sorella –

 

andare verso un domani

 

che la solitudine chiude

 

in fondo al deserto...

 

 

 

(Breil) Pasturo, 15 agosto 1933

 

*

 

VOTO

 

Ed è tanta la pace

ch’io dico:

- oh, possa tu incontrare la donna

che ti ridìa

la creatura che abbiamo sognata

e che è morta –

dico:

- si faccia solco

almeno per te

la fossa

e si confonda con la pioggia del cielo

il mio pianto:

bagni il tuo crescere

senza essere scorto -

 

*

 

SERA D’APRILE

(1931)

 

Batte la luna soavemente

di là dai vetri

sul mio vaso di primule:

senza vederla la penso

come una grande primula anch’essa,

stupita,

sola,

nel prato azzurro del cielo.

 

Da “Parole”.

 

FERRUCCIO BRUGNARO

 

IL SILENZIO DEL VECCHIO

 

Non brami nulla

eppure una strana magia

di ombre e di gemme

ha bagnato il tuo voltto

di calde espressioni.

Un calice bianco

ti attrae

da uno scialbo giardino.

Raggi di diamante

bucano il silenzio lucente

che ti tiene la mano

lungo il viale.

Ma del vuoto

come del fiore

hai una precisa sapienza.

 

[dalla rivista Noialtri - genneio/febbraio 2008]

 

*

 

FERDINANDO BANCHINI

 

OLTRE

 

La sera allarga il suo varco quieto

nell'ordito rosa-viola, avanza

nel gioco indolente d'un soffio

di vento salso fra gli ulivi. Sparsi

segni fugaci brillano a un riverbero

ultimo, di splendori in numeri annunzio

sereno. Ampio indugio pacato

bellezza rinnovantesi. Voci alate

sommesse si rispondono nei folti

cupi dei lecci. Oh certo trepide mani

ora illudono volti di fiori e di luci,

svanendo ansie in parole lievi.

Quale gioia si spande, quale accordo

mite si compie? Intorno

la buona terra odora.

 

Ma altrove, altrove è l'eterno.

Oltre sabbie riarse, aerei picchi,

alta aspra è la vita.

 

[da Noialtri - gennaio/febbraio 2009]

 

*

 

FERRUCCIO BRUGNARO

 

MATTINA DI PASQUA

 

L'alba gonfia di pioggia

riapre il porto

con le sue punte di ferro alte,

con le sue schiere di fumi.

Il solforico, la trielina

s'insinuano nelle narici

terribili.

Il desiderio

di resurrezione

di luce

in noi

grida come il vento delle steppe.

 

[da Noialtri - gennaio/febbraio 2009]

 

*

 

 

 

[Poesie tratte dalla rivista Alla bottega]

 

 

FERDINANDO BANCHINI

 

GIOVINETTA

 

T'ho vista andare

per vie odorose di mirti e rose,

ai sogni offerta

che un soffio inarca,

per luminose

vie verso il mare - lievi onde,

chiare -,

o giovinetta

dal viso d'alba.

 

*

 

 

GIORGIO PIZIALI

 

BRILLA L'OMBRA DEL GRIDO

 

Brilla l'ombra del grido

adagiata rossa

sui campi di fango.

 

La radice azzurra del bene

s'infila una collana di

occhi:

all'estrema fine del bosco

danza nuda sul cielo

rovesciato nel prato.

(le margherite sono stelle)

I coralli di fango

infilati in un filo di strade

brillano d'ombre di grida.

 

I fianchi della donna di trifoglio

sussurrano i segreti delle

nuvole scosse;

vedono i suoi gigli,

e fra ricci e cardi,

le sue rose parlano;

la radice del bene

ora seduta nel pino

e pulita dal fango,

ora brilla in un grido che va, si accartoccia

nel cuore

 

*

 

FRYDA ROTA

 

OGNI PAROLA E' UN'ISOLA

 

All'ombra profondissima di un foglio

consegno insieme alle parole voci

contorte d'anima: così accedo

alle braccia del tempo che labile

dimentica e pongo un guinzaglio

ai pensieri troppo facili alla fuga.

Appuntata nel cuore del foglio

ogni parola diviene isola.

 

Quando sorgerà l'attimo imprevisto

ad imterrompere la trafittura quotidiana

in qualche crepa segreta della casa

da una rete di oblio sgusceranno

le remote promesse e gli incontri

che si conclusero in un vicolo cieco.

 

Allora le parole che guaste in bocca

furono poi scritte tenderanno mani

alla memoria e con sottile grazia

funambola ripercorreranno la trama

del ricordo in un sapore di terra ritrovata.

 

*

 

GIOVANNI COZZA

 

SERA ESTIVA

 

L'incarnato scoglio del nulla con

districate ali viene planando sulla

mia casa quando l'offertorio del

sole apre alla tenebra nell'ultimo

tramonto fatto di nubi altere. Così

pronto e vassallo scendo all'ospizio

della disgregazione e del principio con

tante mani, mani pulite per

adorare corpi distesi e vivi.

 

*

 

NINNI DI STEFANO BUSA'

 

NEL BREVE MORIRE D'OGNI VOCE

 

Caduta in verticale

quel senso di rifiuto

ad un'alba che preme d'amaro

se, oltre il lago dei tuoi occhi

non trovassi eternità di spazi.

Nell'incavo di un cuore

fatto d'essenza cristallina,

vena di sangue disseta

l'arsura smisurata

oltre il confine di memoria.

E si ripete il gesto

monosillabo d'amore, che placa

uragani d'ansia nelle strettoie insolute

della sorte.

Come urlo di vento viaggiamo

tra i pinastri irredenti

di una croce paleolitica.

Un segreto dolore scandisce

ritmi alla vita.

Sulla scia di risonanze d'echi

cammina a piedi nudi il tempo,

verso una terra d'ombra

che approderà a campi di zagara,

con il sole trafitto

nel breve morire d'ogni voce.

 

[Segnalazione al XXVI Premio "Aspera" -

apparsa su Alla bottega]

 

 

FRANCESCO MAROTTA

 

LA CANZONE DEL SONNO

 

città irate cieco confine

di cui diranno il nome

frugando luci

che gemono

fra le pietre mappe

invisibili

che ondeggiano confuse armonie

febbre di mani

che si dissetano

nella pietà di un fiore

i passi somigliano

di lampade

verso orizzonti murati

nel gelo

di una voce gli occhi

scomposti

come lontane aurore

questo notturno appesantire di stelle

prive di mondi

attendono gli sguardi e forse

inventeranno un sole

sulle pareti

di palazzi vuoti

giocheranno i domani

come approdi sognati di sete

dove è già tramonto

ogni storia che strapparono ai giorni

canti deserti

di ore rovesciate

le stagioni negate alla terra

 

**

 

perché è autunno

l'anima che vedi rotolare lontano

distaccata

risonanza di abbandono

che per nessun volo

saprebbe ormai farsi sentiero

o dimora costretta

a stupore di liquidi ciechi

di carne

e memoria esplosa

tra le rotaie

e la sera compagna

di un grido

compagna di un dio che trascorre

come chi semina

voci di pietre

e frutti domanda a penombre

di sabbia

un dio che morde e avvampa

vestito da bambino

che uccide le sue mani

simili a vento

profumo di spine

dagli anni feriti parole fiorisce

di un oggi che è tempo

che non pesa

e in pozzi di strade

annega

di luce

che non conosce immagini

 

***

 

nome non ha né giorno

questa città che mi scoppiava

in mezzo agli occhi

di maschere liberate

nella ritualità

del suo dolore danza

lungo il grigio delle ombre

e i suoi istinti

e notte il canto assenza il viso

che si dispiega per cammini

sterili nulla la voce

che la guida

tranne talvolta quell'unico

lamentato silenzio

che non grida che

non chiede

non dice i passi

non legge l'ora sanguinante

al fuoco dei suoi muri

l'ombra dipinta

che ti viene incontro la polvere

che degli anni è rimasta

impigliata in graffi lenta

curva di lampi

franati

su strade arate di luna

e porti di vento intorno

che affondavano lievi

il cielo supertite

il giorno nell'acqua dei navigli

 

****

 

a fatica sospeso in voli di peste

ricompongo le voci

del suo canto io vado là

nel sole di un altrove sommerso

a leggere torri di vetro

stagioni di sale

in un nome a gridare

preghiere senza sonno

come fossi già un passo

sopra l'altro

tra Milano e la follia

più vicino alla lingua

che senza sangue

fa rivivere i volti

non riflessi dagli specchi del giorno

che abita grovigli di vite

accenti e rumori di esistenze

bruciate e neppure c'è un dio

oltre il sonno

ma un cielo compare

e parla di giorni invisibili

racchiusi in un punto io

li penso così

e trovano il tempo di fermare la mano

sul cuore

sia veglia sia sonno

fosse anche l'ultimo sogno

trovano spazio ancora recisi

di sbocciare da radici

di pietra

 

[dalla rivista Alla bottega]

 

HART CRANE

 

GIARDINO ASTRATTO

 

La mela sul suo ramo è il desiderio

di lei, - sospensione lucente e mimica del sole.

Il ramo le ha tolto il respiro, e la sua voce,

nell'inclinarsi e levarsi su di lei di ramo in ramo,

articolata sordamente ecco le annebbia gli occhi.

Lei prigioniera dell'albero, delle sue dita verdi.

 

Giunge così a sognare d'essere divenuto albero, col vento

che la possiede e intreccia le sue vene giovani,

la stringe al cielo e al suo rapido azzurro, annegando

la febbre delle mani nella luce

del sole: E non c'è in lei memoria, paura né speranza,

oltre l'erba e le ombre distese ai suoi piedi.

 

 

 

 

NAZIM HIKMET

 

SONO CENT'ANNI CHE NON HO VISTO IL SUO VISO

 

Sono cent'anni che non ho visto il suo viso

che non ho passato il braccio

attorno alla sua vita

che non mi son fermato nei suoi occhi

che non ho interrogato

la chiarità del suo pensiero

che non ho toccato

il calore del suo ventre

 

eravamo sullo stesso ramo insieme

eravamo sullo stesso ramo

caduti dallo stesso ramo ci siamo separati

e tra noi il tempo è di cent'anni

di cent'anni la strada

e da cent'anni nella penombra

corro dietro a te.

 

 

 

VELIMIR CHLEBNICOV

 

LE RAGAZZE, QUELLE CHE CAMMINANO

 

Le ragazze, quelle che camminano

con stivali di occhi neri

sui fiori del mio cuore.

Le ragazze che abbassano le lance

sui laghi delle proprie ciglia.

Le ragazze che lavano le gambe

nel lago delle mie parole.

 

 

 

EMILY DICKINSON

 

Se potrò averlo, appena morto,

io mi contenterò -

se, cessato il respiro,

mi apparterrà

 

prima d'essere chiuso nella tomba,

sarà per me gioia incommensurabilke -

perché, anche se ti chiudon nella tomba,

io possiedo la chiave.

 

Pensa, Amore! Tu ed io

potremo infine stare faccia a faccia

dopo tutta una vita, o diciamola Morte,

perché quella era Morte,

mentre questo sei tu.

 

c. 1862

 

 

 

ALFONSO GATTO

 

PRO MEMORIA

 

Amico d'una volta,

allegro giustiziere,

ascolta.

 

Forse di me dovrai dire:

è morto per sbaglio

o voleva morire.

 

S'accusa sempre l'errore

in ogni tempo di viltà.

Sempre s'uccide il fiore.

 

 

 

AGLI AMICI

 

Fumeremo nel bastimento della bottiglia

tra le grandi lettere tremolanti sull'acqua

la pipa dei racconti, il dolce odore del legno.

Poi dal clamore esiterà nel nulla

l'ultimo sparo che dondola il capo.

 

 

 

SAMUEL BECKETT

 

MORTE DI A. D.

 

e qui essere qui ancora qui

schiacciato contro la mia vecchia asse sifilitica del buio

dei giorni e delle notti triturati alla cieca

ad essere qui a non fuggire e fuggire ed essere qui

chinato verso la confessione del tempo che muore

per essere stato quello che fu fatto quello che fece

di me del mio amico morto ieri con l'occhio lucido

i denti lunghi che ansimava dentro la barba che divorava

la vita dei santi una vita al giorno di vita

che riviveva nella notte i suoi neri peccati

morto ieri mentre io vivevo

ed essere qui a bere più in alto della tempesta

la colpa del tempo irremissibile

aggrappato ai vecchi legni testimone delle partenze

testimone dei ritorni

 

 

 

 

 

Meth Sambiase

 

 

Il segno semplice

 

BioVite Versificate

 

 

 

la plastica serve a rendere corpo la linea

sono i colori quelli che ne debbono ballare

invece i danzanti avevano i piedi mutilati

né danzavano né si muovevano

la stasi cinetica, il piatto colore pure.

 

 

1872

 

Lesse di lui. Era nato il giorno in cui lei era nata.

Guardava le stelle sopra il Nord del mare

 

l’universale, l’universale

 

s’impegnava a destrutturarle

l’anima dev’essere un luogo semplice per ospitare lo spirito

dov’era il segno semplice?

 

Cominciò con una linea orizzontale

la incrociò con una linea perpendicolare, la sgonfiò

ridusse l’occhio fino alla linea orizzontale

ma l’occhio era ancora un cerchio troppo infinito

dov’era il segno semplice?

 

(ri)Cominciò con una sola linea. Orizzonte orizzontale

(ri)prese una linea in verticale

ma ne centrò il cuore

e creò una semplice prima stella

era quella la stella era quella l’onda era quello il mare

Tutto si compone con una crocifissione di orizzonte e mare

la perfezione intatta di un angolo giro trafitto

un palo conficcato nella terra per crescere le viti

una vite conficcata nella terra per segnare le tombe

 

è l’incrocio il segno semplice

bisogna insegnargli a vivere come uomo

dare piacere: un impulso un flusso un orgasmo

ti scorra addosso l’arcobaleno la curva dei colori

 

(Dicono che il suo studio fosse una sotterranea Babele

oltre, sul tavolo, la pace del segno che riproduceva e viveva)

 

Nel perfetto nulla è sbilenco

le molecole del tutto sono silenziose

non recano tracce di dubbiosa infiltrazione

per l’essere puro si dipinge né dolenza né delizia

 

ma le croci cantano nella tela

si rincorrono si mordono si fondono come uomini

disobbediscono alle regole della distanza

tutti disobbediamo, perché non dovremmo?

 

*

 

 

1960

 

Sono il re degli idioti

mi concentro e resto ben dentro il trono

la domanda è nel perché

il riflesso è (in)condizionato si

vuole si necessita, si bisogna si schizza il colore

si spruzza

si inietta si raffina

si scopre né il come né il mai

funziona ancora il corpo se

se ne avvelena ogni sezione

l’ossimoro è l’unica vitale funzione

più mi contraggo più ho bisogno di spazio.

 

Bella mia sono rossi i tuoi volti

ero profugo e tu mi hai dato i colori

Nel nulla dai troppi rumori

ho continuato a crescere e diventare forma di uomo

ma ancora sento quel pezzo che manca

un covone una rete una milza

una pula un bozzolo un’eclisse

ci sono due teorie sull’essere dipendente

io voglio dipendere da te

io non voglio pendere fuori da nessun altro al di fuori di te.

 

Il nero è il mio muro enorme

se è bianco allora ci dipingo il mio me in nero

non ho mani ho pugni

e i pugni sono ferro di carne nei guantoni da boxe

perché l’arte è un ring su cui combattere

 

guardami non cedo

son pieno

di graffi che coloro e mi amo

così tanto che mi riempio in ogni figura

ho lenti a specchio, senza lenti, ho capelli alti, senza capelli

alti,

dopo il nero arriva il sangue

il rosso è il sangue del sole

dopo il sole arriva il bianco

il bianco è l’osso del dente

e i denti servono a poco per questo li mostro così tanto

mangio poco, però è tanto il mangiare che mi fanno

mi vendevo per così poco

una cartolina, un bacio, un viso addosso.

 

 

non mi basta più, madre

ora ho paura non ci sono più colori

mi tremano le mani quadre

è questo l’inferno non avere più colori

 

ho ancora le parole

non le sente nessuno

sono inflitto in una camera di dolore

infettato scritto sotto sopra

credimi o no, io realmente posso farmi meno male

 

*

 

1932


Mi lascio vivere in mezzo allo specchio

sembro vera

dietro ho una fossa impaziente, l’appiglio

dattorno l’argento dei capelli neri, l’alterazione

colma in ogni ferita

voglio (ri)cominciare ogni volta

se ne avessi di tempo se ne fossi ristabilita

sarebbe strabiliante il mio canto sulla salita.

 

 

mi butterò dalla finestra,

mi butterò dalla finestra

 

 

Ho poche ossa asciutte

c’era il diluvio nell’ottavo girone

il peccato capitale era il profeta:

che sia vuoto l’eco di ogni camera!

 

Ho finto di non sentire

ho continuato a cantare

piccoli ghiacci come fiammelle mi spegnevano la voce

Mi sento una disgraziata

ho i forni da lucidare i bicchieri spaiati

l’eternità da ricomporre

i giorni del calendario, fuori a guardare

lo spiedo del sindaco, gli anni degli alberi

 

Mi vesto e mi snervo

gli abiti sono pallidissimi, inguainano i fianchi,

sono stretta, un futuro

è un morso, prossimo a venire

dovrò vedere nove persone

otto dottori, un solo marito

- giovane vecchia sentimentale -

nessuna relazione solo la distanza

fra l’uno e l’altra messa distillare

ricomporre ogni separazione è questa la speranza.

 

“occhi e facce sono tutti verso di me”

 

 

 

 

Non avrò il bianco del velo,

il colore della luce sarà la polvere

frantumata delle ossa

quando ancora sola

non mi alzerò più da nessun letto

- ogni fame mondata, ogni fame bendatami

stenderò in un calco di legno

un filare segnerà il riposo, le assi,

la fine, sotto il morso delle arvicole

l’atarassia, la nuova ospitale casa

fedele perché il Nulla è amorevole

un nome unito e cancellato

 

*

 

sito web di provenienza: www.ebook-larecherche.it

 

 

 

 

 

Alfonso Gatto

Il Caprimulgo

 

Tornerà sempre l'ironia serena

del sortilegio sulle tue corolle,

fiore disfatto.

E tu che voli e piangi

stridendo coi tuoi grandi occhi oscuri,

o caprimulgo dalle piume molli,

il buio sempre ingoierà la notte

delle farfalle nere, le lucenti

blatte in cui l' uomo misero rattrae

le mani e gli occhi a rispettarle,

umane della pietà per sé.

Per la scala degli inferi discende

il consenso perenne, l'ordinata

congrega delle vittime plaudenti.

O misura dell'uomo in sé dipinto

costretto oltre la morte, mummia salva

a schermo delle mani,

a non aver più limiti, distratta

è la forza latente, il bruco insonne

della materia che ci traccia e insegue.

Un fenomeno oscuro il divenire

l'enfasi sorda che alle sue parole

non crede più, ma giura. Ancora scende

questa scala degli inferi e l'informe

che chiede un senso smania di figure.

 

 

 

 

 

Dall'intimità - J.L. Borges

 

 

Non sarò più felice. Non importa

 

forse, ci sono ben altre cose al mondo;

 

un istante qualunque è più profondo

 

e più vario del mare. Breve il vivere

 

benché lunghe le ore, e in una d'esse

 

un oscuro miracolo si cela:

 

la morte, un altro mare, un'altra freccia

 

che ci fa liberi da sole e luna

 

e dall'amore. Il bene che mi desti

 

e mi togliesti devo cancellarlo;

 

ciò ch'era tutto dev'essere niente.

 

Solo mi resta il gusto d'essere niente.

 

Solo mi resta il gusto d'essere triste,

 

l'abitudine vana che m'inclina

 

al Sud, a quella porta, a quel cantone.

 

 

*

 

Il Sud - J.L. Borges (Dall'intimità)

 

 

Da uno dei tuoi cortili aver guardato

 

le antichissime stelle,

 

dalla panchina in ombra aver mirato

 

le loro luci sparse

 

che il mio ignorare non ha ancora appreso

 

a chiamare per nome

 

né a ordinarle in costellazioni,

 

aver sentito l'acqua che fa circoli

 

nell'occulta cisterna e l'odore

 

di gelsomino e caprifoglio,

 

il sonno silenzioso dell'uccello,

 

sapere l'arco dell'androne e l'umido:

 

questo forse è poesia, non altro.

 

 

 

 

FERNANDO PESSOA

 

Grandi misteri stanno

sulla soglia del mio essere,

la soglia su cui si posano un momento

grandi uccelli marini che mi fissano

se lento avanzo a guardarli.

 

Sono uccelli degli abissi,

come quelli dei sogni.

A pensare mi riempio di dubbi,

per l'anima è un cataclisma

la soglia su cui posa.

 

Allora mi scuoto dal sogno

e mi rallegro alla luce,

se pur il giorno è triste;

perché la soglia è terribile

e ogni passo è una croce.

 

[traduzione di Vittoria Corti]

 

 

 

 

SE TEMPO E SPAZIO, COME I SAGGI DICONO

 

Se Tempo e Spazio, come i Saggi dicono,

sono cose che mai potranno essere,

il sole che non cede al mutamento

non è per nulla superiore a noi.

Così perché, Amore, dovremmo sperare

di vivere un secolo intero?

La farfalla che vive un solo giorno

è già vissuta per l’eternità.

 

I fiori che ti diedi allorché la rugiada

tremolava sul tralcio rampicante,

prima che l’ape volasse a suggere

la rosellina di macchia erano già appassiti.

Così affrettiamoci a coglierne ancora

senza tristezza se poi languiranno;

i nostri giorni d’amore sono pochi:

facciamo almeno che siano divini

 

(T. S. Eliot - Poesie giovanili, 1905 - trad. Roberto Sanesi)

 

 

 

 

 

 

 

Paul Celan

 

Todesfuge

 

Nero latte dell’alba lo beviamo la sera

lo beviamo al meriggio, al mattino, lo beviamo la notte

beviamo e beviamo

scaviamo una tomba nell’aria lì non si sta stretti

 

Nella casa c’è un uomo che gioca coi serpenti che scrive

che scrive in Germania la sera i tuoi capelli d’oro Margarete

lo scrive e va sulla soglia e brillano stelle e richiama i suoi mastini

e richiama i suoi ebrei uscite scavate una tomba nella terra

e comanda i suoi ebrei suonate che ora si balla

 

Nero latte dell’alba ti beviamo la notte

ti beviamo al mattino, al meriggio ti beviamo la sera

beviamo e beviamo

Nella casa c’è un uomo che gioca coi serpenti che scrive

che scrive in Germania la sera i tuoi capelli d’oro Margarete

i tuoi capelli di cenere Sulamith scaviamo una tomba nell’aria lì non si sta stretti

 

Egli urla forza voialtri dateci dentro scavate e voialtri cantate e suonate

egli estrae il ferro dalla cinghia lo agita i suoi occhi sono azzurri

vangate più a fondo voialtri e voialtri suonate che ancora si balli

 

Nero latte dell’alba ti beviamo la notte

ti beviamo al meriggio e al mattino ti beviamo la sera

beviamo e beviamo

nella casa c’è un uomo i tuoi capelli d’oro Margarete

i tuoi capelli di cenere Sulamith egli gioca coi serpenti

egli urla suonate la morte suonate più dolce la morte è un maestro tedesco

egli urla violini suonate più tetri e poi salirete come fumo nell’aria

e poi avrete una tomba nelle nubi lì non si sta stretti

 

Nero latte dell’alba ti beviamo la notte

ti beviamo al meriggio la morte è un maestro tedesco

ti beviamo la sera e al mattino beviamo e beviamo

la morte è un maestro tedesco il suo occhio è azzurro

egli ti centra col piombo ti centra con mira perfetta

nella casa c’è un uomo i tuoi capelli d’oro Margarete

egli aizza i suoi mastini su di noi ci dona una tomba nell’aria

egli gioca coi serpenti e sogna la morte è un maestro tedesco

 

i tuoi capelli d’oro Margarete

i tuoi capelli di cenere Sulamith

 

da “Papavero e memoria”

 

 

Maria Musik

 

Da: Copertina

 

 

 

I miei cari morti

 

I miei cari morti

Vengono a visitarmi

E portano una sacca

Che aprono,

Piano piano,

Restituendomi intatte

Le trascorse primavere.

Ecco che, fra mandorli in fiore,

Zampilla la fontana

Dove guizzarono pesci rossi

E mani di bambini.

Ritorna la mimosa

Attaccata a gonne fluttuanti

E a zoccoli che marciarono

Battendo strade a divieto di transito.

Salgono spirali di fumo

Profumato di salsedine e notti stellate

Ad illuminare il sabbioso spartito

Per una chitarra accarezzata e percossa.

Si fa carne l’aprile più bello

Fragrante di talco e latte

Dimentico di urla, ricolmo di vagiti

E morsi voraci che dolci azzannarono i seni.

Vengono i miei cari morti

Lasciano una sacca vuota

Per ricordarmi

Che sono ancora viva.

 

*

 

 

Scambio di ruoli

 

Se fossi uomo

e tu donna

t’avrei stretta forte fra le braccia

t’avrei baciato il volto e le labbra.

Ti avrei frugata

ed accarezzando ogni dolore,

tramutato il lamento in gemito.

Ti avrei presa, nell’algido tramonto

per riempire di me

il tuo vuoto profondo.

 

*

 

Miagolare pallido e assorto

 

Un gatto miagola accorato

Nella notte che suda.

Gli rispondo con un lamento

Languidamente filtrato dalle grate.

Questa estate

È un doloroso amplesso

Che impudico

Si strappa di dosso le lenzuola

E disturba gli impotenti silenzi

Della città deserta.

 

 

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DALLE POESIE DI ANTONIA POZZI

 

 

MORTE DELLE STELLE

 

Montagne – angeli tristi

che nell’ora del crepuscolo

mute piangete

l’angelo delle stelle – scomparso

tra nuvole oscure –

 

arcane fioriture

stanotte

nei bàratri nasceranno –

 

oh – sia

nei fiori dei monti

il sepolcro

degli astri spenti –

 

1933. In “Parole”

 

*

 

Mattino

 

 

A lungo dalla luna infranto

 

... or ricompone il lago

 

la sua incolumità

 

cerulea.

 

Presso l'isola inferma un cipresso

 

trae dalle nebbie le bende

 

per le ferite nascoste:

 

tacito prega, votando

 

il nuovo giorno – al cielo.

 

*

 

 

 

Ricordo che, quand’ero nella casa

 

della mia mamma, in mezzo alla pianura,

 

avevo una finestra che guardava

 

sui prati; in fondo, l’argine boscoso

 

nascondeva il Ticino e, ancor più in fondo,

 

c’era una striscia scura di colline.

 

Io allora non avevo visto il mare

 

che una sol volta, ma ne conservavo

 

un’aspra nostalgia da innamorata.

 

Verso sera fissavo l’orizzonte;

 

socchiudevo un po’ gli occhi; accarezzavo

 

i contorni e i colori tra le ciglia:

 

e la striscia dei colli si spianava,

 

tremula, azzurra: a me pareva il mare

 

e mi piaceva più del mare vero.

 

 

Milano, 24 aprile 1929

 

*

 

 

Riconciliazione

 

 

La luna è vitrea e lieve

 

... ancora, nel vasto tramonto.

 

Perché non uscire

 

di qui? Perché non portare

 

laggiù, nelle strade, la mia

 

nostalgia dei monti perduti,

 

tradurla in amore

 

pel mondo

 

che amai?

 

 

 

Già troppo soffersero

 

del mio rancore

 

le cose: e vivere non si può

 

a lungo

 

se silenziosamente piangono

 

le cose, su noi.

 

 

 

Stasera, stasera,

 

quando i volti degli uomini

 

saran macchie d'ombra e non più –

 

quando le case

 

al sommo

 

sole vivranno di luce –

 

io troverò me stessa

 

nel vecchio mondo

 

e profondo

 

sarà l'abbraccio

 

delle cose con me.

 

 

 

Riconteremo i fili

 

che legano i miei occhi

 

agli occhi illuminati delle vie,

 

riconteremo i passi

 

per cui l'anima versa

 

la sua sete di strade

 

sopra la buia terra –

 

 

 

Forse le cose

 

perdoneranno ancora –

 

forse, facendo

 

delle gran braccia arco

 

su me,

 

pergolati di sogni stenderanno

 

domani sovra il mio

 

solitario meriggio.

 

 

 

3 novembre 1933

Tratto da: Parole

 

*

 

 

Non c'è nessuno,

non c'è nessuno che vende

i fiori

per questa strada maledetta?

 

E questo mare nero

e questo cielo livido

e questo vento avverso -

oh, le camelie di ieri

le camelie bianche rosse ridenti

nel chiostro d'oro -

oh, l'illusione primaverile!

 

Chi mi vende oggi un fiore?

Io ne ho tanti nel cuore:

ma serrati

in grevi mazzi -

ma calpestati -

ma uccisi.

Tanti ne ho che l'anima

soffoca e quasi muore

sotto l'enorme cumulo

inofferto.

Ma in fondo al nero mare

è la chiave del cuore

peserà

fino a sera

la mia inutile messe

prigioniera -

O chi mi vende

un fiore - un altro fiore

nato fuori di me

in un vero giardino

che io possa donarlo a chi mi attende?

 

Non c'è nessuno,

non c'è nessuno che vende

i fiori

per questo tristo cammino?

 

*

 

 

Io sono una pagina per la tua penna.

 

Tutto ricevo. Sono una pagina bianca.

 

Io sono la custode del tuo bene:

 

lo crescerò e lo ridarò centuplicato.

 

 

Io sono la campagna, la terra nera.

 

Tu per me sei il raggio e l’umida spiaggia.

 

Tu sei il mio Dio e Signore, e io

 

Sono terra nera e carta bianca.

 

 

Marina Cvetaeva

 

 

 

 

Per il mio cuore basta il tuo petto

di Pablo Neruda

 

 

Per il mio cuore basta il ...tuo petto,

per la tua libertà bastano le mie ali.

Dalla mia bocca arriverà fino al cielo,

ciò ch'era addormentato sulla tua anima. In te è l'illusione di ogni giorno.

Giungi come la rugiada alle corolle.

Scavi l'orizzonte con la tua assenza.

Eternamente in fuga come l'onda. Ho detto che cantavi nel vento

come i pini e come gli alberi di nave.

Com'essi sei alta e taciturna.

E ti rattristi d'improvviso, come un viaggio. Accogliente come una vecchia strada.

Ti popolano echi e voci nostalgiche.

mi son svegliato e a volte emigrano e fuggono

uccelli che dormivano nella tua anima.

 

 

 

 

Poesie di Antonia Pozzi

 

 

La voce

 

 

Aveva voce in te

 

... l'universo

 

delle cose mute,

 

la speranza

 

che sta senz'ali nei nidi,

 

che sta sotterra

 

non fiorita.

 

 

 

Aveva voce in te

 

il mistero

 

di tutto che presso una morte

 

vuol diventare vita,

 

il filo d'erba

 

sotto le putride foglie,

 

il primo riso del bimbo salvato

 

a fianco di un'agonia

 

in una corsia

 

d'ospedale.

 

 

 

Or quando cade dagli alti

 

rami notturni

 

dei campanili – un rintocco –

 

e in cuore affonda come

 

il frutto dentro il campo arato –

 

 

 

allora hai voce

 

tu in me –

 

con quella nota

 

ampia e sola

 

che dice i sogni sepolti

 

del mondo, l'oppressa

 

nostalgia della luce.

 

 

*

 

 

Il cielo in me

 

 

Io non devo scordare

 

che il cielo

 

fu in me.

 

 

 

Tu

 

eri il cielo in me,

 

che non parlavi

 

mai del mio volto, ma solo

 

quand'io parlavo di Dio

 

mi toccavi la fronte

 

con lievi dita e dicevi:

 

– Sei più bella così, quando pensi

 

le cose buone –

 

 

 

Tu

 

eri il cielo in me,

 

che non mi amavi per la mia persona

 

ma per quel seme

 

di bene

 

che dormiva in me.

 

 

 

E se l'angoscia delle cose a un lungo

 

pianto mi costringeva,

 

tu con forti dita

 

mi asciugavi le lacrime e dicevi:

 

– Come potrai domani esser la mamma

 

del nostro bimbo, se ora piangi così? –

 

 

 

Tu

 

eri il cielo in me,

 

che non mi amavi

 

per la mia vita

 

ma per l'altra vita

 

che poteva destarsi

 

in me.

 

Tu

 

eri il cielo in me

 

il gran sole che muta

 

in foglie trasparenti le zolle

 

 

 

e chi volle colpirti

 

vide uscirsi di mano

 

uccelli

 

anzi che pietre

 

– uccelli –

 

e le lor piume scrivevano nel cielo

 

vivo il tuo nome

 

come nei miracoli

 

antichi.

 

 

 

Io non devo scordare

 

che il cielo

 

fu in me.

 

 

 

E quando per le strade – avanti

 

che sia sera – m'aggiro

 

ancora voglio

 

essere una finestra che cammina,

 

aperta, col suo lembo

 

di azzurro che la colma.

 

Ancora voglio

 

che s'oda a stormo battere il mio cuore

 

in alto

 

come un nido di campane.

 

E che le cose oscure della terra

 

non abbiano potere

 

altro – su me,

 

che quello di martelli lievi

 

a scandere

 

sulla nudità cerula dell'anima

 

solo

 

il tuo nome.

 

 

 

11 novembre 1933

 

 

*

 

VENEZIA

 

Venezia. Silenzio. Il passo

di un bimbo scalzo

sulle fondamenta

empie d’echi

il canale.

 

Venezia. Lentezza. Agli angoli

dei muri sbocciano

alberi e fiori:

come se durasse

un’intera stagione il viaggio,

come se maggio

ora

li sdipanasse

per me.

 

Al pozzo di un campiello

il tempo

trova un filo d’erba tra i sassi:

lega con quello

il suo battito all’ala

di un colombo, al tonfo

dei remi.

 

 

1933. In “Parole”.

 

 

 

 

Roberto Mosi

con pitture di Enrico Guerrini

 

Sinfonia per Populonia

 

Quattro tempi: Inverno, Primavera, Estate, Autunno

 

 

 

Da: INVERNO

CAOS

 

 

“Il temporale scioglie

la notte” la voce del lucumone

“Populonia rimane muta

aggrappata alla costa,

la melma dei ruscelli

uccide le creature del mare,

rosticci di ricordi galleggiano,

precipitano sul fondo.”

 

*

 

“Sono cinque giorni

che mangiamo arance

nascosti nell’aranceto.”

La faccia nera appare

al telegiornale della sera.

Per le strade di Rosarno

la furia della gente,

ronde di bianchi in giro.

 

*

 

“Seduti nell’ombra

aspiriamo crack”,

fiammelle per la dose,

luce negli sguardi,

a Castel Volturno.

Sopravvissuti alla droga,

pelle di cenere.

“Gli altri morti, senza nome.”

 

*

 

“Osserva l’andare

alla via Domiziana

e il ritorno per la droga.

Vedi questo squarcio

d’Africa.” Non muoiono

tra le lenzuola, chiudono

gli occhi tra la spazzatura.

immigrati, neri africani.

 

*

 

“Ogni sera sono qui

alla terrazza Mascagni.”

I gabbiani guidano le navi

nel porto, alla Meloria

si accende l’occhio rosso.

Si allontana l’ombra

della Moby Prince

per il destino di fuoco.

 

*

 

 

Da: PRIMAVERA

NASCERE

 

 

Esposizione

 

 

“Oh sacro Amore, nella casa

avvolta dalle ombre dell’inverno

risuonino accordi di chitarra,

i canti riempiano le stanze,

si alzino calici di vino,

il colloquio con le ombre

diventi dolce e sommesso.

La vita ha generato la vita.”

 

*

 

Da: ESTATE

FIORIRE

 

 

Dalla loggia sul giardino

assaporo lo stupore

del cielo stellato, nella notte

che avvolge la casa.

La campagna sonora di grilli

è appesa lontano, lontano

all’eterna fiamma, alta

sui fumi dell’acciaieria.

 

*

 

Il giardino si alza

dai campi di pomodoro,

dai solchi di piante

dagli occhi arrossati,

fino alle colline.

Impazzisce il canto

imperturbabile delle cicale

arroventate dal sole.

 

*

 

La spiaggia un tappeto

di trame a colori disegnate

dalla storia degli Etruschi:

il rosso dei forni,

l’argento della polvere di ferro.

Intorno le braccia aperte

del Golfo di Baratti,

verdi di antiche pinete.

 

*

 

I girasoli circondano

la casa del mare.

Dalla loggia ascolto

il silenzio dei girasoli,

i grandi occhi gialli

seguono le nostre storie.

Fissano nella memoria

i ricordi dell’estate.

 

*

 

Da: AUTUNNO

TRAMONTO

 

 

“Ti vesti di parole

sempre nuove.”

Mi spoglio di parole

sempre nuove,

volano via i nomi

dalla stanza della mente.

Rimane l’ombra

dei vestiti appesi.

 

*

 

Se il nome riemerge

è festa, l’incontro

con l’amico ritrovato.

Al centro della mente

s’innalza la dimora

raggrinzita dell’Io.

La porta aperta

per l’ultimo volo.

 

*

 

Ho strappato trenta fogli

dal quaderno delle poesie.

Li lancio dalla terrazza,

aeroplani di carta rosa.

Cadono a capofitto

sulle pietre della strada.

Solo uno si alza in volo,

sulle ali lampi di ricordi.

 

*

 

Ascolto il silenzio

dalla Rocca di Populonia

lontano da spiagge affollate,

da strade stipate di motori.

L’aruspice etrusco segue

il volo del falco, coglie

i segni del cielo, disegna

la figura delle ombre.

 

*

 

“La violenza del giorno

è lontana, la città torna

all’antico mistero.”

I sacerdoti escono dal tempio,

la processione sale all’altare

sulla collina per il sacrificio.

Il nuovo sangue

nutre la vita del mito.

 

*

 

Mi lascio andare

alle onde, l’acqua accarezza

il mio andare leggero.

Sotto di me le ombre,

le creature del mare

vivono il mistero della notte.

Davanti la luce di Febo,

la bellezza a portata di mano.

 

*

 

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BRUNO SOURDIN

 

[Dal poemetto "Recandomi a Lisbona dopo una visita a Francois Augieras senza incontrarlo"- facente parte del libretto "Paris git-le-coeur", fuori serie della rivista Quetton L'Arttotal, 4° trimestre 1994, per la collana Poesie clandestine]

 

-

 

Neon ammiccanti, bagliore selvaggio, sul marciapiede all'alba

Vento leggero, dopo una lunga notte magica

Coltivata sotto un riflesso, strada misteriosa

Le auto filano senza arrestarsi

Sogno lampo, nell'aria scintillante

 

*

 

E io t'immagino entro la gioia

Selvaggia di questo sole che sorge

Solo appollaiato sul bordo di scogliere

Da dove guardi scorrere la Dordogne

In compagnia di uccelli di serpenti

E del cri di cicale che ami

 

*

 

Nuvole fluttuanti del mattino

Rotolate nel mio sacco a pelo

Ho male a svegliarmi

Cielo freddo, alcune case, colline

 

*

 

E t'immagino nel silenzio

Selvaggio di questa caverna

Accendere fuochi sul ciglio del vuoto

Il tuo fumo sale verso il sole

Tu sei felice e chiudi gli occhi

Nella forza nascente del giorno

 

*

 

Si fila attraverso la Spagna

Muscoli irritati, ubriachi di stanchezza

Gli insetti gracchiano, gioia vigorosa

Vento chiaro, ronzio di conversazioni

La strada s'immerge attraverso la grande pianura accesa

 

*

 

E t'immagino nel sogno

Selvaggio di questa notte d'estate

Solo nel profondo segreto della pietra

Donde fai cantare le corde del tuo arco

I suoni si perdono all'infinitop

Ed è così che tu adori l'universo

 

*

 

Mille nuvole, sole già alto

Erbacce, polvere fine, la strada profuma

Noi parliamo, scherziamo

Spirito chiaro, Lisbona appare

Questa pura gioia del giorno, a che assomiglia?

 

*

 

E t'immagino nel sogno

Selvaggio di questo pianeta

Solo e felice di eternità

Tu guardi a lungo il cielo crivellato di stelle

Vecchio uomo venuto dagli astri

Tu ami l'universo che è il tuo dio

 

*

 

Percorro Lisbona sacco in spalla, i grandi occhi aperti

Rilucenti di sudore, stanchi

 

Di nuovo solo, nel polverìo del sole

Già vedo il Tage, mille dita s'agitano, cielo immenso

Strade polverose, capelli al vento,

Assaporo la luce pura, immacolata

Una volta ancora rivedo la mia vecchia vita

Vita magica, lasciatemi in pace

       Ah! questa chiara gioia

       D'esistere

       Lontano dagli uomini

 

.

 

Bruno Sourdin (traduzione di Felice Serino)

 

 

DALLE POESIE DI ANTONIA POZZI

 

 

Secondo amore

 

 

Piansi bambina, per un mondo

 

più grande del mio cuore,

 

dentro il mio cuore

 

rinchiuso – morto;

 

piansi con occhi giovani,

 

penosamente arsi arrossati –

 

e sola vicina alla terra

 

domandavo agli oggetti muti,

 

alle radici dei fiori divelti,

 

alle ali degli insetti caduti,

 

il perché

 

del morire.

 

 

 

Mi rispondeva la terra, fedele,

 

prima ancora che fosse

 

primavera colma,

 

da anni e secoli – sotto un arbusto

 

con una pallida primula

 

rifiorita.

 

E in essa era la linfa,

 

era il respiro – di tutte

 

le primavere perdute,

 

in ogni fiore vivo la bellezza

 

degli innumeri fiori

 

spenti.

 

 

 

Oh grazia – ora dico –

 

del secondo amore,

 

giovinezza profonda intessuta

 

di vinte vecchiezze, di esistenze percorse –

 

– ed ogni esistenza, una ricchezza

 

conquisa, ogni pianto deterso

 

un sorriso più lungo imparato,

 

ogni percossa, una carezza più lieve

 

che si vorrebbe donare –

 

oh benedetto il mio pianto

 

– ora dico –

 

benedetti i miei occhi

 

di bimba, arrossati riarsi –

 

benedetto il soffrire, il morire

 

di tutti i mondi che portai nel cuore –

 

se dalla morte si rinasce

 

un giorno,

 

se dalla morte io rinasco

 

oggi – per te,

 

me stessa offrendo

 

alle tue mani – come

 

una corolla

 

di dissepolte vite.

 

 

 

4 dicembre 1934

 

 

*

 

NEVAI

 

Io fui nel giorno alto che vive

oltre gli abeti,

io camminai su campi e monti

di luce –

Traversai laghi morti – ed un segreto

canto mi sussurravano le onde

prigioniere –

passai su bianche rive, chiamando

a nome le genziane

sopite –

Io sognai nella neve di un’immensa

città di fiori

sepolta –

io fui sui monti

come un irto fiore –

e guardavo le rocce,

gli alti scogli

per i mari del vento –

e cantavo fra me di una remota

estate, che coi suoi amari

rododendri

m’avvampava nel sangue –

 

1 febbraio 1934

In “Parole”.

 

*

 

 

Alberto Toni

 

Mare di dentro e altre poesie

*

 

Da Mare di dentro

 

Puntoacapo Editrice, 2009

[testi proposti nella rubrica Poesia Condivisa su poesia2punto0 ]

 

 

 

Piove a dirotto e là sullo scoglio

dei miei segreti c’è tutta la solitudine

del mare. Sì, eccomi piccolo e solo

mentre mi giro intorno, amore. Sai

la fatica delle parole che ritornano

a frotte nei giorni della conta e del

destino segnato. Inseguo l’altra faccia

della medaglia, la lieve incrinatura

del legno.

 

*

 

Da: Alla lontana, alla prima luce del mondo

Jaca Book, 2009

 

 

Alla lontana, alla prima luce del mondo

 

Alla lontana, alla prima luce del mondo,

quando per te è giorno, moglie mia, io ti

ricordo dietro la benda che mi copre e mi

vieta di esistere. Sarà giorno, è vero, come

quando facevamo colazione nella stanza

sul giardino. È un po’ che non sento piangere

i figli dei vicini, la piccola aveva un anno

quando sono partito. Il rumore qui sopravanza

di gran lunga il cielo e l’infanzia. Il nero di notte

è nero, alla fuga, ai lampi, di maceria in maceria,

rompe il sonno che non è sonno. Non so che fanno

i soldati di là dal fiume, so che mi tocca rispondere.

 

*

 

Da: Inediti, 2012

 

Stasera non c’è molto da fare.

I richiami giungono morbidi come se

non dovessi ascoltarli. Sì, torna, ché

se ti allontani potresti perderti,

sparire in un abisso senza ritorno,

l’altro potrebbe per sempre chiudere

la visione del cuore, decidere di partire.

Là dopo i cento metri di verde c’è

l’occhio vigile della città, lo sapevano tutti i visitatori.

 

*

 

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Davide Morelli

Da: Dalla finestra

 

 

 

ALL’IMBRUNIRE:

C’è un sovraccarico di segni

a quest’ora del giorno.

L’aria si fa più fine.

L’animo fa il calco

di questo tramonto.

Tutto passa, anche il passato.

Ma non dirmi il sottinteso, il traslato.

Sembra che non ci si possa esimere

dall’hic et nunc, dai rebus insolubili,

dalle associazioni di idee,

dalle giaculatorie brevi ed ingenue,

che avvitano la mente all’imbrunire.

 

*

 

LA LUCE DEL MATTINO:

La luce istoria il pulviscolo

(sono uno dei tanti commensali

dell’ alba, della luce del mattino).

 

*

 

TROPPO PRESTO:

L’oscurità inghiotte la città.

La notte capovolge la realtà.

Ritorna un fantasma dalla memoria:

ricordiamo insieme una triste storia.

È morto giovane. Troppo presto.

Restano pochi gesti, poche frasi.

Restano solo pochi aneddoti:

finiranno nel nulla dopo di noi.

Il vento fa da perno al rumore

delle cose e delle nostre parole.

 

*

 

IN NIENTE:

Mi chiedo cosa ci sto a fare

io che purtroppo non credo in niente.

Forse è un qui pro quo, uno scambio

di persona; forse un puro accidente

o per scrivere qualche telegramma.

Forse qualche lettera rispedita al mittente.

 

*

 

GIROTONDO:

Il dolore rimanga sullo sfondo.

Facciamo un macabro girotondo.

Andiamo oltre l’orrore del mondo.

 

*

 

POLVERE:

Noi siamo polvere per i millenni,

ma viviamo di sguardi, gesti, cenni.

 

*

 

ALTROVE:

Cerca e trova pure parole nuove,

ma sappi che la vita è altrove.

 

*

 

UNA SERA:

Freddo è il mattino. Fresca è la sera.

È l’ora che la vita si invera

nella meraviglia dell’esistente.

Noi attraversiamo l’ultima luce

e un’aria intrisa di parole.

 

*

 

SOLITUDINE:

Colui che ama la solitudine

finisce spesso con il cadavere

putrefatto sul divano di casa.

Gli altri condomini alla fine

si accorgeranno della sua morte

da certe esalazione putride.

Io non ti so dire se è più triste

morire da soli o avere gente

al capezzale. Davvero non lo so.

La morte è sempre inaspettata

e purtroppo ci coglie sempre soli

anche quando si muore tra la gente.

 

*

 

COME RAMARRI:

I ramarri correvano veloci

sugli argini. Lottavano tra loro.

I maschi mordevano le femmine.

Il tramonto irradiava i nostri volti.

La nostra campagna non era altro

che un’intermittenza di luci e voci.

L’amore era la questione cruciale.

La morte era una questione lontana:

una cosa da vecchi o una disgrazia.

 

*

 

PER INERZIA:

Scorrono i titoli di coda del giorno.

I figuranti diventano protagonisti

solo nella cronaca nera.

Tutto ora procede per inerzia

fino a che uno sciocco dettaglio

ci sembra capovolgere il mondo.

 

*

 

IL MIO MONDO:

So la traiettoria delle rondini,

la forma bizzarra delle nuvole

rasentate dal volo degli stormi.

So che il sudario del tramonto

si adagia sempre sulle colline.

Ma questo mondo di andate e ritorni

non passa più dalla cruna dell’alba

e le idee non sono resistenti

come gli esili fili dei ragni

(la polvere è un groppo di morte,

che attraversa tutta questa pianura).

 

*

 

NELLA MENTE:

Pensavi di averlo seppellito

ed invece riaffiora casualmente.

Non hai alibi, ma ben più di un movente.

Difficilmente ci si può disfare

di ciò che resta impresso nella mente

(arcata di ponte oppure portone,

epigramma o semplice canzone).

 

*

 

IL TESTAMENTO:

È l’ora in cui gli ubriachi si specchiano

nel fondo del bicchiere, i solitari

si affacciano all’abisso o ad un pozzo.

Bisogna abitare l’immaginario,

fare il testamento all’essenza

del fogliame e delle nuvole.

Come si sa le cose che non sono

compatte avvicinano al sogno.

 

*

 

 

LA NOSTRA LIBERTÀ:

Noi siamo animali metafisici.

Potete anche restringere la gabbia,

allungare all’infinito la pena.

Però nessuno potrà mai negarci

questa nostra libertà dell’inconscio,

la meraviglia per le cose attorno,

la continua sospensione tra reale

ed immaginario. Così suppongo.

 

*

 

PER ORA:

Pensi che non verranno recisi

i refi del pressappoco e dell’effimero.

Pensi che tutto sia intrattenimento o distrazione.

No. Certo. Non c’è assoluto nella parola.

No. Non si può nemmeno oscillare

tra l’indecidibile e l’indicibile.

No. Non ti interessano la storia

con i suoi popoli e i suoi secoli.

Non ti interessano le migrazioni e le costellazioni.

È meglio avere pochi pensieri.

È meglio essere guardati come una cosa.

Ma noi siamo meno di ombre

e la fiamma arde sempre per ogni vita

fino ad intaccare il nucleo primordiale.

Io non mi ritengo assolutamente innocente

e non aspetto una remissione.

Per ora resisto alle istanze del cielo.

 

*

 

I FILI DELLA MEMORIA:

Se noi ricordiamo i nostri morti

in qualche modo ci sono ancora

anche se ormai non esistono più.

Viene quindi da chiedersi ora:

chi è che tiene i fili della memoria?

 

*

 

COME UN PINO:

Conti i silenzi ed è inutile come

cercare di ammaestrare il vento.

Come un pino che stilla la resina

io faccio uscire le mie parole.

 

*

 

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Gian Piero Stefanoni

Da: Da questo mare

 

[…]

La tua pace è la sola tua guerra

che sopravvive e ancora risale

da questo mare

che della memoria

affonda anche le lastre.

 

Non hai nome

ma appartieni alla serie dei nomi

che non sono fra la schiera degli angeli:

il tuo spazio adesso è fra la riva e la terra.

 

IL TUO SPAZIO ADESSO

è in nessun altro ventre- mareggiato

e concluso

entro una morte venuta per acqua.

 

Di te da qui non possiamo

ma dobbiamo parlare.

 

(Del piatto che misura e cancella

la notte. Del salto che ripeti

e in cui ti perdi ogni giorno).

 

Di te da qui non possiamo

ma dobbiamo rispondere.

 

(Dalla bocca che incalza

la sabbia. Dal mondo che riveli

ancora nell’occhio).

 

[…]

… Virgulto

 

che poi hai tentato, a cui ti sei appeso

come anello a tracciare il confine

del giardino che deve restare sacro,

muto e ignoto ragazzo la cui bracciata

è mancata, la cui statura s’è rotta

nella rena coperto da insetti.

 

Tu che volendo dire la vita

hai pronunciato la morteti

sei pronunciato alla morte-

dalla pancia di una nave madre

ad un’acqua senza cordone-

incontenibile, inesauribile

che non comprende e che non ha requie.

 

Che non ha tempo-

e non ha divenire.

Che non ritorna-

e cancella le tracce.

 

Che non ha termine-

ma solo correnti.

Acqua su acqua- che continua e continua.

 

Sì, acqua su acqua

che ANCORA continua, sempre

più cupa, sempre più scura

mentre la fame

supera il freddo

ed anche la luna volta la faccia

in una traversata da cui non si torna.

 

E che il gruppo subisce

compatto, chiuso- in due, tre

o quanti più giorni- in tre,

quattro o quanti più malori- nella cittadinanza

senza cittadinanza, nel nutrimento

senza nutrimento.

 

Gli occhi solo dei lupi

a cui s’è affidata la carne, per uscire

dalla favola antica.

 

Ma per cui non vale il racconto

nella parte che mai avrà freno

quando il cielo non riconoscendo le nubi

del mistero teme il respiro

e la corrispondenza della violazione col fuoco

nella necrosi da cui si lasceranno portare.

 

Qui è il lampo a decidere il tempo

e il rigetto, nella divisione veloce

di umano e non umano.

 

Qui è la parola a nascondersi

ed è per questo che il canto non sale:

non può, NON DEVE,

il battito

reciso al suo metro.

 

[…]

Eppure- accade- il vero male,

la vera morte, è nella fatalità del male

nella fatalità della morte; l’accettazione

oscura che poi il cuore confonde

e divide, possiede, ognuno dell’altro

non riscattando la perdita.

 

Così, per spegnimento avviene

la resa, per contenzione, nella deriva

non ricordando l’inizio o il motivo

dell’offesa della carne ai suoi figli

se al tempo nessuna coscienza è ridata

e nello spirito lo spirito più non rifrange.

 

Ché senza rete è la pesca, che rompe

l’illusoria barriera del gruppo e batte

secondo lo squarcio; che recide

e colpisce nella fissità del terrore

i primi, soli, animali sorpresi.

 

Come te- tra le alghe e la forra.

Come te- il cuore impazzito,

le mani, i piedi ed il busto

slegati,

la vita in uno spazio non suo.

 

Come te- che solo d’acqua hai imbevuto

i polmoni in prossimità del vicino respiro.

Che solo l’affondo ha raccolto-

 

[…]

Mare, e suolo, che non incontra

più il suolo, che non incontra più il mare

in una unione che non si rinnova

se non per frattura e lacerazioni;

FERITE che ognuno ha già segnate sui tendini

nell’imposizione data alla corsa,

nell’orizzonte forse

che non ha stazioni alla curva.

 

 

E dove la negazione

per occlusione agisce, abusa, oscurità

spargendo

e spregio-

al fuoco non bastando mai cenere.

 

 

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Antonia Pozzi

 

Bellezza

 

 

Ti do me stessa,

 

... le mie notti insonni,

 

i lunghi sorsi

 

di cielo e stelle – bevuti

 

sulle montagne,

 

la brezza dei mari percorsi

 

verso albe remote.

 

 

 

Ti do me stessa,

 

il sole vergine dei miei mattini

 

su favolose rive

 

tra superstiti colonne

 

e ulivi e spighe.

 

 

 

Ti do me stessa,

 

i meriggi

 

sul ciglio delle cascate,

 

i tramonti

 

ai piedi delle statue, sulle colline,

 

fra tronchi di cipressi animati

 

di nidi –

 

 

 

E tu accogli la mia meraviglia

 

di creatura,

 

il mio tremito di stelo

 

vivo nel cerchio

 

degli orizzonti,

 

piegato al vento

 

limpido – della bellezza:

 

e tu lascia ch'io guardi questi occhi

 

che Dio ti ha dati,

 

così densi di cielo –

 

profondi come secoli di luce

 

inabissati al di là

 

delle vette –

 

 

 

4 dicembre 1934

 

*

 

 

Pausa

 

 

Mi pareva che questa giornata

 

senza te

 

dovesse essere inquieta,

 

oscura. Invece è colma

 

di una strana dolcezza, che s'allarga

 

attraverso le ore –

 

forse com'è la terra

 

dopo uno scroscio,

 

che resta sola nel silenzio a bersi

 

l'acqua caduta

 

e a poco a poco

 

nelle più fonde vene se ne sente

 

penetrata.

 

 

 

La gioia che ieri fu angoscia,

 

tempesta –

 

ora ritorna a brevi

 

tonfi sul cuore,

 

come un mare placato:

 

al mite sole riapparso brillano,

 

candidi doni,

 

le conchiglie che l'onda

 

lasciò sul lido.

 

 

 

7 dicembre 1934

 

*

 

 

L'àncora

 

 

Sono rimasta sola nella notte:

 

ho sul volto il sapore del tuo pianto,

 

intorno alla persona

 

il silenzio – che sul tonfo

 

della porta richiusa, a larghi cerchi

 

si riappiana.

 

 

 

Lenta nell'acqua oscura

 

del cuore –

 

lenta e sicura,

 

tra le alghe profonde

 

gli echi delle tempeste le lunghe correnti

 

le molli ghirlande di onde

 

intorno a inabissati

 

scogli –

 

 

 

lenta e sicura,

 

fino alle sabbie segrete giacenti

 

sul fondo dell'essere –

 

fida tenace, con i suoi tre bracci

 

lucenti

 

penetra l'àncora

 

delle tue tre parole:

 

– Tu aspetta me –.

 

 

16 dicembre 1934

 

 

*

 

“PERIFERIA IN APRILE”

 

 

Intorno aiole

dove ragazzo t’affannavi al calcio:

ed or fra cocci

s’apron fiori terrosi al secco fiato

dei muri a primavera.

Ma nella voce e nello sguardo

hai acqua,

tu profonda frescura, radicata

oltre le zolle e le stagioni, in quella

che ancor resta alle cime

umida neve:

così correndo in ogni vena

e dici

ancora quella strada remotissima

ed il vento

leggero sopra enormi

baratri azzurri.

 

(24 aprile 1937)

 

*

 

 

 

ANTONIA POZZI

 

 

Evasione

 

 

La strada porta tra case oscure –

 

ma in alto

 

salpo dal braccio candido

 

del valico, come da un molo –

 

lascio nella terrena ombra

 

i faticosi lumi degli uomini,

 

il loro fioco alone

 

sulla neve.

 

 

 

Via – negli occhi raccolta

 

la gioia dura d'essere

 

creatura in sé conchiusa,

 

unica nel freddo cielo

 

invernale –

 

diritta ai piedi

 

d'invisibili antenne,

 

sulla nave che ha vele di nubi

 

e fari di stelle,

 

a prora un volto

 

d'attesa.

 

 

 

11 gennaio 1935

 

 

*

 

(ad A.M.C.)

 

Dai viali, a fiotti, corre sullo spiazzo

una fragranza amara d’oleandri.

Roma, immensa, s’abbuia a poco a poco,

sfiorata di rintocchi. Non un volto,

né una voce, né un gesto afferro intorno:

solo l’anima tua, solo il mio amore,

sbiancato dalla tua purezza. In breve,

nel cielo smorto di sfrenata attesa,

proromperà un rimescolio di stelle.

 

(Roma, 27 luglio 1929)

 

[In Parole]

 

*

 

MONTAGNE

 

Occupano come immense donne

la sera:

sul petto raccolte le mani di pietra

fissan sbocchi di strade, tacendo

l’infinita speranza di un ritorno.

Mute in grembo maturano figli

all’assente. (Lo chiamaron vele

laggiù – o battaglie. Indi azzurra e rossa

parve loro la terra). Ora a un franare

di passi sulle ghiaie

grandi trasalgon nelle spalle. Il cielo

batte in un sussulto le sue ciglia bianche.

Madri. E s’erigon nella fronte, scostano

dai vasti occhi i rami delle stelle:

se all’orlo estremo dell’attesa

nasca un’aurora

e al brullo ventre fiorisca rosai.

 

(Pasturo, 9 settembre 1937)

 

[In Parole]

 

*

 

Canto selvaggio

 

Ho gridato di gioia, nel tramonto.

Cercavo i ciclamini fra i rovai:

ero salita ai piedi di una roccia

gonfia e rugosa, rotta di cespugli.

Sul prato crivellato di macigni,

sul capo biondo delle margherite,

sui miei capelli, sul mio collo nudo,

dal cielo alto si sfaldava il vento.

Ho gridato di gioia, nel discendere.

Ho adorato la forza irta e selvaggia

che fa le mie ginocchia avide al balzo;

la forza ignota e vergine, che tende

me come un arco nella corsa certa.

Tutta la via sapeva di ciclami;

i prati illanguidivano nell’ombra,

frementi ancora di carezze d’oro.

Lontano, in un triangolo di verde,

il sole s’attardava. Avrei voluto

scattare, in uno slancio, a quella luce;

e sdraiarmi nel sole, e denudarmi,

perché il morente dio s’abbeverasse

del mio sangue. Poi restare, a notte,

stesa nel prato, con le vene vuote:

le stelle – a lapidare imbestialite

la mia carne disseccata, morta.

 

(Pasturo, 17 luglio 1929)

 

*

 

Africa

 

 

Terra,

 

sei di chi affonda

 

nella sabbia le mani,

 

in un'esigua conca

 

pianta un ulivo.

 

 

 

Non hai strade: misuri

 

il tempo del cammino

 

con la distanza dei pozzi,

 

cippi sono

 

le bianche tombe dei tuoi santi

 

nel deserto.

 

 

 

Non hai bàratri: proteso

 

è il tuo colore biondo

 

senza confini.

 

Abbeverate di cammelli chiamano

 

lembi di cielo

 

sul tuo volto scoperto.

 

 

 

Cielo

 

che dilati le stelle,

 

vento – che imbianchi

 

d'eucalipti le sere,

 

 

 

o terra,

 

cielo vento –

 

libertà

 

di sogni.

 

 

 

28 gennaio 1935

 

 

*

 

 

 

Armando Tagliavento

(Hermann)


Da: Una vita a pezzi

Antologia di poesie a cura di Ennio Abate

 

 

Montecassino (Montecassino, FR)

 

La strada sembra voglia

lambire una rocca di sassi

che ammalapena si sbroglia

a mutoli passi

e si perde nelle rupi

dove carogne e lupi

mi spolpano il cuore, muffo.

 

*

 

Lanciano alle spalle Villa delle rose (Lanciano, CH)

 

I fiori e le foglie

affogati nel sole;

un pallone giocato

in un campo vuoto.

Una rete senza porta,

la Villa delle Rose ricorda

la sera fredda morta;

crudele si gira la vita;

la giornata è finita,

ha chiuso la porta.

 

*

 

Crepuscolo (Milano)

 

Il sole galleggia sul tetto

del caseggiato dirimpetto

e s’affoga dietro il comignolo

come un nero morente lucignolo

smorzato d’amore inetto.

Stasera fuma odio il mio caminetto;

cala la notte, è buio, giro il grilletto

e mi getto sparato nel letto.

 

*

 

Addio amore! (Fossacesia, CH)

 

Come un’immane salacca14

l’onda spacca

la riva selvaggia.

Risacca con rabbia l’acqua

la morgia di lacca;

assaggia il sole cocente

la rena giallina.

Col viso di mera bambina

la donna ricama una rete

pescosa per catturare

lo sposo in salamoia.

Seduta all’ombra perenne

la bimba carezza il mare,

che si ribella con schiaffi

bagnati di lacrime nere.

Che pena vedere i marosi

spumare azzurri volumi

di niente.

L’uomo si uccide con lei,

veleno ai denti.

Come viene la sera, eppoi la notte

crudele, dormiamo sotto il manto

con lei, la morte serena.

Con smorfia l’acqua vuota e fredda

mina il cuore.

Sulla spiaggia si gioca l’onore

l’uomo che ti crede ancora,

serpe piena di fiele!

____

14 Aringa.

 

*

 

Ansia (Fossacesia Marina, CH)

 

Corri da me sulla spiaggia,

dea lucana!

I tuoi seni in guaina

hanno la forma

di poponi aulenti.

Io pezzente d’amore

ti chiedo un bacio di mare.

Tornami a mente,

vieni a starmi vicino,

corpo di melagostana.

Sulla maretta il tuo viso

montano si specchia

in occhi ippocastani.

Pazza colpisci i miei

in una tazza di latte;

senti il mio cuore che batte

per te?

Ora ti copri tutta

col bel vestito di sole

e t’avvolgi nella verde sottana,

torna da me, Dea lucana!

 

*

 

Mariuccia (Ortona, CH)

 

Il sole ti pitta gli occhi

lustri.

Incollata alla bitta

la nave emette un lamento.

Si parte, è l’ora

di andare alla morte.

È un orso cecato

il tuo seno d’attracco,

una piovra gigante.

Se batto il vento a scopone

scientifico con false carte,

muoio sul molo,

aspettando te,

solo.

 

*

 

Amore (Fondi, LT)

 

Quando non posso riposare

nelle lenzuola di sasso,

scrivo e penso a te.

Intingo la penna di stoffa

nella tua boccuccia di saccarosio

componendo su carta mielata

frasi assai disperate.

Punti non metto, virgole nemmeno,

lascio ai ragnetti lavoratori

cucire le trame d’amore

coi loro teli infarinati.

Anche stanotte ho lavato

la biancheria

coi miei pensieri salati.

Se mi dai il cielo,

lo tramuto in veste lillà,

se mi offri il mare, invece,

non posso che baciare

il tuo faccino ovale.

 

*

 

Santanastasia (15-7-78, Fondi, LT)

 

In pieno sole

esco dal sogno macchiato;

non riposo nel verde sereno del mare;

un mezzo mi porta lontano,

spiaggia natura.

Tra i ficocci61 la vipera dolce

morde il seno alla Vergine santa.

Una capra con pizzo e gitani lobati

bela canzoni salate.

Le civette sono gelose

del sole dunale;

ecco le barche a vapore sciare

sulla tua faccia crudele.

Il costume del marocchino

che ride di beffa

è la paranza allumata dal sole beato.

Il mare inonda le sedie volanti.

Il vento leggero smuove

la tua coscienza di latta.

 

_____

61 Fichi?

 

 

*

 

Terra (Milano)

 

In una fetta di terra

lascio i miei anni a pensare.

I fiori non sono maturi

dentro la cuna legnosa.

La selva del corpo mio

bruciata dal farmaco sozzo.

Nuvole scure coprono

il mio spessore.

Calano ribelli dal cielo nerastro.

Appena morrò, vola la croce

sui mari.

Bella la via della virtù.

Un giornale ventaglia

la mia segreta esistenza.

Pesco con larga rete

miseri squali:

baraonde di tristi bugie

in mausolei baccanti.

Donne briache fanno quadriglie

a braccetto.

Ride la morte serena

nei campi

dei grilli

contenti.

 

*

 

La vita (Milano)

 

Più dell’aria e più dell’acqua

sei leggera; il tuo corpo

è la traccia del mio cuore.

Nero è il cielo stamattina, tetrogialla

la terra.

Il gallo di vetro ha lacerato la notte

col suo canto di livore.

L’acqua sorte a sbruffi di sangue

dai miei occhi frolli

e parla cattivo col tempo di fango.

Il vento ci vede e domanda:

“Chi sei tu, che mi passi davanti

sul bianco cavallo?”

“Io sono io!” gli rispondo.

E con un pezzo di gesso rotto

e fatto a matita disegno il suo nome,

le labbra spellate di lei,

il blasone delle sue tenere cosce,

sulla lavagna del cielo abbruciato.

Sulla porta tabù della sua vita

lontana scalfisco il mio nome,

infino a fare vestire di sangue

la lama arrotata del mio temperino

di pietra. Ma la pietra è il tempo,

è il vento, secoli di vento.

Gli alberi umani sono il tempo;

il cuore della gente è di pietra.

Il vento fa nuovamente ritorno

e mi ridomanda di te,

che volando vai nel cielo di ferro.

 

*

 

Riflessione (Milano)

 

Mentre bevo una tazza di birra vedo,

oltre la tendina di un bagno,

una coppia che s’ama nuda e laboriosa;

si avvertono nette quelle membra sudate.

Mentre, dentro un’auto urtata,

un’altra coppia giace a brandelli,

insanguinata.

 

*

 

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VALERIO GRUTT

 

Da: “Una città chiamata le sei di mattina”

 

 

Farei l'alba e le linee del cielo

con i segni lasciati dal cuscino

sul tuo volto appena sveglia, meraviglia

che ti togli dal sonno e vieni come gli uccelli

di giorno, la tua risata è chiamare il bene

per nome, alzi le reti dei fiori con lo sguardo.

Il fuoco e i confini, le sere gialle hanno la brezza

del tuo respiro, io ti sento esistere nel vento

che piega gli ombrelli, nel petto aperto

contro la notte che si abbassa addosso.

Voglio essere con te l'onda che s'alza

e si fa nuvola, fare come il polline chiaro

sui campi e la luce che libera gli angoli.

 

 

Sito dell’autore: www.valeriogrutt.org

 

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SALVATORE D’AMBROSIO

 

Immutabile apparenza

 

 

C’è una precisione di distanze

un equilibrio di misure

una geometria perfetta in sapiente

calcolato rapporto tra luce e buio

preordinato assetto dell’immutabile apparenza

matematiche esattezze sconosciute eppure certe

nell’invisibile mondo oltre il potere dell’occhio

dove l’esistere di pianeti orfani di stelle

solitario vagare nello spazio

 

 

Qui dall’altra parte

dove coperta di cielo poco riflette

precisioni distanze equilibri

solo vagare non altro

senza mai trovare di brillio riferimento

o dei passi l’orma permanente

 

 

link di provenienza

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IRENE ESTER LEO – Un inedito

 

 

Vive in noi la duplice maledizione.

Il falco e la formica,

nella fratellanza della nascita

graffiano nei cardini divelti.

Il nord albeggia,

spinge verso l'alto

e insegna alle tempeste,

alla pioggia

ad allagare l'occhio

e l'artiglio ben oltre.

Il sud ci atterra

sino alla sottomissione aulica,

radice che si abbandona

alla dolcezza,

carapace di argilla,

precoce odore di pane,

nell'ora delle nascite.

 

 

link di provenienza

http://spaziopoe.blogspot.it/2011/09/irene-ester-leo-un-inedito.html#links

 

 

 

 

 

GIOELE E MARTINA, un poemetto di GIUSEPPE VETROMILE

 

 

 

Gioele e Martina

 

 

 

Canto primo

 

Gira il vento un’altra pagina del giorno

anche da queste parti è l’imbrunire

la terra è tutta scura e stanca o Signore

ecco è l’ora di pregare in un ultimo

millimetro d’angolo di luce prima del

disfarsi del sole dietro i Camaldoli

con te Martina pregherò attendimi

al crocicchio stasera alle otto dopo

essermi diluito lungo il tramonto

appiattito a ridosso dei muriccioli

sgretolati del quartiere nessuno

mia cara potrà avvertire la mia

ala silenziosa sorvolare il respiro

trasparente del cielo stellato

Per me Martina sarà bello il solito

tuo spuntare dall’amalgama di folla

ribollente dietro l’ansimare del freddo

avventuroso vagone tranviario giù

alla fermata obbligatoria della

Stazione Centrale il nostro arcano

appuntamento al bivio del giorno

trascolorato in un impeto di

sragionato immenso amore

 

Per raccontarti tutto questo azzurro

ho ascoltato molte volte l’allodola

rinchiusa nel suo volo sopra i grigi

prati della fabbrica d’automi laggiù

in fondo all’allegria gratuita e non

poteva più uscirne libera che a sera

insieme a me e a mille altri fuggitivi

oltre gli schemi dei cancelli automatici

ho sopportato a lungo montagne di delitti

da ore immemorabili vedevo il cielo

e il sole morire dentro le inutili

stagioni del cuore imprigionato

Mi dissero pure che altro vuoi Gioele

da questa diritta vita di cemento

e di blandizie surrogate ? Il Giardino

delle Esperidi non è certo dietro l’angolo

accontèntati dunque di questo breve

viaggio giornaliero senza meraviglie

e senza caso dall’oggi al domani

senza incertezze io credo allora

che la polvere dei giorni stia piovendo

sul nostro inamovibile cuore ormai

inevitabilmente

 

 

 

Canto secondo

 

Nelle mani l’anima della città sfiorita ogni

passo una memoria di ciclici motori il

cigolio del tram nella stretta curva di

Piazza Vittoria questa frenesia di volare

sui bassi parapetti verso il mare ora

è tutta chiara la chimera in quest’angoscia

che ci sorprende sul margine di nafta

della scogliera appuntita ferma

da secoli a fermare l’impeto dell’onda

che lambisce grigia limatura probabilmente

la luna s’è spenta più volte tra

questi segreti anfratti putrescenti

regalando nastri d’argento ai pesci

in amore silenzioso noi non vediamo

ormai che i riflessi guizzanti di quel

lontano estraneo mondo sommerso

Ritrovarti quindi sul breve porticciolo

fitto di bitte è stato un refrain inaspettato

alla fine d’un tramonto colorato di mille

fiori profumati e lontano da questa

eterea spiaggia ho deposto per te

Martina la mia quotidiana attrezzatura

limato le unghie del lavoro staccato il

marcatempo aziendale aperto a caso

il mio taccuino da poeta ed ora spira

il mio canto dove più profondo è

lo sguardo dei tuoi occhi di smeraldo

nella fioca spenta luce dei lampioni

ritrovo l’allegria dei tuoi sorrisi il diletto

d’una età perduta oltre il diaframma

dei rispettosi canoni del quieto vivere

 

Mormora piccole storie la conchiglia

sul canto gaudente di risacca giù

alla marina il tempo breve d’un tuffo

nelle acque smeraldine l’impronta d’un

fiore di madreperla sul bagnasciuga

una reliquia da portarsi al collo

quanto più vicino al petto una corona

d’alghe profumate di salsedine una

stella marina unica fenice del

nostro isolato atomo di mondo

solitaria perla in uno scrigno d’osso

colmo d’amarezze e di rimpianto

Volava così l’airone sul lago oscuro

dei sogni cercando possibili approdi

su un letto acuto di canne barbare

appena un dolce stretto isolotto

di spugne senza lacrime né dolori

imbevute solo di eterna melassa

e noi lì a incutere timore ai rospi

dell’intricato canneto altro non so

mia cara se la morte a pelo d’acqua

privasse i loro corpi delle ali

per innalzarsi verso il più profondo

degli azzurri

 

 

 

Canto terzo

 

Gronda umide attese il pianerottolo

al terzo piano nei tramonti innumerevoli

nessuna stagione muta accanto ai fornelli

ghirigori di mille sapori umori e suoni

misti dal fondo delle quattro stanze evocano

pieghe di sicure felicità oltre il confine delle

favole scopro un abbandono atroce tutte

le volte che manchi dall’angolo sghimbescio

tra il tavolo e la tivvù assaporando

l’amarezza d’una solitaria regina tuttofare

imbrigliata in meccaniche faccende ma

io ti so Gioele nei meandri azzimi

a risolvere le formule del giorno con

l’atrio grezzo del tuo cuore mentre

con l’altro mai argini la dolce voce

di Erato sul bordo silenzioso della

tua vespertina scrivania quantunque

dicano bene tutti gli altri condomini

caro Gioele che vuoi che sia una

poesia al totale della sera vedi

mancano molti addendi non potrai

mai elencarli come le stelle nell’abisso

misterioso o come Dio nell’intercapedine

delle infinite parole ideate giusto a

presentarlo noi abbiamo solo te

e me all’ora della cena e forse

un’altra luna il sabato sera nella

penombra della radio potrà regalarci

un sogno alla deriva abbracciati insieme

su una zattera d’amore rilegato trascorrerà

la notte senza nome o mio Gioele eppure

così unica non ripeterà mai più

gli stessi baci

 

Un sogno benedetto amore mio e

così sia indovinando il tuo ritorno

ogni sera frequente e puntuale dai

deliri quotidiani io so che tu saltelli

in un silenzio di colori sulle ventimila

mattonelle ben squadrate della fabbrica

locale dove muta la materia e si fa

mobile ma s’arresta l’anima e il cielo

dietro uno scaffale eppure io Gioele

non ho una poesia che guarisca

ed asciughi le mie mani dal bucato

vesuviano non ho un minimo di verso

che liberi il cuore dal buio dei rottami

e dei rifiuti variopinti in questa casa

circoscritta da mille regole vitali

non ho che i quattro conti della spesa

e il caffè da preparare tra una

novella e l’altra alla tivvù le rughe

distendendo in un disciplinato

rabbioso pianto di pace

 

 

Canto quarto

 

In una catena di giorni uguali

tutto è rovina di clangori e alto

rumore di fondo né luce né tepore

lungo la via del Santuario fino

all’ossidato centro cittadino dove

è fumo denso la fretta dei passi

trema la terra sotto il peso del

gonfiore di cemento e cartastraccia

l’immondizia è fiore deturpato

mostra la sua corolla d’olio unto

ai tristi treni scivolanti sul

selciato blasfemo nitriscono solo

vecchi neri destrieri ansimanti

invadono la cala ottocentesca

monelli batraci di periferia ed io

dal Vomero su frammenti di traffico

precipito lento goccia di sabbia

nella clessidra del basso abitato

o mia dolce Martina è questa

la strofa che canto a voce alta

dietro i dirupi del cuore e nutro

la mia carne verosimilmente

di queste vettovaglie altrimenti

morirei nascosto dalla luna

sotto gli scogli

 

Non dire una parola già grassa di

retorica ne è piena l’aria della

bocca senza cuore guardami dentro

la pelle e ascolta i passeri sopra

il davanzale zincato del tramonto

quando si espandono i pastelli

della sera nel cielo che attende il

riposo del bagliore appiccicoso

osserva o mia dolce casalinga come

tornano i colombi alle grondaie

noncuranti delle navi per i vasti

oceani di scorie alla deriva

vortico anch’io e tu lo vedi tra

mille onde nei cieli favolosi di

splendore denutrito e mai approdo

ad un’isola diversa dalla mia

scrivania tentando di cucire

tasche di versi agli abiti del

pensiero riponendovi qua e là

notizie vaghe sul nostro

programma esistenziale

Perciò non credere che io finga

preghiere quando piango nei

sogni non è lacrima malata ma

dolore di atomi centrifugati dal

nocciolo del dubbio che altro sia

questo giaciglio tenero d’attesa

verso il solito ufficio del mattino

o mia compagna vesuviana non so

eppure esattamente ogni risveglio

s’insinua una lamina di sole

sopra l’oscuro comodino

 

 

Canto quinto

 

Sui paesi vesuviani sbadiglia l’ora del

risveglio non è come a Sofia o nel

Queensland dall’altra parte del

possibile anche se l’intrico di sole

tra le persiane semiabbassate

può essere lo stesso qui la vita

è di Gioele che si gioca per le strade

entro l’orlo della circoscrizione

tuttavia s’annuncia bene la giornata

dopo il lento consumarsi della luna

nella traiettoria dei sogni inventariati

nell’agenda prima delle croci

nonostante tutto è ancora fresca

la rosa sul balcone e peduncola

il misero ragnetto lungo l’architrave

da ieri non ha concluso ancora

la sua rete né reliquie di rugiada

resistono nei pochi rossi calici

giù nell’erba misteriosa un randagio

annusa speranzoso tra le piante

ignote mai curate

 

Chi vivrà vedrà Martina mia nell’estate

sarà nostra la feriale avventura verso

i lidi occasionali se anche quest’anno

sarà vuoto l’alambicco che ne diresti

dei soliti passeggi lungo i viali vesuviani ?

 

Piccolo e breve è il nostro potere d’acquisto

in questa piazza d’affari sgargianti

e il clangore delle monete risuona

smorto nei nostri sogni sempre

vaporosa è la festa della domenica

in un canto di clacson e di campane

verso il porto dei miracoli promessi

nell’odore di frittelle trovi a volte

l’incenso della Messa confusa dal

suono degli organi e dei pulpiti nel

palpito impaziente si consuma la

mezza mattinata e poi langue il

dopopranzo su un primo assaggio

di un’altra sera fallita che ne diresti

di una gita a mezzanotte ? A Mergellina

lungo il molo dove t’incontrai nel

primo amore ora suonano i marosi

e il parapetto odora di lerciume e di

taralli e noi forti caparbi dalle vetrine

del mare sotto le stelle estrapoliamo

l’antica storia della nobile Sirena

 

In ogni caso è questa la discesa altro

non potevamo essere che semplice

poesia in questo bagno di materia

sarà meglio soffrire le mille partenze

per l’ufficio l’infinita gloria dei piccoli

limoni spremuti sul bollito o il gusto

d’un caffè al bar del Santuario prima

che il cuore urli il suo grande no

definitivo ai raggi dell’ultima luna

sopra il serale comodino

 

link di provenienza

http://spaziopoe.blogspot.it/2011/08/gioele-e-martina-un-poemetto-di.html#links

 

 

 

 

“rapida e serena l’anima ringrazia”, due poesie di Michela Zanarella

 

 

L'anima ringrazia

 

C'è un amore in me

necessario come una madre,

necessario come un silenzio

che calma le statue, i luoghi,

i sensi.

Dolce tra le fiamme

un sorriso si fa palazzo

sulla spiaggia di un istante.

Di fronte ad una luce maschile

calda

sdraio la sete di un bacio.

Mi sento tra la grandezza

ed altro mare,

ora e vita - musica verde -

sullo stare a cuore spalancato.

E da una parte all'altra

di un cortile di ciglia,

rapida e serena l'anima ringrazia.

 

 

 

Chi ama

 

Lontana da te non esisto.

Il saperti sul mio seno

in un angolo a stendere il tuo azzurro,

è necessario come un susseguirsi

di stagioni.

Non so, ma la vita è misera

come un secco ruscello d'agosto,

senza il tuo fiato accanto.

Chi ama è ricco in tutto il corpo.

E al suono d' acqua non vuole altro.

 

 

link di provenienza

http://spaziopoe.blogspot.it/2011/07/rapida-e-serena-lanima-ringrazia-due.html#links

 

 

 

 

“Ora ti trovo discosto oltremare…”, tre poesie di Federica Volpe

 

 

Avrei voluto esserti donna tutt'attorno

a sentire il rovistare tra i segreti di soffitta.

Ma tu mi chiedi di esserti al fianco

-come una spina- stretta di silenzio.

Chissà se lo conosci il dolore che fanno

le polveri sulle cose smesse a sbigottire.

 

 

*

 

Ho bisogno del tempo del viaggio per tornare

a concepirti mano che scruta e che non teme.

Vedi, ho contato le tue vertebre come fossero perle

di rosario. Ora ti varco le porte degli occhi

e mi faccio pietra come tra pietre cimiteriali.

Ogni tua costola è una croce d’abbraccio

che gelido ha scaldato il brodo del sangue

che ancora smuovo per questa docile pietà

che mi riporto come un cane fa coi legni.

Vedi, ho risalito i tuoi tendini boschivi in cerca

della fuga. Ora ti trovo discosto oltremare

e mi faccio isola come tra isole fluviali.

Ho bisogno del tempo del viaggio per tornare

a concepirmi mano che scruta e che non teme.

 

 

*

 

Ti sento dentro a crescere i miei inverni,

a tramutare il porto in ossidiana. I pesci

non necessitano di pinne dell'andare

-pinna è solo ancora che cura, che rimane

ma non muore, come pozzo di premure-.

Tu sei l'inverno, il porto, il pesce, il pozzo,

tu sei l'ancora che porta senso

al deserto d'onde del mio stare.

 

 

link di provenienza

http://spaziopoe.blogspot.it/2011/07/ora-ti-trovo-discosto-oltremare-tre.html#links

 

 

 

 

 

Roberto Maggiani

Spazio espanso

 

 

I

IL FORO

 

 

Il foro

 

Sul piano lucido del comodino

mi sembra di scorgere un piccolo foro

è da lì che immagino entrare nel Cosmo

le leggi da cui hanno origine i fatti

e le storie del mondo –

i codici cifrati della vita.

 

Ma chi lo aprì quel foro

quel barlume interiore

da cui si avviò ogni mia visione?

 

*

 

Indeterminazione

 

Se misurare con precisione

aumenta un’incertezza

il mondo galleggia

su un mare di probabilità

 

Essere o non essere

è il dilemma che già fu dell’Universo –

ma in un istante

di incertezza energetica

cadde nell’esistenza.

 

Chi lo spinse?

 

*

 

 

II

ORIGINI

 

La vita è un ingegno molecolare ben calcolato

sul bordo di un abisso arretrato.

R. M.

 

 

Forma autonoma

 

La vita è materia

con dentro un pensiero:

si osserva e cura se stessa –

materia che mangia materia –

si organizza e spera.

 

*

 

 

La fabbrica dei viventi

 

1

 

I viventi sorgono dalla terra.

 

Dalle molecole alle cellule

aumenta la complessità in riduzione di entropia –

fino a comporre un uomo con istruzioni antichissime

dalla fabbrica dei viventi.

 

2

 

Sono nato anch’io

in uno spazio espanso

all’apice dell’evoluzione –

sottratto all’inesistenza:

composizione chimico-fisica

superlativa –

somma di termini

non uguale al risultato atteso –

qualcosa scontornato dalla materia.

 

3

 

Quante forme ha la vita e quanti tempi?

Ogni cellula che perdo mi lascia qui intero.

 

4

 

Che cosa facevo prima di essere vivificato?

Non riesco a ricordarlo.

è assurdo pensare l’Universo

senza la mia esistenza –

presunzione della vita cosciente.

 

*

 

Stabilità

 

Che cosa confina

le devastanti potenzialità del Cosmo

nella stabilità

 

Chi tiene salde le redini del buon senso

Affinché i cavalli del reale non galoppino follemente –

il dolore resti quiescente nel corpo

il grido nella gola

la voragine nella terra

l’altezza nel cielo

la grande onda nel mare

l’elettricità nella materia

l’esplosione nel Sole?

 

*

 

III

SPAZIO CEREBRALE

MATERIA NEURONICA

 

Espansione

 

L’intelligenza si espande nello spazio del mondo –

come un raggio di luce lo evidenzia

ma non lo comprende.

 

*

 

I sogni residenti

 

Posso con certezza affermare quanto segue:

ciò che io sono non si è mai staccato dal mio corpo

nel quale anche i sogni sono residenti come ricordi –

mai liberi dalla sua biologia.

 

*

 

IV

IL GRANDE SCOPPIO

 

 

Nessuno sa se il vento trascina la luna o se la luna

estrae un vento dal buio.

Le stanze contemplano la notte con una attenzione estasiata.

Facciamo algebra, musica, astronomia,

una mappa

intuitiva del mondo. Il sussulto,

l’agonia, a volte un mostruoso giubilo,

scatenano

bruscamente il ritmo.

– Un dito tocca i templi, s’immerge così profondo

che tutto il sangue del corpo viene alla bocca

in una parola.

E il vento di questa parola è una espansione della terra.

 

Herberto Héder

 

 

Il tempo pidocchio

 

Il tempo sta aggrappato alla nostra testa

come un pidocchio ai capelli –

proprio sopra la mente –

non molla la presa – prude:

è un fatto d’igiene.

 

[…]

 

*

 

 

V

PIANETI

 

 

Il falò azzurro

 

La nostra stella ・calata dietro la montagna –

nell’andarsene della luce risplendono i pianeti.

La Terra va oscurandosi –

una pozza d’acqua riflette il bagliore del cielo:

è un falò azzurro nel silenzio della sera.

 

*

 

VI

LUCI SCOLORANO IL CIELO

 

 

Non è stato uno schianto o l’esplosione,

nemmeno baraonda o gran fracasso,

ma solo fiato, refolo di vento

appena sussurrato, è cominciato

da lì tutto lo spazio e tutto il tempo,

da un respiro, poco più che questo,

e nascono le stelle ed i pianeti

le pietre l’acqua e i giorni

il tardi e il presto. […]

 

Giuseppe Grattacapo

 

 

Stelle comete

 

Mani invisibili dall’oscurità

mettono pennacchi luminosi

sul cappello del cielo.

 

Aster kometes – dicevano i greci –

stelle dalla lunga chioma.

 

*

 

Supernova

 

Una vecchia stella logora

implode

rimbalza ed esplode –

l’onda d’urto dilaga

attraversa l’Universo –

non trova una sponda.

 

Ma nel cielo della Terra è improvvisa apparizione

di una nuova stella –

un fiume di luce che destina i regni.

 

*

 

VII

OCCHI SU ALTRE LUCI

 

 

Scrivo per inventarti

quando entri nei miei sogni.

 

Rafael Angel Herra

 

 

Caduta

 

Sono qui a scrivere di stelle e particelle

di bolle di big bang ed espansioni inflazionarie

di ciò che forse è stato o non sarà mai.

Ma poco più in là cado nell’amore:

di questo vorrei parlare

di ciò che non so dire.

 

*

 

VIII

IL CORPO NUDO CI FA UGUALI

 

 

Lo stelo

 

Mi interessano

la bellezza del tuo volto

e i piedi leggeri

sui quali appoggi la virtù –

lo stelo che ambisce

innalzare il tuo fiore

al cielo della vita.

 

*

 

La poesia

 

L’occhio non ha sesso

 

Quando moduli l’azzurro dei tuoi occhi

è come se mi tagliassi

via dal reale

per gettarmi nella fornace dell’amore.

 

Ahimè io che di poesia

non facevo parola ad alcuno.

 

*

 

IX

SPAZIO DI RESPIRO

 

 

Attesa

 

Nelle forze acquatiche vedo le origini.

Ma sul palco della vita

dalle ginestre fino all’orizzonte

è attesa di morte.

 

*

 

Un cuore e due iniziali

 

Mi nascondo tra i cipressi

lungo il viale delle catacombe

sotto un cielo così grigio

che pare immobilizzare il tempo.

Mi nascondo dalla morte

in un presente che dilato –

ancorato a ciò che vedo

spero di saltare il mio turno.

 

Il sole s’abbassa tra le ramaglie

si fa lama e incide un cuore e due iniziali.

 

*

 

In morte di un francese

 

A Perpignan sei sprofondato in una voragine

apertasi nella sabbia sotto i tuoi piedi.

Hanno estratto il corpo

ma la vita è rimasta là sotto –

sepolta anzitempo.

Diciotto anni di esistenza

e nel mondo non ci sei più –

il TG francese ti ha dedicato qualche minuto

poi ha continuato il giro di notizie

dimenticandoti.

 

Se non c’è Dio né resurrezione

ma solo chimica e biologia

sei scomparso per sempre in uno spazio dilatato

come una formica calpestata

per caso nella sabbia

mentre il resto della materia vivente e intelligente

continua ad esistere –

anche se cadrà – poco più in là –

un individuo dopo l’altro.

 

Sei finito nella rete della morte per un gioco inesatto

tra un bambino che scava ed il mare –

spero che Dio esista

e tu possa essere una nascita non sprecata.

 

Quiberon, agosto 2011

 

*

 

Andrea (20 agosto 1989)

 

1

 

Il mio nome è stata la tua ultima parola

nell’aria di questo mondo

mentre qualcosa esplodeva nel tuo cervello

squassando ogni connessione e pensiero.

Mi tenevi la mano

e forse speravi che riuscissi

a trattenerti qui con noi.

 

2

 

Ti volevo bene.

Molte volte in sogno torni vivo –

ed è vero.

 

*

 

Morire

 

La morte avviene

sempre nello stesso modo:

si fermano il cuore e il respiro –

ci si dimentica di esistere.

 

*

 

Stupore di un morto davanti alla vita

 

Credevo che non avvenisse altro

dopo di me

finisse il mondo

si fermasse – almeno

si congelasse… invece…

invece si rinnova –

continua –

per me irreale.

 

*

 

X

DIO

 

 

Dio è l’invisibile evidente.

 

Victor Hugo

 

Dio

 

[…]

Ti cerco instancabilmente

ed è solo per la nostalgia che ho di te

che scrivo poesie.

 

*

 

La minestra

 

2

 

Dio ha una verità –

me la ripete di continuo

ma di continuo la dimentico.

Egli prova a mostrarla negli alberi in fiore –

o tra i versi di qualche poesia –

o mentre affétto la carne e rimescolo

la minestra per questa mia biologia –

ma sempre la dimentico.

 

*

 

XI

DISCRIMINANTE

 

 

Angolo d’Universo

 

In questo angolo di Universo

c’è un buco nel tetto

della casa che mi ospita:

nell’azzurro s’appiattisce l’infinito.

 

*

 

Il lago

 

Nel lago vedo immagini che sembrano

appartenere a un mondo reale –

finché il soffio del vento o la pioggia

ne scompigliano la superficie levigata.

Così è la realtà osservabile:

un riflesso instabile che ci pare sostanza.

 

*

 

XII

AFFANNI

 

 

L’affanno del mondo

 

L’Universo è così come lo vediamo perché noi potessimo esserci

o noi ci siamo perché l’Universo è così come lo vediamo?

 

1

 

Si affanna il mondo ad esistere –

sia nei cervelli che nei cuori –

negli spazi aperti

e nella terra compatta e rocciosa.

Non sappiamo da dove arrivi

né il suo destino

o chi lo attenda dietro

la soglia dei minuti e dei millenni.

 

2

 

Sarebbe bello evitare l’inesistenza nella morte –

o se (almeno) prima di scomparire

qualcuno potesse suggerirci – per un attimo tra i pensieri –

la verità sul mondo.

 

*

 

XIII

UNIVERSO A SORPRESA

 

 

L’amore è uno spazio espanso.

R. M.

 

 

Il mio Universo è nato in una piazza

tra le note di Santa Cecilia –

ha inscritti i codici e le leggi

della mia nuova vita.

 

Il mio Universo si è espanso

per un’incertezza non calcolata –

come quei sorrisi rapidi e inaspettati

che s’allargano sui volti –

destinati ad una persona

eppure evidenti a chiunque.

 

Il mio Universo ha un corpo non necessario

ma di cui non potrei fare a meno.

E’ come la pietra di marmo su cui sedeva –

scolpita nel candore della sua forma.

 

 

sito web di provenienza: www.ebook-larecherche.it

 

 

 

 

 

 

DALLE POESIE DI ANTONIA POZZI (1912 – 1938)

RACCOLTE IN “PAROLE” –

 

 

“DISTACCO DALLE MONTAGNE”

 

Questa è la prova

che voi mi benedite –

montagne –

se nell’ora del distacco

la vostra chiesa m’accoglie

con la sua bianchezza di sole

e abbraccia forte la mia

malinconia

col canto

delle campane di mezzogiorno –

Nella piccola piazza

una donna ridente

vende le prugne rosse e gialle

per la mia ardente

sete –

sul gradino di pietra

della fontana

luccica la lama

di una piccozza –

l’acqua diaccia gela

il riso in bocca

a un fanciullo –

stampa lo stesso riso

sulla mia bocca –

Questa è la vostra

benedizione –

montagne.

 

(Valtournanche, 30 luglio 1933

Pasturo, 23 agosto 1933)

 

*

 

“TRENI”

 

A notte

un lento giro d’ombre rosse

alle pareti avviava i treni: tonfi

cupi d’agganci

al sonno si frangevano.

 

E lavava

lieve la corsa della pioggia il fumo

denso ai cristalli: sogni

s’aprivano continui, balenanti

binari lungo un fiume.

 

Ora ritorna

a volte a mezzo il sonno quel tuonare

assurdo

e per le mute vie serali, ai lenti

legni dei carri e dentro il sangue

chiama

lunghi fragori – e quell’antico ardente

spavento e sogno

di convogli.

 

(Torino, 1 maggio 1937)

 

*

 

“DON CHISCIOTTE, I”

 

Sulla città

silenzi improvvisi.

Varchi

con un sorriso indefinibile

i confini:

sai le spine di tutte le siepi.

E vai,

oltre i fiati caldi degli uomini,

il sonno dopo gli amori,

l’affanno e la prigionia.

Su la petraia che è azzurra

come le corolle del lino,

liberata

canti correndo:

ma chiudi gli occhi

se in fondo al cielo

le ali bianche dei mulini

si dilacerano

al vento.

 

(21 febbraio 1935)

 

*

 

“DON CHISCIOTTE, II ”

 

Fioche

dalla terra brulla

ti giungono

grida atterrite:

mentre seguita

su l’ala immensa

a rotare

la tua crocefissione.

 

(22 febbraio 1935)

 

*

 

GIUDIZI CRITICI E TESTIMONIANZE SULLA POETESSA ANTONIA POZZI (1912-1938) – 1

DALL'ARTICOLO DI ALESSANDRA CENNI, APPARSO SULLA RIVISTA “SATISFICTION” (17 MAGGIO 2013)

 

[... ]

[La poesia di Antonia Pozzi] si muove ben oltre il crepuscolarismo e l’ermetismo che attraversa senza farsene influenzare: le sue parole esplorano le verità etiche, esistenziali, denunciano l’urto dei mutamenti sociali, la crisi delle coscienze durante il fascismo e raccontano liricamente il nostro rapporto con la natura e il cosmo grazie a una accorta finezza stilistica e originalità immaginative ed espressive. Mostrano la profondità e vastità della sua cultura, dato che conosceva in lingua originale tutti i principali autori della letteratura europea dissimulandola dietro l’aerea levigatezza del suo stile. Così di rilkiani “frutti di morte” e di ricerca della “pace”, utilizzando lo stesso lessico dei suoi amici [Antonia] Pozzi e [Vittorio]Sereni, [la poetessa Daria] Menicanti allude per un’analoga tentazione, rientrata, nel suo poetico riferimento a quella volontà di morte che contrassegna la scelta di molti di quegli intellettuali della “crisi” e che investiva la loro vita personale, i loro anticonformisti tentativi di salvezza nell’avventura creativa, per ripiegarsi, per impossibilità di ribellione, sotto il peso della sopravvivenza , senza potersi ritrovare o riconoscere vivi nell’ urbano decoro della noia quotidiana.

[...]

[In calce all’articolo di Alessandra Cenni – che fa il punto sulle imminenti iniziative editoriali dedicate ad Antonia Pozzi – si riporta anche una poesia inedita di Daria Menicanti, scritta dopo la drammatica fine di un amore della scrittrice e dedicata all’amica poetessa. La poesia è datata Pavia, 13 agosto 1950 . Eccone il testo.]

 

ANTONIA

Quando decisi di uscire

per sempre dalla sua vita –

di uscire dalla sua vita -

e dopo tanta febbre, torture e agonie

per lui, volli essere morta –

essere morta –

dicesti che era (alzando parlavi le ciglia

con l’aria di chi sa tutto) che era un suicidio

a parole, uno dei soliti miei suicidi in versi.

e che piuttosto dovevo tirarmi su e mangiare

qualcosa di meglio che tartine e tè amaro.

Invece solo un poco più folta qui dal muro

l’erba fa la mia pace – come dici tu – la mia pace,

ma i giorni di primavera e i canti di primavera

sì, dove sono, dove sono andati?

 

Daria Menicanti

 

[articolo prelevato da Facebook]

 

 

 

Bloody Marion

 

 

Lisa Merletti – Da Disegnare è la mia vita

 

www.ebook-larecherche.it

 

 

 

 


DALLE POESIE DI ANTONIA POZZI (1912 – 1938),

RACCOLTE IN “PAROLE”



Radici 

Gronda di neve disciolta
la casa. Trasale... l'anima al tonfo delle gocce fitte.


Così sfacendosi
dolorano le cose.


Ma lontano,
oltre i veli del sole e gli insicuri riflessi,
oltre il trascolorare delle ore,
vive un esiguo mondo
d'erba e di terra.


Radici
profonde nel grembo di un monte
a Primavera votate
si celano.


E conosco
io sola
il nome d'ogni fiore
che fiorirà,
la luce ed il pezzo di zolla
in cui prima riappaia la tenera
esistenza delle foglie.


Radici
profonde nel grembo di un monte
conservano un sepolto segreto
di origini –
e quello per cui mi riapro
stelo
di pallide certezze.

15 febbraio 1935


*

 

Vicenda d'acque

 

La mia vita era come una cascata

inarcata nel vuoto;

la mia vita era tutta incoronata

di schiumate e di spruzzi.

Gridava la follia d’inabissarsi

in profondità cieca;

rombava la tortura di donarsi,

in veemente canto,

in offerta ruggente,

al vorace mistero del silenzio.

 

Ed ora la mia vita è come un lago

scavato nella roccia;

l’urlo della caduta è solo un vago

mormorio, dal profondo.

Oh, lascia ch’io m’allarghi in blandi cerchi

di glauca dolcezza:

lascia ch’io mi riposi dei soverchi

balzi e ch’io taccia, infine:

poi che una culla e un’eco

ho trovate nel vuoto e nel silenzio.

 

Milano, 28 novembre 1929

 

*

 

IL VOLTO NUOVO


Che un giorno io avessi

un riso

di primavera – è certo;

e non soltanto lo vedevi tu, lo specchiavi

nella tua gioia:

anch’io, senza vederlo, sentivo

quel riso mio

come un lume caldo

sul volto.

Poi fu la notte

e mi toccò esser fuori

nella bufera:

il lume del mio riso

morì.

Mi trovò l’alba

come una lampada spenta:

stupirono le cose

scoprendo

in mezzo a loro

il mio volto freddato.

Mi vollero donare

un volto nuovo.

Come davanti a un quadro di chiesa

che è stato mutato

nessuna vecchia più vuole

inginocchiarsi a pregare

perché non ravvisa le care

sembianze della Madonna

e questa le pare

quasi una donna

perduta –

così oggi il mio cuore

davanti alla mia maschera

sconosciuta.

 

*

 

 

In riva alla vita

 

Ritorno per la strada consueta,

alla solita ora,

sotto un cielo invernale senza rondini,

un cielo d’oro ancora senza stelle.

Grava sopra le palpebre l’ombra

come una lunga mano velata

e i passi in lento abbandono s’attardano,

tanto nota è la via

e deserta

e silente.

Scattano due bambini

da un buio andito

agitando le braccia:

l’ombra sobbalza

striata da un tremulo volo

di chiare stelle filanti.

Gridano le campane,

gridano tutte

per improvviso risveglio,

gridano per arcana meraviglia,

come a un annuncio divino:

l’anima si spalanca

con le pupille

in un balzo di vita.

Sostano i bimbi

con le mani unite

ed io sosto

per non calpestare

le pallide stelle filanti

abbandonate in mezzo alla via.

Sostano i bimbi cantando

con la gracile voce

il canto alto delle campane: ed io sosto

pensandomi ferma stasera

in riva alla vita

come un cespo di giunchi

che tremi

presso un’acqua in cammino.

 

Milano, 12 febbraio 1931

 

 

 

 

 

BLAS DE OTERO

 

 

SERENA VERITA'

 

C'è un momento, c'è un lampo in rabbia viva,

tra gli abissi dell'essere, squarciati

in cui Dio si fa amore, e il corpo sente

la sua tenera mano come un peso.

Tanto lungo silenzio già soffrimmo,

a tentoni cercammo, tante volte;

d'orrore e vuoto siamo sì coperti

che, tra l'ombra, la Sua presenza brucia.

Grandi dolori, con immensa fame,

ci mangiarono l'ansie; ma nessuno

è come te, di Dio dolore; all'uomo

leone; eterna fame; sete in bilico.

Ma, subito, in un intimo languore,

(un istante interiore, fatto eterno),

nasce l'amore, irrompe, ci solleva,

ci proietta nel cielo, come un mare.

Siamo cibo di luce. Fiamma a un vento

smisurato vibrando in qua e in là,

vento violentemente verticale

tra le fronde d'amore che si schiantano.

..............................................................

Questo fiume che passa sempre e mai,

questa selva ignorata che mi accoglie,

sono, su portentosi abissi, sogni

di Dio: eternità fluente e immota.

Cercai, cercai. Le mani nebbia sanguinano,

portarono in lavine e calvi picchi,

screpolarono, in piaghe d'infinito,

ma ogni cosa fu vana: Tu evadesti.

E odiai la sua presenza. Odiamo, dissi,

l'Imprendibile. Ah si! Ma più feroce

il supplizio. La sete ardeva sola.

Come un'ondata, m'annegasti tu.

Fiamma in furore fui. Di luce cibo,

vento d'amore che, violentemente,

schiantava i rami e li portava in alto,

sì, li portava in alto, nel tuo cielo.

Là, a uno spiro di zefiro oscillando,

in finissima luce e in acque d'oro,

godon la pace, sembra che ti guardino,

serena Verità, coi miei due occhi.

 

 

 

 

 

JORGE LUIS BORGES

 

 

Rimorso per qualsiasi morte

 

Libero dalla memoria e dalla speranza,

illimitato, astratto, quasi futuro,

il morto non è un morto: è la morte.

Come il Dio dei mistici,

del Quale si devono negare tutti i predicati,

il morto ubiquamente estraneo

non è che la perdizione e l'assenza del mondo.

Tutto gli derubiamo,

non gli lasciamo né un colore né una sillaba:

qui c'è il patio che già non condividono i suoi occhi,

là il marciapiede dove spiava la sua speranza.

Perfino ciò che pensiamo potrebbe starlo pensando lui pure;

ci siamo spartiti come ladroni

il capitale delle notti e dei giorni.

 

*

 

Sabati

 

Fuori c'è un occaso, gioiello oscuro

incastonato nel tempo,

e una profonda città cieca

di uomini che non ti videro.

La sera tace o canta.

Qualcuno decrocifigge gli aneliti

inchiodati nel pianoforte.

Sempre, la moltitudine della tua bellezza.

 

* * *

 

A dispetto del tuo disamore

la sua bellezza

prodiga il suo miracolo nel tempo.

E' in te l'avvenire

come la primavera nella foglia nuova.

Già quasi non sono nessuno,

sono soltanto quell'anelito

che si perde nella sera.

In te sta la delizia

come sta la crudeltà nelle spade.

 

* * *

 

Opprimendo l'inferriata sta la notte.

Nella sala severa

si cercano come ciechi le nostre due solitudini.

Sopravvive alla sera

il biancore glorioso della tua carne.

Nel nostro amore c'è una pena

che somiglia all'anima.

 

* * *

 

Tu

che ieri soltanto eri tutta la bellezza

sei anche tutto l'amore, adesso.

 

 

[da: "Fervore di Buenos Aires"]

 

 

 

 

 

 

PEDRO SALINAS

 

 

LA MATERIA NON PESA

 

La materia non pesa.

Il tuo corpo ed il mio,

uniti, non sentono mai

schiavitù, sentono ali.

I baci che tu mi dai

sono sempre redenzioni:

tu baci verso l'alto,

e qualcosa di me porti a luce,

costretto prima

nel fondo oscuro.

Lo salvi, lo guardiamo

per vedere come ascende,

e vola, per l'impulso che gli dài,

verso il suo paradiso

dove ci aspetta.

No, non opprime la tua carne

e neppure la terra che calpesti

né il mio corpo che stringi.

Sento, quando mi abbracci,

che ho tenuto contro il petto

un lieve palpitare,

vicinissimo, di stella,

che viene da un'altra vita.

Il mondo materiale

nasce quando tu parti.

E sull'anima sento

quest'oppressione enorme

di ombre che hai lasciato,

di parole, senza labbra,

scritte su fogli di carta.

Restituito alla legge

del metallo, della roccia,

della carne. La trua forma

corporea,

il tuo dolce peso rosa,

è ciò che mi rendeva

il mondo più lieve.

Ma ciò che non sopporto

è che mi schiaccia,

chiamandomi alla terra,

senza te per difendermi,

è la distanza,

è il vuoto del tuo corpo.

 

Sì, tu mai, tu mai:

il tuo ricordo, è materia.

 

 

[trad. Emma Scoles]

 

 

 

 

 

VICENTE HUIDOBRO

 

 

Fatica

 

Cammino giorno e notte

come un parco desolato.

Cammino giorno e notte tra sfingi cadute dai miei occhi;

guardo il cielo e la sua erba che impara a cantare;

guardo la campagna ferita a grandi grida

e il sole in mezzo al vento.

 

Accarezzo il mio cappello pieno di una luce speciale;

carezzo il dorso del vento;

i venti, che passano come le settimane;

i venti e le luci con apparenza di frutta e sete di sangue;

le luci, che passano come i mesi;

mentre la notte s'appoggia alle case

e il profumo dei garofani gira intorno al loro asse.

 

Prendo posto, come il canto degli uccelli;

è la fatica lontana e la bruma;

cado come il vento sulla luce.

 

Cado sulla mia anima.

Ecco l'uccello dei miracoli;

ecco i tatuaggi del mio castello;

ecco le mie penne sul mare, che grida addio.

 

Cado dalla mia anima.

 

E mi rompo in pezzi d'anima sull'inverno;

cado dal vento sulla luce;

cado dalla colomba sul vento.

 

*

 

 

Illusioni perdute

 

Foglia dell'albero caduta in infanzia

foglia caduta in ginocchio

al centro del suo oblio

dolce balocco di speranze e lampi

che sanguina dalla testa ferita

come le illusioni ottiche

nel palazzo di morte non scordabile

costante nave dal cuore dolente

tra naufragio e ombra che s'affretta

 

Foglia del nodo caduto in albero caduto in infanzia

dove mai ti trascinano foglia dal dolce cuore

e gli eccessi del fuoco delle aquile visive

foglie dei rami riscaldabili

ferme nell'aria

pronte alla corruzione fra le loro stesse braccia

come le acque stregate

 

Foglie di fantasmi sorpresi

foglie di uccelli scritti

ciascuna ha un cavallo e una colomba

ciascuna ha un orizzonte ad ogni costo

e per la sua amarezza né albero né vela.

 

Foglie dell'albero cadute

sul capo del poeta

sul suo desiderio di piangere perché non giunge mai

quello che aspetta in fondo ad ogni verso

quello che attende dietro tutte le ombre

 

 

 

 

 

WALT WHITMAN

 

Da dietro questa maschera

(per far fronte a un ritratto)

 

Da dietro questa maschera inclinata dai tratti rudi,

Queste luci e queste ombre, questo dramma di tutto,

Questa comune cortina del viso,

contenuta in me stesso per me stesso,

in voi per voi stessi, in ciascuno per lui medesimo,

(Tragedia, dolori, risate, lacrime - O cielo!

I drammi appassionati e debordanti

che questa cortina nasconde!)

Questa superficie liscia e brillante come il più puro

e il più sereno cielo di Dio,

Questa pellicola che ricopre

un ribollente baratro satanico,

Questa carta geografica del cuore,

questo continente minuscolo e senza limiti,

questo insondabile oceano;

Dal fondo delle circonvoluzioni di questo globo,

Quest'orbe astronomico più sottile del sole e della luna,

di Giove, Venere o Marte,

Questa condensazione dell'universo

(di più, è qui il solo universo,

E' qui l'idea, racchiusa tutta intera

in questa mistica particella di carne);

Dal fondo di questi occhi bulinati

- che dardeggiano verso di noi il loro splendore

per passare di là ai tempi futuri,

Per slanciarsi e girare, furtivo, attraverso gli spazi, -

uscito da quegli occhi là,

A voi, sappiatelo, indirizzo uno sguardo

 

***

 

Silenzioso e paziente un ragno

 

Silenzioso e paziente, un ragno

Si teneva isolato su un piccolo promontorio

dove l'ho osservato,

Ed ho rilevato come, per esplorare il vasto spazio

che lo circondava,

Proiettasse fuori di sé dei filamenti,

dei filamenti, dei filamenti,

Che dipanava senza posa,

che agile emetteva infaticabilmente.

E tu pure, anima mia, là dove te ne stai,

Circondata, isolata, tra gli oceani infiniti dello spazio,

stai senza posa a meditare, ad avventurarti,

a lanciarti, a cercare le sfere per unirle,

Fin quando il ponte di cui avrai bisogno sia costruito,

Fin quando la duttile ancora tenga fermamente,

Fin quando il filo della vergine che tu getti

si agganci in qualche parte, anima mia

 

*

 

Credevo che nulla esistesse di più splendido del giorno

fino al momento in cui ho visto

quale che il non-giorno mostrava,

Ho creduto che questo globo bastasse

fino al momento in cui, in un tal silenzio intorno a me,

zampillarono miriadi di altri globi...

Oh, vedo bene oggi che, non più che il giorno,

la vita non può mostrarmi tutto,

Vedo che mi conviene attendere

quel che mi mostrerà la morte

 

*

 

... Splendido mondo, d'una nuova e più grande nascita,

che si alza ai miei occhi,

Come un'immensa nube d'oro che riempie l'ovest del cielo,

Emblema di maternità universale ritto al di sopra di tutto,

Forma sacra di quella che genera figlie e figli,

Con i tuoi figli giganti che escono in perpetua processione

dal tuo seno instancabile,

che vengono, usciti da una tale gestazione, a raccogliere

la loro parte d'eredità, che da te ricevono e ti donano continuamente la forza della vita,

Mondo di realtà - mondo del due in uno,

Mondo dell'anima, generato soltanto dal mondo delle realtà,

conduce alle realtà, al corpo da sé sole,

Tuttavia non sei ancora che al tuo inizio...

O mondo di meraviglie, sei ancora indefinito, informe,

ed io non credo più di definirti,

perché come potrei perforare l'impenetrabile

sconosciuto del futuro?

Sento la tua terribile grandezza, fatta di male come di bene.

Ti vedo avanzare, assorbire il presente,

sorpassare quel che fu non molto tempo fa,

Vedo l'illuminazione della tua luce

e l'ombra portata dalla tua ombra,

come se coprissero il globo intero,

Ma non cerco di definirti, a rischio di comprenderti,

Non faccio in questo momento altro che nominarti, profetizzarti,

Non faccio unicamente che chiamarti!

... L'anima, i suoi destini, tale è la realtà delle realtà,

(il senso finale di tutte queste apparizioni del mondo reale...)

 

 

 

 

Rainer Maria Rilke

 

(da "Elegie duinesi", 1923, traduzione di Franco Rella)

 

 

[...]

Certo, è strano non abitare più la terra,

non agire più gli usi da così poco appresi,

e alle rose, e alle altre cose piene di promesse

non dare più senso di un umano futuro;

ciò che eravamo in mani illimitatamente ansiose

non essere più, e anche il proprio nome

abbandonare come un giocattolo infranto.

Strano non desiderare più i desideri. Strano

quel che stretto si teneva vederlo dissolto

fluttuare nello spazio. E penoso essere morti:

un continuo ricercare, faticosamente in traccia

di un poco d’eternità. – Ma i viventi compiono

tutti l’errore di tracciare troppo confini netti.

Gli angeli (dicono) spesso non sanno se vanno

tra i vivi o tra i morti. L’eterna corrente

trascina attraverso entrambi i regni ogni età,

sempre con sé, ed entrambi sovrasta con il suo suono.

 

[...]

 

DALLE POESIE DI ANTONIA POZZI

 

 

“VOCE DI DONNA”

 

Io nacqui sposa di te soldato.

So che a marce e a guerre

lunghe stagioni ti divelgon da me.

Curva sul focolare aduno bragi,

sopra il tuo letto ho disteso un vessillo -

ma se ti penso all’addiaccio

piove sul mio corpo autunnale

come su un bosco tagliato.

Quando balena il cielo di settembre

e pare un’arma gigantesca sui monti,

salvie rosse mi sbocciano sul cuore:

che tu mi chiami,

che tu mi usi

con la fiducia che dai alle cose,

come acqua che versi sulle mani

o lana che ti avvolgi intorno al petto.

Sono la scarna siepe del tuo orto

che sta muta a fiorire

sotto convogli di zingare stelle.

 

(18 settembre 1937)

 

*

 

 

Prati

 

Forse non è nemmeno vero

quel che a volte ti senti urlare in cuore:

che questa vita è,

dentro il tuo essere,

un nulla

e che ciò che chiamavi la luce

è un abbaglio,

l'abbaglio supremo

dei tuoi occhi malati -

e che ciò che fingevi la meta

è un sogno,

il sogno infame

della tua debolezza.

 

Forse la vita è davvero

quale la scopri nei giorni giovani:

un soffio eterno che cerca

di cielo in cielo

chissà che altezza.

 

Ma noi siamo come l'erba dei prati

che sente sopra sé passare il vento

e tutta canta nel vento

e sempre vive nel vento,

eppure non sa così crescere

da fermare quel volo supremo

né balzare su dalla terra

per annegarsi in lui.

 

Milano, 31 dicembre 1931

 

*

 

 

Gioia

 

Lo splendore del sole

ti abbacinava ieri

dolendo

come la piaga

nelle pupille del cieco.

ma oggi

lo splendore del sole

non è abbastanza lucente

per la lucentezza tua:

nell’infinito mondo non c’è

che questo tuo splendore vero.

 

6 marzo 1932

 

*

 

 

L'orma del vento

 

 

Corre incontro al sereno il folle vento

 

recando nelle aeree braccia

 

una tremante attesa di gemme.

 

Corre l'anima incontro

 

a un ignoto miracolo

 

recando in tutto l'essere

 

un'infinita, prodigiosa attesa.

 

Tornano i passi a strade abbandonate,

 

per un sole che ride

 

come in luoghi lontani,

 

per un'aria che odora

 

come in perduti giorni.

 

Torna l'ansia di un tempo

 

e la certezza

 

la divina certezza ritorna:

 

oh, tu ancora mi attendi

 

in fondo a questa via,

 

presso il vecchio cancello

 

mascherato d'edera nera!

 

ancora, ancora

 

tu mi prendi le mani

 

e me le baci

 

e mi chiami giaggiolo...

 

 

 

Urta il folle vento e si spezza

 

contro un cumulo greve di nubi.

 

L'aria sembra morire

 

senza respiro.

 

 

 

Oh, tu non torni,

 

tu non puoi tornare!

 

Ben altra pena,

 

ben altro sangue

 

chiama i miracoli!

 

 

 

Cade il folle vento: si perde

 

dietro le nebbie grigie il sereno.

 

L'anima sembra morire

 

senza più sogni.

 

 

 

E il cielo è ormai tutto di perla

 

e chiama, chiama,

 

nel vuoto enorme,

 

un sorriso di stelle.

 

Presso il vecchio cancello,

 

contro le croci nere dell'edera,

 

una fioraia ha deposto i suoi fiori.

 

Per poche lire mi compro

 

un mazzo magro di fresie,

 

e a consolarmi l'anima

 

basta il pensiero

 

che il grande ignoto miracolo,

 

il volto arcano

 

della mia attesa prodigiosa,

 

si chiuda in queste bocche protese

 

che mordono con labbra di viola

 

qualche pallido filo di sole;

 

in queste tenui vite

 

che nella malinconia di una sera

 

calata sopra un'orma di vento,

 

fanciullescamente mi dono,

 

per la mia primavera.

 

 

Milano, 27 febbraio 1931

 

 

 

Abbandono

 

 

Tronco reciso di betulla

 

giaci

 

in un solco:

 

a rosse onde declina

 

il tramonto pei cieli.

 

 

 

E sopra te le nubi

 

sandali d'oro calzano nel vento

 

per raggiungere

 

i fiumi.

 

 

 

Tu stai – bambino desto

 

nella tua culla

 

di terra:

 

mentre a un acceso volgere di mondi

 

con bianchi occhi s'incanta

 

la tua immobilità.

 

 

16 febbraio 1935

 

 

*

 

 

Stanchezza

 

 

Svenata di sogni

 

ti desti:

 

ti è pallida coltre

 

il cielo mattinale.

 

 

 

Come a un mortale

 

pericolo scampata,

 

con gesto umile – i gridi

 

delle campane scosti:

 

 

 

debolmente,

 

preghi nel poco sole

 

un silenzio.

 

*

 

 

“VANEGGIAMENTI”

 

(ad A. M. C.)

 

Io l’ho veduto, allora. Tu suonavi

il tuo violino, con la testa bassa:

le ciglia ti segnavano sul viso

due strisce d’ombra. Io vibravo, forse,

insieme con le corde, nei singhiozzi

che l’anima imprimeva alla tua mano

e t’incontravo al sommo delle dita.

O forse ti giocavo sui capelli

insieme con la brezza acre del mare.

Forse m’illanguidivo nei racemi

molli e compatti delle violeciocche.

E un giorno riponesti le tue musiche;

riponesti, piangendo, il tuo strumento:

la Morte te lo avea fasciato stretto

coi suoi velluti neri. Io t’ho veduto,

fratello, allora. Ma non so dov’ero.

Forse ero solo un ramo crasso ed irto

di fico d’India, dietro un vecchio muro.

 

*

 

 

 

MERIGGIO

 

In questa doratura di sole

io sono

una gemma pelosa

legata crudelmente con un filo di refe

perché non possa sbocciare

a bagnarsi di luce.

Accanto a me tu sei

una freschezza riposante d’erba

in cui vorrei affondare

perdutamente

per sfrangiarmi anch’io

in un ebbro ciuffo di verde –

per gettare in radici sottili

il mio più acuto spasimo

ed immedesimarmi con la terra

 

(19 aprile 1929)

 

*

 

 

Nel duomo

 

 

Sospingo una delle grevi porte

 

e mi cade alle spalle

 

la furia del meriggio ventoso.

 

A lenti passi m'inoltro,

 

bevendo l'ombra improvvisa

 

in lunghi battiti

 

delle palpebre stanche:

 

suonano i passi come morte cose

 

scagliate dentro un'acqua tranquilla

 

che in tremulo affanno rifletta

 

da riva a riva

 

l'eco cupa del tonfo.

 

Remiga la tristezza ad ancorarsi

 

in golfi arcani

 

d'oscurità profonde;

 

remiga per un mare favoloso,

 

ove sono i pilastri

 

tronchi d'una subacquea pineta,

 

viva e fitta così

 

per lontananze senza confine...

 

 

 

Brucia nella tenebra

 

una lucente siepe di ceri:

 

gli occhi vi si fissano

 

subitamente

 

e l'anima discende

 

dalle sperdute immensità

 

chiudendosi

 

in un nodo di fiamme.

 

Dinnanzi alla tremante fioritura

 

che chissà qual divino alito

 

inclina

 

verso il sorriso di un'antica madonna,

 

è immoto un bimbo.

 

Guarda, il piccolo, assorto,

 

e certo vede

 

nella cappella accesa

 

uno stupendo albero di Natale,

 

a cui siano fronde

 

le diafane dita dei ceri.

 

Certo sogna, il bambino,

 

che sian tutti balocchi

 

i rozzi vetri sanguigni

 

in cui esita un pallido lume...

 

Gli sbocca nei grandi occhi intenti

 

la piccola vita

 

e tutta si allarga

 

nella celeste immensità del sogno.

 

Sfocia così il tumulto

 

d'ogni mio male

 

nel riposo di un'estasi

 

senza confine

 

e l'anima ritrova la sua pace,

 

come un folle balzo di acque

 

che si plachi, incontrando

 

la suprema quiete del mare.

 

 

Milano, 3 marzo 1931

 

 

 

 

 

 

FERNANDO PESSOA

 

LE BOLLE DI SAPONE

 

Le bolle di sapone che questo bimbo

si diverte a staccare da una cannuccia

sono translucidamente tutta una filosofia.

Chiare, inutili e passeggere come la Natura,

amiche degli occhi come le cose,

sono quello che sono

con una precisione rotondetta e aerea,

e nessuno, neppure il bimbo che le libera,

pretende che siano più che non sembrino.

 

Alcune a stento si vedono nell'aria tersa.

Sono come la brezza che passa e tocca appena i fiori

e solo sappiamo che passa

perchè qualche cosa si alleggerisce in noi

e accetta tutto più nitidamente.

 

 

*

 

Sono un guardiano del gregge

Il gregge sono i miei pensieri

E i miei pensieri sono tutti sensazioni.

Penso con gli occhi e con le orecchie

E con le mani e coi piedi

E con il naso e con la bocca.

Pensare un fiore, è vederlo e respirarlo.

E mangiare un frutto è saperne il senso.

Ecco perché quando un giorno di caldo

Mi sento triste di goderne tanto,

E mi stendo completamente nell'erba,

E chiudo gli occhi che bruciano,

Sento che tutto il corpo è steso nella realtà,

So la verità e sono felice.

Tu dici, vivi nel presente;

Vivi solo nel presente.

Ma io non voglio il presente, voglio la realtà:

Voglio le cose che esistono, non il tempo

Che le misura.

Cos'è il presente?

È qualcosa di relativo al passato e al futuro.

È una cosa che esiste in funzione dell'esistenza

Di altre cose.

Ma io voglio la sola realtà, le cose senza presente.

Non voglio includere il tempo nel mio schema.

Non voglio pensare le cose in quanto presenti:

Le voglio pensare in quanto a cose.

Non le voglio separare da esse stesse,

Trattandole come presenti.

Non dovrei nemmeno trattarle come reali.

Non dovrei trattarle affatto.

Dovrei solo vederle, semplicemente vederle;

Vederle fino al punto di non poterle pensare,

Vederle fuori dal tempo, fuori dallo spazio,

Vederle con la facoltà di toglier tutto tranne il visibile.

Ecco la scienza del vedere, che non è scienza

 

 

Da Il Guardiano del gregge- Poesie complete di Alberto Caerio (un eteronimo di F. Pessoa)

 

 

 

 

Gianfranco Vacca

Da: Ancora introvabile il padrone del silenzio

 

 

 

Dalla sezione Sarebbe stato un ottimo pazzo

Campanotto Editore, 2011

 

 

I

Spacca il diamante

e sbriglia tutte le potenze

del suo centro.

Pochi giunsero,

lo vorresti tu?

dove nulla è stato, prima

e nulla è

la memoria, i ricordi.

Solo l’immenso apice

già espanso in pioggia di schegge

fra molteplici altrove

che in lui si spalancano.

 

 

Roma

 

*

 

 

III

Odisseas Elitis

 

“Corre in maniera stupenda il cielo

a giudicare dalle nuvole”

loro conoscono il destino

di apparire mobili

o di esserne l’intenzione.

Eppure mentre lui scorre, alto

molta solitudine piove in loro

nel credersi escluse dal moto

delle rotazioni celesti

ed un sentimento fermo

senza giudizio né legge

le ribella, in alto

indecise dove aderire

se tutto muta, tutto è fermo

e apparenza e fine

sperdute

nella memoria del vento.

 

 

Roma/Capri

 

*

 

 

Il vento assumeva

le pieghe del suo manto

e le stelle coloravano la sua forma

ed era come se la luce

emersa nel suo punto

avesse mani e carezze, in me

ed io vidi.

L’invisibile

condensava fumi ed ombre

come avvenute d’incanto

l’occhio stesso le rendeva tattili

ed era, dove prima era il nulla

tu fosti, come non sembrava

e l’ombra si arruolò alla vita.

 

 

Capri

 

*

 

 

Crisopazio, mondo di giallo

primo mattino e splendore —

Cobalto il giorno nel suo mezzo

ampio scudo e certezza

marcia potente di cielo —

Palpabile plenilunio il bianco

come un occhio tattile

mai raggiunto dalla mia mano —

Ma il rosso

è della sera a tal punto

da divenire in lei mutuo sussurro

Posso

Puoi

 

 

Capri

 

*

 

 

Gemello visivo

nella mia ombra sotto la luna

cosa fece di te negligenza

passeggiando il giardino,

non sei tu luce abbastanza?

Nel vestibolo di mimose

irrompe il vento

— vasto fragore

e la notte incontra il cielo

attimo che l’anima vola

da una spettrale inestimabilità di tali immensi

che le sue frontiere mortali

annulla.

 

 

Roma

 

*

 

 

Quando sono morto

fino a che sarà possibile

consegnerò il nulla che resta di me.

Non vedrò

nel vederti raccogliere le mie mani

tese a stringere ancora un poco

il cuore

per conoscere chi sono, in me, chi ero

per cederlo, se anche tu mi arrenderai.

 

 

Capri

 

*

 

 

Inediti

 

 

Quando io sono io

e uno di me è altrove

quell’uno più il mio uno

sarà sempre uno,

siamo tutti presenti

sostanza – di me –

espansione

ubiquità

Il primo io sarà il mio ipnotico

il secondo la mia ossessione

il terzo, nel primo

ma il secondo nell’uno

restituisce me stesso all’ignoto

per fare, all’eccelso

della mia casa rovina.

 

*

 

Sito web di provenienza:

 

www.ebook-larecherche.it

 

www.larecherche.it

 

 

 

 

 

 

 

DALLE POESIE DI ANTONIA POZZI

 

 

“DESIDERIO DI COSE LEGGERE”

 

 

Giuncheto lieve biondo

come un campo di spighe

presso il lago celeste

e le case di un’isola lontana

color di vela

pronte a salpare –

Desiderio di cose leggere

nel cuore che pesa

come pietra

dentro una barca –

Ma giungerà una sera

a queste rive

l’anima liberata:

senza piegare i giunchi

senza muovere l’acqua o l’aria

salperà – con le case

dell’isola lontana,

per un’alta scogliera

di stelle –

 

[1 febbraio 1934]

 

*

 

 

 

 

 

Angela Greco

 

da: «Arabeschi incisi dal sole», Terra d’ulivi, Lecce, 2013

 

 

 

In questo quando d’ombra e presagio

 

 

 

in questo quando d’ombra e presagio

trattienimi parola sul limite oscuro:

è una cicatrice d’alabastro la pelle agli occhi del giorno

dove lasciare polvere di trascorsi e sabbia

assente d’orma che non siano i miei fantasmi

 

 

scivolami addosso nelle pieghe

di un’ora di pioggia e pagine cancellate

raccontami di cieli sottosopra nello specchio

di quanto è stato tolto al ramo e gettato nello scarico

imbiancato da rimorsi e ripartenze

 

 

e poi – soltanto allora, però -

ingannami col ci saremo ancora

all’imbrunire di quel sogno (non più nostro)

mentre accanto al corpo la croce

già esige chiodi e non più mattini.

 

 

*

 

 

Risposte

 

 

 

scivola tra dita bianche “C’era una volta”

d’incertezza e domani al petto allattati

ché perso d’essere fanciullo è il tempo

di luce per il tuo oggi di piccole mani

e d’attesa ancora mugola - fino a quando?

di fiati sorrisi umili di cielo senza stelle

si confondono a tarda ora culle e croci

con filo dorato di paglia intessute

e nell’affanno del giorno che presta mano

a notte fonda nel ricamo del tuo sonno di sogni

vedo stracciati fogli e figli senza colore

in una veglia di silenzio e preghiera

che non sia un rosso scuro terra

ho chiesto una risposta che (ancora) non c’è

 

 

*

 

 

 

frammento da: Epilogo

 

 

io sono il sud

bianco di calce

giallo di polvere

e terre bruciate

di paesaggi azzurri

rive e cieli schiaffeggiati

da distanze indomabili

racchiusi nella conchiglia

che nascosta batte

al sole più alto

 

 

 

 

Per maggiori dettagli rimando a questo link:

 

 

http://caponnetto-poesiaperta.blogspot.it/search?updated-max=2013-07-05T02:13:00-07:00&max-results=7

 

http://s2.shinystat.com/cgi-bin/shinystatv.cgi?USER=litterae&NH=1&NHF=1

FELICE  SERINO

Torino

 

Mailto:

feliceserino@tiscali.it

 

 

 

"Cancella spesso, se vuoi scrivere cose che siano degne d'essere lette." (Orazio)


 

 

E' ESSENZIALE CHE LA MORTE CI TROVI VIVI!
***
NON PRENDERE LA VITA TROPPO SUL SERIO TANTO NON POTRAI MAI USCIRNE VIVO.
***
PER GIUSTIFICARE LA PROPRIA INCAPACITA' L'ALIBI DEL FALLITO E' LA SFORTUNA. (lUCIANO SOMMA)
***
LA POESIA E' POESIA QUANDO PORTA IN SE' UN SEGRETO. (GIUSEPPE UNGARETTI)
^^^
SIAMO ANGELI CON UNA SOLA ALA
POSSIAMO VOLARE SOLTANTO ABBRACCIATI
LUCIANO DE CRESCENZO
^^^
LA VERA POESIA PUO' COMUNICARE ANCHE PRIMA DI ESSERE CAPITA.
(T. S. ELIOT)
***
LA VERITA' FERMEREBBE IL MONDO. PER QUESTO HANNO INVENTATO LA BUGIA [...], L'INGANNO.
(MINA)
***
IO SONO UNO STRANO MENDICANTE / CHE CHIEDE AMORE E PAROLE, / SONO UN SOLITARIO EMIGRANTE / VERSO LA TERRA DELLA LUCE E DEL SOLE.
(LORENZO CALOGERO)
***
QUELL'ESSERE CHE NON PORTA AL SUO INTERNO IL MISTERO STESSO E' UN INDIVIDUO CHE ACQUISTA SCARSO VALORE.
(LUCA ROSSI)
***
NON SI VEDE ALTRO CHE COL CUORE. PERCHE' L'ESSENZIALE E' INVISIBILE AGLI OCCHI.
(IL PICCOLO PRINCIPE)
***
I LIMITI DEL NOSTRO ESSERE SONO LIMITI INTERIORI. L'UOMO E' UNA LAMPADA LA CUI FIAMMA E' CADUTA ALL'INTERNO.
(JOE BOUSQUET)
*** 
SIEDI SOPRA UN SOGNO, E PENSI A QUANDO FINIRA', ROVINANDOLO. 
(GIORGIO MEDDA)
***
LA MENTE E' COME UN PARACADUTE, FUNZIONA SE SI APRE.
(ALBERT EINSTEIN)
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TUTTE LE PAROLE NON SONO CHE BRICIOLE CADUTE DAL BANCHETTO DELLO SPIRITO
(ANONIMO)
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IL MISTERO E' QUELLA DIMENSIONE AL CONFINE DEI NOSTRI PENSIERI. AFFASCINA, INCANTA, IPNOTIZZA. CANTA AI NOSTRI CUORI, FA VIBRARE I NOSTRI SENSI. UN LUOGO DOVE SI RACCOLGONO I NOSTRI SOGNI, IMPALPABILI E LIEVI. DOVE LA MELODIA DEL VENTO TRASCINA CON SE' PROFUMI ANTICHI E SEDUCENTI. (ASTER)
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L'UOMO MUORE NEL MOMENTO IN CUI I RICORDI PRENDONO IL POSTO DEI SOGNI
(EZRA POUND)
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IL MIO CUORE E' LA CASA DEI MIEI SOGNI.
(SRI CHINMOY)
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IN CIASCUNO DI NOI CI SONO TRE PERSONE: QUELLA CHE VEDONO GLI ALTRI, QUELLA CHE VEDIAMO NOI, QUELLA CHE VEDE DIO.(M. DE UNAMUNO)
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LA VERA TRAGEDIA DELLA VITA E' QUANDO UN UOMO HA PAURA DELLA LUCE.(PLATONE)
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L'UOMO E' L'UNICO ESSERE ANIMALE PER IL QUALE IL SUO STESSO ESISTERE E' UN PROBLEMA DA RISOLVERE.(E. FROMM)
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IL MONDO PERIRA' PER MANCANZA DI MERAVIGLIA, NON DI MERAVIGLIE.(J. K. CHESTERTON)
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 UNA PAROLA NON E' LA STESSA IN UNO SCRITTORE E IN UN ALTRO-UNO SE LA STRAPPA DALLE VISCERE, L'ALTRO LA TIRA FUORI DALLA TASCA DEL SOPRABITO.(CHARLES PEGUY)
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NOI NON SIAMO ESSERI UMANI CHE VIVONO UN' ESPERIENZA SPIRITUALE.
NOI SIAMO ESSERI SPIRITUALI CHE VIVONO UN' ESPERIENZA UMANA.
(PIERRE TEILHARD DE CHARDIN)


 


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<< Oh tu che vai verso la tua origine, "sii con questo mondo come se non ci fossi mai stato, e con l'Altro come se non dovessi più lasciarlo" >>.

Tahar Ben Jelloun - da: "La preghiera dell'assente"

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" Ma cosa vuoi che ti dica della poesia? Cosa vuoi che dica di queste nubi, di questo cielo? Guardare, guardare, guardarle, guardarlo e nient’altro: Capirai che un poeta non può dir nulla sulla poesia. Lasciamo dire pure ai critici e ai professori. Ma né tu, né io né alcun altro poeta sa cos’è la poesia. Stai qui; guarda. Ho il fuoco nelle mie mani. Lo sento e lavoro con lui perfettamente, ma non posso parlare di lui senza letteratura". ( ora in obras completas, vol. I cit. p. 114 ) –

Federico Garcia Lorca

 

RITORNI (poesie) – GIORDANO GENGHINI [clicca col dx e poi sulla copertina per leggere]
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Giordano Genghini
Giordano Genghini

Voli a solcare l'indaco

 

 

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