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 COMMENTI E RECENSIONI


Le considerazioni di Felice Serino ci additano un significato più vasto della vitalità, perché esse ci mostrano che la vitalità non comprende solo il complesso degli impulsi diretti ed alla conservazione vegetativa, ma anche tutte quelle aspirazioni da esso sviluppate o dominate per la sua difesa e sicurezza.


«È salamandra

sorpresa immobile

che finge la morte»


Nella direzione di un simile finalismo anche la conoscenza diviene un mezzo e la verità si riduce ad un'utilità vitale della conoscenza. È questa appunto la tesi fondamentale della teoria pragmatista della conoscenza, che il nostro Poeta assicura all'immobilità della salamandra e con felice intuizione, coordina ai gradi dell'essere vitale. Da ciò risulta che oltre l'analogia con la vita vegetativa, valida solo nell'uomo dotato di spirito esiste anche una trasformazione umana del comportamento animale. Nelle espressioni del tipo:«sorpresa immobile», «che finge la morte», la singolarità dell'espressione, nella trasfigurazione artistica, raggiunge la sua espressione letteraria. Sotto questo punto di vista è molto importante il fatto che dai versi si riconosca quali sono gli impulsi dell'uomo e quali le radici della sua azione istintiva, guidata dall'«Io creativo» non solamente gli istinti elementari, ma anche la ricerca del timore e la curiosità, l'istinto comunitario e sociale, l'affermazione della propria personalità, come il bisogno di attività.


Sotto questo stesso punto di vista si possono considerare come sentimenti vitali in un senso più largo gli stati sensitivi di benessere o di preoccupazione, di serenità o di disperazione, come il crollo di quelle aspirazioni o una sovrabbondanza di stati sensitivi mostri l'incalzante approssimarsi del nulla, in quel «fingere la morte», fino a lasciar apparire privo di senso il prolungamento dell'esistenza fisica.


«ora m'incolpi del mio silenzio e

Tu dov'eri mi chiedi quando a migliaia

venivano spinti sotto le docce a gas

Io ero ognuno di quei poveracci in verità

ti dico Io sono la Vittima l'agnello la preda

del carnefice quando fa scempio

di un bambino innocente

Io sono quel bambino ricorda»


Ci rimane da considerare un terzo significato più ampio dei precedenti, per la sua stretta relazione con la vitalità originaria: desiderio d'amore, di essere amato e compreso. Quando si parla della vitalità di un oratore, di un polemista, di un artista o di un attore, non si allude né al corrispondente psichico dei fattori biologici, né alla sua espressione esistenziale, ma si vuol mettere in rilievo una qualità del carattere personale. In questo senso caratteriologico, inteso però nello stesso senso della veemenza dell'azione fisica che partecipa, senza curarsi del gesticolare selvaggio né una manifestazione di forza fìsica. Questa come quello possono essere anche solo accettati o adottati. Si può uscire dai gangheri per affermare il proprio io o per motivi di prestigio, si può fingere d'essere in collera ed eccitarsi alla collera.


«imbevuto del sangue della passione un cielo

di angeli folgora l'attesa vertiginosa

nella cattedrale del Sole dove ruotano

i mondi

è palpito bianco la colomba sacrificale» (Visione)


Invece il Serino alla vitalità del carattere abbina la vitalità fisica e la unisce all'espressione della vita dello spirito e la determina con la propria profondità. Nei confronti della pura e semplice disposizione rappresenta un più alto grado di attuazione e quindi un progresso nello sviluppo naturale della personalità poetica. Questo rapporto psichico lascia supporre che in seguito all'eccitazione del campo vitale che porta con sé, esso dev'essere legato ad un'elevata suggestionabilità, che eleva il più alto possibile «L'io ideale».


«oltre lei forse fra le stelle

dura quel sorriso che nell'aria

ti appare ora sospeso come fumo»


Nella totalità dell'esperienza, Felice Serino, individuo umano si presenterebbe come due uomini relativamente autonomi, uno dei quali può definirsi come «sospeso come fumo» a causa del raziocinio che in esso ha il sopravvento, mentre l'altro potrebbe chiamarsi «la preda/del carnefice quando fa scempio potenziale primitivo», per lo scarso influsso esercitato dalla critica.


L'artista, nel nostro caso il Poeta che adopera queste denominazioni deve essere accorto e ascoltare, senza reticenze il suggerimento del «Sé razionale» per avere un'Arte maggiore, ma fino a quando farà prevalere «Io creativo» avrà sempre un'opera di persona primitiva. Non che questo sia un male, certo! Ma l'Arte maggiore ha necessità dell'aiuto incondizionato del «Sé razionale». Lo stesso Vittorio Alfieri ci suggerisce di: «scrivere, verseggiare, correggere» ciò significa, che per avere un'arte maggiore, prima ci si deve donare interamente all'«Io creativo», poi chiamare in aiuto il «Sé razionale» ed ecco che quando si passa alla correzione di qualche «refuso» si ha la felicità di aver ottenuto l'Arte maggiore. Per giustificare quest'atteggiamento, occorre risvegliare l'io cosciente, in modo che l'opera sia veramente maggiore, cioè che appartenga a tutti e non sia solo dell'autore.


«anch'io in sorte ho avuto una croce la Croce

la più abietta la benedetta

anch'io ho urlato a un cielo muto e distante

Padre perché

perché solo mi lasci in quest'ora di cenere e pianto»


Nonostante l'effettiva bipolarità tra «L'io creativo» e il «Sé razionale» l'io personale, l'unità dell'individuo umano non deve rimanere inalterata nell'esperienza del «sé», la cui differenziazione rispetto all'io si manifesta già empiricamente nelle espressioni: «conoscenza di sé», «affermazione di sé», «ricerca di sé».



© Recensione a cura di Reno Bromuro


* * *


RIFLESSIONI SULLA RACCOLTA
“DENTRO UNA SOSPENSIONE”


Da qualche tempo mi chiedo se la scrittura sia altro dalla vita: mi è capitato di non riconoscere l’uomo incontrato, prima, solo nei suoi versi.

Chi è Felice Serino, un uomo il cui vissuto sembra continuamente dilatarsi in una luce cosmica e frangersi in un big-bang silenzioso? Sentimento, questo, di un continuo morire, precipitare, sprofondare, ma anche di un rinnovato germoglio che vince la morte con dolore, in un grido di luce.

Vita-morte o morte-vita: sequenza naturale, seme di vita nel cosmo e nell’uomo, oppure segno di contraddizione, come nell’amore cristiano, dove appunto la morte è inizio di una resurrezione?

E come si concilia questa particella di memoria cosmica infinita, senza tempo, con il senso di alterità, incompiutezza, ambiguità, forse, che l’accompagna? La percezione di un se stesso diviso, spiato attraverso uno specchio, copia, proiezione, fantoccio che cammina accanto (mi ricorda l’amato Sbarbaro). Ma qui la dimensione del sogno, che ritorna quasi ossessivamente in tutte le composizioni, anziché contenere una ricerca di senso, un pensiero, sembra scivolare, galleggiare in un flutto di sangue.

E’ questo il suo mare? Il canto ha la stessa voce: poche variazioni sonore (e poche, essenziali parole) fluiscono senza pause in un’armonia siderale, monocorde, eppure mai uguale, che lambisce, sfiora senza carezze, sembra appartenere alla superficie delle cose e invece è profondamente ...dentro una sospensione.

Giancarla Raffaeli

* * *

 

 

 

________________

 

MAYA

 

il di qua dice l’asceta

non è che proiezione

nel prisma azzurro del giorno

 

sentenzia

che perfezione

è la carne che si fa spirito

 

non si terrà conto

del corpo che si nutre

che è già della terra

 

si è dunque

del cielo o anelito

d’infinito ancor prima

del primo respiro?

 

- certa è la fiamma che dentro

ci arde – sottile -

 

Felice Serino

 

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Commento di  Piero Donato

(su Facebook - Gruppo Artenuova)

 

Grande Felice! Superlativa: Questa e' Poesia con la P maiuscola! Vorrei davvero che QUESTA POESIA venga letta da TUTTI i lettori presenti nel nostro sito! Che venisse stampata e incorniciata! QUESTO e' evoluzionismo! Per quanto riguarda la domanda che poni... E' una bella domanda in effetti.... : in ogni caso sono del parere che dobbiamo comunque vivere al meglio quest'esperienza terrena, senza disconoscerla, altrimenti non avrebbe senso essere in questa condizione esistenziale, che prevede anche l'esperienza materica, appunto. MA... Senza dimenticare mai che Vita non e' solo materia... Sarebbe un errore imperdonabile per chiunque sposare un'ipotesi di questo tipo: la correttezza, agire in favore del bene, della pace, della salvaguardia della Natura, umana e non, s'impone: questo credo sia il Credo essenziale che l'Uomo debba perseguire, in attinenza agli stati spirituali particolarmente ispirati, che solo con la forte presenza della Coscienza, della Dignità, si riuscirà ad acquisire davvero, nella certezza di perseguire Ideali molto più alti di noi, attraverso i quali l'uomo possa esser fiero di distaccarsi decisamente dalla mera condizione animale!

 

 

NELL’URLO

 

(mercoledì delle Ceneri)

 

nel giro delle braccia

le acque del mutamento – le mani

a impugnare il limite

 

penetrare in sé

nel profondo – eredità

di cicatrici – dove si tende

una strada nel cielo

 

rigenerarsi nell’urlo

della croce

 

Felice Serino

 

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Lampidicielo

16 settembre 2012

 

ciao jeronimus, [F. Serino]

 

vedo la tua poesia come tre lampi di luce che illuminano la scena. Una scena marcata dal titolo “mercoledi delle Ceneri”. Tre lampi che, mi pare, svelino un strada, una possibilità reale per vivere il mercoledi delle Ceneri, ogni nostro quotidiano mercoledi delle ceneri, cioè di ripartenza dopo l’errore.

Una strada che è caratterizzata dalla comprensione della finitezza del proprio fare, del proprio agire -”impugnare il limite”-, pur nella consapevolezza che siamo immersi nelle “acque del mutamento”. Vedo anche l’indicazione che questo limite individuale e pertanto umano è reso ancora più vincolante dai nostri errori passati e dalle paure -”eredità di cicatrici”-, ma solo da lì si può ripartire: “dove si tende una strada nel cielo”. E tutto questo lo riassumi, mirabilmente a mio modo di vedere, in poche parole: “rigenerarsi nell’urlo della croce”.

Grazie per la poesia

 

Claudio

 

commento in poesieinversi.it

 

* * *

 

 

L'angelo

 

noi lacere trasparenze

-sostanza di luce e di sangue-

a superare d’un passo la morte

 

solleva l’angelo un lembo di cielo

svela l’altra faccia del giorno

 

 

Felice Serino

 

 

 

La motivazione di mettere in evidenza il brano selezionato:

 

 

Qualsiasi religione ha condiviso il principio che la vita dell’uomo non può finire con la morte. Altre correnti di pensiero hanno, addirittura, suggerito o voluto dimostrare che con la reincarnazione l’essere umano ricomincia di nuovo, con altre sembianze, una nuova vita perpetuando se stesso all’infinito.

 

Ma chi scrive non ha dubbi, il dualismo corpo-spirito esiste ed è protagonista d’un distacco che lo farà passare altrove.

 

Due modi di essere che ricevono qualcosa a testimonianza dell’esistenza di chi ha vissuto. La materia sarà dono comunque temporale ed effimero, sotto terra, per chi resta, lo spirito andrà a prender posto in un altro luogo dove potrà vivere, finalmente, la sua immortalità.

 

Un percorso sereno, accompagnato dalla luce, non esistono dubbi o incertezze, non ci sono forze oscure, oppure ombre a funestare questo passaggio, ma soltanto un’atmosfera speciale, un cammino di luce già narrato più volte da alcune persone.

 

Si tratta dunque di un passaggio, ma un'altra figura appare a presidiare questo evento, quasi a controllare ed essere garante che questa trasmigrazione avvenga e che egli stesso prenda per mano l’anima per accompagnarla affinché non si smarrisca.

 

Non c’è il Virgilio della Divina Commedia ad accompagnare questo spirito, quel luogo può essere solo frequentato da anime pure e solo un angelo può calpestare quel suolo fatto di etereo.

 

La vista dell’angelo è sicuramente tranquillizzante, ma l’angelo che conosce la fragilità dell’animo umano che non ha perso la sua fragilità seppure spirito, spalanca l’altra parte del cielo dove finalmente appare l’approdo sempre immaginato, ma che ora si presenta in tutta la sua stupenda dimensione di splendore e di luce.

 

Il cammino è ora veramente terminato. Anche l’angelo ha esaurito il suo compito di messaggero e di guida, ora bisogna solo immergersi nella luce eterna per l’eternità.

 

 

Alfonso Bordonaro

per lamenteeilcuore.it

 

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[tra i commenti]:

 

Le opere di Felice Serino sono tutte meravigliose e in esse è sempre presente la voce dell’anima.

Il cuore e la mente, a ogni lettura,avvertono inevitabilmente il fascino del suo stile, l’intensità del messaggio trasmesso, del significato vero, privo di costruzioni.

Felice ha un dono, oltre al suo essere poeta, riesce a racchiudere in magiche sintesi pensieri, emozioni, sentimenti, riflessioni, senza che si disperda nessun senso e motivo.

L’angelo accompagna l’umana e fragile realtà di ognuno. Non siamo mai soli poiché oltre il corpo, lo spirito vive, ci accompagna lungo il nostro cammino.

Una poesia degna di merito e lode, come le considerazioni e le riflessioni di Alfonso, che ha seguito egregiamente e mirabilmente passo dopo passo questa meravigliosa lirica.

A completare l’incanto di questa pagina c’è il video di Anna, maestra e regista di emozionanti coreografie.

Molto belle le foto di Romina.

Ammirata mi complimento con tutti voi.

 

Shayra

Gelsomina Shayra Smaldone

 

...

 

Una gran bella poesia, densa ed emotivamente coinvolgente.

L'incipit è straordinario.

Ma non vi colgo il dualismo anima/corpo a cui si accenna nel commento di Alfonso Bordonaro: sostanza di luce e di sangue- anzi mi fa pensare (in sintonia con le mie corde) che corpo ed anima siano un tutto uno.

Meritatissima evidenza.

Grazie

 

Francesco

Francesco Ballero

 

 

 

 

Felice Serino

 

SENZA TITOLO

 

nel carnato della terra

d'Alessandria - zolla

palpitante nel sole

 

nascita di un dio minore

a battesimo d'inchiostro

 

(ad Ungaretti)

 

 

-su scrivere.info

 

*

 

In terre straniere Serino cerca di riscoprire la genesi culturale di un passato lontano e distrutto. Poesia quasi carnale, ma che oltrepassa anche il limite imposto dalla storia. Gli dei non moriranno finchè vi saranno poeti gentili.

 

[commento di Luca Rossi nella bacheca]

 

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SPRAZZI DI PACE

 

spiove dal cielo una luce

di stelle gonfie di vento – quasi

provenisse dall’oltre

 

nel cuore un aprirsi

di sprazzi di pace: vedermi

in tutto con il mio sognare –

 

il vissuto la vita

sognata

 

 

-su scrivere.info

 

*

 

Il sogno e il reale, in fondo Pascoli diceva nei poemi conviviali in "Alexandròs": ...Il sogno è l''infinita ombra del vero!. Serino ne conferma testimonianza tangibile: "Il vissuto la vita/sognata". E' luce, è pace...

 

[commento di Luca Rossi nella bacheca]

 

 

 

 

 

Breve considerazione sulla poesia di Felice Serino

LA BELLEZZA DELLA ROSA

 

[ispirata da una omelia]

 

le tue scelte abbiano

profumo di Paradiso

-anche se

verità attira

l'odio del mondo

 

la bellezza della rosa brilla

del sangue sulle spine

 

.

 

Le spine, le croci, il sangue purificante e il sangue purificato in aperture di cielo. La tua poesia Felice è un'apertura sul Vangelo, arriva come un chiarimento, come una traduzione universale, un esperanto che unisce logica e cuore. Ma le emozioni del cuore possono essere tradotte? Forse sì, forse solo in poesia.

 

* * *

 

 

Una nota alla poesia di Felice Serino

NON E' CHE UN PERPETUO TRAMARE

 

la vita ha in tasca la morte

-siamo noi

divino seme:

 

non è che un perpetuo

tramare

“cospirazioni” del nascere

 

miracolo d’amore

 

.

 

Tutti i giorni ci svegliamo e troviamo quel diverso da ieri... qualcuno ha "cospirato", ha tramato affinché nascesse la vita in noi (o ha annaffiato il giardino perché la pianta che siamo si rinvigorisse).

 

Andrea Crostelli

 

 

 

 

ALLA MENSA DEI POVERI

 

[ispirata da una intervista in tv

il 21.10.12]

 

 

-nella vita chi non si dà muore

mangia se stesso- la saggia

ultraottantenne (cuore fanciullo)

sentenzia servendo

ai tavoli con fievole voce quasi

d’un fiato

 

luogo ospitale dove tutti

-alla buona- ci si dà una mano: sono

per un piatto caldo ma non

vogliono pietà –

 

 

(incorniciati nella finestra dai vetri

appannati sagome d’alberi

senza chioma nell’autunno

inoltrato – al caldo

la nuvola di vapore dalla cucina offre

un che di magico di familiare)

 

 

Felice Serino

 

*

 

Commento di Michael Santhers

(per poesieincalce.com)

 

 

quando una cosa mi colpisce..ci sono ritornato e con stupore…Felice mi ha stupito, oltre per i contenuti, la stesura particolare e io di lui avevo un’immagine classica (di grande anima) e in questa ha usato geometrie poetiche d’avanguardia ove la geometria lavora ma non s’azzarda minimamente a essere invadente -ho sentito il bisogno di questa precisazione altrimenti si tralascia la bravura d’esposizione poetica

 

 

 

 

Il brano degli Autori - Divagazione sulla morte di Felice Serino

Mercoledì 03 Luglio 2013

 

Scritto da Redazione

 

 

Divagazione sulla morte

 

 

è il morire ciò

che affratella -

ma davanti al mistero chi non resta

confuso: nessuno a farci

un fischio dall'aldilà e

il dubbio è che sia come

un impalpabile sogno o risibile

sorte

 

esoterismo karma re-

incarnazione: per nessuno

c'è il nulla e la morte

definitiva

 

 

Felice Serino

 

 

 

 

 

La motivazione di mettere in evidenza il brano selezionato:

 

 

Tutti conosciamo il ciclo della vita con le sue varie fasi dall’infanzia alla senilità fino all’epilogo.

Nonostante questa consapevolezza non è facile, per molti, parlare della morte, argomento da evitare, forse per la mera illusione di allontanare non solo il pensiero della stessa ma ritardarne l’ora.

Pensare alla morte, come fine della nostra esistenza provoca dolore, timore, dubbio, eppure essa è parte della vita, poiché ogni inizio ha una fine e se non esistesse la morte nemmeno la vita avrebbe ragione di essere.

 

Necessita, quindi, coraggio pronunciare il nome e il senso, e chi se non il poeta osa divagare sul significato della morte, della sorte, dei legittimi quesiti che l’animo pone dinanzi ad essa?

 

Felice Serino, nostro stimato autore, esprime con profonda umiltà e Amore universale una stupenda considerazione nell’opera premiata Divagazione sulla morte

 

è il morire ciò

che affratella –

 

il verbo essere indica nel tempo presente una certezza e un monito, rafforza il credo di Felice, contrariamente a un condizionale, che per il modus vivendi dell’attuale società, pregna di egoismo e indifferenza, risulterebbe più appropriato.

La morte, infatti, dovrebbe unirci tutti in una fratellanza umana e solidale, oltrepassando i confini che limitano le diverse religioni, il colore della pelle e ogni altra differenza sociale o etnica.

 

Siamo fratelli, non solo perché apparteniamo allo stesso cielo, nati allo stesso modo, ma soprattutto perché le nostre esistenze, pur se differenti per ceto, cultura o destini, terminano il maestoso e prezioso ciclo vitale in egual maniera.

 

Leggendo la stupenda lirica di Felice ho ricordato i versi di un altro poeta e uomo d’Amore, Sant’Agostino

 

La nostra vita conserva tutto il significato che ha sempre avuto:

è la stessa di prima, c'è una continuità che non si spezza

( da La morte non è niente )

 

Versi che sembrano fiancheggiare quelli del nostro autore

 

ma davanti al mistero chi non resta

confuso: nessuno a farci

un fischio dall'aldilà e

il dubbio è che sia come

un impalpabile sogno o risibile

sorte

 

La presenza del mistero, la confusione che ne deriva suggella la nostra realtà fra quesiti e dubbi irrisolti. Cosa ci sarà dopo? Esiste un oltre? Una nuova dimensione, un sogno, una forza imprevedibile e buffa?

 

esoterismo karma re-

incarnazione: per nessuno

c'è il nulla e la morte

definitiva

 

 

E’ superfluo cercare una risposta che convalidi la ragione o il futuro dopo la morte, non giova soffermarsi sull’oltre, piuttosto sulla vita, goderla pienamente con rispetto, apprezzando i suoi doni e i pregiati valori.

 

La morte rappresenta il segno incisivo di chi realmente siamo e quale solco lascia impresso la nostra orma sull’amata Terra, nei cuori di chi resta e dei posteri.

Unica certezza incontrastata rimane la vita, come l’abbiamo vissuta, cosa abbiamo dato e tramandato.

 

Unione e non divisione, amore e non odio, solidarietà e non ostilità, questa è la vita e la morte, indivisibili ed eterne sorelle di arcane, umane, indefinite e infinite temporaneità.

 

Ringrazio Felice Serino per aver donato a tutti noi e ai lettori questa pagina di saggezza e d’intensa riflessione, di monito e preghiera.

La custodiremo nel cuore perché ognuno possa sentirsi fratello e non più solo nella giungla che lentamente ci divora.

 

 

 

La vita o si vive o si scrive, io non l’ho mai vissuta, se non scrivendola.

L.Pirandello, Il fu Mattia Pascal

 

 

A te, Felice, con stima e ammirazione

 

Gelsomina Shayra Smaldone

 

 

* *

 

 

Commenti

 

 

...

E' vero, nessuno mai è venuto a farci un fischio dall'aldilà, ma il solo pensiero della loro esistenza d'una volta, andare sulla tomba di una persona cara, ci fa sentire la loro presenza eterna nella nostra mente. Bellissima la poesia di Felice e altrettanto profonda la recensione di Shayra

Lorenzo

 

 

...

le recensioni di Shayra sanno colpire il cuore con quella sensibilità che ben rappresenta il suo modo di essere. Anche in questo caso la bellissima e profonda poesia di Felice diventa riflessione sociale e umana su uno dei misteri più profondi della nostra amata esistenza.

Un testo che anch'io ho apprezzato alla prima lettura per quella profonda saggezza che sa trasmettere oltre le righe del nostro destino.

 

Bellissima vetrina!

Massimo Verrina

 

 

 

Una grande sorpresa, per me, un regalo, amici, con cui avete voluto onorarmi, che non sento di meritare. Un grande senso di riconoscenza va alla bravura della cara amica Shayra, per la sua precisa disamina. Ancora grazie, un abbraccio, Felice

 

 

...

Una lirica intensa, che porta a profonde riflessioni, così come ha fatto Shayra nella sua splendida recensione.

Complimenti a Felice e a Shayra!

 

Dany

Daniela Giorgini

 

 

...

la nostra Shay delinea ed illumina in modo approfondito e preciso il grande testo soffuso del nostro Felice, complimentoni

Felice Longo

 

 

...

E' stato un grande onore per me recensire questa poesia, non solo per le doti poetiche ben note di Felice ma anche per il contenuto.Mi ha profondamente toccato il cuore, giacché devo la mia forza, il coraggio, l'Amore e il senso della vita al pensiero della morte, che spesso sosta nella mia mente.Pensiero che non mi rattrista, non temo perché, nonostante tutto, mi fa apprezzare la vita, amare i miei fratelli e tutte le creature umane e animali.

 

Ancora complimenti, caro Felice.

Shayra

Gelsomina Shayra Smaldone

 

 

...

Una poesia questa di Felice Serino che avevo già apprezzato alla prima lettura, carica di una riflessione interiore che lascia una profonda scia di nell'animo.

Suggestiva, attenta e di grande bellezza la recensione di Shayra che l'accompagna e accompagna il lettore, sul filo dei pensieri del nostro autore. Molto apprezzata

Complimenti ad entrambi!

 

NellAnimaMia

 

 

Da: Attimi di Poesia

 

 

http://www.lamenteeilcuore.it/index.php?option=com_content&view=article&id=5476:il-brano-degli-autori-divagazione-sulla-morte-di-felice-serino&catid=56:attimi-di-poesia&Itemid=94#comments

 

 

 


RIFLESSIONI SULLA RACCOLTA "LA DIFFICILE LUCE" , 2005 – di Felice Serino

Nostalgia immemore

Io penso che le nostalgie che trapelano dai tuoi scritti non sono nostalgie terrene.

Si tratta unicamente di una nostalgia che sfugge alla memoria, infatti non possiamo avere flash visivi, odori, suoni, gusti, sensazioni tattili se non in questo mondo. Non c'è un ricordo che inchioda il tempo, che languisce, che rimpiange e che rende amaro il quotidiano. Non c'è un ricordo bello e non c'è un ricordo brutto che infantilizza o rende immaturo il nostro vivere. Non c'è… non c'è, non c'è. Non ci sono regole nel mondo assoluto dell'amore da cui proveniamo, non ci sono schemi, non ci sono segni di riconoscimento, Dio si riconosce in tutto e in tutti e noi ci riconosciamo in lui. Nei cieli, per intenderci, non ci sono paletti che delimitano spazi né orologi che scandiscono tempi, l'eternità è fatta di ben altra pasta e noi non sappiamo quale. Avvertiamo solo un senso di appartenenza, un afflato, un desiderio d'infinito di quando siamo stati intessuti nel seno materno di Dio dalla Sapienza e dalla Parola che, nell'atto del creare, han separato Creatore e creatura. E' questo distacco – a me sembra – che porta, causa in te il pathos nostalgico, immenso, senza paragoni.

E' facile e naturale che un immigrato senta il richiamo delle sue radici; tutti noi siamo immigrati e mandiamo smisurate lettere al cielo: preghiere o imprecazioni in attesa dell'immancabile ritorno.

Proveniamo da una dimensione celeste e quello che ce lo fa riconoscere è che Dio non ha mai tolto il suo amore da noi. Siamo concittadini dei Santi e familiari di Dio catapultati su questo globo di creta per riconquistarci, nella prova, la Gerusalemme liberata, la Gerusalemme celeste e il volto di nostro Padre che bramiamo di vedere per poterci rispecchiare in lui. Già il Paradiso ce l'ha conquistato Gesù ma noi dobbiamo metterci del nostro e un giorno comprenderemo pienamente chi siamo. Per ora, nell'estasi, possiamo fare solo piccoli assaggi dell'Eden, come una goccia d'acqua che evaporando sale ma che presto ridiscende rientrando nel suo corpo.
[lettera privata]

Andrea Crostelli


* * *

RIFLESSIONI SULLA RACCOLTA "FUOCO DIPINTO", di Felice Serino

[edizione dell'autore, 2002]

Corpo di vetro

Ci sono poeti legati alla terra (e questi forse sono la maggioranza, nonostante la poesia venga dai luoghi più reconditi e inspiegabili) e ci sono poeti propendenti al cielo; sicuramente Felice Serino è di questa seconda fascia.

A volte il cielo parla con il sangue delle tue vene

più che con l'indaco delle tue arterie,

comunque sia vuole sentirsi uomo

forse solo per avvicinarsi a chi lo guarda

perché costui ci si rispecchi

perché l'umanità nel mondo

è ciò che prevale e pervade il mondo

finché ci sarà mondo,

allora il cielo non può far altro

che ripiegarsi nel gesto d'amore iniziale

e improntare continuamente la sua somiglianza

col fiato sospeso di chi attende

la perfezione finale del ricongiungersi.

E' pure vero che il cielo può rapirti o che tu contemplandolo favorisca la sua "presa", e in quel momento d'estasi che non t'appartieni sei finalmente libero. Cosa strana, libero di essere preso, libero di appartenere a qualcos'altro che ti ama e ti sovrasta d'amore.

In questo tipo di situazione puoi sentire il tuo corpo leggero, di vetro, accessorio superfluo, e quindi… "ride la tua immagine d'aria".

E' la fusione del tuo corpo nell'immenso corpo cosmico.

Diventa una fatica sottrarsi alla luce per tornare indietro sui passi che la terra chiama a percorrere.

Quella "carne attraversa un incendio", un incendio piacevole, pienezza per l'anima la fusione col tutto, difficile accettare che si tratti di un momento, di un solo momento dal quale però ricevi carica per affrontare il quotidiano imperniato di materia. E affrontare il quotidiano significa mettersi a servizio, soffrire per chi fa uso di L S D, del fumo, del bere e delle donne come strumento di piacere, soffrire per chi naviga nel male e non si lascia investire dalla luce, soffrire di chi abusa del potere e che, quindi, è nemico della luce.

Felice Serino denuncia la violenza, la guerra con le armi potenti della poesia, e sa cosa potrebbe aspettargli: "di certo m'imbavaglieranno / non sopportano di guardarmi negli occhi". Non scorda poeti assassinati (Dalton, Heraud, Urondo) per strada o nei manicomi (Campana) ma non può e non vuole trattenere la forza della parola che gli esce dal di dentro. Dichiara che la morte è sconfitta dalla luce [vedi: "Frammento (lettera di un malato terminale)"], lui, infiammato da una luce, che va oltre i suoi interessi per l'astrologia.

Puntuali, brevi, atossiche e con lampi intuitivi niente male le poesie di Felice Serino ridanno fiducia all'uomo che vuole incontrare animi trasparenti per procedere incoraggiato e sollevato nel cammino dell'esistenza.

* * *

Clessidra in polvere

Il tempo è un'argomentazione che preme al poeta; Serino dice: "nel sangue un tempo tuo – rotondo". Una continuità di pienezza a cui aspira, tende, come si tende alla perfezione. A me lancia l'immagine del ciclista, quello bravo dalla "pedalata rotonda", costante, mai scomposto e bello da vedere. Costui elimina i vuoti e va spedito verso il traguardo. Infiammare il sangue d'amore è benzina che brucia il lacido lattico alle tue gambe che vorrebbe bloccare la tua corsa. Senza ostacoli nell'immaterialità delle cose avanzi con l'aiuto dell'angelo che "da dietro il velo / del tempo è luce al tuo passo".

Il tempo frequentemente è l'accusatore e l'accusato delle nostre irrealizzazioni. Perché allora non velarlo d'irreale? Perché non portarlo in un altro contesto dove non sia lui a dirigere le danze bensì noi "cosmonauti di spazi / sovramentali"?! Perché non ipnotizzarlo o sognare di ipnotizzarlo?! Perché non condurlo nel nostro sogno per poterci camminare a braccetto?!

"Nel paese interiore" – aggiunge il poeta – "vivo una stagione rubata al tempo".

Ma forse, o molto probabilmente, il tempo ideale di Felice Serino non esiste, perché egli ama guardare "all'indietro nell'imbuto fuori del tempo" e avanti "per volare fra le braccia della luce", proiezione anch'essa d'eternità.

Andrea Crostelli

[Andrea Crostelli, di Ostra (An) è pittore, illustratore, fumettista, critico artistico/letterario, poeta. Espone le sue opere in Italia e all'estero.]


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COMMENTI

Serino a mio giudizio riesce a esprimere attraverso delle visioni surrealistiche quella parte del quotidiano che si trasforma nei suoi versi in sogno, dimensione onirica, fantasia, partendo proprio da una visione dell'uomo che si spoglierà della sua essenza per entrare nella trasparenza di uno specchio, per poi alla fine essere proiettato in uno "spazio-tempo vitale", in cui lo stesso trasforma il contesto esistenzialistico in cui si è posto, anti-positivista.L' investimento ideologico per un continuo rinnovarsi di vita-cultura, la sperimentazione di nuovi modi di costruire versi, l' atteggiamento anti-conservatore di un passato letterario della poesia (da fin troppo tempo contenuta in canoni intoccabili dai puristi), lo pone come personaggi indiscutibile delle avanguardie, in un esprimersi del quale l'ermetismo conosce bene i suoi confini.

Luca Rossi

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Il grido non emesso, la sua forma sta in un "tempo sospeso" come tutta la poesia ultima di Felice Serino. E' un disegno, un'opera grafica di orizzonti silenti.

Andrea Crostelli

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Felice Serino: il poeta filosofo

Addentrarsi nelle tematiche di Felice Serino, ci porta a considerare la nostra essenza di creature in balia del senso di perdizione e di precarietà, caratteristiche salienti dell'uomo. In versi ermetici che scavano in profondità, quasi erodendo la nostra coscienza, il poeta affronta il rapporto tra il divino e l'umano, tra realtà e spirito, il contrasto tra spirito e corpo, tra sogno e mondo reale. E certo non manca la trattazione della problematica della morte e dell'alienazione del vivere moderno. Cito alcune poesie a suffragare quanto detto: "In sogno ritornano", "Preghiera", "Sospensione", "Dal di fuori", "Appoggiata ad una spalliera di vento", "Io-un altro", "Appunti di viaggio", "Nella valigia", "Spirale". Interessante l'uso della simbologia e della metafora dello specchio nella disanima poetica del multiforme aspetto di come la mente possa percepire la realtà. A volte si mostra gnomico, umanitario e proteso alla risoluzione dei problemi sociali. Il linguaggio appare scabro e incisivo, spesso filosofico e attinente al mondo della psicanalisi e dell'antroposofia.

Non è una poesia facile, all'inizio si presenta ostica, così intessuta di richiami culturali e stile ermetico, ma piano piano ci avvolge nell'atmosfera sospesa del nostro essere uomini, tesi alla ricerca della verità.


Peppino Giovanni Dell'Acqua

Dai "Commenti", nel sito http://www.poetare.it/


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LA SCHIZOFRENIA DELLA FABBRICA

Felice Serino è nato a Pozzuoli nel 1941. Dopo vari impieghi nel settore alberghiero e come benzinaio, ha lavorato per ben trentuno anni alla micidiale catena di montaggio della Fiat Mirafiori, a Torino.

Poeta autodidatta, “mail artista” e studioso di astrologia,vive tuttora nella capitale italiana dell’automobile. Ha pubblicato le seguenti raccolte poetiche: Il dio-boomerang (1978); Frammenti dell’immagine spezzata (1981); Di nuovo l’utopia (1984); Delta & grido (1988); Idolatria di un’assenza (1994); Fuoco dipinto (2002); La difficile luce (2005); Il sentire celeste (in e-book, 2006); Dentro una sospensione (2007).

I versi di Serino sono costruiti, non a caso, attraverso la tecnica del monologo interiore, che, spinto all’estremo, sconfina nel flusso di coscienza: i pensieri vengono riprodotti su carta così come affluiscono alla mente, saltando i nessi grammaticali, logici e cronologici.

Il poeta vuole rappresentarli in presa diretta, senza mediazione alcuna, per rendere palpabile al lettore la condizione psicologica alienata dell’operaio.

Così salta anche la punteggiatura, i piani narrativi si intrecciano, il “prima” si fonde col “poi”.

Non esiste un “tempo di fabbrica” e un “tempo di libertà”, separati l’uno dall’altro. Anche quando l’operaio è a casa con la famiglia, a letto con la moglie, nell’intimità dell’amplesso, nella dimensione ludica del rapporto affettivo con la figlioletta, la fabbrica è sempre presente, nel pensiero, con i suoi rumori, i suoi ritmi, le sue ansie ed i suoi pericoli.

Pure il verso prende un ritmo incessante, come quello della catena di montaggio. Solo qualche enjambement consente una pausa, poi il macchinario continua a girare, costringendo l’operaio ad inseguirlo, ad adeguare i propri tempi a quelli del mostro tecnologico.

E’ questa la “qualità totale” di cui tanto si parla. L’impresa impone la propria centralità, precludendo ogni spazio esistenziale privato all’operaio, assumendo una funzione totalizzante.

Si noti, inoltre, il clima di angoscia incessante, che domina i versi di Serino.

Le immagini degli omicidi bianchi, le morti violente, che si susseguono in fabbrica, come lampi al magnesio, esplodono nella sua mente, impedendogli una vita “normale”. rimangono impigliati nei meccanismi della macchina e ossessionano il poeta in ogni momento del suo ciclo vitale, che ne risulta irrimediabilmente alterato.

Su tutto (sentimenti, valori) domina il plusvalore, che Taylor diceva furbescamente di voler ridurre in un cantuccio.La produzione, secondo lui, avrebbe raggiunto vette così alte che il problema della distribuzione del plusvalore sarebbe diventato marginale.

Ma nei decenni il Pil (Prodotto interno lordo) è aumentato progressivamente, senza che ciò contribuisse ad eliminare l’alienazione del lavoratore.

Come osserva giustamente Serino, l’operaio, anzi, resta impigliato in un nuovo ciclo alienante, “produci-consuma-produci”, diventa vittima sacrificale per un nuovo “dio-mammona”, “pedina in massacri calcolati”.

Traspare dalle poesie del Nostro (sin dai titolo delle raccolte: Il dio-boomerang; e poi nelle immagini bibliche ricorrenti: l’operaio come Cristo crocifisso, le presenze diaboliche che affiorano qua e là) una religiosità violata, tradita da un ordine sociale cinico, che calpesta persino le leggi di natura, i principi evangelici.


Antonio Catalfamo

Da: IL CALENDARIO DEL POPOLO – Poeti operai [numero monografico n. 730, maggio 2008]

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PROLETARI

1
distinzioni di classi
niente di nuovo la storia si ripete
noi pendolari voi vampiri
dell'industria che evadete il fisco
(imboscando capitali sindona insegna)
ed esponete le chiappe al solleone
sulla costa azzurra o smeralda
(lontani dal nostro morire -
in città-vortice sangue solare
innalziamo piramidi umane
per l'alba di mammona)
dopo aver fatto il bello e il cattivo tempo
(burattinai per vocazione
di questa babele tecnocratica)
averci diseredati crocifissi
con bulloni a catene di montaggio

2
cieche corse cronometriche
cottimi barattati con la salute
pensieri accartocciati desideri
condannati a morte
uccidi la tua anima per otto ore
sventola la tua bandiera-di-carne
produci-consuma-produci
per il dio-mammona per il benessere (di chi?!)
sei bestia per il giogo del potere
pedina in massacri calcolati

SPIRALE

metti la caffettiera sul gas
il tempo di fare l'amore
la casa un'isola nella nebbia
di ieri nella testa il grido dell'officina
non ti avanza tempo per buttare su carta
quattro versi che ti frullano nel cervello
la bimba vuol passare nel lettone sorridi
per il polistirolo ritrovatosi in bocca
con la torta ieri il suo compleanno
trepiderai ancora una volta al ritorno
davanti alla cassetta delle lettere
e la moglie a dire qui facciamo i salti
mortali per quadrare il bilancio
il borbottìo del caffè ti alzi
esci e penetri il muro di nebbia
nella testa il grido stridulo d'officina
a cui impigliati restano brandelli
d'anima e carne
d'un'altra settimana di passione
stasera deporrai la croce

LINEA DI MONTAGGIO

lo hanno visto inginocchiarsi
davanti alla centoventesima vettura: come se
volesse specchiarvisi o adorare
il dio-macchina:
46 anni: infarto - parole
di circostanza chi deve informare la
famiglia - l'attimo
di sconcerto poi li risucchia il ritmo
vorticante: come se nulla
sia accaduto: la produzione
innanzitutto

MORTE BIANCA

al paese (le donne avvolte
in scialli si segnano ai lampi)
hanno saputo di stefano volato
dall'impalcatura come angelo senz'ali
- non venire a mettere radici - scriveva al fratello
minore - qui anche tu nella
città di ciminiere e acciaio: qui dove
mangio pane e rabbia: dove si vive
in mano a volontà cieche

UOMO TECNOLOGICO

parabole di carne convertite in
plusvalore - l'anima canta nell'acciaio - pensieri
decapitati al dileguarsi di essenze: vuota
occhiaia del giorno dilatato:

coscienza che si lacera all'infinito

L’ANIMA TESA SUL GRIDO

l’anima tesa sul grido
dopo otto ore alla catena
neanche la voglia di parlare
davanti alla tivù-caminetto
e morfeo ti apre le braccia
(impigliàti nello stridìo
della macchina
brandelli di coscienza)
domani ancora una pena
l'anima tesa sul grido
del giorno
in spirali di alienazione

OLOCAUSTO

immolato al moloch del consumo
deponi la croce delle otto ore lasciando
brandelli di anima lungo la catena
biascichi parole di fumo prima del sonno e sogni
strappare alla vita il sorriso ammanettato
dal giorno tieni in vita la tua morte tra vortici
dell'essere e trucioli d'acciaio rovente ti farà
fuori una overdose di nevrosi-solitudine
cuore-senza-paese immolato al moloch
dei consumi il sangue vorticante nella babele di
pacifici massacri offerta quotidiana

[Le poesie si riferiscono ad un periodo compreso negli anni 80]

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VA OLTRE IL SEMPLICE VERSO O LA PURA PAROLA

Felice Serino, poeta campano e residente nel capoluogo piemontese, ha pensato bene di pubblicare le sue poesie più riuscite, tratte da quattro volumi ("Il dio-boomerang" 1978; "Frammenti dell'immagine spezzata" 1981; "Di nuovo l'utopia" 1984; "Delta & grido" 1988, in un'opera unica inserendo anche la sua ultima silloge "Idolatria di un'assenza".
Ed è proprio questo il titolo che Pino Tona in apertura così sintetizza: "Le poesie della presente raccolta non hanno metrica e non godono della musicalità della rima: ubbidiscono solo all'estrosità della penna matura dell'autore che ha avuto il pregio di far scandire senso e doppio senso senza mai stancare la sensibilità del lettore".
Giustamente, è la maturità dell'autore che si erge a vele spiegate in una forma soprattutto particolare e suggestiva: il ritmo incessante, le frequenti parentesi, l'ambiguità, l'importanza del significante, di ciò che va oltre il semplice verso o la pura parola.
Ma Serino è anche poeta di "fondo", sa stare in superficie ed è agile nel penetrare dentro, sino alla radice delle cose: "la vita: unghiata sulla carne / del cielo: un grido / rosso come il cuore"; il suo grido si alza, là dove necessita, nell'universale stordimento degli eventi: "ma sarò ancora la denuncia la voce / di chi non ha voce sarò il suo sangue che urla / la storia attraverso i miei squarci".
Bravo è il poeta nella costruzione delle frasi, le quali condite anche da opportuni enjambements invitano a lunghi respiri. Un gioco suggestivo che sottolinea il forte impegno tecnico: "gli anni che il volto grida l'amore / cristallizzato le notti che si spaccano alla volta / del cuore absidi-di-nuvole le ipotesi / di vita o voli della memoria oltre l'urlo" oppure: "tua anima di uomo-di-carta / fino a farla sanguinare nel grido / dell'inchiostro guardarti dal di fuori tra idoli / famelici che ti fanno / a brani mentre bagliori d'insegne scheggiano la / coscienza lampeggiando".
Continuando nel mondo seriniano, si nota la penna del nostro autore affilarsi come lama e accendersi come fuoco: "da albe incancrenite si alzano babeli / che imbavagliano il grido / di coscienze impiccate / a capestri di profitti" per poi subentrare una voce pacata, quasi melanconica: "detrito / dei delta ove tendi senza / foce le braccia rotte / di solitudine e sei come / giuda col tuo peso / di terra".
Il rammarico di Felice Serino, in quanto troppo
premurosamente "lasciamo il posto alle macchine", nell'insensatezza di certi giorni, di una vita che forse è legata a troppe regole (lo stesso Blaise Pascal a suo tempo disse che "le leggi sono leggi non perché sono giuste ma perché sono leggi"): "al trillo della sveglia c'è chi si fa / il segno della croce mentre al piano / di sopra un altro forse apre il giorno con una / bestemmia c'è chi sventola una bandiera / di carne e chi miete denaro di / sangue uno chiude l'anno con un volo / dall'impalcatura mentre la donna del magnate fa il bagno / in 200 litri di latte vedendo distratta / i cristi del terzomondo in tivù".
Il quadro poetico di questo autore, sfogliando il suo "Idolatria di un'assenza" è una continua scoperta di immagini vive viste anche al microscopio e, forse più suggestive, da un'altezza e un'angolatura sempre differenti: "li inghiottirà una fuga / di luci la città verticale / allucinata: la sua bava / di ragno che tesse latitanze" là dove l'uomo si aliena da se stesso anziché dal resto del mondo: "recita la propria morte e finge / di fingere per essere autentico".
Ed è poeta colui che piange e ride (riprendendo il caro concetto pascoliano) come un fanciullo; ma è anche colui che fra le mani si nasconde il volto nella tenera paura di riuscire a capire: "lancerà l'orso il suo / anatema / sugli uomini e la loro cecità / per non aver posto un albero tra / sé e la sua fine".

Fabio Greco
["reportage" - n. 21/'94]

***

Carissimo, ho “letto” i tuoi due ultimi volumi di cui mi hai fatto parte: In una goccia di luce e Dentro una sospensione. In entrambi i tuoi libri, si respira quell’aura del trascendente che pone – al primo impatto – la tua lirica nel clima della grande spiritualità del nostro tempo, che attinge al metafisico, ai colori/sentimenti nella loro massima espressione, dei valori assoluti, in cui riscontriamo il senso ed il sublime della vita – della nostra esistenza.
La “luce” di cui tu parli, ed a cui tendi, attraversa ogni tua parola, e rappresenta l’inizio e la proiezione del tuo pensiero e della tua visione del mondo.
Mi limito a segnalarti – a te, autore – “… ricorda: sei parte dell’Indicibile - sua /infinita Essenza // nato per la terra / da uno sputo nella polvere”. E, altrove: “… essere e proiezione / del Sé / (per speculum in aenigmate…”
La tua problematica – che risponde ai grandi interrogativi dell’umanità, sul nostro globo-terraqueo, poggia sullo squarcio degl’orizzonti lontani, nella visione di un “altro” universo, a cui siamo diretti, rientra in un codice altamente significativo. E la tua scrittura così netta, stagliata, come ad es. “se nascere nella morte / è questa vita / breve sarà il vagare…” è ariosa, limpida, anche se carica di domande che ripongono nella Fede la loro risposta.

Posso dirti: continua, va avanti, procedi. La vita e l’arte vanno di pari passo.

Giuseppina Luongo Bartolini

24 maggio 2009 [lettera privata]

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Critica al libro “In una goccia di luce”
di Felice Serino.
A cura di Luca Rossi.
Febbraio 2009.

Incentrato sulla psicologia dell’ Io, tra interiorità-esteriorità, tra morfologia del corpo (il pre-essere che si fa uomo, il quale si relaziona successivamente col mondo), il biennio 2007-2008 vede il poeta dare alla luce queste nuove liriche, riaffermando il suo indagare su ciò che è temporalità e realtà.
Già la prefazione di W. Blake anticipa quello che sarà il corpus poetico che vede la “bellezza dell’essere” risiedere nel mistero ancestrale del creato.
Quell’essere che non porta al suo interno il mistero stesso, è un individuo che acquista scarso valore. E’ questo che pare voglia affermare Serino ribadendo le parole di A. Crostelli nella lirica che apre la silloge.
Un mistero dentro il quale si racchiude il bello e il brutto di ciò che è umano e non trascendente, per chi volesse pensare ai versi del poeta solamente alla luce dei lumi del cristianesimo.
Un mistero che è regione spazio-tempo indeterminata, in cui anche i sogni hanno un loro ruolo (vedi: “In sogno ritornano”): “…amari i momenti del vissuto/ che non vorresti mai fossero stati…// si affaccia nel tuo sogno bagnato/ quel senso di perdizione…”.
Riflettori da cui diparte una luce “insostanziale”, che ci permette di vedere il “non-vissuto” o ciò che non si vorrebbe scrutare perché figlio della paura “…luce verde della memoria/ scuote la morte…”, come afferma in “Insostanziale la luce”.
Una luce che diviene il punto di partenza incentrando il discorso antropologico intrinseco nel vissuto di ognuno: “…sostanza di luce e silenzio/ sapore dell’origine…”, da “Lacera trasparenza”.
Entrare nel mistero vuole dire entrare nella luce: “…camminare nel mistero a volte/ con passi non tuoi…”, da “Entrare nella luce”.
Mistero come sinonimo di fragilità dell’essere e brevità del tempo, o fortezza di entrambi.
Il concetto viene mirabilmente espresso in quelli che potrebbero ritenersi i versi centrali di tutta l’opera, riportati in “Se ci pensi”: “capisci quanto provvisoria/ è questa casa di pietra e di sangue/ dove tra i marosi il tempo/ trama il tuo destino di piccolo uomo?…//…mentre ti ripugna/ il disfacelo lo scandalo/ della morte il salto nel vuoto”.
Come non riandare ai versi della Dickinson scritti per la morte del nipotino Gilbert?
Incostante, poco convincente la chiusura della poesia “Mondo”, dove colui che scrive sembra smentire tutta una filosofia etico-morale appartenente al suo modo di concepire l’immagine dell’essere che detesta il mondo. Eppure è proprio in “quel” mondo che nasce l’uomo descritto da Serino, anche se proveniente da bagliori indefiniti. E’ proprio lì che il mistero di un amore-odio ha valore solo se entrambi coesistono.
Non ci potrebbe essere amore se non esistesse odio. Non ci potrebbe essere odio se non esistesse amore. Binomio indissolubile senza il quale tutto sarebbe utopia, anarchia del pensiero collettivo, sempre che non si varcassero le porte del trascendente.
Che il suo dichiararsi contro la guerra sia la ragione che sublima il pensiero umano è cosa scontata, ma non reale nella sua pienezza, perché è in quello stesso uomo che il bene e il male convivono.
Così come in “Sic transit…”. Ma questa è la realtà dell’uomo contemporaneo. Aggrapparsi all’effimero o costruire il suo dominio sulla roccia. Probabilmente l’abile penna del poeta vuole portarci a fare un salto di qualità nell’apprendere il suo professare.
Un salto di qualità che è didattica. Perché questo è il fine ultimo della poesia, anche se talvolta difficile da concepire.
Una poesia fine a se stessa, con un costrutto essenzialmente “vuoto”, è infruttuosa. Deve sussistere una poesia invece in grado di farci volgere lo sguardo alle “coordinate dei sogni - e/ l’insaziato stupirsi della vita/ da respirare su mari aperti// - che tenga lontano la morte”, da “Nel segreto del cuore”.
La morte, la morte…Altra descrizione di un paesaggio tanto forte quanto quello della vita. Il passaggio dalle tenebre alla luce può essere violento, ma è in questo che si risveglia la coscienza di chi vive tra il bene e il male operando attraverso strumenti di discernimento, quelli dettati dalla poesia, appunto: “e tu di nuovo ostaggio della notte/ l’invito/ l’abbraccio del vuoto// parola neo-nata/ la chiami nel buio/ l’innervi in parole// la plasmi a scalpelli di luce”,da “L’invito”.
La morfologia della poesia di Serino differisce da ogni altra per il suo concatenare i puri elementi dell’anatomia umana (sangue, nervi, fonemi, ecc.) con quelli del logos, perché la parola diventi carne ed entrambi, così terreni, così tangibili, generati da una forza a cui fare ritorno e in cui rispecchiarsi.
Non serve riportare nelle note biografiche la breve descrizione di chi sia il poeta, di quando sia nato o di ciò che abbia scritto.
Le poesie da lui scritte sono un biglietto di presentazione, il biglietto da visita dell’uomo-poeta.
Egli è l’Hermes, colui che nella mitologia greca è il dio dei confini e dei viaggiatori, di tutti noi insomma, di quella geografia che ci appartiene, corporea e del pensiero.
Dio degli oratori e dei poeti, dei pesi e delle misure. E’ apportatore di sogni, osservatore notturno, interprete. Mercurio, nella mitologia romana.
Serino ci trasporta così dal buio alla luce, dal non-essere alla forma dell’essere.
Scruta le ombre per capire dove sia la fonte di luce che le genera, perché senza luce, non esisterebbe ombra. Ladro e bugiardo solo apparentemente in certe strofe da lui scritte al fine di riscattarci a valori assoluti a cui il nostro “uomo di domani” deve rivalutarsi dal passato.
Proveniente dalla luce, attraversando le tenebre, si (ci) indirizza verso il mistero, oltre lo stesso.
Mi permetto solo di rubare alcune parole all’amico prof. D. Pezzini, direttore della cattedra di lingua inglese e letteratura medioevale inglese presso l’università di Verona, che nel descrivere la figura del poeta gallese Ronald Stuart Thomas, scrisse in un suo libro per gli studenti universitari: “Thomas ha infatti della poesia una visione che diremmo severa e impegnata, nella quale egli traduce un percorso di scoperta personale che passa attraverso la lettura del mondo in cui vive (…) e di indagine ostinata del proprio io alla ricerca del senso ultimo delle cose.”
Questo, a mio modesto avviso, vale anche per F. Serino.

***

Commenti  a poesie di

Felice  Serino

[di Luca Rossi, Andrea Costelli e altri]

Considerazioni sulle poesie di Felice Serino:
Spiove luce - Immersi nell'Assoluto - Infanzia

 

*
Spiove luce

spiove luce
di stelle gonfie di vento
col tuo peso
greve di limiti
ti pare quasi vita sognata
il vissuto già divenuto memoria
siamo frecce
scagliate nel futuro
o il tempo che ci è dato è maya
e si è immersi in un eterno presente?

Da In una goccia di luce, 2008

 

*
Immersi nell'Assoluto

come in una bolla d'aria o goccia
di luce
si ha vita
nel fiato del Sogno infinito

 

Da In una goccia di luce, 2008

 

*
Infanzia

la tenerezza dei giorni verdi
sparpagliati
nell'oro del sole appesi
alla luna
il papà dalle spalle
larghe come la volta
del cielo
quel sentirsi dèi - quasi
alati senza peso - e
non sapere la vita
Innocenza nostalgia del paradiso

 

* * *

 

ALATI SENZA PESO
Il nostro vivere non si concretizza, non si materializza malgrado le attese.
Siamo disciolti nell'aria come "frecce scagliate nel futuro", ciò che conta si chiama anima. Il tendere. La concentrazione nel volo per non cambiare direzione, per non deragliare. Il tendere come dapprima le corde dell'arco. O come una bolla che il "fiato del Sogno infinito " ti ha spinto.
Continuare il viaggio rilucendo dei colori del sole fino a dissolversi in esso.
"Sentirsi dei " è la leggerezza della grazia, è comunque l'abbandono al Supremo, come bambini che ritornano agli affetti e si lasciano guidare fiduciosi nell'ignoto che li attende.
Andrea Crostelli

 

 

Note per Flavio

Si è detto che il poeta viva dentro un perpetuo stupore. (1) A maggior ragione possiamo affermarlo parlando di Flavio Ballerini. Un poeta  straordinario, personalissimo nel singolare modo di esporre i suoi versi,   spezzati o dal ritmo musicale sincopato, espressi al tempo stesso con la forza di una continua novità (2); la novità e il candore propri del bambino che si agita dentro il suo essere diviso, che si lascia sorprendere dalla meraviglia della vita, dal suo miracolo.
Questo è il poeta Ballerini, un alchimista, "ballerino" della parola.
- - -
"come protezione si custodisce / la luce viva del sognare..."; "la vita se non è un miracolo muore" (pagg. 48 e 62 di "Emozioni maldestre").
Si vedano ad esempio i pochi versi folgoranti ispirati dalla mia poesia L'ombra.
Felice Serino

Insostanziale la Luce

insostanziale la Luce
nella carne si oscura
(energia fatta densa)
luce verde della memoria
scuote la morte:
il nocciolo del tempo
nel buio delle vene è universo
presto deperibile
- da La bellezza dell'essere, 2007 -

Felice Serino

 

*
La luce ha bisogno di arrivare, come nel tunnel di una galleria ha sempre fame d'aria, di libertà, dispazi aperti, di correre fluentemente a gran velocità.
Non appartiene a nessuna sostanza (insostanziale) la luce: nella carne, nella materia, si oscura, perde di forza, di energia, si appesantisce... La sostanza del tempo / nel buio delle vene è universo /presto deperibile, ma la memoria salva dalla morte, riesce a rendere vivi avvenimenti passati (luci)di gioie irripetibili che sembravano perse. Si tratta di una memoria spirituale che non è cancellabile,   bensì eterna.
La poesia di Felice Serino è di una brevità lessicale e concentrazione di significati unica. Se dovessimo catalogarla tra terra cielo e mare, diremmo senza dubbio che è una poesia di cielo.
Andrea Crostelli

 

ACCOSTAMENTI A "CREATURA" DI FELICE SERINO
(riflessioni, riferimenti personali ed altro)

 

CREATURA

mi godo la luce
come farfalla
sul palmo della tua mano
Signore non posso
che offrirti il mio niente -
fragile creatura
ti devo una morte

Da Il sentire celeste, 2006

 

Quante morti, per non pensare a quella ultima, abbiamo reso a Dio?!... e, quindi, quante resurrezioni!
C'è un'intuizione strabiliante in questa poesia. Ovvero la figura della farfalla abbinata alla morte.
Qualche anno fa ho avuto il privilegio di seguire da vicino un ragazzino dodicenne malato di tumore (uno dei cancri più rari e tremendi). L'ultima volta che l' ho potuto portare davanti casa, semi-seduto su una sdraio,   ho assistito a questa scena. Aveva una piaga sul ginocchio sinistro e, mentre si stava meditando il rientro, un nuvolo di farfalle bianche (le cavolaie) andò a posarsi su di lui e a baciare quella ferita.
Era coperto di farfalle, stettero in quel posto sacro, su quell'altare umano per minuti che sembravano eterni, prima di allontanarsi come uno sciame d'api venuto dal nulla.Era il segno che stava per  essere accolto, dopo la morte, da quella luce    straripante che in quegli istanti particolari ci aveva invaso. I giorni seguenti videro Samuele (così si chiamava) in coma. Un pomeriggio pensai che era il caso di portargli la comunione e pregare un  po' insieme. In effetti si svegliò dal coma e pregò profondamente insieme a tutti i presenti (familiari e amici). Il mattino dopo sullo stradello che porta a casa sua trovai una cavolaia morta. Piombò   dentro me il dolore della perdita assieme alla certezza consolante di avere un santo, ora presente, "solo" in maniera spirituale.
Le morti interiori a causa del male commesso sono l'offerta del nostro niente a Dio. Offerta per il rifacimento totale del nostro essere che cerca la vita nuova nella grazia.
La morte può essere intesa pure come liberazione dai pesi terreni, la zavorra che si stacca dal nostro corpo che acquista leggerezza e sale nel cielo pari a una farfalla e, delicatamente, va a cercare la mano che l' ha generato e vi si posa [per sempre].
C'è un altro significato che mi preme venga messo in luce. Quello che sta a dire: la mano del Signore mi ha salvato ora gli devo la vita (o meglio, quella gliela dovevo anche prima, ora gli "devo una morte".

Andrea Costelli

 

Commento a Il mondo le cose del mondo, di Felice Serino
a Padre Pio

il mondo le cose del mondo
ci devono scivolare addosso
come acqua - dicevi
mentre era un sorriso
interiore a illuminarti -
guaglio':
la casa del Padre è in fondo al tuo cuore
ma è il cuore
un campo di battaglia: a ogni giorno basta
la sua pena -

Da Il sentire celeste, 2006

 

 

Padre Pio parlava con semplicità di cose spirituali, ma c'è da lavorare, da togliere squame per andare all'essenzialità, per trovare sotto la carne tenera del cuore.
Ed il cuore è un campo di battaglia che gioca suo malgrado con le nostre falsità (falsifica il male per  poi trovargli posto la mente/volontà distorta).
A ogni giorno basterebbe la sua pena e credo sarebbe perfetta letizia, ma si aggiunge un fardello troppo pesante sopra al cuore (il nostro orgoglio-egoismo) che soffoca i suoi veri battiti con un riverbero non più chiaro. La difficoltà del Dottore è quella di non poterti dire come stai, avendo tu interrotto il sistema di comunicazione via cuore che arriva come un segnale telegrafico non  decifrabile. Bisogna cogliere allora il "suono allarmante" che indica il pericolo, la strada senza sbocco. Bisogna cogliere il lamento e risalire  all'incrocio in cui abbiamo preso la via sbagliata.
Il cuore, in realtà, lo dobbiamo sentire da noi stessi - l'eco scandito dal suo battito, il pulsare dolce, soave, leggiadro che è lo stato di grazia al quale dobbiamo tendere.Il sorriso che esce dal cuore.

Andrea Costelli

 

 

Nel segreto del cuore

 

tenere in serbo scomparti
colore del vento che oblìa
memorie: rossi
come il sangue della passione
verdi come le prime primavere
azzurri come il manto di madonne
custodirvi gocce di poesia
cavalli di nuvole ed arco
baleni -
le coordinate dei sogni - e
l'insaziato stupirsi della vita
da respirare su mari aperti
- che tenga lontano la morte

Felice Serino

 

* * *

Nota a cura di Andrea Crostelli
luglio 2008

"Nel segreto del cuore" enumera ogni attaccamento dell'anima alle cose che ritiene essenziali.
L'impronta che ci caratterizza che vorremmo avere sempre davanti agli occhi per non perdere gli stimoli, gli  entusiasmi.
Chi siamo e da dove veniamo... domande alle quali c'è bisogno di avere sempre una risposta pronta    per non smarrirsi.
La morte, infatti, è la motivazione che viene a mancare, è l'assenza fatta di vuoto (non l'assenza dello "stupirsi" che è contemplazione, estasi, massima presenza).
Il "respiro su mari aperti" è laddove riusciamo ad essere liberi. Ad essere spettatori, a volte, di noi stessi. In quei frangenti possiamo meravigliarci della nostra persona come se venissimo a conoscerla improvvisamente, come il bambino che fa esperimenti e si compiace delle sue capacità e allora parla ad alta voce, parla a se stesso.
Raccontarsi con la poesia, progredire nel presente dello spirito che muove le cose, le inventa, le materializza, le valorizza, le sublima.

 

CIELO INDACO
confondersi del sangue con l'indaco
cielo della memoria dove l'altrodi-
me preesiste - sogno
infinito di un atto d'amore

 

*

Commento critico di Luca Rossi
Ottobre 1999

E' l'attesa l'elemento fondamentale che si evidenzia in questo scritto.
Un'attesa-sogno che va a rivelarsi in ciò che già comunque in un certo modo sussiste: ". . .di me preesistente".
Si chiude con la poesia l'inizio della vita, quell'atto d'amore che ci ha generati per essere attesi là dove già era collocato il nostro posto.
E non c'è dubbio sulla nostra nascita perché la memoria è un cielo color indaco che aspetta solo il confondersi del nostro sangue con esso, perché tutto si possa realizzare come predestinato, come preesistente.
E oltre l'attesa, anche il desiderio.
E' un sogno potere credere che un giorno qualcuno verrà, farà parte di questo cielo dove memoria è uguale a realtà vissuta ma allo stesso tempo che deve ancora venire (l'altro di me ed io futuro).
Quattro versi per descrivere un'attesa così lunga.
Quattro versi per descrivere un desiderio che sembra non avere mai fine. Quattro semplici versi per  ricordarci che non più lunga deve essere l'intensità che si prova riflettendo su di essi.

 

I FUOCHI DELLA LUNA

(a cura di Luca Rossi)
coi fuochi della luna bivaccanti nel sangue
baluginare d'albe e notti che s'inseguono
dentro il mio perduto nome
per le ancestrali stanze un aleggiare di
creatura celeste che a lato mi vive
nella luce pugnalata

[da Fuoco dipinto - 2002, edizione dell'Autore]

 

*

Dire se i fuochi della luna siano cosa reale o meno, non possiamo affermarlo con certezza.
Ma se per un momento, come fa il poeta, cerchiamo rifugio nella notte, allora potremmo vedere anche noi questi fuochi prima di oltrepassare la sottile linea che ci divide dal razionale, per  inseguire un delirio che ci faccia sentire diversi da ciò che eravamo, fino al mezzogiorno di un incubo che prende il nome dalla vita di tutti i  giorni dalla quale fuggire per un istante.
Ordinaria follia di un giorno che si vorrebbe esorcizzare, per superare il confine in cui la mente si libera da opprimenti istanze, dove fiumi di sangue scorrono davanti ai nostri occhi per avere accoltellato la luce tra un inseguirsi rapido di albe e di notti (come dice il poeta) in cui vivere o lasciarsi morire.
Già, perché non c'è modo di liberarsi del giorno che uguale ritorna ogni volta per vederci protagonisti di un tempo che ci tiene prigionieri.
Notte senza maschere quella in cui viviamo per scendere dal palcoscenico e restituire i soldi del biglietto allo spettatore seduto, ora che le parti si invertono, adesso che la vita ha cambiato il suo gioco.
Vaghiamo da una stanza all'altra aprendo porte chiuse alla luce e spalanchiamo finestre che danno ancora sulla notte dell'Io, dove il calcolo dei giorni scaduti è di gran lunga superiore a quello dei traguardi che si sarebbero voluti raggiungere.
Una figura mi è sempre accanto. Conosce il mio nome: ultimo tentativo tra coscienza e oblio di recuperare ciò che restava del mio corpo ucciso, lasciato nel sangue tra gli ultimi fuochi di una luna ancora malata.

 

Canto per Nkosi
(In memoriam)
- A Nkosi Johnson, morto a 12 anni, il I° giugno 2001, a Johannesburg. Nato sieropositivo, fu scelto come testimonial contro il morbo dell'AIDS.-

 

colei che ti diede vita
la sai madre di cielo
bambino che hai corteggiato la morte -
tu messo in un angolo come vergogna
(lo sguardo orfano rapito
in vastità di cieli) presto non più
che mucchietto d'ossa - Nkosi
sei la nostra Coscienza:
e violentaci dunque nel profondo - tu
con la purezza di un breve mattino
mentre questa morte - vedi -
già s'ingemma di sole

Felice Serino
Da Fuoco dipinto, 2002 -

 

Commento di Luca Rossi

Pensare che quella di Felice Serino sia un'opera che mira solamente all'esaltazione isolata e semplicistica di un sentimento è cosa da poco; il poeta infatti cerca di attrarre il lettore verso il nucleo del dramma e della sua autenticità, mettendo in risalto la sofferenza che deriva da una presa di coscienza non tanto del vuoto lasciato da chi ora non c'è più, ma di chi ha fatto da spettatore a quanto andava accadendo.
Nella poesia il vero morto non è Nkosi, ma colui che rimane indifferente davanti alla denuncia di chi scrive, nel proprio "non-voler-fare" perché ciò possa "non-accadere". A quali persone si rivolga in particolare il poeta non è dato saperlo. Forse ai potenti della terra che manipolano i commerci, in  unione con le grosse multinazionali, come quelle farmaceutiche, per evitare morti precoci, o forse più semplicemente, a tutti noi (lo dice lui stesso: "Nkosi, sei la nostra Coscienza...").
E' la coscienza di chi non ha mai visitato, almeno una volta nella sua vita, le piazze delle grandi città, nelle quali ogni anno vengono distese al suolo le coperte con incisi i nomi dei figli,  degli amici, dei compagni e delle compagne morti a causa dell'AIDS. E' la coscienza di chi non ha mai stretto tra le mani, nelle stesse piazze, una candela accesa per ricordare gli uomini e le donne scomparse mentre viene letto il loro nome; persone magari sconosciute, verso la cui morte però non ci si può dimostrare non solidali. E' la coscienza di quelli che non hanno mai voluto possedere un simbolo (come il fiocco di stoffa rossa a forma di "A") il cui significato testimonia quella solidarietà umana verso coloro che saranno o sono già stati falciati dalla malattia. E' anche la coscienza di colui che pensa di ritenersi immune per sempre da essa, o di chi addita le ragioni di quest'inferno terreno riconoscendone nella devianza una delle cause.
La morte di Nkosi per il poeta resta quindi un pretesto per indicare i veri morti, perché chi vive la malattia è colui che riscopre nella sua predestinazione a scomparire il senso vero ed estremo del vivere.
Così il poeta confonde il tutto facendoci notare quella "purezza di un breve mattino" al quale dobbiamo volgere lo sguardo per ritrovare l'innocenza e la verità perdute o dimenticate: quelle certe di Nkosi che non sono venute mai meno, ma anche, come nel primo caso, le nostre. Lui (Nkosi) ci fa da guida.
Apposta il poeta confonde, perché desidera lasciarci scoprire se continuare ad essere dei morti tra coloro che continuano a vivere o persone vive che prendono coscienza di quella morte  che ci renderà tutti uguali.
E' un monito duro ma schietto, che non bada a mediazioni di sorta, perché deve risvegliare la voglia di comprendere il dolore ed il perdono verso chi sta all'origine di tale dramma, come in questo caso lo furono i genitori che, da datori di vita, hanno implicitamente segnato la condanna del proprio figlio.
Anche noi così forse riusciremo un giorno a vedere, se saremo in grado di farlo, quel sole che, nei versi con i quali si chiude l'opera, risplende sulle tenebre della morte che presto o tardi ci raggiungerà, rivolgendo i nostri occhi alla resurrezione di Johnson: l'unico vero sole che resterà anche quando l'astro che ci illumina estinguerà per sempre la sua luce.

 

"Angeli caduti" di Felice Serino
a cura di Luca Rossi.
Novembre 2004.

 

ANGELI CADUTI

fuori dal cielo
bevvero l'acqua del Lete
ora non sanno più chi sono
presi nella ruota del tempo
mendicano avanzi di luce - curano
le ali spezzate
per risalire nell'azzurro

Da La difficile luce, 2005

 

Questa volta Serino ha voluto pericolosamente avventurarsi in un campo dove la tematica è riservata a chi ha fatto della vita tutta un campo d'azione nel mondo del Mistero, di quel mistero dove regnano angeli[1] e demoni, dèi e anti-Cristo, portatori di pace e dittatori della guerra, che sia poi guerra fatta di armi o di lotte interiori, dove il nemico siamo "noi-stessi contro noi-stessi" poco importa.
In questa moltitudine di figure indefinite, egli identifica la figura di un angelo che di soprannaturale, nel proprio profondo, ha ben poco, ma si definisce come un'immagine più di umanizzata, dove è il peccato a renderlo prigioniero del mondo.
Se lo diverrà (cioè essere slegato dalla terra) lo sarà solo poi, dopo che avrà superato la soglia del reale, in cui si allineano istanze nascoste, sogni criptati, dinamiche ancestrali di eventi remoti; la linea che demarca la purezza dal peccato, la tentazione ... dal sacrum).
Angeli che prima erano ragazzi, esseri innocenti (perché mai la giovinezza dovrebbe essere immune dal peccato?) che ora cercano di riscattarsi dai propri errori, di lavarsi le proprie ali per potere risalire verso l'alto, verso l'Assoluto. Ma le ali intrise rendono difficile il volo verso un cielo sempre più alto. Resta comunque la speranza che il cielo tocchi la terra per rendere più breve la risalita e così disperdersi nell'Infinito.
Il paradiso perduto sta al di là del Lete[2], ci dice il poeta, fuori dal cielo, al di là del quale ognuno perde la propria identità: non è più massa, non è più omologazione, non è più l'Io specifico definito.
Definitivamente persi e pronti a bere un'acqua che faccia dimenticare chi fossero stati o, a giudizio del lettore, seguire la via dantesca.
Poveri divenuti tali a causa di una Grazia perduta che nello scorrere dell'eternità, dove stanno gli immortali e coloro che ancora sono nella prova, vanno alla ricerca della luce, della visione di Colui che è sempre pronto a tornare sui suoi passi perché nessuno sia un nuovo Lucifero, ma la manifestazione di quanto grande possa essere il perdono.
Curano le ali spezzate, dice l'autore, come a volere testimoniare che dopo l'errore c'è la presa di coscienza di ciò che di negativo si è compiuto.
E' tempo ora di riparare al danno, è momento di stasi, momento in cui non si può fare altro che starsene fermi dove ci si trova a mendicare avanzi di luce.
Che sia dato loro (non potevamo essere forse noi quegli angeli?) un nuovo tempo è cosa certa: all'interno di questi cureranno le ferite delle loro ali pensando al passato e utilizzando la ragione come medicina che risana.
Ma ragione e tempo non basteranno per guarire, se l'Amore di Dio non si riverserà su tutto e tutti.
Serino, nella sua solo apparente distanza da una poesia in cui il cristianesimo non si riflette in una civiltà moderna, dove egli ha costruito la sua poetica fin dagli anni delle grandi lotte per i diritti dei lavoratori nelle fabbriche, nasconde invece, attraverso i personaggi da lui descritti, un forte e saldo legame nei confronti dell'Assoluto. In talune opere sembra quasi essere una necessità, per risalire quell'azzurro che rimane pur sempre, nel pensiero collettivo, il colore della purezza e dell'innocenza.
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[1] Vedi E. Dickinson nella sezione poetica dedicata agli angeli. Mi permetto di riportare qui di seguito una delle più belle poesie, a mio giudizio, della Dickinson sul tema, la quale dice:"Sola non posso stare - / Perché mi vengono a far visita - / Ospiti al di là della memoria - / Ospiti che ignorano la chiave di casa. // Non usano abiti o nomi - / calendari - o climi - / ma abitano case comuni / come fanno gli gnomi - // A volte corrieri interiori / ne annunciano l'arrivo - / Ma mai la partenza - / perché non se ne vanno mai più."
[2] Nella mitologia classica, fiume dell'Ade (il mondo dei trapassati); i morti dovevano berne l'acqua che faceva loro dimenticare la vita terrena. Dante ne fece un fiume del paradiso terrestre; le anime ne bevono le acque prima di salire in cielo per dimenticare le colpe commesse.

 

SULLE RIVE DEL MISTERO

ciò che non appare mistero
neppure è bello *
fragile come i sogni
spaesa il cuore
di là del mare
tutta
una vita -
... finché lo spaesare
non si adagia
sulle rive del mistero

* frase presa in prestito dal mio amico
pittore-poeta-critico Andrea Costelli

Da Dentro una sospensione, 2007

 

*

... "Tutta una vita", e sì, l'anima è in cammino su acque tormentose-calme-fredde-calde, acque d'ogni specie, e non può smettere di camminare, di evolversi, di maturare e crescere per tutto l'arco del tempo donatogli.
"Lo spaesare" per paesi di mare, per mondi interiori è la sua natura. E quello che è mistero diventa scoperta, sicurezza, quando l'onda finale accompagnerà il nostro corpo sulla battigia. Sicurezza perché saranno le braccia di nostro PADRE-MADRE a raccoglierci e risollevarci per sempre.
Scoperta e sicurezza perché il tuffo completo nell'Amore ruberà al mistero i suoi punti sconosciuti, e quell'ansia continua mista di paura per l'ignoto e tensione per il desiderio evaderà dal nostro essere come lo sporco dopo una bella doccia.

Andrea Costelli

 

Breve commento sulla poesia di Felice Serino dedicata a Sandro Penna
La vita... è ricordarsi di un risveglio
---

"La vita... è ricordarsi di un risveglio"
[leggendo Sandro Penna: una cheta follia, di Elio Pecora]

sotto un mutevole cielo chiuso
nel tuo grido di diverso
cresce la luce a cui vòlti
le spalle: voglia di sparire
dentro un sogno o restare
nell'ora dolce dei vivi
- mosca impigliata nel miele

 

*

La difficoltà di accogliere la luce - quella non imprigionata dal sogno - la luce del tempo presente che mette in risalto il tuo aspetto di diverso. Sì, perché la luce fora la pelle, le ossa e giunge facilmente all'anima e illumina il tuo aspetto interiore di diverso.
C'è quasi una paura di mostrarsi e una paura di vedersi e non accogliersi.
Scrivo a te Sandro, te che amavi tanto la vita e ti sei "impigliato come mosca nel miele", come uno che si butta e non sa frenare le sue passioni, come uno che trae dolcezza infinita anche dalle sue pene, dalla sensibilità che è dono e si riversa in poesia.

Andrea Costelli

 

Distacco
giungere dove ogni linea s'annulla
un brivido bianco... e sei altro
fiume che perde nel mare il suo nome *
* da un verso di Billy Collins
da In una goccia di luce, 2008
_ _ _

 

Le tue poesie seguono sempre una linea ascetica spirituale, sono una proiezione per inquadrare l'al di là. Potrebbero essere racchiuse quasi tutte in un unico libro.
Mi è piaciuto assai il verso: un brivido bianco... e sei altro.Il riferimento alla trasformazione che riceveremo sia nella carne che nello spirito alla fine dei giorni terreni è in risalto e ben trasposto.
Chiaramente ti raggiunge anche il pensiero che già da adesso la vita si trasforma per chi tende a giungere dove ogni linea s'annulla.Tra le braccia del Padre come il fiume tra il seno del mare.
Andrea Costelli [stralcio da lettera privata]

 

DOPPIO CELESTE
entrare nello specchio: esserne
l'altra faccia:
uscire dal sogno di te stesso
apparenza di carne tornata pneuma:
ri-unificarti col tuo doppio
celeste: il-già-esistente di là
dal vetro: tua sostanza e pienezza

[da Fuoco dipinto - 2002, edizione dell'Autore]

 

*

Sono il modo del verbo, quello infinito, ed il significato dello stesso, cioè quello di "accedere a un luogo", che vengono sottolineati fin dall'inizio della poesia, che già ci portano a considerare l'aspetto introspettivo che i versi diranno di seguito.
E si è subito sul luogo della scena, senza premesse, in medias res. Si è subito sul luogo del delitto (del proprio suicidio): in riva allo stagno, dove, tra breve,superato il primo verbo che apre la poesia, l'immagine di Narciso si specchierà chiara nell'acqua ("esserne l'altra faccia").
Non si arriva neppure a mettere in dubbio l'impronta fortemente narcisistica dello scritto ("uscire dal sogno di te stesso").
O forse, superato il primo verso, può essere che le parti non siano le stesse che la mitologia vorrebbe riproporre.
Può essere che l'oggetto (lo stagno, lo specchio, l'altra faccia) e la persona (Narciso e il sogno che lo rappresenta) si confondano, proprio come talvolta avviene nei sogni, dove ogni cosa può occupare posti e ruoli diversi, differenti:
Quando Narciso morì, lo stagno del suo piacere si mutò da una tazza di dolci acque in una tazza di lacrime salse e le Oreadi vennero piangendo attraverso i boschi per cantare allo stagno e confortarlo. E quando videro che lo stagno s'era mutato da una tazza di dolci acque in una tazza di lacrime salse, sciolsero le verdi trecce dei loro capelli e gridarono verso lo stagno dicendo: "Noi non ci meravigliamo che tu pianga tanto Narciso, perché era davvero bellissimo".
"Ma era bello Narciso?", disse lo stagno."Chi potrebbe saperlo meglio di te?", risposero le Oreadi." Ci passava sempre davanti, ma cercava te e si stendeva sulle tue rive e guardava dentro di te e nello specchio delle tue acque specchiava la propria bellezza".
Allora lo stagno rispose: "Ma io amavo Narciso perché, mentre egli se ne stava disteso sulle mie rive e mi guardava, nello specchio dei suoi occhi io vedevo sempre specchiata la mia bellezza".
(Oscar Wilde - Il discepolo, 1893).
Lo stagno e Narciso erano la stessa persona, la stessa cosa: ognuno di essi non vedeva l'altro.
In "Doppio celeste" si esce invece dal sogno per accorgersi che esiste una realtà, che è quella che lo specchio riflette, che poi è la stessa che, vista specularmente, completa la parte spirituale mancante nell'uomo, finché questa non viene raggiunta.
Solo passando attraverso lo specchio ci si addentra nell'anima e si vedono con distacco le cose che stanno oltre il sembiante, quando anima e corpo, corpo e anima si trovano già in uno stato etereo.
Nella lettura della poesia, prima di entrare nello specchio, si percepisce quanto l'autore voglia trasmettere che questa ricerca non sia stata del tutto casuale, ma che anzitempo vi era stato un percorso alla ricerca, appunto, del complementare; che vi era stata tutta una vita di riflessione a riguardo.
Ce lo sottolinea il modo in cui la poesia inizia, con quell' "entrare" scritto con la lettera minuscola, abitudine certa di chi scrive nell'aprire i suoi lavori, ma non in questo caso, come si potrebbe interpretare; un modo d'iniziare portato quasi a testimonianza che prima c'era dell'altro.
Ne seguono poi, nella costruzione delle strofe, un utilizzo dell'interpunzione rappresentata dai due punti ben evidente e ripetuta. Si tratta di spiegare ciò che il discorso iniziato, continuato, ora vuole dire.
Scelta oculata, originale, non casuale della punteggiatura unita al senso della poesia.
Dopo essere entrati nello specchio, al di là della sua superficie, al di là della superficie dello stagno, c'è la distanza, la profondità dello stesso, che aumenta quanto più eravamo distanti da quel "doppio celeste" già presente.
Narciso conoscerà la sua essenza solo quando lo specchio d'acqua lo attirerà a sé tramite il gioco perverso della propria immagine.
Noi lo faremo quando l'immagine dello specchio rifletterà un azzurro che si aprirà al di sopra dell'unico colore, quello nero, della morte.
Ma che la morte sia il vero senso con cui si chiude questa poesia è in dubbio.
Ciò che lascia questo dubbio è l'utilizzo dei verbi usati all'infinito (entrare - essere - uscire dal sogno): all'infinito cerchiamo la nostra complementarietà all'interno della vita e moriamo così tutte le volte che portiamo a termine questa nostra ricerca, e rinasciamo subito dopo.
Sembra che in questa poesia non ci sia vita, non ci sia morte, perché la ricerca dell'anima supera i confini del tempo e della storia.

Commento di Luca Rossi
6 dicembre 1998

 

LA FORZA GENTILE

Dio è paziente: ha sogni
per l'uomo infiniti - frutti
immarcescibili
(centro del cosmo: non è
il suo un giocare a dadi)
egli visita le nostre
piaghe - manda angeli
a spazzare gli angoli del cuore
(suo disegno è
la Bellezza)
la sua forza è gentile

Felice Serino
Da La difficile luce, 2005

 

*

COMMENTO ALLA POESIA "LA FORZA GENTILE"
Di Luca Rossi. Dicembre 2002

Un'estrema tranquillità nel descrivere ciò che Dio rappresenta per noi percorre questa poesia dal suo inizio fino al termine. Ogni aggettivo che viene attribuito a Colui che del tempo detiene le sorti ci insegna che la calma e la pace dei sentimenti appartengono solo a chi è eterno e non all'uomo frenetico dell'era moderna.
Nella sua "continuità" egli progetta per noi "oltre la morte" (il sogno infinito rivolto all'uomo senza tirare a sorte il destino di ognuno, ma predefinendolo per renderlo sicuro, certo, oltretempo, oltrememoria che si dilegua).
Un Dio che si fa uomo nella sofferenza essendoci accanto quando le piaghe del fisico e dell'anima si aprono, squarciano la notte che sta dentro di noi,e solitudine ed abbandono ci circondano; quando l'ultimo amico segna la distanza da dietro una porta che chiude i suoi battenti.
Un Dio che non si mostra, ma che si rivela attraverso messaggeri per ripulire il cuore da ciò che non è eterno (l'incomprensione del mistero che fa da linea di divisione fra il sentimento umano e quello dell'Assoluto). Solamente un cuore sgombro dal filo rigoroso della logica e del dubbio può prepararsi ad accettare il perché delle cose; un perché che il poeta vede come soluzione finale facendo riferimento alla bellezza, disegno infinito dell'amore di chi sa fare della forza un'arma gentile per combattere la paura esistenziale che ci appartiene.
Poesia a mio giudizio di elevato livello spirituale e morale, nonché compositivo; lezione certo di stile e di richiamo per tutti noi ancora una volta a volgere lo sguardo verso chi ci chiede di essere riconosciuto come architetto ristrutturatore di anime.

Frasi sulla poesia "IL PECULIO DI LUCE" (a Simone Weil) di Felice Serino

 

IL PECULIO DI LUCE
(a Simone Weil)

1.
(occhi come laghi
a eco fremiti di vita)
ha mani che sfondano muri
di solitudine - amore
2.
germoglia grido di luce
da nuovo dolore
Felice Serino
Da Il sentire celeste, 2006

 

*

Tornano a te, come in un lago al centro della sua valle, gli echi della tua voce-dolore-di-tempo, di quando pronunciasti frasi o pensieri appena ieri, o tornano a te gli echi di chi, in un tempo più remoto, ti assomigliava nel suo "sentire". Perché l'eco è un sentire che può arrivare dalle orecchie al cuore.
Queste sono le "mani che sfondano muri" (e anni), mani prolungate in gesti d'amore e alzate in inni di lode.
L'eco della "luce" sorge come un grido potente di vittoria che abbatte mura di Gerico (la preghiera "funziona" quando uno non dubita che otterrà quel che chiede, anzi sa già di averlo ottenuto prima che questo accada), che stronca le resistenze nemiche più volitive, che smaschera la "notte" con le sue abissali contrapposizioni del bene e con l'offerta lieta delle proprie pene.
E' così che Felice Serino si specchia negli occhi di Simone Weil (intravede il suo sorriso come una mano tesa), è così che Felice Serino si specchia nella vita piena.
Andrea Costelli

 

LA VITA NELLE MANI DEL VENTO

palpebre d'aria
chiuse sulla disfatta del giorno
(depistate tracce
rotte smarrite
a insanguinare il vento:
ruotare del tempo
nella sua vuota occhiaia)
anse d'ombre
annegano il grido
dell'anima giocata a testa e croce
Felice Serino

Da Fuoco dipinto, 2002

 

*

Commento critico di Luca Rossi
Settembre 2000

Occorre tirare le somme e vedere la realtà per quella che è o per quella che è stata. La nostra anima, il nostro passato, non li possiamo cambiare.
Li abbiamo giocati al gioco del destino, apparso sempre così mutevole, come il vento che ora soffia in una direzione e subito dopo nella direzione opposta.
Un vento che corre lontano prima che il giorno finisce.
E ora che si fa sera si devono fare le proprie considerazioni, come palpebre che si chiudono alla disfatta del giorno.
Ma il giorno - la vita - è stato pieno di tante cose, di tanti avvenimenti, di un destino falsato, di una scelta che non si è trasformata in realtà (rotte smarrite, dice il poeta), che ha cambiato le sorti della
stessa e ha macchiato quel vento che porta oltre.
Restano le ombre, con le loro pieghe, con i loro risvolti che si accompagnano al grido di quella che è ora la realtà dell'anima che vuole tornare a essere se stessa, vita nelle mani del vento.

 

NEL ROVESCIAMENTO
(a cura di Luca Rossi)

 

(non vedi al di là del tuo naso scientifico):
è come leggessi sull'acqua
lettere storte: poiché noi siamo
nel rovesciamento afferma
la weil - e negazione
ci appare la grazia

[da Fuoco dipinto - 2002, edizione dell'Autore]

 

*

Riscattare la propria condizione esistenziale è il fondamento di questa poesia.
Il nostro Io interiore e quello esteriore sono legati da un qualche cosa che li determina, che li unisce per essere insieme un tutt'uno, a costruire un significato.
Vediamo da un lato, mentre perdiamo visione dell'insieme dall'altro (non vedi al di là del tuo naso scientifico), perché i parametri di giudizio sono quelli di sempre, basati su una visione del cosmo troppo mediata dalla ragione e poco dai sentimenti; dalla rigida regola di catalogare il tutto per dare una risposta a ciò che avviene e poco dalla capacità di comprendere l'impossibilità di penetrare i progetti della natura che sfuggono a ogni capacità di previsione.
La realtà può essere quella che vediamo riflessa in uno specchio d'acqua, ma può anche essere quella che lo specchio d'acqua riflette quando la stessa viene mossa e confonde l'immagine.
Eppure è sempre la medesima realtà vista in due modi differenti.
Poiché noi siamo l'una e l'altra: lettere ordinate, ben composte, ma anche lettere storte che descrivono un racconto di vita diverso.
Leggiamo nell'acqua un volto, leggiamo un pezzo di cielo che la sovrasta, leggiamo un desiderio precluso (quello di Narciso che non seppe vedere il proprio rovesciamento) e ci appare distinto un progetto dove la luce colpisce, dove la luce rende tutto più chiaro.
La grazia fa da tramite per vedere le due realtà in cui vivere; tempo speso perché la vita resti quella di sempre scombinata nei suoi opposti.
Dicembre 2000

 

RIFLESSIONE PERSONALE DI GIANCARLA RAFFAELI
SULLA POESIA "MONDO" DI FELICE SERINO

Mondo
(contro le guerre)

freddo incanaglito la tua iniquità
è specchio che deforma
la bellezza del creato
tu esperienza della ferita
col poco amore che ispiri
ci lascerai incastrati
tra questa e un'altra dimensione?
mondo: piaga e grido
dell'uomo incompiuto
vòlto al cielo
io ti detesto - mondo

 

*

Mi soffermo sui versi più "inediti", su questo sguardo improvvisamente catturato, quasi sorprerso, dall'iniquità del mondo.
Pesa sul cuore del Poeta l'angoscia che l'uomo possa rimanere "incastrato" tra le due dimensioni (quella della innocenza e della colpa?) senza il riscatto della scelta. Nessuna lacerazione ha risparmiato il corpo del mondo, eppure il dolore non ne riscatta la colpa e il grido (senz'anima) non raggiunge il cielo.
Giancarla Raffaeli

 

COMMENTO ALLA POESIA DI FELICE SERINO

ANGELO DELLA POESIA

librarsi della tua ala azzurra nel mio sangue

io-non-io: in me ti trascendi e sei

d'ineffabili alfabeti s'imbeve il nascere delle mie aurore

Da La difficile luce, 2005

 

*

E' una poesia ermetica sublime, da analizzare e scoprire; io la interpreto così:
'librarsi della tua ala azzurra nel mio sangue'
è il momento in cui l'ispirazione, come musica celestiale, fa sentire al poeta la sua voce e gli rimescola il sangue
'io-non-io':
il poeta non è più se stesso, entra in trance trascinato dall'irresistibile richiamo dell'ispirazione
'in me ti trascendi e sei'
è il momento in cui l'ispirazione "si serve" del poeta ed elevandosi al di sopra di esso, diventa presenza reale, è, esiste; il poeta diventa strumento della musa
'd'ineffabili alfabeti s'imbeve il nascere delle mie aurore'
il momento in cui avviene il "parto" delle poesie (il nascere delle mie aurore) è una sensazione di liberazione tanto profonda e sublime, così ricca di vita e di gioia da non potersi descrivere a parole
(d'ineffabili alfabeti s'imbeve).

Antonino Magrì

 

FLASH SCATURITO DALLA LETTURA DEI VERSI DI POESIA
DI FELICE SERINO

POESIA

ti avviti
con lucido delirio
nella folla
di parole
(tra sprazzi di
di coscienza e sogno
insegui
gibigiane echi:
ecco sfrondarti
forbici di luce:
la pagina è tuo lenzuolo
quando in amplessi
cerebrali
muori rinasci)
la tua anima di carta
ricrea armonie
in seno a spirali
più alte

 

***

Le parole che si ammassano e si spingono tra la folla per mettersi in luce e voler rispondere a tutti.
Le parole che s'incasellano velocemente sul foglio come automatismi di una stampante a un tuo semplice cenno d'avvio.
O le parole che viaggiano lente su di un carretto guidato da un mulo che conduce te, padrone che dormi, a completare il percorso del tuo sogno fisico/verbale.
Tranquillo, c'è sempre chi conosce la strada!
Le parole infine ridotte all'essenziale e in quell'essenziale moltiplicate per 144.000 modi di interpretarle che le rendono costantemente vive.
Parole parole parole, magia della lingua che comunica con il suo bacio-poesia.
L'eccitazione spirituale che si fa carne.
E' il "delirio" "in seno a spirali più alte".
Una molla nel cervello che si genuflette al mistero per poi sobbalzare gioiosa e fuoriuscire da questo come canto di lode che si esterna.

Andrea Crostelli

 

AION

1.
chi ti ha fatto sapere ch'eri nudo?
l'ntrare della morte nel morso
della mela (si erano creduti il Sole
scordando di essere riflessi)
1.a
il serpente mi diede dell'albero e...
eva la porta
di sangue
per dove passa la storia
2.
nell'incrocio dei legni
la conciliazione degli
opposti (lo scheletro del mondo)
2.a
è il Figlio che pende
dai chiodi
la risposta a giobbe
3.
ancora l'assordare dei martelli ancora
un giuda che fa il cappio abbraccia un albero di morte
-sulle labbra il fuoco del bacio

Felice Serino
Da La difficile luce, 2005

 

*
Critica di Luca Rossi. Luglio 2002

L' identità, la conoscenza della morte, il riscatto tramite il dolore altrui, la scoperta di Dio, il ricordo: ecco gli elementi principali, i titoli attraverso i quali si snoda il componimento di Serino.
La presa di coscienza del peccato apre la prima strofa, dove la mela (simbolo del divieto divino, del non andare oltre, del sapere che la libertà offerta avrebbe potuto avere un limite per la salvezza stessa dell'essere) ora è stata consumata e ha riempito l'uomo di ogni tempo compreso quello del terzo millennio, della stessa onnipotenza di Adamo.
E' forse cambiata la storia? No; Qohelet, il sapientissimo, ci dice che non c'è nulla di diverso sotto il sole che ancora oggi non accada.
L'uomo che è, già è stato.
L'umiltà è l'arma attraverso la quale riprendere coscienza del ricordo del Padre, della memoria della morte e dell'immagine di quella polvere che alla fine, se racchiusa nelle mani di Dio, per essere trasfigurata, riplasmata, tornerà ad essere semplicemente terra che alimenterà nuovamente le radici di quell'albero sul quale è maturata la mela, se non ci si lascerà trapassare da un Sole da cui piovono raggi di luce, che sono verità di un universo che non si espande secondo le leggi della fisica, ma dell'amore; di quell'amore che viene tentato dal serpente che scese dall'albero per allontanare da noi l' idea della fine, la lontananza della morte attraverso l'inganno di una bellezza che ognuno vorrebbe possedere a qualsiasi costo.
Eva apre la via ad una libertà secondo la quale il valore dell'estetica e della provocazione nasconde il suo doppio senso, la perversione di volere fagocitare ogni cosa perché ogni cosa debba essere nostra, debba necessariamente appartenerci, coinvolgendoci in un delirio che oscura la vista per distogliere lo sguardo da ciò che risiede oltre le nebbie.
Da qui passa la storia che il poeta descrive, passa l'azione dell'uomo che cade prigioniero per non avere saputo riconoscere all'angolo delle vie quegli angeli perduti e mai redenti, che offrono immagini fantasmagoriche di un finto benessere e di una strada che non sembra avere alcuna via d'uscita.
Ma il poeta, dopo avere dichiarato con forza che l'idea della morte eterna è propria di chi sa di non svegliarsi dalla notte che ci investe, suggerisce attraverso le ultime righe un percorso che potrebbe essere il più giusto: quello della conciliazione con Dio, del sapere del dolore di chi si fece trafiggere perché l'uomo capisse che da solo non si sarebbe mai potuto salvare e del riconoscersi ancora una volta in fuga da quell'Eden che ogni epoca ripropone, perché la benevolenza di Dio è sempre presente, sempre attuale, sempre nuova.
Un Eden che mette in evidenza le regioni sconfinate del bene e dell'amore da cui, chi è ancora in grado di ascoltare, dopo i fragori del giorno, sente il battere del martello sul chiodo che penetra la carne ed il legno.
Davanti a noi sta la morte di sempre.
Più in là una morte che detiene invece un senso più ampio: l'uomo che prende coscienza dell'Eterno.
E la poesia di Serino vuole essere un monito, forse l'ultimo, di un uomo che ancora ascolta e ci induce a riflettere su quanto la storia ha avuto da dirci.

 

VISIONE

imbevuto del sangue della passione un cielo
di angeli folgora l'attesa vertiginosa
nella cattedrale del Sole dove ruotano
i mondi
è palpito bianco la colomba sacrificale

 

*
Lirica intensa, pregna di suggestione e pathos. In pochissimi versi ben ponderati ed equilibrati hai saputo farci rivivere con vigore e sapienza poetica l'attimo magico e sacrale dell'eucarestia.
Complimenti vivissimi e un grande benvenuto tra noi!

Antonino Magrì

 

QUEL SORRISO
    a R.

oltre lei forse fra le stelle
dura quel sorriso che nell'aria
ti appare ora sospeso come fumo
lucido incanto il tuo
sperdutamente altrove -
l'ha disperso il vento

Pur nella sua semplicità, questa lirica è dolcissima e struggente. In essa si racchiude la consapevolezza dell' oltre, la serenità della fede e la malinconia del distacco terreno. La chiusa è veramente poetica; ma devo ammettere che ogni singolo verso racchiude piena densità di immagini e sapiente musicalità. Tu sai dimostrare che nella poesia non è la lunghezza che conta, ma, anzi, è la capacità di condensare un pensiero in pochi artistici versi.
Complimenti, sei un poeta vero!

Antonino Magrì
http://www.artevizzari.italianoforum.it/

 

E' IN TE NELL'ARIA

è in te nell'aria
sottile la senti la mancanza
di vita piena
come applaudire con una mano sola
ma è regale regalo
questo rapido frullo
d'ali
atto d'amore
non affidarlo nelle mani del vento
sii àncora
gettata nel cielo

 

*
Felice, sono veramente incantato, la tua poesia è magica e, tecnicamente, risponde a tutti i canoni della poesia libera, dalla metafora all'allitterazione, dall'onomatopea a quello che oggi è il più raro: la musicalità del verso. Ha una forza lirica straordinaria che esplode dirompente nella splendida chiusa:
sii àncora
gettata nel cielo

Antonino Magrì

 

Commento alla poesia "Maya", di Felice Serino
Luca Rossi.
Marzo 2007-03-10

 

Mi riferisco a Maya. Stupende l'apertura e la chiusura che tendono a concentrare il significato dei versi in un indefinibile "status" dell'uomo. La figura geometrica, poliedrica, prismatica, antica, definisce il mondo riflesso che solamente l'asceta è in grado di distinguere. Siamo della terra, ma solo ora: non lo eravamo prima della nostra nascita, non lo saremo più dopo la nostra morte. Ma abbiamo vissuto l'azzurro, nel suo senso simbolico e "nell'azzurro", nel suo senso materiale, come luogo di sogni e realtà. Di decadente esiste il corpo, effimero, ma non lo spirito racchiuso in esso: sottile fiamma.
Interessante aggettivo che apre a una visione pluridimensionale di significati.
Ognuno cercherà al proprio interno quello che più gli si addice quando dovrà ricercare il contrario di "sottile".
Forse pochi lo troveranno, ma non sui dizionari.
Lo sapranno i Santi, lo diranno i Martiri. Lo diranno le vittime della guerra, della violenza senza senso, la gente che muore di fame, coloro che avevano una possibilità ed è stata loro negata.
Il poeta si fa interprete dell'asceta. Diviene per un momento esso stesso spirito comune di questi, per poi distaccarsene e ridiventare uomo comune. Per un momento entrambi racchiusi in quel prisma dove la luce si espande in ogni direzione fino a dove l'occhio riesce a distinguere orizzonti di esteriorità cosmica per poi penetrare e scaldarsi a lato di quell'anima che arde, dignità esistenziale dell'uomo vero.

 

*
MAYA

il di qua dice l'asceta
non è che proiezione
nel prisma azzurro del giorno

sentenzia
che perfezione
è la carne che si fa spirito

non si terrà conto
del corpo che si nutre
che è già della terra

si è dunque
del cielo o anelito
d'infinito ancor prima
del primo respiro?

- certa è la fiamma che dentro
ci arde - sottile -

 

Considerazioni sulla poesia "Maya"

"Perfezione è la carne che si fa spirito" è qualcosa che 'parla' (e bene) solo in poesia, in quanto la carne è carne e lo spirito è spirito, e nessuno dei due può diventare l'altro. Possibile invece vivere più che si può di cose spirituali e "abbandonare" (a tratti) la carne. Cioè, essere così leggeri (elevati) di (in) spirito che l'anima fuoriesce dal corpo lasciandolo come un fantoccio fino al suo ritorno in esso, ovvero quando si è esaurita quell'energia soprannaturale.Il centro della poesia, che è la centralità in cui essa ruota, secondo me detta i dettami della riflessione (non a caso si trova in quel posto): "non si terrà conto / del corpo che si nutre / che è già della terra". Cibarsi di ciò che offre la natura, tingersi della terra, della sabbia, dell'erba rotolandoci sopra per poi un giorno lasciarci le nostre spoglie [non come il cestino del computer nel quale puoi ripescare le cose vecchie, ma come un programma nel quale non puoi più accedere (solo Dio può farlo)]. Il corpo è la scatola, è la custodia temporanea del regalo che c'è dentro: il nostro spirito che a sua volta si rifà regalo al mittente.
Quella "fiamma che dentro ci arde sottile" e sale verso l'Alto, l'Altissimo.

Andrea Crostelli

 

Nota su -Paesi di mare-

Le ali, i pesci, il seno azzurro del mare, il mare come una madre: ecco la profondità trasognata che scaturisce dal mondo immaginativo di Crostelli, il quale ci invia messaggi dalla sua "dimora", il mare, appunto.
Un "visionario" ma con il cuore che sempre spazia tra terra e cielo, abitato da una intensità di colori e luce, e da una ricchezza di felici intuizioni: *
"Gabbiano dalle ali spiegate / il libro mio che vola (pag. 18);
"Ali d'uccello che s'intrecciano / nel cielo mio affollato di sogni" (pag. 32);
"Lasciala scrivere al vento la tua poesia" (pag. 40).
Andrea, come già lo dimostra, e con maestria, la sua bellissima opera Nei Mari di Melville, è un amante del mare, nato per lasciarsi affascinare e rapire con un animo di fanciullo dalle sue creature e dai suoi abissi. Il mare, che nelle sue profondità insondabili custodisce il mistero della vita.
* Andrea Costelli, Paesi di mare (fine del viaggio), 2008.

Felice Serino

 

NELLA VALIGIA (NOTE DI VIAGGIO)
(a cura di Luca Rossi)

(il chi-siamo-dove-andiamo:
dove la mente
s'inlabirinta)
l'io
vestito di nebbia
promesso alla morte -
(nella valigia pronta la perdita
originaria la vita a
metà)

risucchiato come da un tunnel...
attraversato
da flutti di luce

destinazione: il Sé

[da Fuoco dipinto - 2002, edizione dell'Autore]

 

E' proprio un lungo viaggio quello che viene descritto nella poesia; un viaggio che dura tutta una vita.
Un viaggio la cui destinazione ci viene rivelata solamente al termine dei versi: ultima stazione di un percorso obbligato che chi scrive sembra avere intrapreso da tempo.
Un interrogativo espresso in forma indiretta apre quest'opera, chiedendoci chi siamo e il motivo del nostro andare.
Ma è difficile credere che possa essere la ragione a guidare questo percorso che si rivelerà esplorazione, perché in una sorta di labirinto si perdono la nostra mente e i nostri pensieri.
Metaforicamente chi scrive ci dice che è la mente stessa il mezzo sul quale "dovremo salire" per potere viaggiare, come un treno che dobbiamo prendere, e ci saliremo già vestiti con il nostro Io ricoperto da una nebbia che non ci permette di guardare oltre, perché oltre c'è solo la morte quale limite di tutto ciò che siamo e a cui ognuno di noi, fin dall'inizio, è stato promesso.
La nostra valigia è pronta delle cose che perderemo, tra cui la vita stessa, ma che verranno meno solamente a metà, perché il resto sarà tutto da venire, risucchiato in quel tunnel che ora andremo ad attraversare, pieno di una luce chiarificatrice, che segna l'altra metà della vita, quella che rimane appunto, e l'altra metà del viaggio.
Solo giungendo a destinazione scopriremo la verità che ci avvolge.
Mentre scenderemo da questa specie di treno e ci guarderemo intorno, vedremo che sul marciapiede della stazione ci sarà solo il tempo ad attenderci, mentre lasceremo la nostra valigia nel deposito bagagli piena delle cose che sono oramai passate e che qualcuno sicuramente un giorno aprirà: coloro che ancora attendono di iniziare questo lungo viaggio.
Destinazione: il Sé.

 

TRA ONIRICI LAMPI
(a cura di Luca Rossi)

tra onirici lampi
ride la tua immagine d'aria
intagliata nell'ombra del cuore

[da Fuoco dipinto - 2002, edizione dell'Autore]

 

C'è un luogo che la poesia propone come rifugio quando la notte porta con sé, attraverso i sogni, le luci abbaglianti di una vita vissuta a cavallo tra il ricordo e l'attimo presente: è un luogo ideale il cuore quando diviene riparo per conservare un'immagine, per trattenere un volto... un desiderio.
L'aria di cui è fatta la materia del ricordo ride, quasi a burlarsi di ciò che crediamo realtà, e vi passa attraverso come per ossigenare gli anfratti che la malattia del vivere riserva a chi è dimentico del tempo e che i lampi illuminano partendo dalle regioni remote di quegli anni che non esistono più.
C'è una zona d'ombra creata dalla luce del lampo dove nulla è visibile a chi sta fuori dai confini del cuore.
Il cuore come una casa, dove solo parte della luce vi penetra, per lasciare delle zone in penombra in cui riposare i ricordi, lontani dal domandare continuo del giorno, che bussa con insistenza alle finestre per richiamarci ad una realtà che talvolta non vogliamo.
La luce dei ricordi è luce che non proviene da alcuna stella, ma da un sogno.
Un sogno che scaturisce da una notte che neppure il sole riesce a illuminare, quando la mente pensa a tutte quelle cose che ancora sarebbero state.

 

NEL PERDURARE LA LUCE
(a cura di Luca Rossi)

le ore arroventate: erano
estati lunghe a morire

le corse pazze le ginocchia
sbucciate nel perdurare la luce:

ancora un mordere
la sanguigna polpa del giorno - ricordi? -

 

Poesia del ricordo, forse di una nostalgia che non è mai trascorsa e mai passerà; una luce simbolo di una memoria che ha lasciato un segno doloroso (le lesioni provocate ogni qual volta si cadeva) ma tangibile, reale, sperimentato talvolta nell'incertezza stessa del momento, anche nell'incoscienza di una corsa dal fine rischioso (come la vita del resto).
Tutto è luce (come potrebbe non esserlo la giovinezza che vede con gli occhi trasparenti del giorno verso l'estate che non cessa di esistere?
E quelle ore che sanno di calore estremo che scotta la pelle se non si riescono a dominare le proprie passioni?).
"Ricordi?", dice il poeta all'amico che gli fu accanto a quel tempo: immagine riflessa in uno specchio della propria persona, del proprio essere, in un soliloquio dove anche i compagni di allora più non esistono, se non nel vago di una mente che cerca solo il ricordo.
Ma tutto è luce, grido di liberazione di presente che si fa passato per volervi rimanere.
E intorno il vuoto dell'esistenza, forte, penetrante, palpabile, di cui ci si accorge solo quando si vede la notte che sta per venire; il mistero delle cose che non abbiamo mai capito, dei momenti che non siamo riusciti a imprigionare, ma che ritroviamo ogni qual volta uno spiraglio generato da uno spettro di luce attraversa il tempo e fa breccia nel cuore, terra dove abbiamo sepolto per sempre i ricordi, sommato il presente al passato.
Marzo 2003

 

UN DIO CIBERNETICO ?
(a cura di Luca Rossi)

vita asettica: grado
zero del divino Onniforme
(ma la notte del sangue
conserva memoria di volo)
vita sovrapposta alla sfera
celeste regno d'immagini
epifaniche / emozioni
elettroniche
eclissi dell'occhio-pensiero

[da Fuoco dipinto - 2002, edizione dell'Autore]

 

In un mondo che è immagine, in un mondo dove l'uomo si è innalzato sopra tutto e tutti, come giudice che dà la vita o la toglie, come persona in grado di decidere se fare nascere o meno altri esseri, dove l'attesa del Redentore è diventata solo un lontano ricordo perché già vissuta e non più ripetibile, ecco definirsi l'immagine di un nuovo dio (questa volta con la lettera minuscola - lo dice il poeta) creato dall'uomo per l'uomo, forse senza saperlo, non appena il tempo è divenuto maturo, mentre tutto riparte da zero, a grado zero; dove zero è l'origine di un nuovo universo, di nuove emozioni perdute che devono essere ricostruite o recuperate, di immagini nuove che devono essere fissate nella memoria perché le vecchie appartengono a un mondo che non c'è più, che è andato distrutto.
Eppure, il nuovo dio cibernetico, figlio di un uomo che ha la sua stessa essenza, incontaminato dal passato, sembra conservare sotto le sue spoglie il ricordo di una notte di sangue e di volo, segno di un sacrificio e di una manifestazione di essenza divina di un dio che era Tutto, che era ogni cosa e in ogni cosa.
L'occhio è lo specchio di ciò che è la realtà:ultima terra di conquista di un mondo senza emozioni che hanno dell'umano, di una nascita che contiene nuovi semi di futuro solo cibernetico, di un dio-macchina.
L'occhio-pensiero così si chiude e smette di vedere con i sentimenti della storia e di pensare con l'identità della fede.
Niente più resurrezione della carne, niente più perdono di nuovi peccati verso quelli che commettono crimini di pirateria informatica, niente più reincarnazione in altre caste, ma solamente immagini costruite per un dio su misura in grado di fermare il tempo e i sogni non appena ci si sconnette dalla "rete".

 

 

NOTE DI ANDREA CROSTELLI  A 3 POESIE

 

L' INDICIBILE PARTE DI CIELO

indicibile la parte di cielo
ch'è in te e ignori - dice steiner
l'uomo in sé cela un altro
uomo: testimone che ti osserva e
sperimenti ogni ora:
basta che solo
un verso o poche note ti richiamino
a una strana forza interiore:
e cessi
di sentirti mortale

 

*

RIEMPIRE I VUOTI

riempire i tuoi vuoti di cielo
e un angelo che ti corre nelle vene
come sangue e il bianco grido
del vento che sfiora
i contorni del cuore a smussarne
gli angoli vivi il dono
di una parola (cara
e rara non di circostanza)
corredata dalla luce di un
sorriso ad hoc

 

*

AUNG SAN SUU KYI
(scritta il 22.5.09)

non violentate la primavera
del suo giovane sangue
non pugnalate la colomba
del suo cuore aperto
alla compassione
non schernite la disarmante
verità che proclama
aizzandole contro
i mastini della notte
dal suo sangue si leva alto
il grido d'innocenza
a confondere intrighi di potenti

Felice Serino

 

*
E' vero, basta che qualcosa "svegli" l'animo - come un verso, qualche nota, una pittura - che improvvisamente saltiamo il guado che fa sentire il pensiero atemporale.
*

"L'angelo corre nelle vene" mi fa pensare a quando faccio difficoltà a gestire quello scoppio d'amore che m' investe di tanto in tanto.
*

"I mastini della notte" non soffrono la sobrietà, il pacifico equilibrio che dà sapore alle cose, per questo vorrebbero azzannarti ma sbattono il muso con lo specchio che li fa vedere deformati al  confronto.

Andrea Costelli

 

 

ONNIAMORE

accettare di farsi
trasparenza (libro aperto)
lasciarsi attraversare
dalla vita - da morte-vita (rosa
e croce) -
da Colui-che-è: l' Onniamorevole

di fronte all'Assoluto
...immersi
nell'Assoluto -

quando il R a g g i o
assorbirà le ombre

Felice Serino

 

*

Commento di Luca Rossi. Maggio 2002

La vita come apertura all'Assoluto, a ciò che è disciolto dalle cose terrene, per confessare fin da subito la propria sincerità,quella sincerità che si fa trasparenza dell'anima, ma anche del corpo: libro aperto che può essere sfogliato da chiunque abbia volontà di leggerlo.
Ecco il senso dell'opera di chi scrive: rimettere la propria esistenza, il suo senso, la sua durata, nelle mani di chi ci lascia liberi di chiuderci in noi stessi senza confrontarci con il Mistero o di rapportarci con ciò che potrebbe dare senso a quello che siamo.
Periodo di transizione difficile da vivere è la riflessione, soprattutto quando si mette in gioco tutta una filosofia di vita, una morale che sentiamo appartenerci, ma che è, lì, subito pronta a sfuggirci di mano.
"Onniamore" è una poesia a carattere fortemente religioso, interessante nella forma, viva nel contenuto. "Viva" in senso di "sentita", di portare cioè chi legge a porsi degli interrogativi, perché la fede in fondo non è che una continua domanda che non trova risposta, se non nell'accettazione, come dice il poeta, di lasciarci attraversare dalla vita e, subito dopo, dal ricordo inestinguibile della morte.
Di forte impatto è la chiusura con il riferimento a quel "Raggio che assorbirà le ombre": noi, nient'altro che esseri inconsistenti che per un attimo proiettiamo la nostra figura sul suolo, quando il nostro corpo si interpone tra l'astro che brilla e la terra sulla quale viene a definirsi l'immagine sempre distorta di ciò che siamo.
Inconsistenti fino a quando ci libereremo del peso della nostra esistenza per essere attraversati dalla Verità che libererà l'ombra dal suo oscuro colore per essere luce, per essere consistenza di ciò che prima era solo labile fede.

 

QUALE AMORE
(a cura di Luca Rossi)

nell'amore sai non c'è ricetta
che tenga: è buona regola giocare di
rimessa / vuoi

possedere l'oggetto d'amore e
resistere all'amore Quello-che-si
dona

tu cuore diviso tra cielo e
terra carne/amore non più che sparso
seme

[da Fuoco dipinto - 2002, edizione dell'Autore]

 

*
Il nostro incurabile istinto di possedere, di assimilare nel senso più crudo del termine, è il mezzo attraverso cui passa gran parte della nostra esperienza estetica.
Noi ci abbracciamo premendo un corpo contro l'altro, e così riduciamo a zero quella bellezza umana che è fisica solo nel senso che la superficie del corpo è animata da uno spirito che il nostro tatto in quanto senso non può raggiungere.
(Dag Hammerskjold - da DIARIO - Vagmarken: Piste)

 

*
La poesia sonda un territorio così vasto e profondo che potrebbe essere considerato la prima e l'ultima sfida dell'esistenza prima di giungere ai confini di una verità che renderà l'uomo finalmente libero dalle proprie passioni.
L'amore è confronto perché ci porta non solo a relazionarci con gli altri, ma anche a conoscere noi stessi, a metterci in gioco.
Quali comportamenti siano più indicati quando vogliamo che l'altra persona divenga per noi nessuno ce lo può dire, perché il cuore detta legge a un uomo nuovo che porta dentro di sé un sentimento forse mai sperimentato prima.
"Non c'è ricetta che tenga", dice chi scrive.
Eppure ci può essere una sorta di "educazione", capire che l'oggetto del nostro amore è dunque per noi e non nostro nel senso possessivo del termine.
C'è chi vorrebbe fagocitare, ingoiare questo amore perché non si dilegui e c'è invece chi mantiene le distanze per la paura di non essere corrisposti. Entrambi comportamenti sbagliati che la poesia non cerca di correggere ma solamente di sottolineare (vuoi / possedere l'oggetto d'amore e / resistere all'amore Quello-che-si- / dona).
Bisogna imparare a gestire le proprie passioni cercando una nuova linea d'orizzonte dove il cuore rimane libero di decidere (tu cuore diviso tra cielo e / terra carne/amore) sapendo che l'amore che vuole possedere è un amore che rende prigionieri, che soffoca, che non permette alcuna realizzazione, nessuna crescita.
Nutrire poi la terra con il proprio seme perché produca frutto, perché dia senso a questo bisogno di donarsi.
Liberi dall'incertezza che il cuore non sia una prigione dove rinchiudersi e dove rinchiudere, ma una terza terra di frontiera da esplorare in due, in ogni istante.

 

CRITICA ALLA POESIA DI FELICE SERINO: "PARUSIA"
Di Luca Rossi
Settembre 2003

PARUSIA
(nell'ultimo giorno: scaduto il tempo osceno)

sporgersi sull'oltretempo ai bordi
della luce
presenze
evanescenti in chiarità
di cielo: farsi
corpi di luce

Da La difficile luce, 2005

 

*
Il tema di ciò che sarà dopo, di ciò che noi saremo dopo, e di come il tutto accadrà, sembra essere uno tra gli aspetti più ricorrenti e forse ossessivi del Poeta.
Serino intraprende ancora una volta, attraverso questi versi, un viaggio al centro della fede in modo del tutto impersonale (o forse a lato, per paura di fare troppo rumore con il suo raccontarsi).
"Perché?", mi domando.
Probabilmente perché la fede pur legando le masse lascia comunque gli individui vincolati ad una propria identità, quella stessa che non è omologazione, ma che trova il suo spazio in una terra comune "sull'oltretempo", come dice il Poeta, dove la luce rimane come unico elemento quale comune denominatore che confonde le anime, ma non le riduce ad un unico sistema di contatto.
Ai bordi della luce queste presenze evanescenti si rendono visibili solamente dove comincia il cielo mentre, come corpi, definiti, delimitati da un proprio involucro apparente, l'ultima luce riveste l'individuo di una nuova essenza prima dell'ultimo giorno, dove scaduto sarà il tempo osceno, dove scaduto sarà il tempo vissuto.

Commento alla poesia Sospensione, di Felice Serino

 

SOSPENSIONE

un camminare nella morte dicevi
come su vetri non conti le ferite
aspettare di nascere uscire
da una vita-a-rovescio
riconoscersi enigma dicevi
di un Eterno nel suo pensarsi

 

*
In Sospensione vedo un saltimbanco che cammina ad occhi chiusi su un filo.
Cammina senza sapere quando il filo terminerà all'altro capo, al capo opposto da cui è partito. Sa che l'attende il vuoto, ma non ha paura. D'altronde camminare sulla terra ha provocato in lui tante ferite, ferite che lo tagliuzzano fino a spezzargli la vita.
Prima il saltimbanco faceva sul suo filo (per lo spettacolo) un breve tragitto e poi tornava all'ovile iniziale. Aveva provato ad aumentare le distanze di un pochino, mantenendosi però a misure di sicurezza, con occhi aperti che potevano inquadrare la scala che lo aveva fatto salire e l'avrebbe fatto scendere. Ora, invece, non cerca più gli applausi ma la libertà, e viaggia ad occhi chiusi senza più fermarsi affidandosi, affidandosi a uno sguardo eterno che non si distoglie da lui e lo rassicura.
Più va avanti e più in quello sguardo sente di riconoscersi e di confondersi fino a che non farà alcuna differenza tra i due e quell'unisono sarà l'eterno.
Secondo l'occhio dell'uomo la vita non materiale è una vita-a-rovescio, solo così può chiamarsi per lui una vita che inquadra come piena di privazioni; tutt'altro è per l'uomo spirituale: il rovescio è spendere la vita nelle cose che finiscono.
Riconoscersi enigma, mistero, eleva la nostra natura. L'indecifrabile, il non ancora decifrabile pienamente, in noi e in quello sguardo, è la vera attrattiva.
Il vero scopo di questa traversata è la caduta nel vuoto per affondare tra le mani del Pensiero eterno nel pensarsi in noi (così a Lui piace, anche).

 

COMMENTO ALLA POESIA DI FELICE SERINO "RICORDA"

RICORDA
[ispirandomi a David Maria Turoldo]

sei granello di clessidra
grumo di sogni
peccato che cammina

ma
s e i a m a t o

immergiti
nella luminosa scia di chi
ti usa misericordia

ritorna a volare:
ti attende la madre al suo
nido

ricorda: sei parte
della sua infinita
Essenza

nato
per la terra
da uno sputo nella polvere

da La bellezza dell'essere, 2007

 

*
"Ricorda", ispirata a David Maria Turoldo, alla sua schiettezza, alla sua decisione di dire le cose senza addolcirle (con tutta la loro drammaticità).
"Ricorda" ripercorre il cammino dell'uomo su questa terra nelle sue fasi essenziali (meno seccamente di Turoldo), fasi che confluiscono nella visione futura dell'Eternità.
Il peccatore, il sognatore non sa quanto sia stretto il buco nella clessidra che lo proietterà dall'altra parte, oltre il tempo, oltre quel tempo che non può calcolare perché è all'oscuro della fattezza di quel buco... Quel buco è la mano di Dio che dopo aver soffiato la vita e con la saliva impastato la terra per la nostra natura, decide che sia giunta l'ora che ritorni secca; come sabbia scivoli dal suo pugno. "Ma sei amato" e quindi ti riprenderà trasformato a sua immagine e questa volta senza parentesi.

 

Considerazione sulla poesia "Lacera trasparenza"

LACERA TRASPARENZA

insaziata parte
di cielo
vertigine della prima
immagine
e somiglianza
vita
lacera trasparenza

sostanza di luce e silenzio

sapore dell'origine

fuoco e sangue del nascere

da La bellezza dell'essere

 

*
"Lacera trasparenza" la vita. Quanto fa pensare da solo questo verso. La vita sporca le vesti pulite (trasparenti) del bambino che viene al mondo..
.
Andrea Crostelli

 

 

Commento alla poesia di Felice Serino "La tua poesia"
Di Luca Rossi. Giugno 2003

LA TUA POESIA

quando un capriolare nel mare prenatale
ti avrà fatto ripercorrere a ritroso
la vita (tutta d'un fiato) azzerando l'Io spaziotempo -
allora leggerai la vera sola poesia aprendo
gli occhi sul Sogno infinito: la tua
Poesia cavalcherà in un' albazzurra i marosi
del sangue fiorirà negli occhi di un'eterna giovinezza

Da La difficile luce, 2005

 

*
La poesia scritta da Serino è tutta un inno alla giovinezza, ma non alla giovinezza in generale, bensì a quella dell'anima, la quale non si consuma ma resta sempre uguale, e che il tempo non dissipa con il suo correre inarrestabile; è un'indicazione sul modo di come fare per riappropriarsene, quando ormai i giorni sembrano non averne più memoria ed è pure un canto alla verità su cui si basa l'esistenza.
Aprendo la prima strofa con un verbo "montaliano"*, il poeta immerge fin da subito il lettore nelle acque di un mare che è origine, inizio, ora zero, epifania della vita, cioè quello del grembo materno, in cui la madre è ricordata, in modo traslato, un po' come la madre Terra, da cui tutto è generato. E non potrebbe essere altrimenti.
Per un attimo sembra che a un punto esatto dell'esistenza, facendo capriole, come è tipico dell'età infantile, colui che legge faccia ritorno a quel tempo originario, primordiale. E la vita rapidamente inverte il conteggio delle sue ore, dei suoi giorni, dei suoi anni fino a pochi istanti prima del suo nascere; un ritorno che è segnato dalla corsa rapida del pensiero che si fa viaggio, perché il "pensiero" è sinonimo per eccellenza di velocità che brucia lo "spaziotempo", come lo definisce Serino, in cui l'essere vi si trova immerso.
Ed è in questo preciso punto che il poeta ci fornisce la chiave di lettura del testo; nel momento in cui dice (con parole che hanno un che di sapienziale e dal fascino indiscutibilmente bello, nel senso più ampio del termine) che solo allora "leggerai la sola vera poesia aprendo gli occhi sul Sogno infinito".
Eleganza del verso e simbolismo indiscusso di tutta una rappresentazione di segni e concetti. E non è un caso se la parola poesia riportata nel procedere della lettura è scritta in carattere minuscolo la prima volta ed in maiuscolo la seconda; non si tratta di un errore, non è una distrazione di chi scrive e neppure una "licenza poetica", in quanto la prima raccoglie la vita nel suo significato generale, quella sociale, magari vissuta superficialmente, banalmente, senza prestare attenzione ai segni criptati che ci provengono da un destino già scritto, mentre nel secondo si vuole fare esplicitamente riferimento alla vita del singolo, quella del lettore che diviene il vero protagonista del messaggio a cui il poeta vuole indirizzare il suo pensiero.
Meriterebbero questi primi due aggettivi e il sostantivo che ne segue alcuni approfondimenti, percepire il pensiero di chi scrive.
Il primo, vera, in quanto autentica, coerente con il proprio Io, con il proprio credo, che forse è andato perduto con l'avanzare degli anni. Ma è solo una percezione, un'intuizione a cui il poeta ci dice di porre attenzione.
Dopo tutta una vita spesa per "farci notare", per non essere esclusi dal progresso nel quale se non si lascia un segno non si è nessuno, la riflessione stessa a cui siamo stati chiamati ci porta a fare un'analisi storica del nostro vissuto, interrogandoci sul fatto che sia stata proprio quella la via che volevamo percorrere,e che siamo stati costretti a calpestare, per fare "sentire" la nostra voce in mezzo alle voci di coloro che hanno voluto gridare di più per apparire, per sembrare, per affermarsi.
Ed è in quel momento che la verità si fa strada e si rivela per quella che è, nuda, scarna, senz'ombra, gettando quasi un alone di colpevolezza sulla propria coscienza che ci portava a credere di essere nella verità.
Sola, perché non ne esiste un'altra. Non esiste un'altra verità che può essere uguale alla nostra, confrontabile, similare, un io uguale all'altro col quale porre limiti e infiniti orizzonti da cui trascendono i progetti.
Non è confrontabile un vissuto con l'altro, per quanti errori o cose positive abbiamo compiuto all'interno della nostra vita.
Portiamo con noi una serie di prove da superare che forse non riusciremo a portare a termine, un'infinità di progetti che vedremo fallire, ma anche la speranza che forse qualcuno un giorno, fosse anche il fratello che proviene da lontano, il pellegrino per eccellenza (inteso in senso cosmopolita) possa comprenderle (nel senso etimologico del termine, prendere-con-sé).
Portiamo con noi anche le cose belle, compiute, quelle positive, costruttive, dalle quali però il più delle volte ci aspettiamo riconoscenza, e non dovremmo, perché la vera Poesia, e qui il sostantivo inevitabilmente viene riportato in caratteri maiuscoli, deve rimanere anonimo, noto solo agli occhi di Colui che tutto vede e di cui noi abbiamo conoscenza per fede e testimonianza teologica.
Qui il sostantivo acquista il suo vero significato, insindacabile, indiscutibile della creazione.
Difficoltà estrema quest'ultima (indicata dal poeta con riferimento ai marosi) dell'uomo, di cui la parola sangue ne rievoca chiaramente l'immagine e ne sottolinea l'unicità, quasi fosse una carta d'identità, e con la quale è chiamato a vivere senza mai perdere la sua vera bellezza, che il poeta recupera prima della chiusura, in direzione di un azzurro verso il quale cavalcare; colore di una giovinezza che fu, che continuò a essere e che sarà, ogni qual volta l'eternità ci chiamerà a volgere lo sguardo verso un mondo che adesso non è più, ma nel quale fino a un attimo prima eravamo vissuti.
* Capriolare.

 

 

SONO UN MISTERO A ME STESSO

da me una distanza mi separa:
attraversa un incendio
la carne: per farla d'aria - vitreo
sperimento

mistero a me stesso

e il mondo m'è fuoco dipinto ¹

- Da Fuoco dipinto, 2002 -

¹ verso da Maria Luisa Spaziani

 

*
Felice Serino con la sua sintetica poesia merita, certamente, una particolare attenzione perché con voce profonda sa esprimere le sue visioni, fatte e approfondite anche scientificamente. L'essere mistero a se stesso è una genuina necessità del recupero di tensioni interiori, che il poeta con i suoi versi brevi pare voglia esprimere sentimenti di fuoco per distruggere e disperdere nell'aria il suo essere. La poesia di Serino è esaltante proprio per le osservazioni attente che coinvolgono ogni lettore nel mistero.

[giudizio critico dalla pagina web "Poeta e pittori del terzo millennio"]

 

AZZURRE PROFONDITA'
(a cura di Luca Rossi)

la testa affondata nel cielo (azzurre
profondità rivelano ombre
essere i corpi) - il foglio la mano un
vuoto -
mi levo dal sogno bagnato
di luce

[da Fuoco dipinto - 2002, edizione dell'Autore]
Felice Serino

 

*
Non c'è indugio nel chiederci se sia vero o meno ciò che questa poesia vuole esprimere.
Viviamo a lato di noi stessi senza conoscere la realtà che ci accompagna perché siamo solo ombre che non si levano al di sopra dell'oggetto di cui disegniamo l'immagine e non possediamo nulla che ci consenta di separarci da ciò da cui dipendiamo senza perdere la nostra identità, la nostra capacità di potere distinguere, di potere testimoniare una verità che è tutta un'esistenza, che ci consente di oggettivare il senso e la distanza che ci coinvolgono - senso come significato delle cose che il sogno racchiude e distanza come confine tra desiderio e realtà.
Ci leviamo dai sogni in cui siamo caduti bagnati ancora dai bagliori del giorno perché la notte ci creda solo figli della luce quando il sole rischiara l'oggetto da cui prendiamo forma.
Poi siamo pronti a scomparire per essere forse solo allora dei corpi la cui realtà non è altro che la notte in cui trovare rifugio.
Siamo il foglio sopra il quale scrivere una storia; siamo la mano che la descrive, ma siamo anche il vuoto, quel vuoto che ne seguirà non appena la nostra condizione muterà per rivelare quella diversità che ci portiamo dentro.
Siamo ombre che credono ai sogni da un lato (il corpo che vorremmo essere) e corpi che forse vivono solamente di illusioni dall'altro (l'ombra quale giustificazione dell'esistenza del corpo).
Corpi e ombre, ombre e corpi: due realtà per un'unica condizione che non chiede altro che di essere considerata per continuare a esistere.

Giorno di Pasqua 2001

 

A RISALIRE VORTICI
(a cura di Luca Rossi)

 

a specchio di cielo
cuore
a risalire vortici
di vita dispersa
(d'ore
ubriache)

vorresti tuffarti
nell'azzurro fonderti
con la luce

[da Fuoco dipinto - 2002, edizione dell'Autore]

 

*
C'è un tempo durante il quale si svolge tutta l'azione che corre lungo i versi di questa poesia.
E' un momento ben preciso che corrisponde a una parentesi (forse della vita, ma nello scritto a un chiarimento del contesto) che l'autore pone esattamente a metà del suo scritto.
Sono le "ore ubriache" che dividono l'azione faticosa della risalita tra vortici di vita e la probabile e rapida discesa del tuffo.
Tra la salita e la discesa una pausa, un momento in cui riflettere per decidere.
Una vita dispersa che passa rapida, vorticosamente, dove il cielo è solo specchio di una realtà che forse, pur ritmando i tempi del cuore, è troppo veloce.
Cuore: parola isolata, posta in risalto, dello stesso colore del cielo in cui si riflette e in cui trova il suo complemento.
Restano le ore ubriache come momento in cui rimanere.
Trovare, all'interno di queste, il coraggio del tuffo per gettarsi definitivamente nell'azzurro che è passato, che è presente, che sarà futuro.
Posizione di stallo per rivivere senza rimpianti la luce, unico scopo dell'esistenza e dell'azione.
Unico motivo per il quale vale la pena tentare.
Storditi dal tempo e confusi; lasciare la fatica della salita per cadere in un qualche cosa che si è sempre voluto.

Dicembre 2000

 

Riflessioni sulla poesia di Felice Serino

SPAESANO LE ORE DEL CUORE

i primi turbamenti i morsi
dell'amore - luce
d'infanzia come sogno scolora
dove l'orizzonte taglia il cielo

spaesano le ore del cuore
nel giorno alto

Quando t'innamori le budella sembrano contorcersi o un vuoto pieno ti sorprende con i suoi prendi e lascia. Sono "i morsi dell'amore" quelli che mangiano al posto tuo e ti tolgono l'appetito.
Ricordi dell'infanzia, luci che a tratti ritornano. C'è ora però una consapevolezza del mondo, uno sguardo maturo che si staglia all'orizzonte dove il vissuto va ad abbracciare la linea immaginaria dell'infinito.
La chiarità delle distanze non può che farci pensare che un giorno quella linea che ci separa dal cielo (l'orizzonte) si cancellerà.
E andremo verso la consapevolezza piena. In questo mondo che si allarga a dismisura "nel giorno alto", in questo mondo che i nostri occhi perplessi a volte non riconoscono - come se la sua creazione avvenisse in quell'istante che lo si fissa - sperduti ci troviamo: agnellini che belano timidamente in un campo con le sue ampie vallate, gli strapiombi e le vallate ancora, dimentichi di noi stessi, rimpiccioliti fino all'estremo e rimessi nelle mani di Qualcun Altro dall'umiltà che ci salva.
Oh l'amore, quello che ci fa provare l'amore, è un bocciolo profumato di rosa che (per quanto duri poco) torna sempre fresco. Torna, con la sua magnificente indistruttibile novità.

Andrea Crostelli

 

Breve commento alla poesia di Felice Serino

SE QUESTO MONDO

se questo mondo ti ha forse
deluso è perché ho lasciato
che ti perdessi e dal tuo
vuoto mi tendessi le mani

su me che sono Altro
roveto che arde e non consuma
scommetti pure la tua vita

non vergognarti di me che sono il giorno

ho offerto il mio Essere
carne e dio
al supplizio del legno
mia rivincita d'amore

sono il mattino che ti coglie
-cuore di madre

 

Dio è ben diverso da noi, è ALTRO.
Si può scommettere pure la vita su di lui ché mai ci farà vergognare di averlo sposato. La notte ci disorienta, IL GIORNO parla con la luce e la chiarezza. La notte ti uccide, IL MATTINO ti coglie vivo.
Questo mi fa pensare a un fiore che strappato dalla terra continua a vivere.

Andrea Crostelli

 

TEMPO MALATO / DOLORE DI TEMPO
Frasi sulla poesia "IL PECULIO DI LUCE" (a Simone Weil) di Felice Serino

IL PECULIO DI LUCE
(a Simone Weil)

1.
(occhi come laghi
abbracciano da eco
a eco fremiti di vita)

ha mani che sfondano muri
di solitudine - amore
2.
germoglia grido di luce
da nuovo dolore

 

Tornano a te, come in un lago al centro della sua valle, gli echi della tua voce-dolore-di-tempo, di quando pronunciasti frasi o pensieri appena ieri, o tornano a te gli echi di chi, in un tempo più remoto, ti assomigliava nel suo "sentire". Perché l'eco è un sentire che può arrivare dalle orecchie al cuore. Queste sono le "mani che sfondano muri" (e anni), mani prolungate in gesti d'amore e alzate in inni di lode.
L'eco della "luce" sorge come un grido potente di vittoria che abbatte mura di Gerico (la preghiera "funziona" quando uno non dubita che otterrà quel che chiede, anzi sa già di averlo ottenuto prima che questo accada), che stronca le resistenze nemiche più volitive, che smaschera la "notte" con le sue abissali contrapposizioni del bene e con l'offerta lieta delle proprie pene.
E' così che Felice Serino si specchia negli occhi di Simone Weil (intravede il suo sorriso come una mano tesa), è così che Felice Serino si specchia nella vita piena.
Andrea Crostelli

 

ACCOSTAMENTI A "CREATURA" DI FELICE SERINO
(riflessioni, riferimenti personali ed altro)

 

CREATURA

mi godo la luce
come farfalla
sul palmo della tua mano

Signore non posso
che offrirti il mio niente -
fragile creatura
ti devo una morte

Quante morti, per non pensare a quella ultima, abbiamo reso a Dio?!... e, quindi, quante resurrezioni!
C'è un'intuizione strabiliante in questa poesia.
Ovvero la figura della farfalla abbinata alla morte.
Qualche anno fa ho avuto il privilegio di seguire da vicino un ragazzino dodicenne malato di tumore (uno dei cancri più rari e tremendi).
L'ultima volta che l' ho potuto portare davanti casa, semi-seduto su una sdraio, ho assistito a questa scena. Aveva una piaga sul ginocchio sinistro e, mentre si stava meditando il rientro, un nuvolo di farfalle bianche (le cavolaie) andò a posarsi su di lui e a baciare quella ferita. Era coperto di farfalle, stettero in quel posto sacro, su quell'altare umano per minuti che sembravano eterni, prima di allontanarsi come uno sciame d'api venuto dal nulla.
Era il segno che stava per essere accolto, dopo la morte, da quella luce straripante che in quegli istanti particolari ci aveva invaso.
I giorni seguenti videro Samuele (così si chiamava) in coma. Un pomeriggio pensai che era il caso di portargli la comunione e pregare un po' insieme. In effetti si svegliò dal coma e pregò profondamente insieme a tutti i presenti (familiari e amici). Il mattino dopo sullo stradello che porta a casa sua trovai una cavolaia morta. Piombò dentro me il dolore della perdita assieme alla certezza consolante di avere un santo, ora presente, "solo" in maniera spirituale.
Le morti interiori a causa del male commesso sono l'offerta del nostro niente a Dio. Offerta per il rifacimento totale del nostro essere che cerca la vita nuova nella grazia.
La morte può essere intesa pure come liberazione dai pesi terreni, la zavorra che si stacca dal nostro corpo che acquista leggerezza e sale nel cielo pari a una farfalla e, delicatamente, va a cercare la mano che l'ha generato e vi si posa [per sempre].
C'è un altro significato che mi preme venga messo in luce. Quello che sta a dire: la mano del Signore mi ha salvato ora gli devo la vita (o meglio, quella gliela dovevo anche prima, ora gli "devo una morte".

Andrea Costelli

 

Commento alla poesia Stanze di Felice Serino

STANZE
[ispirata leggendo Il corponauta - appunti di viaggio di uno spirito libero, di Flavio Emer]

io pensiero dilatato
a spolverare le stanze dell'oblio
sulle pareti la memoria
ancestrale
metteva in luce emozioni dipinte
su volti che furono me

rifluiva dai bui corridoi
degli anni il vissuto
a imbuto
mi perdevo come in sogno
nell'abbraccio di quelle figure che
accendevano il mio sangue

 

STANZE DAI SOFFITTI ALTI

Ombre cinesi sulle pareti della stanza, sui piani alti del cielo sui nembi delle nubi: profili di un volto nelle dormite del tempo, il volto di Felice Serino ora ragazzino ora maturo, ora bambino ora maggiorenne.
La vita si stampa nei cieli e noi aguzziamo l'occhio per vederla e lasciamo crescere le penne per afferrarla nel volo.
Non ci si possiede e allora la nostra anima trasborda, si libera delle staffe, si fa risucchiare dai cieli come spirale nell'imbuto. La carne non ha più debolezze se quell'istinto cattivo lo muove l'anima che non c'è. Se la testa e il cuore se ne sono andati insieme...
E' amaro e faticoso tornare da viaggio e rioccupare la cella del corpo, sappiamo però che sarà per poco perché il nostro indirizzo è andato oltre, il nostro sogno non è fermarsi mai.
Saper convivere, accettare e magari sorridere quando si pensa alla nostra "carne", al nostro essere limite, devianza, beh, non è semplice. Ci vuole un allenamento costante, un equilibrio notevole.
Un'elasticità che passa la misura del nostro orgoglio, della nostra presunzione.
D'altronde è Dio che deve salvarci e non noi con le armi che non abbiamo. La volontà (unica arma) da abbinare alla fede, o il desiderio, chiamiamolo come ci pare, sono le nostre braccia tese che solo le sue mani possono afferrare (e il pozzo è sempre sotto di noi).

Andrea Crostelli

 

 

 

 

IMPULSI CREATI DALLA LETTURA DELLA POESIA "L'OMBRA"

L'OMBRA
negativo di me mio vuoto
in proiezione mi copia con inediti
profili tagliati nella luce - se dal
di fuori la spiassi mi direi sono
io 'quello'?

pulviscolare ha i contorni
del sogno e i suoi fòsfeni
si spezzetta se riflessa inafferrabile
fantoccio mi diventa

pure mio vuoto mia metà
che estinta con l'ultima luce
rientrerà nel corpo-contenitore
unificata con la terra - senza un grido
tutt'uno con la morte -
senza perché - solo ombra

Felice Serino
Da Il sentire celeste, 2006

 

*

Pure come invisibile radice
sorprende ai varchi un puro domandare
ove l'alieno allea forma che muta
oltre il noto che si infissa vorace
cibo a perpetuare la stessa fine
l'uguale fuggire il Logos vivace

(a Felice Serino su "L'ombra" - 11 luglio 2005)
Flavio Ballerini (Pesaro, 1951-2006)

FLAVIO BALLERINI 

 

*
L'ombra "morde" il corpo, i piedi dell'anima, si avvinghia e diventa viva come qualcosa di te in catalessi. L'ombra ti permette di guardarti in proiezione.
L'ombra è un dissolvente che a sua volta si dissolve con la morte. L'ombra è uguale alla fisicità dell'estasi, quando si stacca da terra. L'ombra è ciò che si camuffa, come il vino che scivola per le strade può essere confuso con il sangue della tua brocca rotta.
L'ombra è una stretta di mano a chi conosci già, una prolungata presentazione...
L'ombra è il silenzio che parla delle tue pene, le prolunga...ma non le stacca mai da te.
L'ombra è un giocattolo serio che ha la tua stessa meccanica, solo che non puoi prenderlo fra le mani se non quando saluterai il mondo con una "garbata prostrazione".
L'ombra è un gemello senza peso che ha un suo peso, una sua energia (come quella elettrica) che scarica a terra.

Andrea Crostelli

 

*
[Segnalata al Premio "Paesepoesia", Belvedere Ostrense (AN),2005.
Nella motivazione il Presidente della Giuria, nonché Presidente del Circolo "La Gioconda" di Ostra, Giancarla Raffaeli, così si esprime:
"L'ombra è un testo originale e personalissimo che, attraverso un ritmo spezzato e drammatico, evoca l'atmosfera contratta della sospensione della coscienza di sé e del proprio corpo, proiettati nell'inconsistenza estranea e divisa dell'ombra".]

Fragile foglia
e nel momento del distacco
l'io si farà fragile foglia
appoggiata ad una spalliera di vento

Felice Serino
_ _ _

Perfetta. Nella sua fragilità di foglia c'è la perfezione: quando l'io, abbandonandosi, si afferra al vento e si lascia danzare.
Riyueren
21 aprile, 2008

 

* * *


o forse ' "l'io" è la radice che si spoglia
di quella foglia al vento,
ma non si asciuga la vita tra i rami
e a primavera
nuovo verde vedrà la luce.

Bellissima davvero.
ParolaBuia

 

commenti rilevati su:
http://rossovenexiano.splinder.com/

 

 

IN SOGNO RITORNANO
[ispirata nella notte del 25.3.07]

in sogno sovente ritornano
amari i momenti del vissuto
che non vorresti mai fossero stati
per cui accorato in segreto piangi

si affaccia nel tuo sogno bagnato
quel senso di perdizione
incarnato nel figlio
prodigo che fosti

emerge dai fondali
dell'inconscio dove naviga
il sangue e tu
disfartene non puoi

Felice Serino

 

*
BREVI CONSIDERAZIONI SULLA POESIA DI FELICE SERINO
"IN SOGNO RITORNANO"

 

Pure nei sogni ci può essere tormento perché la fatica dell' uomo sta nella mente oltre che nel corpo.
E i ricordi e le cose brutte possono tornare ad "inquinare" il cervello inavvertitamente, a sorpresa, senza che noi ci mettiamo del nostro per provocarle. Ma anche su queste lo spirito ha il sopravvento, combatte, ed ha il sopravvento.
In questa dimensione si sta dentro una sospensione come un palloncino che si perde, fluttua nel cielo, fino a scomparire, fino a diventarne parte.

 

IO-UN ALTRO
questo sentirmi diviso: e
non riconoscermi come
il fuori del mio dentro:
convivere con gli umori
di un corpo di morte

Felice Serino

 

*
CONSIDERAZIONI SULLA POESIA DI FELICE SERINO
"IO-UN ALTRO"

 

"Convivere con gli umori di un corpo di morte", anche per un tempo breve - "dentro una sospensione" - non è cosa facile, è la prova a cui siamo sottoposti.
La salvezza è sorprenderci, continuare a sorprenderci in positivo pure quando attorno a te c'è più di un sole velato, magari uno strato addensante di nuvole nere che pesano come una crosta su un corpo ferito. Quella crosta sappiamo cadrà e lascerà una pelle nuova. Così le nostre situazioni di vita, superate le difficoltà si rinfresca, si riaccende un mondo da scoprire, creato per essere tastato, visitato, scoperto. Quel nero cielo che dà buio interiore, farà cadere una scrosciante pioggia e dopo il temporale porterà un fresco risveglio delle membra e con esse il riequilibrio della mente nella sua positività.
Lo spirito a volte è costretto a "convivere con gli umori di un corpo di morte" ma ha un alleato nella speranza che gli crea le situazioni per il sopravvento, per la rinascita continua, con una forza che scavalca ogni avversità che colpisce il fisico.

Andrea Crostelli

 

LIBRO SACRO

leggerne una pagina al giorno

perché la fede non sia acqua
Colui che te la dona
fallo uscire dal libro sacro
le righe nere diventino il tuo sangue
fa che sia pane
non polvere nel vento la Parola

da In una goccia di luce, 2008
_ _ _

Del Libro sacro il verso pungente, stimolante, rivelatore, e altamente poetico è: "fallo uscire dal libro sacro". Contiene un imperativo, un'urgenza profetica alla quale non puoi voltare la faccia.

Andrea Crostelli

 

 

IQBAL MASIH: STORIA DI UN' INFANZIA RAPITA
A cura di Luca Rossi.
Novembre 2006

 

"Nessun bambino dovrebbe mai impugnare uno strumento di lavoro. Gli unici strumenti di lavoro che un bambino dovrebbe tenere in mano sono penne e matite"
I.M.,Stoccolma 1994
Il film di Cinzia Th. Torrini[1] (1998), inerente la vita di Iqbal Masih, non è altro che la storia di una vita riscattata da violenze e omertà su uno degli aspetti più inquietanti che legano le società ricche dell'occidente a quelle più povere, in un'asimmetria abissale dove all'interno delle prime i bambini portano con sé la dignità loro attribuita da leggi consapevoli del valore della vita, mentre le seconde utilizzano con il termine di "piccoli lavoratori" un eufemismo per celare un sostantivo ben più pesante, quello dell'essere schiavo.
Già, perché Iqbal Masih, insieme ai milioni di bambini schiavi sparsi per il mondo, concentrati soprattutto nelle zone del Bangladesh, del Pakistan, dell'India, del Nepal rappresenta la sofferenza di un'infanzia che segna i cuori di tutti coloro che si battono contro lo sfruttamento dei più deboli, in qualsiasi senso.
Venduto all'età di quattro anni dal padre, la regista ci narra la storia vera di un ragazzo pakistano, ceduto ad un fabbricante di tappeti senza scrupoli, al fine di pagare un debito contratto per il matrimonio della figlia. Mani distrutte per avere intessuto per dodici ore al giorno per sei lunghi anni tappeti raffinati, pronti per essere rivenduti nei paesi occidentali a prezzi elevatissimi. Piedi incatenati a un telaio per fare sì che nessuno dei piccoli lavoratori si allontanasse dal posto di lavoro, o rinchiusi da Hussain Kahn, titolare dell'azienda (se così la si potrebbe definire), nella "Tomba", un pozzo privo di aria e di luce quando qualcuno disubbidiva o cercava la fuga. Le regole erano semplici, come ricorda uno dei ragazzi a Iqbal appena giunto alla fabbrica: 1) non è permesso parlare altrimenti verrai punito; 2) puoi fare una pausa di mezz'ora per mangiare ogni giorno. Se ci metti di più verrai punito; 3) se ti addormenti sul telaio verrai punito; 4) se sporchi la tua panca o perdi gli attrezzi di lavoro verrai punito; 5) se ti lamenti o parli con sconosciuti fuori dalla fabbrica verrai punito.
Iqbal fu l'esempio vivente, ispirato da ideali di libertà, per tutti i bambini del mondo, ridotti in schiavitù, più che inserirsi nel lavoro nero. E più che di un film, quello della Torrini, è un vero e proprio reportage filmato che non ha fine, che non avrà mai fine, poiché lo sfruttamento minorile non è cessato di esistere.
Venduto per pochi dollari, Iqbal riuscirà con l'aiuto di un sindacalista, Eshan Kahn, presidente della lega contro il lavoro dei bambini -BLLF- (unica persona di cui fidarsi a dispetto della famiglia dove non avrebbe più trovato rifugio, perché sarebbe subito stato riportato al proprio aguzzino o della polizia locale corrotta essa stessa), a diffondere il suo pensiero e la sua voglia di vivere e difendere quanti hanno vissuto il suo dramma partecipando a varie manifestazioni, portandovi la voce di coloro che non avevano voce, in Svezia, negli Stati Uniti d'America, dove riceverà onorificenze e contributi, nonché una borsa di studio dalla Brandeis University, che gli consentiranno di progettare un sogno: quello di diventare un giorno avvocato per difendere i soprusi verso i minori, mentre nello scorrere delle immagini della Torrini, le telecamere inquadrano striscioni e cartelli di marce di bambini liberi inneggianti la scritta "Children are innocent!".
Iqbal regalerà alla nonna non vedente, ma in grado di distinguere i colori dal calore che essi emanano, quasi un'energia vitale che attraversa l'anima, una semplice bambola di pezza che le aveva promesso anni prima, fino al giorno in cui, la domenica di Pasqua del 1995, all'età di tredici anni, il martirio segnò per sempre la sua vita.
Ucciso da un sicario che gli sparò in pieno petto (perché accusato con le sue pubbliche affermazioni di ridurre gli introiti attraverso lo sfruttamento minorile dell'economia illegale del Pakistan), sarà ritrovato su di una spiaggia, sulle lande di Chapa Kana Mill, nei pressi di Lahore, con legato ad una mano il filo di un aquilone volteggiante alto nel cielo, segno di quella fanciullezza che non poggia i propri piedi su di una terra corrotta, ma che si libera come ala nel blu del cosmo, tra nuvole bianche riflesse nel sole. Ma quel giorno il sole non doveva avere colore.
Mentre l'aquilone sale alto, la polizia scriverà a verbale: "L'assassinio è scaturito da una discussione tra un contadino ed Iqbal."
Prima di essere ucciso, il piccolo uomo scrisse: "Non ho paura del mio padrone; ora è lui ad avere paura di me."
Quello della Torrini lo si vorrebbe un film che appartenesse alla storia, come quelli girati nei campi di concentramento, ma non è così: resterà sempre attuale.
Accanto alle immagini della regista vi è però da aggiungere a mio giudizio ciò che ha da dirci la poesia in merito. Il poeta, come il cineasta, grida anch'egli il suo sdegno. Tra le figure contemporanee di poeti che hanno dato voce al dolore di Iqbal ne ricordiamo una per tutte: quella del poeta torinese Felice Serino[2], di cui riporto il suo dire in merito attraverso una delle più belle poesie di cui la prima stesura fu quella pubblicata su "Il Tizzone"[3]: "tuo padre ti vendette/ per pagare un debito/ inestinguibile// violarono la tua infanzia/ insieme all'innocenza di bambine/ costrette a prostituirsi// tra trame di tappeti e catene/ il tuo sangue ancora grida nei piccoli/ fratelli - sotto ogni latitudine// ma la tua ribellione ha creato/ un precedente: una forza/ dirompente a svegliare coscienze// per un più umano domani."
Ripresa e rielaborata in chiave diversa la poesia apparve poi premiata in vari concorsi nel seguente modo:"come un bosco devastato/ intristirono la tua infanzia/ di pochi sogni// tra trame di tappeti e catene/ ancora grida il tuo sangue nei piccoli/ fratelli - il tuo sangue che lavò la terra// quel mattino che nascesti in cielo - dimmi -/ chi fu a cogliere il tuo dolore adulto/ per appenderlo ad una stella?"
Entrambe le espressioni d'arte esprimono, ciascuna a modo loro, il pensiero cosmopolita di chi ha voluto testimoniare con i suoi verdi anni una fede universale.

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[1] Cinzia Th. Torrini nasce a Firenze nel 1954 e si trasferirà a Monaco dove si diplomerà alla scuola di cinematografia. Dopo avere girato alcuni documentari e cortometraggi, esordirà con la pellicola "Giocare d'azzardo", riscuotendo a Venezia nel 1982 un notevole successo da parte della critica. Seguirà nel 1986 la produzione del film "Hotel Colonial", mentre nel 1996 parteciperà con altri quattordici registi alla produzione di "Esercizi di stile".
Per la televisione Cinzia Th. Torrini ha partecipato alla realizzazione di "L'ombra della sera" (1984), "Dalla notte all'alba" (1991), "L'aquila della notte" (1993), "Morte di una strega" (1996), "Iqbal Masih" (1998) e "Ombre" (1999).
[2] Nato a Pozzuoli (NA), F. Serino vive a Torino da operaio metalmeccanico, oggi in pensione. Ha pubblicato i seguenti volumi: "Il Dio-Boomerang"; "Frammenti dell'immagine spezzata"; "Fuoco dipinto"; "La difficile luce"; "Di nuovo l'utopia". In proprio ha editato: "Delta & Grido" e "Idolatria di un'assenza". Ha collaborato in vario modo con il periodico "Il Tizzone", "Omero" ed altri. Maurizio Cucchi dice di lui: "F. Serino dimostra notevole esperienza, destrezza e buone letture, non solo poetiche. Conserva residui avanguardistici ma cita anche Bartolo Cattafi e si ispira qua e là ad Andrea Zanzotto."
[3] Poesia apparsa sulla rivista letteraria "Il Tizzone"; editore Alfio Arcifa - Rieti 1999.

 

 

COMMENTI A 7 POESIE DI FELICE SERINO
a cura di Andrea Crostelli

 

WILLIAM BLAKE

cielo riflette l’occhio
interiore che veste
luce

specchio
d’azzurro dimora di
cherubini a te
benevoli

L'immagine che l'occhio sia un aspiratore, un succhiatore di cielo o l'immagine che occhio e cielo si amalgamino senza più distinzioni sono immagini che trovano la pace più estrema, quella della quasi sospensione del corpo per il lievitare dell'anima. L'avvicinarsi insomma ai cherubini, che poi sono l'unico fattore della poesia che suscita un pensiero di "stasi imperfetta", cioè di lieve movimento (sarà perché uno se li vede volteggiare e fluttuare nell'aria e diffondere aliti di freschezza, boccate di ossigeno non più a intermittenza).

Il profumo della natura, di pulito dopo la pioggia del giorno prima, il profumo delle essenze degli alberi e dei fiori ma ancor di più, perché è un ragionare questo attraverso i sensi, cosa che in Cielo scomparirà...

 

*

A COME AMORE

a come Amore
a-mors non morte –
        prima del tempo
non c’era che amore: quello-che-muove-
il-mondo: danza nel cielo

della Luce-pensiero: della notte
a scalzare le tenebre

Un'altra pagina di "Vangelo". Di desiderio di Assoluto. A come inizio (A - Z), come impronta perfetta di
perfezione che qualcuno è venuto a macchiare...; poi "rinevica"... e la perfezione ritorna... e ritorna il male a guastare, a turbare... e poi ritorna il bene a contrastare e risanare... un tira e molla che è sofferenza, anche se l'ultima parola la deciderà l' Amore (come la prima). Lo sguardo di Felice è sempre in positivo, ha sempre questa conclusione e questo inizio, è sempre un respiro d'infinito.

 

*

VERSI PER UN TRAMONTO SUL LAGO
[fine anno 2009]

(perle d’acqua ed ali)

oro trasfigurato in sorriso
di sangue /
         cenere / silenzio
d’ombre

I colori e le sensazioni del tramonto somigliano a quelle del fuoco che ha la fiamma giallo oro con le creste rosse e, quando va spegnendosi, i grigi del fumo e la cenere... insieme al silenzio (che copre gli ultimi crepitii). Le perle d'acqua ed ali me le vedo come le scintille che vanno qua e là. Il verso 'oro
trasfigurato in sorriso di sangue' rimanda chiaramente a Gesù che si offre come agnello immolato, lui Re (oro) che spontaneamente si lascia uccidere perché le gocce del suo sangue scendano per purificarci: sono "sorrisi" di restauro o di conversione. Anche questa poesia apre, distende il cuore.

 

*

A STEPHANE MALLARME'
tenue rosa d’albore

nel cuore fiorite di cielo

I poeti - baciati dalla parola, e dal verso che canta seguendo un ritmo musicale - sono imbevuti di cielo.
L'occhio puro, limpido diventa un foro dal quale con facilità e a velocità supersonica il cielo si fionda
trovando il canale che arriva al cuore.

 

*

HO SOGNATO DI ESSERE TRASPARENTE

vortico in un vento
di luce

da fenditure di un sogno
spio il mondo

Ancora tutta la leggerezza, la vaporosità di chi aspira alla fissità della luce. Dalla sua estasi spia il mondo
(forse per partecipare ai suoi dolori e soccorrerlo).

 

°

NELL' URLO
(mercoledì delle Ceneri)

nel giro delle braccia
le acque del mutamento – le mani
a impugnare il limite

penetrare in sé
nel profondo – eredità
di cicatrici – dove si tende
una strada nel cielo

rigenerarsi nell’urlo
della croce

Mi fa pensare il verso 'eredità di cicatrici'. Mi fa pensare a tutto quello che involontariamente di male i nostri genitori ci hanno passato. Mi fa pensare a quello che i nonni hanno passato a loro e a quello che gli avi degli avi ci hanno tramandato di pesante, di ferite aperte e di cicatrici (che fanno la spia di un male curato più o meno bene, a seconda dei casi, ma che comunque lascia un tassello nella memoria che non avendo il computer non può buttare nel cestino.
Guardando in positivo, crediamo che anche quella cicatrice è stata lezione di qualcosa... quindi qualcosa di cui si può fare tesoro... (ci siamo avvicinati così al verso 'dove si tende una strada nel cielo').
Daltronde la sofferenza - ce lo dimostra Gesù - è fonte di purificazione, di rigenerazione.Gesù ha sofferto per tutti, per riconquistarci, quindi stringiamo forte quella Croce che ha tenuto prigioniero un corpo per qualche ora e intanto guardiamo in alto (come fece il Prediletto quando gridò mio Dio, mio Dio...). Sì, ai piedi della croce di Gesù o ai piedi semplicemente della nostra, quella quotidiana, per poi rigenerarsi.

 

*

VOLTI AL CIELO
(ai martiri della cristianità)

1.
(testimoni –
non maestri coi loro
fiumi di parole)

vòlto al cielo colui
che grida nel deserto – l’uomo
pneumatico - *

2.
in visione celeste rapiti e
fulminati
sull’altare le mani
a benedire – rosso fiore
sul petto –
gli oscar romero della storia

* per San Paolo è l’uomo spirituale

I proiettili, i coltelli e neanche le torture che li hannopreceduti han provocato dolore.
Cosa possono scalfire quegli squarci sulla carnequando gli squarci benefici del Cielo sanano l'anima
e la distaccano dal corpo (rapiti e fulminati).
Il cuore che sanguina amore purifica e rende leggeri chi lo possiede e chi ne accoglie il dono. Chi lo
possiede s'invola in alto per un saluto eterno. Chi accoglie e raccoglie il suo dono sente già il profumo
del Paradiso ed è stimolato a perseguire il bene.


COMMENTI DI MARIA LAMPA Niente da perdere
Felice Serino
 
appollaiata sulla tua spalla dalla culla
se la pensi ogni giorno quando
ti radi o vai a letto è per
esorcizzarla o scacciare la paura
dell’ignoto
fartela amica la morte -essa
non dissimile dalla vita: seme
che trama nel buio
cospirazioni del nascere- e dunque: niente da perdere
col disfacimento se oltre il fragile
apparire sarai tutt’uno
con l’immenso corpo cosmico
nell’eterno girotondo dei
pianeti
nel sorriso di Dio

 


  *
  Commento di Maria Lampa
Una bellissima considerazione dove non si capisce il
confine tra la vita e la morte, perchè parte dello stesso
corpo cosmico dove tutto è in continua trasformazione.
Un passaggio delicato e naturale e con questa visuale
la vita è più serena e diventa in un certo qual modo
eterna perchè si trasforma nell'intero universo cosmico.
Come sempre sei particolare nel dare poche
"pennellate" per esprimere un grande concetto.
 
Sabato 25 Settembre 2010, 21:00

 


  ***
  Dai cieli del sogno
Felice Serino
 
precipitare dai cieli del sogno
fino all’età adulta
richiami di sapori
di voci l’odore
del mare inalare il vento
salato sibilante sotto
le porte -
               gibigiane echi
liturgie
di memorie
l’iniziazione del sesso
i segreti … cieli dell’adolescenza
passati come in sogno

 


  *
  Commento di Maria Lampa
Ho come l'impressione che questo precipitare dai sogni
sia un capitombolo che procura ferite e lacerazioni.
Perchè non pensare che possiamo attingere ai sogni
della adolescenza, magari depositandoli sopra le nuvole
(in un ambiente morbido e protetto) e tirarli giù ogni volta
che ne abbiamo voglia?
Io, i miei sogni, i miei amori, li tengo sdraiati sopra le
nuvole, come sopra un ripiano speciale, e ogni tanto li
richiamo, li vado a tirar giù e me li godo....
Ti sembra una pazza idea???
Felice, le tue poesie e i tuoi scritti sono una fonte
inesauribile di pensieri sparsi....e spersi.... Grazie. Lunedì 06 Settembre 2010, 15:53

 


  ***
  Armonia cosmica     
Scritto da Felice Serino    
 
espansione a irradiare
poesia a labbra
di luce indicibile fiore
del sangue

  Commento di  Maria Lampa La poesia che è sangue nel senso che viene prodotta
dall'essenza del nostro essere umano, e che illumina
la vita stessa per le emozioni che produce.
Una sintesi straordinaria e una "lettura" orginale della
armonia cosmica

 


  ***
  Emanuel Swedenborg   
Scritto da Felice Serino    
 
lasciami entrare nel tuo sogno
adesso che col soffio di Dio
ne scrivi pagine ineffabili
pensieri pettinati di luce
eccelsa danza dell’aria
dalle labbra della notte stanotte
mi pare udire da un-dove-che-non-so
una sinfonia da musica delle sfere lascia emanuel che entri
nel tuo Sogno

Commento di Maria Lampa

Commovente, intensa, coinvolgente, raffinata:
bellissima poesia!

 


  ***
  "Gridando l'aurora"     
Scritto da Felice Serino    
 
 Commento di Maria Lampa
 
Questa storia mi ha fatto pensare a quante situazioni
similari ci sono intorno a noi.
A volte è il colore, a volte è la cultura, a volte una
difficoltà fisica.....il fatto è che quando porti addosso
una etichetta e gli altri vedono soltanto quella....la vita
diventa durissima.
Cercherò questo libro per leggerlo, ma già da quanto
racconti tu, è molto chiaro il disperato desiderio di
libertà e di riconoscimento di Umanità che c'è entro il
c uore di questo figlio, ragazzo, e poi uomo e che non
gli viene riconsociuto....
Attendere gridando l'aurora è un urlo molto chiaro.
Mi ha fatto molto riflettere e te ne sono grata.

 


  ***
  Nascosto starò nella rosa     
Scritto da Felice Serino    
 
finché non avrà inghiottito
il tempo osceno il suo grido
nascosto starò nella rosa
azzurra della poesia perché non intacchino
i veleni del mondo
la bellezza del cuore   Commento di Maria Lampa Quando rimani chiuso nella tua rosa, attraverso i versi....
riesci a spargere profumo intorno a te e quindi non sei
proprio tanto nascosto....
Riuscire a godere della vita....anche uscendo dalla rosa
della poesia...è il mio augurio sincero!
Le tue poesie ermetiche sono ricchissime di siginificato. Venerdì 05 Marzo 2010

 


  ***
  Sconnessione     
Scritto da Felice Serino    
 
pensavi guadagnare la chiarezza?
la vita imita sempre più il sogno
nelle sconnessioni avanti con gli anni  ti coniughi ad un presente che s’infrange
dove l’orizzonte incontra il cielo:
e ti sorprendi a chiederti chi sei
oggi da specchi rifranto
e moltiplicato
mentre il tempo a te ti sottrae
Commento di claudia ronchetti
 
Sconnessione: lo specchio di ogni anima. Vetri rotti,
puzzle, arti e teste mozzate da un killer invincibile che
è il nostro mondo. intanto la vita ci ruba l'unità che
pensavamo un tempo...magari bambini. perchè il nostro
sogni di allora aveva una trama precisa, mentre il sogno
che gli anni ci regalano con il loro passare è una somma
di vite interrotte. Lunedì 12 Luglio 2010

 


  *
  Commento di Maria Lampa Una domanda che ci si pone ad un certo punto della vita,
cioè nel momentio in cui tutto dovrebbe essere chiaro e
invece ci si chiede ancora chi siamo e dove stiamo
andando con la nostra vita...
A volte c'è sconnessione (il termine mi piace molto e
rende l'idea chiara di ciò che signifca ne momento in cui
non ci sentiamo allineati) tra la vita reale, i nostri pensieri,
e ciò che si è già vissuto.
Occorre entrare in connessione, come per i computer,
per produrre cose valide e soddisfazenti.
La sconnessione genera distacco e frattura.
Una bella riflessione che rispecchia tanti momenti della
vita quotidiana di chi si chiede le cose e VIVE con la
testa e il cuore sempre attivi!
 
Lunedì 12 Luglio 2010

 


  ***
  Stanze     
Scritto da Felice Serino    
 
(ispirata leggendo "Il corponauta – appunti di viaggio
di uno spirito libero", di Flavio Emer) io pensiero dilatato
a spolverare le stanze dell’oblio
sulle pareti la memoria
ancestrale
metteva in luce emozioni dipinte
su volti che furono me  rifluiva dai bui corridoi
degli anni il vissuto
a imbuto
mi perdevo come in sogno
nell’abbraccio di quelle figure che
accendevano il mio sangue Commento di Maria Lampa I ricordi, le figure accendono il sangue e la memoria
prende in rassegna tutto ciò che è stato fortemente
scolpito nell'anima.
Ho apprezzato quanto hai scritto. Lunedì 21 Dicembre 2009

 


  ***
  Step     
Scritto da Felice Serino    
 
pensieri distesi nel mezzodì
incendiato –
        sul letto una lama
di luce obliqua e nella
mente in sopore
              insieme a un pezzo
di mare il perdurare la tua immagine
di poco fa il moto
dondolante
del corpo – fatto d’aria – Commento di Maria Lampa Una descrizione ermetica di una emozione molto forte.
pensieri distesi....... mi dà la sensazione di pace e mi
è piaciuta molto come espressione.
Ne prendo spunto per distendere i miei pensieri
quando sono troppo in movimento.
Grazie. Lunedì 21 Dicembre 2009

 


  ***
  Sull' "effetto placebo" e lo stato di "crisalide"     
Scritto da Felice Serino    
 
Commento di Maria Lampa Ho letto molto volentieri questa serie di osservazioni e
affermazioni.
Il pensiero ha una potenza straordinaria, ci può far star
bene e ci può portare nell'abisso più nero. Usare il
pensiero, scegliere il tipo di pensiero, programmare la
nostra mente...è una nostra scelta e le conseguenze
sono di un tipo o di un altro. Tutto dipende da noi.
Quando l'ho scoperto, ho provato e con i pensieri
positivi sono uscita dal buco nero! Auguro a tutti di
trovare questa consapevolezza e di provare
praticamente, ascoltando cosa succede nell'intera
nostra persona. Giovedì 10 Giugno 2010
  ***
  Un sole sotterraneo     
Scritto da Felice Serino    
 
               
           
Commento di Maria Lampa Sembra un paradosso, ma il sole è sotterraneo e sorge
nel mezzo del buio più profondo della nostra vita.
Quanto hai scritto Felice, mi ha fatto pensare ad una
cosa che ho imparato nel tempo. Cercare il sole, il bello,
il buono, il positivo dove tutto sembra nero.
"il bisogno aguzza l'ingegno" quando ci sono le difficoltà
e se ne vuole uscire.
La Vita nasce a volte nel momento in cui tutto sembra
perduto.
Bousquet è un grande maestro di vita e ti sono grata per
avergli dedicato questa pagina, ricca di Speranza per
chiunque. Martedì 22 Giugno 2010


  ***
  Via Lattea     
Scritto da Felice Serino    
 
cammino luminoso scala che unisce
il mondo dei morti a quello dei viventi:
a una estremità la costellazione
del Lupo – Antares – sorveglia
l’entrata nel regno dei morti – all’altra
quella del Cane – Sirio – apre
la salita del cielo e guida
i naviganti: è la stella
Maris – la stella del mare e la stella
di Maria
Commento di Maria Lampa La dualità unita nelle stelle! Magica immagine e originale
lettura della via lattea!
Nella mia adolescenza avevo scelto una stella e tutte le
sere mi rivolgevo a lei per raccontargli le mie pene e i
piccoli sogni, e i grandi desideri. Mi faceva compagnia
ed era in qualche modo la mia guida.
Mi hai fatto tornare in mente momenti particolari e ti
ringrazio molto. Lunedì 15 Febbraio 2010

 


  ***

  "Vince chi perde" (Odissea di un intellettuale)
Scritto da Felice Serino

Commento di Maria Lampa

Mi ha rattristato molto questo racconto, questa vita che
non conoscevo.
Tanto dolore, tanta incomprensione, tanta amarezza....
per chi vede le cose oltre.....l'apparire....
Mi ha colpito il suo denunciare le istituzioni per non
riconoscere le sue abilità culturali e li considera
responsabili di un "prolungato tentativo di omicidio..."
Parole molto forti che mi fanno pensare tanto....
Uccide, a volte, più il mancato riconoscimento di
una spada.... Lunedì 15 Marzo 2010

 


*
  Cosa resterà
Felice Serino
 
siamo mistero a noi stessi
cosa resterà quando dopo
di noi sarà a sopravvivere
finanche l’albero
vetusto del giardino di fronte
e le suppellettili e i cari libri … la tua la mia storia
scritta sull’acqua


   *
 
Sai Felice, io penso che resterà molto di noi....se siamo risuciti a metter
radici negli altri.
Mi spiego meglio. Restano: l'albero, i libri, le suppellettili, gli oggetti e
tutte le cose materiali in modo naturale.
La nostra storia, la nostra "anima" resta in ciò che abbiamo testimoniato,
scritto, creato, comunicato.
Oggi io vivo facendo uso di pensieri e suggerimenti che ho ricevuto in eredità
da persone vissute prima di me, e credo che altri useranno i miei pensieri, le
mie idee, le cose fisiche che ho costruito ...quando non ci sarò più.
E' un modo per eternizzare, prolungare l'esistenza di ogni persona, quella di
lasciare segni indelebili del nostro passaggio su questa terra.
Io ne sono convinta e mi fa piacere pensare che una mia idea (magari trascurata
oggi) possa diventare un ideale per qualcuno fra 100 anni!!
Resterà la nostra essenza frutto della incisività con cui abbiamo lasciato
segni....dietro di noi. Venerdì 29 Ottobre 2010

 


  ***
Il raggio verde
Felice Serino
 
[ad Agnes (Madre Teresa)] filtra raggio verde dalla porta
della conoscenza accedervi con la chiave della
compassione -anima assetata in estasi-
sanguinando amore *
 
Questa tua poesia, mi ha fatto pensare al raggio di luce laeser che penetra
nella nostra coscienza, nel nostro cuore e apre uno spiraglio, una possibilità,
una visuale nuova ed inedita.
"Un'anima assestata in estati" è una espressione molto bella e toccante e mi ci
ritrovo nei rari momenti in cui sono immersa in qualche emozione cosmica, e
sento che quella energia d'amore mi disseta l'anima e me la bevo tutta,
l'assorbo totalmente, me ne ubriaco.
Il tuo ermetismo poetico è molto raffinato e puntuale nell'arrivare al centro
dei pensieri e del cuore
.
Martedì 02 Novembre 2010
 

*

Il sogno
  (insensatezza della storia)
  il sogno di riavvolgere
il film della vita
  utopia – sebbene
affrancato è il cuore
  dall’essere eterno
e mortale
  Felice Serino
  * Commento di Maria Lampa

  
Quante volte si vorrebbe riavvolgere il film della
propria vita e ritoccare, aggiungere, modificare
alcuni eventi.....ma ciò non è possibile.
Ogni cosa fatta e non fatta lascia una traccia che
diventa eterna per le conseguenze che produce
e la scia che lascia.
Siamo veramente un misto di mortalità ed eternità
e forse è in questo concetto la magia e il senso
della vIta stessa.
Le tue poesie sono per me sempre un grande
stimolo di riflessione. Grazie.
  * Copyright © 2010 InkToLink, il sito per Scrittori ed Autori emergenti

***

COMMENTI ALLA POESIA:

POESIA ERA IL PROFUMO
  Felice Serino 
  nel mezzo della notte un ululato alla luna (o mi è sembrato?) ho fatto che voltarmi dall’altra parte come in un sogno lucido mi vedevo librare oltre le nubi in levità l’altro lato mi appariva il versante luminoso in forma di poesia un’armonia nel tempo perduta essa non era che il vissuto compreso in una bolla d’aria un frammento d’eterno mi espandevo su quel versante lucente linea sottile del sonno dove poesia era il profumo del mare                mare aperto *

Commenti 
 
Maria Lampa
 
Leggendoti ho avuto la sensazione di essere nel cielo,
dove tutto è informe e impalpabile. Forse il nostro
passato, il nostro futuro sono così eterei?
"un frammento di eterno" io me lo sento dentro in ogni
momento....ma io sono strana e non c'è da farci caso.
Grazie per ogni tua riflessione poetica che condividi.
Ti leggo e rileggo sempre con curiosità e molto interesse.


  ***


  Ho conosciuto e apprezzato la poetica di Felice in
questo spazio, mi specchio in questi versi dedicati al
sentire dell'ispirazione poetica vista come luce che
illumumina la solitudine del Poeta che non vuole
rimanere "solo" ma vuole condividere l'emozione della
Musa nel tempo e lo spazio dove l'essere umano
rannicchiato in un angolo, aspetta... ...essa non era che il vissuto compreso
in una bolla d’aria un frammento
d’eterno ... Il sentire spirituale ha il suo compendio quando la Poesia
diventa "profumo di mare aperto", approda e si fonda
con l'Eterno e così diventa immortale. Cettina Lascia Cirinnà
da www.artevizzari.it/italianoforum
 

LACERE TRASPARENZE - FELICE SERINO

Vitale Edizioni, 2010

 

Quante strade ci sono per sfiorare l'Indicibile?

C'è quella della preghiera che risucchia l'anima dal corpo e la porta altrove per tamponare momentaneamente la ferita aperta data dall' amoroso lamento di chi desidera ricongiungersi  pienamente nell'eternità. E sì che l'amore forte non vuole barriere, e l'esistenza terrena invece con la sua fragilità e incompiutezza, ne ha centomila e non può liberarsene.

Anche se l'orazione appunto scosta le nuvole e più non nasconde il Suo azzurro. Questi attimi d'intimità sono il direttissimo, il treno che già assapora la meta, la stazione finale. Sono il principio ancora imperfetto dell'eternità. E gli angeli sollevano per noi lembi di cielo svelandoci l'immediato disegno quotidiano. "Partire è la vita".

 

C'è poi la strada della creatività, del bello che accarezza il Mistero, e questa passa per mille interrogativi con risposte sempre in corso, una lettera aperta che non chiude il contatto con un'affrancatura e una spedizione, ma lascia in sospeso tutto perché il circolo del sangue non smette di rigenerarsi.

Entrambe le strade percorre Felice Serino, e le due si intrecciano per farsi forti come una lega metallica.

La poesia si libra anche tra LACERE TRASPARENZE e diviene preghiera. La preghiera assume quel dolce suono melodioso del bla bla dei bambini (così parla lo Spirito) e sfocia in poesia.

I piccoli sogni possono essere grandi: dipingere arcobaleni coi colori dell'amore.

Felice Serino non chiede altro.

 

Andrea Crostelli

gennaio 2011

 

 

      FELICE SERINO, COSPIRAZIONI DI ALTROVE

 

La cospirazione è quell'accordo segreto che serve a modificare o cambiare radicalmente una situazione. Felice Serino con la sua raccolta poetica "Cospirazioni di altrove", Edizioni Virtuali "Il Basilisco" ci accompagna in punta di piedi, "in segreto", nella scoperta di un altrove, in quei misteri che girano attorno alla vita. La prima poesia è una dedica dell'autore a Stephane Mallarmè, il teorico più lucido della poesia simbolista. (Tenue rosa d'albore/nel cuore fiorite di cielo). Serino proprio come Mallarmè sogna di evadere in un mondo di incontaminata purezza, vuole raggiungere l'anima delle cose attraverso la poesia. E' così che l'autore si fa intermediario tra il visibile e l'invisibile, depurando il linguaggio da incrostazioni lessicali troppo rigide. Da "Ho sognato di essere trasparente": "vortico in un vento/di luce/da fenditure di un sogno/spio il mondo". La parola si fa trionfo di purezza e riesce a radicarsi in profondità nel cuore del lettore rendendolo testimone di un repertorio intimo inesauribile. Felice Serino trae ispirazione da frasi, concetti, pensieri di altri poeti e scrittori, rimodella a suo modo immagini e sensazioni forgiando i versi di un'autentica intensità e sincerità espressiva. Da una frase di Erri De Luca è nata "Consapevolezza dell' essere" (..."ma il cuore che non può morire/infiniti universi racchiude"). Erri De Luca diventa così la sorgente dove Serino abbevera il suo "magma" poetico. Anche lo scienziato e inventore Emanuel Swedenborg offre involontariamente al poeta una forza creativa particolare. Swedenborg è stato uno dei pochi a sostenere di essere in grado di comunicare con l'aldilà e in una sua dichiarazione ha rivelato: «Ho visto mille volte che gli angeli hanno forma umana e mi sono intrattenuto con loro come l'uomo si intrattiene con l'uomo, a volte con uno solo, a volte con più di uno, e non ho visto nulla in loro che differisse dall'uomo in quanto alla forma. Affinché non si potesse dire che si trattava di illusione, mi è stato concesso di vederli in pieno stato di veglia, mentre ero padrone di tutti i miei sensi ed in uno stato di limpida percezione.» Felice Serino in "Emanuel Swedenborg" sembra entrare in contatto con lo scienziato, si affida alle sue virtù sensoriali fino quasi a supplicarlo: " lascia Emanuel che entri/ nel tuo Sogno". La rivelazione sistematica di radici di fede prende sempre più piede nell'opera di Serino, il quale con molta umiltà si avvicina all' Assoluto chiedendo misericordia. Il poeta tenta una personale conquista nell' interiorità, conservandone echi, trasparenze e sospensioni, conservando in segreto il "raggio verde" delle parole.   Michela Zanarella

gennaio 2011

___

COMMENTI


Inverni quanti ancora ne restano
nel conto apparente degli anni
incorniciati nella finestra i rami
imperlati di gelo e la coltre
candida che copre
anche il silenzio dei morti
 
immacolato manto
come una immensa pagina bianca
la immagini graffiata da
due righe di addio
il sangue delle parole già
rappreso mentre
è lo spirito a spiare da un
lembo del cielo
     Commento di rocrisa » 2011-01-29 le stagioni della vita che si rincorrono, si inseguono, spesso nel gelo del
tempo mentre quelle due righe d'addio lasciano il solco del ricordo...
molto apprezzata
complimenti
  rocrisa
  * pietro chiabra
  Felice verseggia con il suo animo in modo dolce quanto crudo
si arramopica sui rami della vita
cercando il disgelo dell'anima
i versi di pregevole fattura si intrecciano con una forma elegante
  pietro chiabra da: http://www.goccedipoeia.it/
*

Commento di Maria Lampa 2011-01-08

Mi piace l'espressione "è lo spirito a spiare da un lembo di cielo"
Sai, tante volte con la fantasia, immagino che "lo spirito", "il divino" spostile nuvole bianche e si affacci a vedere cosa succede qui a terra, come a sbirciare con discrezione la frenesia degli uomini che si rincorrono come formiche senza sosta...e a volte senza sapere dove stanno andando...
La consapevolezza che c'è qualcuno che sbircia, ci guarda, mi dà serenità e tranquillità.
Affacciarsi dalle nuvole quando sotto c'è un manto bianco di neve, il silenzio dell'inverno e il poco movimento mi dà l'idea che "colui" che sta sopra, riesce meglio a percepire i pochi rumori, i piccoli movimenti e possa anche sentire....il respiro dell'anima di chi si muove lentamente.
Le tue poesie sono sempre eccezionali!!!!
Penso che ad ogni concorso a cui le mandi, ricevi riconoscimenti e premi!
è così?
Hai un'anima "speciale". Lo sapevi? te lo hanno mai detto???


  ***

Ti ringrazio, resto quasi confuso per gli elogi, li merito poi?... Le mie poesie spesso non sono adatte allo spirito dei concorsi, anche se meriterebbero di piazzarsi bene, e ciò mi arreca poca fiducia, anche se ci tento lo stesso.
Grazie ancora, mi è cara la tua attenzione. Felice


  ***
 
L'Altrove
Felice Serino 
questa casa di vetro
eretta sulle nuvole
concepita forse in sogno
sai cara
si sta di un bene qui
l’erba folta alle caviglie
uscendo nel sole
vieni


  Commento di Maria Lampa 2011-01-23 Come sarebbe bello abitare in una casa di vetro sopra le nuvole!
In effetti ci abitiamo ogni qualvolta respiriamo all'unisono con l'universo, ci sentiamo totalmente parte di esso....
Questa sensazione la si prova nei momenti di idillio emotivo e mi auguro che riusciamo tutti a moltiplicare questi momenti di VITA, nella nostra vita quotidiana.

 

COMMENTI

Senza titolo

al di fuori di me –
io stesso luogo-non-luogo –
mi espando
 
di cerchi concentrici è il lago
del mio spirito: sasso gettato
dal capriccio della musa
 
fremito d’acque e stelle
    
Felice Serino

*
Commento di  >rocrisa< 2011-02-12

una poesia di introspezione... dove forte è il pathos che sprigionano questi versi...
bellissima l'immagine di quell' "io" che si espande e i centri concentrici del lago che rendono visiva l'immagine... profonda espressività che cattura...
molto piaciuta
complimenti...
  rocrisa

[da: http://www.goccedipoesia.it/]


* * *


       Spiove luce

                        spiove luce
                        di stelle gonfie di vento
                        col tuo peso
                        greve di limiti
                        ti pare quasi vita sognata
                        il vissuto già divenuto memoria

                        siamo frecce
                        scagliate nel futuro
                        o il tempo che ci è dato è maya
                        e si è immersi in un eterno presente?

       *

Commento di Cettina Lascia Cirinnà
                     
 -... come in tutta la poetica di Felice Serino il filo
conduttore di questa lirica è la riflessione sulla
condizione umana.
L'essere umano e la vita stessa diventano aspirazione
verso l'Eterno in un tentativo di allontanare la fine...

"o il tempo che ci è dato è maya
e si è immersi in un eterno presente?"

La soluzione, a parer mio, è proprio la memoria del
nostro vissuto che diventa "vita sognata"(uno stato
mentale - due parole che amo molto quando scrivo i miei
pensieri, rubate alla poetica della grande poetessa del
novecento- Antonia Pozzi).


                    

                  Nel segreto del cuore  
                  Felice Serino
           

                        tenere in serbo scomparti
                        colore del vento che oblìa
                        memorie: rossi
                        come il sangue della passione
                        verdi come le prime primavere
                        azzurri come il manto di madonne
                        custodirvi gocce di poesia
                        cavalli di nuvole ed arco
                        baleni –
                        le coordinate dei sogni – e
                        l’insaziato stupirsi della vita
                        da respirare su mari aperti
                        - che tenga lontano la morte
 
                         *
                     
                         Commento di Cettina Lascia Cirinnà
               
       ----
       -... oscilla tra la vita e la morte, l'essere umano in
       un ponte illuminato dai colori della Natura in uno
       spazio protetto che gli nega l'immortalità.
       "le coordinate dei sogni danno la certezza di allontanare la          fine, nel sapore e nello stupore che la vita ci riserva.
       Leggere Felice Serino è per me un arricchimento interiore.
                        Grazie
                        Cettina
                        da:http://artevizzari.italianoforum.com/

 

NUNZIA BINETTI PRESENTA

 

Felice Serino

Nuovo amico del progetto culturale

La nostra isola

ideato da

Bruno Mancini

 

Ha un respiro certamente cosmico “Spiove luce” ed inquieta per quel passo meditativo sul rapporto tra vita e universo, tra uomo e universo, dominati da un tempo fluido che li misura, evolvendo in passato e futuro ciò che è ”il presente”, ma anche in finito “eterno” ciò che è “il finito”.
Un cielo sovrastante non illumina, perché “spiove luce di stelle” sui nostri ineludibili limiti ed introduce già dall’incipit il lettore in una delle più antiche questioni filosofiche e scientifiche, ma ancor più poetiche in quanto decisamente esistenziali, alludendo al principio della relatività.
La chiusa non sembra infatti risolvere l’istanza riflessiva e si fa domanda pressante, mai libera dallo sgomento, nel sospetto che realtà e cronos non siano altro che pure illusioni.
Fortemente ossimorica è, d’altra parte, l’interrogativa conclusiva, solo apparentemente retorica, dal punto di vista strutturale, che recita:
“aiamo frecce
scagliate nel futuro
o il tempo che ci è dato è maya
e si è immersi in un eterno presente?”

E’ una penna che scava, inquisisce ed affascina, quella di Felice Serino,
una penna pensante, da osservare e prediligere.

 

 

Nunzia Binetti

 

 

 

UN GRADITO MESSAGGIO


Avrei potuto commentare, ma scrivere è una ricerca, anche di simili con cui condividere un raggio di sole o i toni cupi di una pena. Un commento sarebbe stato inadeguato. Ti ho scoperto per caso leggendo un tuo commento, e dopo aver visitato la tua pagina sono rimasto annichilito. Trovo le tue poesie bellissime, piene di frutti degli anni, della voglia di vivere che occhieggia tra le nuvole del tempo che passa, e sfuma verso il tramonto. Mi piacciono i tuoi versi e la loro musica, e quel trasporto di profumi passati, dell'ostinazione della speranza, delle domande a cui non c'è risposta. E' singolare che tu sia entrato nel sito quasi contemporaneamente a me e che anche tu sia over 65. Forse è per questo che sento vibrare corde profonde nella pioggia delle tue parole. Sento i passi di tutta una vita e quella domanda che raccoglie tutto e cerca di venirne a capo - E adesso?...- Cerca di trovare un senso, che a volte sembra apparire, a volte svanire nel nero delle notti d'inverno.Ti scrivo per questo: siamo viandanti di uno stesso sentiero, di uno stesso sentire, nelle sue diverse sfumature di luci, e questo attenua il morso della solitudine che a volte, dall'interno, ti stringe la gola. Mi chiamo Paolo, sul sito PaoloV. Ti chiedo scusa se ho invaso il tuo privato, così, all'improvviso, ma la vita è sempre un incontro conl'Inatteso...spero solo di nion essere stato un insetto molesto. 

Un saluto da Paolo


[messaggio ricevuto tramite il sito www.ewriters.com]

 

 

<<<

 

                       

                       Come una madre

 

                       irradiata

                       benevolenza

                       da madre cosmica:

 

                       fragili creature

                       a suggere luce

                       da poppe del cielo

 

 

 

-----...se penso al Mondo di oggi, mi auguro una luce che viene da lontano, una luce uguale a quella descritta in questa lirica e arriva in modo diretto e incisivo; proviene da una "madre cosmica" - ognuno di noi può scegliere se seguire o no, scegliere se chiedere la protezione di questo mantello celeste o meglio si può identificare con il manto della Madonna, madre di sofferenza, madre di dolore, madre di tutte le madri, madre di tutti noi figli di questa vita sulla terra.

Complimenti da Cettina

 

[da www.artevizzari.italianoforum.it]

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Caro Felice,
certamente, come leggo nei tuoi siti, abbiamo qualcosa in comune,ed è per questo che ti scrivo. Sono rimasto stupito dalla ricchezza delle tue capacità informatiche (sic!), e dalla dismestichezza con il web.   Ho letto le note della tua vita, anch' io sono autodidatta [...] Mi sono sempre fatto domande, e sono sempre stato attento alle molte possibili risposte. La Verità, pensavo da giovane, la Verità sopra ogni cosa. Ma poi nel cammino della vita mi sono immerso nel ginepraio delle conoscenze, del patrimonio della parola, che non è solo poesia. L'ho fatto da solo, in una solitudine che mi ha sempre accompagnato, con rari compagni di viaggio, che mi hanno comunque sempre lasciato qualcosa. Il risultato finale, forse, quello attuale è racchiuso nell'esperienza che la vita è stata ed è un viaggio, un viaggio di cui comunque si sa poco. In questo viaggio mi sono imbattuto nelle scienze, subito dopo nella filosofia, poi nel loro confronto, difficilissimo, perchè sono due linguaggi diversi, che stentano a tradursi.  Infine nella relione, nel senso laico del termine: l'esperienza del sacro, della sacralità dell'Essere, fuori da ogni confessione. Alla fine mi trovo nel luogo che mi sembra il uogo dei luoghi: il confine tra queste tre cose, dove il confine è terra di nessuno e di tutti, dove la parola non ha più solo quel definito significato, ma diviene mezzo per esprimere la ricchezza dell'Essere, qualsiasi significato si voglia attribuire a questo termine. E la parola, in qualche modo, è il segno del mio destino: per me la parola è la creta, il fuoco, la luce con cui si può evocare la vita, l'anima, l'universo. E' il tramite, il referente finale, e nella poesia si libera da ogni vincolo oggettivo e s'innalza leggera, a scavare nella propria natura, di simbolo, d'astrazione e nello stesso tempo di estrema corposità.
Ho trovato pochissimi interlocutori in questo mio viaggio, e tanti con cui ho camminato ma non ho detto nulla, perchè non avevano i miei stessi interessi,e forse,imiei problemi psicologici.
Ho pensato al tuo incontrare la morte, al tuo scegliere con determinazione, dopo averla riconosciuta, la poesia.
Mi affascina l'anima e le sue stanze, il suo respiro d'immagini e di colori, il nascere e morire dei suoi desideri, il suo incarnarsi nella scatola di carne dell'io. Mi affascina la natura dell'uomo, la sua molteplicità in continuo bisogno di unificazione, di armonia.
Un problema che deve essere risolto, o forse semplicemente dissolto, riconoscendo ch'era solo un'apparenza.
Mi hanno colpito le tue poesie, particolarmenete quelle più brevi: un monumento di gesti sospesi, etereo e marmoreo nelle parole e nelle immagini, avvitato nelle spire del lessico, musica, che ascolti, senza parole e ti dice qualcosa, ma non sai tradurla, se non riascoltandola e lasciandola risuonare dentro.  Allora l'emozione prende forma e diviene volto, ed è possibile che ogni volta ne scopri un angolo nuovo, che ti era sfuggito.
Così la Poesia come il volto del Mistero: segni sulla carta che entrano dagli occhi nel teatro dell'anima dove risuonano come sai farli risuonare e tacciono dove non giungono le tue corde. Ma senti sempre il loro andare oltre, perchè la Poesia è l'oltre, è quel concerto di parole che quando sono finite cominciano, nel loro insieme, e risuonano come onde di ritorno, un sasso gettato nel centro del lago che s'irradia, fin quando il silenzio non lo coprirà di nuovo in attesa.
Per questo mi piacciono i tuoi versi. Non li ho ancora gustati singolarmente, ma solo nel loro melodiare, lasciar trasparire l'insieme che ne è il tema, certamente vestito d'eleganza, a cui mi inchino con piacere.
 Ma io sono solo uno sconosciuto ancora e ciò che scrivo segue certo il parere di tanti altri che ti conoscono.  Ed è questo che mi ha sorpreso: ho colto nei tuoi versi l'ombra della solitudine, un recitativo di meditazione, un richiamo all'ambiguità del nostro essere ciò che non sappiamo mai fino in fondo di essere, e ti ho immaginato un solitario che va per la sua strada polverosa, in un saio francescano di semplicità e di ritrosia naturale. Non so fino a che punto questo personaggio che ho come sentito, non stia poi davvero dietro quello che si mostra sui siti web.
Credo di aver già parlato troppo, ed è il problema di chi parla poco con altri, purtroppo, e quando incontra qualcuno che pensa possa capire, apre le cataratte e lascia scendere le parole a valanga...mi perdonerai.
Un caro saluto, nella sorpresa di questo incontro che spero possa continuare.
Paolo
[Lettera-messaggio]

 

 

 


MESSAGGIO (2)
Caro Felice, non ho trovato freddezza nella tua lettera. Ti capisco: non mi conosci e non puoi prevedere le mie parole.  Ma anch'io non posso prevederle.  A volte non ci facciamo caso, e ci prendiamo dei meriti che non ci competono.  Quando scrivo, e anche se scrivo una lettera, se riesco a comunicare un'emozione, allora non sono IO che scrivo, ma appunto "la Parola", o se preferisci, quella cosa che chiamiamo comunemenente ispirazione.  Ho imparato presto, con disappunto, questo fatto.  Non posso semplicemente decidere di scrivere: se lo decido solo io e lo faccio, viene fuori una porcheria, o un messaggio anonimo, che semplicemente comunica qualcosa dotato di significato linguistico e basta.  "Qualcuno" dentro di me, quando vuole e decide, mi prende la mano e la usa, e mi fa correre con la penna o sui tasti del pc, lasciandomi l'incombenza finale di correggere gli errori di battuta o le storture, i collegamenti, insomma solo il lato tecnico! E questo vale anche quando cerco di comunicare con te. [...]A volte, come immagino accadrà a te, il silenzio delle parole dentro di me mi fa paura, e penso - Forse non scriverò più ? - e mi prende quasi un'angoscia.Se "L'Altro" dentro di me tace, o meglio, tutti gli altri, le molte voci, e si interrompe il dialogo interiore, mi sento solo, molto più solo di qundo lo sono fisicamente.  La mia vita è stata un viaggio dentro lo spazio dell'anima, e certamente non solo, anche una ricerca dei legami che quest'anima ha con il cosmo che la circonda ma anche la costruisce.Il mio punto di base  non è semplicemente la poesia, che ti appassiona e hai inseguito senza tregua, ma La Parola, nel suo significato simbolico, come il luogo dove l'esperienza prende forma e diviene le cose del mondo, i colori delle emozioni, la voce del vento e della vita che appunto ci guarda dal di dentro in attesa della nostra risposta.Quando questo flusso mi riempie e sento l'armonia che mi attraversa, obbedisco e scrivo e non so mai cosa scrivo, cerco di capirlo dopo.   ma sono convinto che nello stesso modo o poco diversamente, forse con una diversa descrizione, tutto ciò accade a tutti coloro che scrivono, che hanno questa "malattia" inguaribile che li accompagna durante la vita.E la poesia, per me, è il vertice del dialogo che la parola sa prendere per esprimere la vita, il logos, la parola sacra, quella che, come creta, crea, e sai benissimo che ci sono poesie che sono dense e concrete come pietre, dove le parole sono forme di luce e di vita, e penetrano direttamente einvariabilmente al cuore di chi legge.Anche tu, credo, vista la tua esperienza con l'agguato pscichico della depressione, dei conflitti interiori, dovresti essere esperto di queste cose.Quest'anno compirò 67 anni: la differenza tra noi, di tempo, non è molta.Penso tu abbia una storia non solo esteriore affascinante e ricca, altrimenti non saresti approdato sulle rive della poesia, e spero che ne potremo parlare, in un dialogo che mi farebbe piacere continuare.

Un saluto da Paolo.A presto

 

IL DOLORE DI FONDO

 

Caro Paolo, ho molto gradito, letto e riletto il tuo messaggio-fiume. Molto stimolante davvero.

E' proprio così, i poeti lo sanno bene: non sei tu a decidere, ma l'ispirazione, la Parola. A questo riguardo, ti incollo in calce due mie poesie, di un po’ di anni fa, che meglio chiariscono, se possibile, ciò che "sento".

Beh, alle volte anche a me prende un senso di angoscia pensando con sgomento di non aver più niente da dire, una "crisi di creatività" o aridità creativa - ma chi non ne è esente nel mondo di chi scrive?

Di contro, sentirsi riempire dall'armonia del creare (accompagnato da un'estasi tormentosa), è il massimo, il sublime, che ti fa star bene in sintonia col cielo - avvolto da una "musica delle sfere".

Tempo fa mi interessavo tra l'altro anche di astrologia, di esoterismo, di mail-art, ma poi ho tralasciato per concentrare il mio interesse esclusivamente alla poesia.

Mi affascina il sogno, concetto che ricorre spesso nelle mie poesie; la "vita sognata" come memoria del nostro vissuto, termine caro alla grande poetessa Antonia Pozzi.

La poesia si lascia trovare, e coltivare, dalla sensibilità di chi ha più o meno sofferto (vedi per es. Ungaretti). Questo penso per esperienza. Almeno la maggior parte dei poeti ha esternato e continua ad esternare tali sentimenti, tanto profondi quanto più sentiti e vissuti, sui perché insondabili, sull'indicibile, sul mistero di noi stessi e del cosmo.

A presto dunque. Un caro saluto,Felice

<

 

 

PAROLA

 

erlebnisdel phonema –

                        conchiglia

d’aria – sul mare della memoria

 

una stella di sangue è il sole della pagina

 

parola – tua preda o forse

tu preda della parola

 

                        amore zenitale

 

le nozze del fuoco

 

 

POESIA

scavare nascere nel bianco - parola

intagliata nel cielo del sogno - è

come estrarre sangue dalle pietre

 

(ecco forbici di luce

sfrondarti):

 

la pagina è tuo lenzuolo

mentre in amplessi

cerebrali muori-rinasci

 

(da un luogo puro giunge questo sole

sulla pagina)

<<< 

 

 

 

Caro Felice,

anche a me ha fatto molto piacere la tua mail, che ho riletto più volte,per coglierla completamente. 

[…] E la tua mail mi ha fatto ritornare su una terra conosciuta: il dolore. Certo, il dolore che è il tessuto di fondo della vita e forse del cosmo.  Ed è certamente vero che il dolore, cavaliere della morte, è anche il primo messaggero della luce, dell'incontro appassionato con la vita e i suoi richiami, dove si trasforma in canto, immagine, forma, e soprattutto bellezza.  Del resto la tragedia greca sapeva oscuramente tutto questo ed il valore catartico della rappresentazione. 

E la Poesia, la sacra parola, come la musica, la pittura, l'arte in generale, liberano il dolore dalla gabbia che lo racchiude nel mutismo del silenzio, quando ci riempie e non è dolore,ma è io,carne,sangue,angoscia inespressa che ti veste.  Il canto, come un volo che schiude l'alba, allarga le onde di questo sentire, lo libera, staccandolo da io, che finalmente può coglierlo, prenderne coscienza, viverlo, ma senza più esserlo, perché quando avverti il dolore, lui non è più te, ma diviene il tuo canto.

E quello che mi appare, pensando al dolore, è che la vita, nella sua cecità vera o presunta, non demorde, e nella sua lotta per essere, per prove ed errori, non fa altro che continuare a creare, creare nuove forme, nuove creature, come l'unico rimedio al disfacimento, alla morte, che è l'estremo dolore. Così suggerisce a chi la guarda che il rimedio al dolore di fondo cosmico è la creazione continua. E certo, prima di essere, quando ancora è palpitante embrione, la creazione è ribollire di niente che viene alla luce: rivelazione, vortice senza fondamenti, che si alza gratuito e senza perché, sogno.

Il sogno è il fiume della vita che sgorga sotterraneo nelle nostre viscere, che s'imbeve del nostro passato, personale e di uomini, d'umanità, di nomi antichi, miti, metafore nascoste, seppellite da nuove etichette, ma ancora lucenti nell'oscurità dimenticata, e pronte ad invadere la terra dell'anima appena evocate, riportate alla luce nel loro antico significato di parole viventi. Ed il sogno viene da là: un passato che è anche, inspiegabilmente, futuro, oracolo e predizione...o forse, perso ogni slancio, speranza.

Sì, speranza che la vita, l'universo e il dolore, questo dolore di fondo, come la famosa radiazione elettromagnetica di fondo della fisica, non sia per niente, un nulla senza senso.

Ho letto le tue poesie: semplicemente splendide, entrambe, dove la concretezza della parola, dello spirito, che è il tessere la nostra esperienza ,la nostra speranza di essere, si mescola con l'evanescenza, lo sfuggire

dell'aria:invisibile spazio che raccoglie e oggetto raccolto nello stesso tempo, leggerezza eterea e pietra dura e scabrosa, come la vita, le sue elegie, i suoi tormenti.

 

Quando scrivo spesso mi dilungo...ma vado dove mi porta il vento.

Ciao Felice,grazie per questo dialogo.

Paolo

 

 

IL TRANSEUNTE (secondo Paolo)

 

[…] anche se dolorosamente, anche se con fatica e sudore e sangue, il transeunte trova la propria collocazione e giustificazione in un non-transeunte, cui non possiamo dare nome, che non possiamo possedere, perché noi non ci possediamo interamente, ma di cui possiamo "ascoltare" profondamente, il suono, l'armonia, l'essere a fondamento del nostro esistere.

Ho ascoltato a fondo le tue poesie: il dolore e lo stupore, l'impressione che il vero di noi ci sfugga e forse ci stia sfuggendo la vita stessa, e che il nostro viaggio, a galla su un sogno, sia la conseguenza d'un altro io, o una maschera, un apparire che nasconde, di cui non possiamo venire a capo, e di cui possiamo solo intuire la lontananza.

 

 

 

 Gioco di specchi

 

l’ambiguità è forse nel sogno

 

mentre vivi e ti cammina a lato

 

un altro te – insospettato

 

 

allora è sogno la vita? o

 

riflesso copia sbiadita o

 

gioco di specchi in cui

 

ti chiami e ti perdi…

 

<

 

Commento di Paolo su ewriters.it

..

13/06/2011

Il bacio del dubbio, sulle rive del mare, misterioso andirivieni di cose che sfuggono e si alternano, come stagioni improvvise, che s'avvicendano secondo un perverso capriccio, e nello specchio credi d'afferrarti e credi di perderti, e non sai più chi sei tra l'immagine riflessa e il palpito che la vede.



ANDREA SULLA MIA POESIA

 
La luce è l'elemento più presente, come ormai da tempo. La tua poesia parla di quello spazio che s'interpone tra il finito dell'uomo e l'infinito di Dio. Più ti avvicini a Dio e forse meno puoi raccontare il travaglio dell'uomo, perché più coinvolto dalla preghiera che si trasforma in estasi. E anche lo stupore lo si racconta con difficoltà perché "cade" in contemplazione. E la contemplazione non ha parole. Ecco, non voglio fare il veggente, mi sembra però che tu possa prendere questa direzione e se ogni tanto la poesia ti lascerà non ti rammaricare.Succhiamo luce da "poppe del cielo" e diffondiamo luce...
Un abbraccio,      

Andrea


[da una lettera privata - giugno 2011]

 

 

CONSIDERAZIONI DI ANDREA CROSTELLI SU -COSPIRAZIONI D' UN ALTROVE-


Sensibilità è la parola che sento di usare per questa tua silloge. Il destino di un uomo è la solitudine della poesia. Il cammino dell'uomo è il disegno della poesia. Lo spessore dell'uomo è la forza della poesia.Il canto delle sirene può essere bello, sembrare accattivante, ma è devastante  perchè non c'è poesia. La poesia canta dentro il silenzio che c'è fuori.Il tempo corrode i sassi e lima la poesia per rendere la vita più pura.


Un grande abbraccio!

Andrea

 

 

 

 

Recensione su IL CONVIVIO

n. 54 - luglio-settembre 2013

a cura di Angelo Manitta

 

 

Felice Serino, Cospirazioni d'un Altrove

(Vitale Edizioni, Sanremo, settembre 2011)

 

 

"Dinanzi all'Assoluto / misericordia mi vesta / di un abito di luce". La poesia di Felice Serino, autodidatta, come si definisce lui, rasenta spesso il frammentismo. Questo ci induce ad affermare che la sua espressività poetica segue la scia della lirica novecentesca e ne ha assorbito, oltre che i moduli, anche l'anima. Ma la sua poesia, piena di emozioni e di metafore, di allusioni e di riferimenti letterari, è una poesia di sintesi, in quanto in poche parole riesce ad esprimere molti concetti. Un esempio è la citata lirica Preghiera che diventa anche emblema. Essa infatti appare solare, luminosa, piena di luce, una preghiera spesse volte laica, a volte religiosa, una preghiera di fronte al bello e all'Assoluto. Ma soprattutto la sua poesia è pregna di mille metafore. Bellissima l'immagine "abito di luce", oppure 'vestirsi' di 'misericordia'.

Se a volte la metafora (come spesso è successo nella poesia novecentesca) porta alla non immediata comprensione, questo invece non accade in Serino, il quale appare chiaro e calzante nella sua comunicatività. E oltretutto non è, la sua, una poesia astratta, lontana dalla vita, anzi appare moderna e vicina all'uomo contemporaneo, come quando manifesta la coscienza che "si crede dio / l'autentico violentato dal / mediatico / narciso / in annuvolati cieli / ingombranti la / psiche".

La modernità della sua poesia è un avvicinarsi alla problematica dell'uomo di oggi, alla sua realtà e ai suoi modi di pensare, spesso intrinsecato in una profonda dicotomia filosofica che contrappone la luce alla tenebra, "danza nel cielo / della luce-pensiero: della notte / a scalzare le tenebre", il bene al male (sorriso / di sangue), la bellezza alla bruttezza o al negativo, come appare nella poesia incipitaria Nascosto starò nella rosa, dove appunto "i veleni del mondo" si contrappongono alla "bellezza del cuore", oppure la morte alla vita, che diventa anche "a-mors non morte".

La luce ha comunque una parte essenziale nella poesia di Serino: essa è la vita, è il bello, è il sogno, è la memoria, è anche la morte. Quest'ultima infatti non è vista come estremamente negativa, ma fa parte della vita e persino del sogno dell'uomo, tanto da affarmare di "vedere l'angelo / della morte / entrare nel mio sogno", ma questa richiama alla morte di Cesare "tu quoque brute" e riporta all'amicizia tradita. La morte a volte, infatti, avviene "per mano di chi / si credeva amico".

A parte lo scavo interiore, che il poeta riesce a fare, coinvolgendo con le sue forti e profonde espressioni il lettore, un altro aspetto essenziale è la capacità di innalzarsi verso un sublime poetico che spesso si identifica in una contemplazione estatica della natura. La contemplazione del bello conduce alla felicità e alla serenità dello spirito e permette di superare anche il buio della notte. E' questo il concetto che si deduce dalla lirica Dentro silenzi d'acque: "sul lago s'è alzata la luna / dentro silenzi d'acque / è dolce la luce / nel respiro delle foglie una smania che dilania / abbraccia i contorni della notte".

La poesia di Felice Serino è bella proprio per questo: con delicate parole ci offre immagini poetiche, penetra e scandaglia l'animo umano, ci avvicina a Dio, proprio quell' Assoluto, che è la Poesia, una poesia fatta di immagini stupende e delicate.

 

 

Angelo Manitta

 

 

 

 

 

associazione culturale noialtri

 

giovedì 19 gennaio 2012

 

Recensione: "Cospirazioni d'un altrove" di FELICE SERINO.

Poesie, Vitale Edizioni 2011, pp. 40, edf

 

 

Di Felice Serino avevo già letto qualcosa su Noialtri.  La lettura della silloge

di recente pubblicazione, Cospirazioni d’un Altrove, inviatami dal Direttore A.

Trimarchi, mi ha spinta a fare delle ricerche sull’autore, per tentare di

scrivere una recensione  il più possibile obiettiva. Non è, infatti, una cosa

facile anche perché spesso si teme di ferire la sensibilità di chi scrive.

Per quanto riguarda il Serino, ho visitato i siti personali e mi sono trovata di

fronte ad un autore profondamente innamorato della poesia:  più di quanto lui

stesso creda, amore che, a mio parere,  talvolta lo condiziona nella

liberazione spontanea delle emozioni.

D’altra parte, è innegabile la sua predilezione per la poesia ermetica e i suoi

canoni. Il  poeta ermetico non vuole e non ha bisogno di troppe parole per

esprimere gli stati d’animo e le intuizioni. Gli è sufficiente utilizzare un

linguaggio raffinato e senza fronzoli  per evocare la gamma dei sentimenti e

cercare di svelare il mistero che circonda il significato della vita,

esorcizzando  la solitudine disperata che avverte dentro di sé quasi come una

fascinazione,  e che lo spinge, a volte, a trovare rifugio in una sorta di

misticismo espresso con versi brevi e criptici. In Serino non manca nulla di

tutto ciò, ma una cosa è l’attrazione e la spontanea condivisione per la “poesia

pura”, che si esprime con termini essenziali, senza orpelli di sorta, un’altra

imporsi di scrivere in un certo modo.

In verità F. Serino corre poche volte questo rischio, ma lo corre,  e ciò accade

quando si lascia tentare da una specie di compiacimento nell’uso delle parole.

Per fortuna, interviene ad aggiustare tutto proprio la causa che produce

l’errore e cioè l’amore per la poesia che gli canta dentro. Ecco che allora i

versi scorrono fluidi, limpidi, ad evidenziare l’arte di questo autore che

sembra aver trovato la risposta al significato della vita, com’è possibile

percepire dall’opera in esame, nella visione surreale della scoperta del mistero

dell’esistenza, legato alla figura salvifica di Dio e degli angeli,: niente da

perdere/ col disfacimento se oltre il fragile/ apparire sarai tutt’uno/ con

l’immenso corpo cosmico/nell’eterno girotondo dei/pianeti / nel sorriso di Dio.

È proprio in questa raccolta, composta da 41 testi e suddivisa in due parti,  il

cui titolo si ispira a Paolo Coelho, che quanto detto prima, assume una

connotazione più intensa. Nella prima parte, D’un Altrove,  l’autore oltre alla

dichiarazione d’amore alla poesia e alla sua sublimazione nascosto starò nella

rosa/………azzurra della poesia/ perché non intacchino/ i veleni del mondo/ la

bellezza del cuore/, oppure come in un sogno lucido mi vedevo/ librare oltre le

nubi in levità/ l’altro lato mi appariva il versante/luminoso in forma di

poesia/ un’armonia nel tempo perduta/ essa non era che il vissuto compreso/in

una bolla d’aria un frammento d’eterno/,sembra ossessionato dal pensiero della

morte che appollaiata sulla…..spalla dalla culla…..non dissimile dalla vita ci

spinge a riflettere su cosa resterà della nostra storia scritta sull’acqua. Sono

le eterne domande dell’uomo trasformate in metafore intrise di sogno, quel sogno

che riavvolge il film della vita affrancando il cuore appunto con la poesia.

Nella seconda parte, Verticalità, all’inizio, ricorre il rischio legato sempre a

quella specie di suo compiacimento nell’uso delle parole: vedersi su un piano/

inclinato esistere/ sperdimento in/ lunato albeggiare/ su deriva dei sogni/ Lama

della mente/ incrinata azzurrità/ il vetro del cuore; poi, lasciandosi andare,

raggiunge i livelli che rendono giustizia alle sue capacità, nel momento in cui

canta: sul lago s’è alzata la luna/ dentro silenzi d’acque/ è dolce la luce/ nel

respiro/ delle foglie una smania che dilata/ abbraccia i contorni della notte/,

o ancora, dinanzi all’Assoluto/ misericordia mi vesta/ di un abito di luce/

amen.

Belli e intensi anche i testi dedicati o che prendono spunto  da personaggi

famosi con cui evidentemente il poeta è entrato in sintonia. Questo dimostra che

è proprio il fattore empatico che gli permette di accoglierli nella la sua

interiorità per essere in grado di continuare a  cantare il sogno: lasciami

entrare nel tuo sogno/ adesso che col soffio di Dio/ ne scrivi pagine

ineffabili/……..dalle labbra della notte stanotte/ mi pare udire……una sinfonia da

musica delle sfere.

A chiusura la lirica, Inverni, e ancora una volta, una domanda esistenziale:

quanti ancora ne restano/ nel conto apparente degli anni/ incorniciati nella

finestra i rami/ imperlati di gelo e la coltre/ candida che copre/ anche il

silenzio dei morti. Immacolato manto/ come un’immensa pagina bianca/ la immagini

graffiata da/due righe di addio/ il sangue delle parole già/ rappreso mentre/ è

lo spirito a spiare da un/ lembo di cielo. Sono gli ultimi due versi a dare la

risposta, espressa, come sempre, da una visione surreale perché il poeta si

ritrovi a vorticare in un vento di luce spiando il mondo da fenditure di un

sogno.

 

Annunziata Bertolone, per l'Associazione Culturale Noialtri

 

 

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FELICE SERINO - COSPIRAZIONI D' UN ALTROVE  (Vitale Edizioni, 2011)

Raccolta di versi freschi se il lettore riesce a trarre in salvo la loro caratteristica sempiterna, divisa in due parti, nella prima, ch’è intitolata “D’un Altrove”, l’invito a ricontattare un patrimonio immateriale appartiene a meccanismi di riflesso, intrattenibili addentrandosi nel tempo massimo per fare parte di una logica da messa in posa. La grazia nel lavorare col Pensiero è una costante dell’Esistenza, avendo abbastanza Amore da far passare davanti, essendo a capo di una Pazienza resa intraducibile dall’umanità stessa. Il trasporto cosmico risente della bellezza dell’essere sovrani sulla propria pelle seppur impotenti nella rivisitazione dell’intelletto coniugato all’imponenza del Passato, quel non dare più battaglia ai riferimenti straordinari del moto globale. Il lessico è raccolto nell’emotività predestinata al vago, al vaglio degli elementi armonici di cui non ci si accorge più immediatamente se non con un bagaglio di sapienza per rendersi autentici e meno imitabili. Nella seconda parte, dal titolo “Verticalità”, il poeta continua a mantenere la sua posizione contando su nessuna competizione, con una sensibilità che s’inorgoglisce nella contrazione delle evidenze, domini racchiusi in personaggi romanzati tra le parole di mobilità fisica, dolorosa, protesa verso titoli e poteri soporiferi, di un incantesimo incalcolabile. Lo stato di comprensione assorbe una silenziosità di eventi usati singolarmente, intorno all’autore permane quel minimo di pressione atmosferica indecifrabile, che non le permette la collocazione della sua normalità in termini introspettivi, subendo quasi le precipitazioni di una sacralità appuntita, eppure ai punti nodali del giorno è necessario proteggersi dagli strumenti dell’imprescindibile, attesi non come fossero un univoco scherzo della Natura per testare della serenità in citazioni maturate per un’analisi dell’Inconscio logicamente inaridita per compiuta estasi. La composizione è votata al divenire profetico, d’accarezzare con la speranza di star bene dentro di sé, col cuore che batte e ne sei così certo che te lo ricordi spaesato dinanzi agli ostacoli che si levano con un soffio d’aria, che rappresentano il senso del volersi bene, dispiegato, consumato.  

                                                                                                                  Vincenzo Calò

 

 

 

IMPRESSIONI SU -CASA DI MARE APERTO- (2011)


Ho letto alcune poesie della tua raccolta e molto modestamente ho avvertito il dovere di esprimerti le mie impressioni, leggerò il resto tra breve. 
Innanzitutto sono molto lusingato che tu abbia adottato un mio verso per il titolo,certamente nelle tre citazioni dove mi metti vicino a Gibran e Acquabona...mi fanno sentire proprio piccolo piccolo, ma ne sono certamente onorato. 


IN QUESTO RIFLESSO DELL’ETERNO-trovo che sia una profonda riflessione sulla condizione della natura umana,che malgrado le debolezze ha in sé una possibilità tangibile di riscatto per il presente e per il futuro.L’espressione “infinito mistero la vita-miracolo” ricorda la tematica cara ad Eugenio Montale ,sulla vita e il suo mistero,la trovo molto azzeccata. 


DELL’OLTRE IL DOLCE SENTIRE-le poesie in forma di “aforisma” a volte inducono alla riflessione più di altre ,come in questo caso. 


L’ALTROVE-trovo molto fresco e primaverile questo pensiero di invito alla speranza “nuvole,sogno,erba e sole” sono anche per me nomi del rinnovamento. 


ULISSIDE-la trovo colta e profonda ,la luce primordiale legata –forse a Noè? illumina la conoscenza e il desiderio di oltrepassare i baluardi del limite impostoci dalle anguste stanze della nostra esistenza e come Ulisse viaggiare alla continua scoperta del nuovo. 


NOSTOS-siamo, anche se io stento,fatti d’orizzonte..Zanzotto credo ci abbia insegnato molto. 


COME UNA MADRE-la maternità della natura è molto chiara in questa bellissima dichiarazione d’amore. 


DEJA’ VU-è fruttuosa questa tua ricerca delle emozioni che la vita ci riserva sempre ,a tutte le età. 


L’INVITATO-forse una “morte” che apre a nuova vita? Mi piacerebbe avere una tua spiegazione,grazie! 


NEL CERCHIO DI DOLORE-il Cristo che agli angoli delle strade di tutto il mondo chiede aiuto prima di morire ,avendo già passata la notte precedente tra gli ulivi tra paura per il mistero della morte e la preghiera .La logica delle analisi fredde dell’uomo moderno possono costituire preclusione alla comprensione del mistero ? 


FOSFENI-chissà !Anche l’opera per il teatro e la poesia di Maeterlinck ,sono state lampi di luce nella notte . 

Piernico Fè

 

 

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PREFAZIONE ALLA SILLOGE"CASA DI MARE APERTO"


Appaga e tiene incollati ai versi, Felice Serino in questa sua silloge, Casa di mare aperto, titolo preso da una frase di Piernico Fè, creando una sorta di sprazzo sui diversi moti del mondo, ornato dalle molte sfaccettature e che ne compongono, malgrado tutto, una visione d’insieme talvolta succube delle vicissitudini carnali, umane. La poesia di Felice Serino, lungo tutta l’opera, si fa ispirare dagli scritti e dai detti di altri poeti, narrandone poi il proprio punto di vista e poi guarda, il Serino, osserva gli uomini in strati, tra guerre e miserie ne fa condensa per i propri versi, spesso calcandosi in fondamenta di preghiera quale speranza da ricercare nel proprio Es. Ed è proprio nel divagare che il poeta racconta gli strati di cui è fatto, ritrovandosi padrone di un altrove, un posto segreto nel quale rifugiarsi ogni qualvolta ne abbia voglia, sia forse, pure, per quel bisogno di ricercare risposte, certezze che tardano a venire.Lo stile, seppur mai sfociante nell’accademico, presenta un vocabolario ricco, per una struttura mai metrica ma sempre e comunque libera, a sottendere una “quasi ribellione” agli stili assimilati dai poeti, creando movimento, caos di poche righe ma che, con quei pochi versi, riesce a colpire, acuminando la punta a ogni parola. Il risultato è densità, introspezione e calma apparente; e dico apparente perché dentro, è un continuo rovistare, setacciare e rimisurare le proprie norme, il proprio fango e le scomposizioni di quell’insieme che siamo. Nel mio dire, ho sempre attentato alla composizione stessa di ciò che è Poiesis, come in un definirne il tutto e il niente stesso, l’eidos, la maturazione stessa dell’idea che porti infine alla costruzione naturale di un proprio percorso, fatto di una frotta di se stessi. Il Serino pare giunto ad una visione personale, ma siamo un viaggio che dura tutta una vita, sempre con nuovi fronti da scoprire; per questo è importante avere nuovi occhi, più che nuovi orizzonti, per questo, all’abbisogna, necessitiamo d’essere illegali, rozzi. Necessitiamo d’esser Poeti.


Marco Nuzzo

(febbraio 2012)

 

 

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Casa di mare aperto

di Felice Serino

Prefazione di Marco Nuzzo

Centro Studi Tindari, Patti (ME)

Pagine: 90

ISBN: 9-788896-539859

Costo: 10€

 

Recensione a cura di LORENZO SPURIO

 

E’ una poesia dotta, filosofica e ricca di rimandi alla letteratura europea quella di Felice Serino contenuta nella sua ultima raccolta dal titolo enigmatico “Casa di mare aperto”. Ed è un po’ tutta la poetica di Serino ad essere attraversata da un certo ermetismo che si realizza in un criticismo del linguaggio, in una frantumazione dell’identità e in numerosi squarci visionari e addirittura onirici. Serino parte dal mondo che lo circonda, ma non è quello il suo interesse nell’arte della scrittura, perché l’intenzione è altra. La poetica si trasfonde a un livello più alto, a tratti irraggiungibile a tratti difficile da capire, ma l’artifizio della poesia sta anche in questo: nel dire e nel non dire, nell’utilizzare un concetto per elevarlo a qualcosa d’altro, metafisico, che non può aver concretezza proprio perché ha a che fare con la coscienza dell’uomo.

Importanti e degni di rispetto le poesie d’impianto civile, che nascono cioè dal voler ricordare alcuni personaggi centrali nel processo di crescita e progresso storico com’è la lirica dedicata al Nobel per la Pace Aung San Suu Kyi nella quale Serino utilizza l’isotopia del sangue e della violenza per tratteggiare il clima d’odio, repressione e vendetta nei confronti della statista appartenente all’opposizione: “Dal suo sangue si leva alto/ il grido d’innocenza/ a confondere intrighi di potenti” (p. 20). La condanna alla tirannia, alla democrazia messa a tacere è evidente anche se il linguaggio di Serino evita la durezza e si contraddistingue sempre per una certa armonia e levità, anche quando parla di drammi in piena regola. Ma ci sono anche poesie in cui il poeta mette allo scoperto terminazioni nervose dolorose dal punto di vista sociale, come è il caso della poesia “A ritroso” ispirata al fenomeno poco noto degli hikikomori in Giappone che riguarda dei giovani che si auto-recludono letteralmente in casa evitando una vera vita sociale.

Centrale anche il tema della morte che ritorna in varie liriche come pensiero spesso assillante, altre volte come semplice dato di fatto dal quale bisogna partire con consapevolezza nell’impostazione del proprio progetto di vita. L’interesse per il mondo, per la socialità, la vicinanza all’altro e la riflessione sulla nostra esistenza fatta di giorni che sembrerebbero identici ma che non lo sono, trova ampiezza in una lirica in particolare, “In questo riflesso dell’eterno” dove il poeta con sagacia e freddezza verga la carta scrivendo: “imbrigliati noi siamo in un tempo/ rallentato/ noi spugne del tempo/ assediati da passioni sanguigne” (p. 61) in cui si ritrovano molti temi/aspetti che contraddistinguono la vita dell’uomo d’oggi: il tempo che scorre in maniera rallentata, troppo lenta, forse perché non è più in grado di vivere i momenti che riceve in maniera autentica, ma forse perché l’uomo senza lavoro, precario, disoccupato o immigrato che sia, senza una occupazione non può che vedere il suo tempo scorrere in maniera lenta, dolorosa e oziosa; l’uomo è una spugna nel senso che riceve dal mondo, ma è sempre meno in grado di dare; che assorbe, si assoggetta, accetta e che, al contrario, non fa, non dà, non propone. Il mondo frenetico e alienante che propone una società sempre più efficiente, veloce e altamente tecnologizzata in realtà provoca un certo indolenzimento che si ravvisa nel sonnambulismo etico e pratico dell’uomo. Infine gli uomini sono “assediati da passioni sanguigne”: amore e sesso che, come si sa, non sono la stessa cosa e che spesso possono portare alla follia, al delirio, allo spargimento di sangue, in un doloroso banchetto in cui Eros e Thanatos giocano beffardi ignari di cosa stanno combinando. In “L’alba che sa di nuovo” Serino esordisce con versi acuminati: “la si vive nel sangue la nottata” (p. 89).

Numerosissimi i riferimenti e le citazioni a numerosi padri della letteratura europea, tra cui Mallarmé, Ungaretti, Zanzotto, Pessoa che, oltre a sviscerare il grande amore di Serino nei confronti della letteratura e la sua profonda conoscenza, rendono l’opera un gradevole e profumato percorso in altre storie, tempi e luoghi.

Lascio ai lettori di questa recensione un’ultima lirica del Nostro nella quale si respira un senso d’incertezza e un sentimento di sospensione che non è dato all’uomo capire; il serpente presente quale immagine di fondo della lirica alla quale si tende analogicamente (si richiama il verde e il serpeggiare), rimanda ancora una volta all’immagine del peccato, dell’avvelenamento e dunque della morte. Ma la cosa curiosa è che in questo caso non vi sono vittime, se non la serpe stessa:

 

Di un altrove (p. 78)

 

di un altrove

d’un altrove

striscia

di luce verde la mente

l’interrogarsi serpeggia

si morde la coda

 

 

LORENZO SPURIO

-scrittore, critico letterario-

 

Jesi, 1 Agosto 2013

 

 

 

FELICE SERINO è nato a Pozzuoli nel 1941; autodidatta, vive a Torino.

Ha pubblicato varie raccolte: “Il dio-boomerang” (1978), “Cospirazioni di Altrove” (2011).

Ha ottenuto importanti riconoscimenti e di lui si sono interessati autorevoli critici.

E’ stato tradotto in sei lingue. Intensa anche la sua attività redazionale.

 

 

http://blogletteratura.com/2013/08/04/casa-di-mare-aperto-di-felice-serino-recensione-di-lorenzo-spurio/

 

 

* * *

 

 

Un oltre in sé, quella “Casa in mare aperto” di F.Serino- Fernanda Ferraresso
.


L’epigrafe di apertura, ripresa dalla dedica di Raffaele Crovi , a Flavio e Teresio, pare individuare con precisione quale sia la scialuppa di salvataggio per praticare quel mare aperto e arrivare a casa.
La poesia allena l’ “analfabeta”/ancora vergine di conoscenza / a “disincagliarsi dalla vita” /e a viaggiare dentro il mistero/(che è la somma delle verità).
Ma si tratta di trasparenze lacere,  così le chiama Felice Serino, queste visioni , o voci, che arrivano da quel mare di cui dice e non ha nome, se non umanità, storia, e sembrano voci lacerate dalle perdite. I testi evocano, in questa  silloge breve, altre parole, messe nell’acqua del linguaggio da altri , sin dal titolo del libro, che riprende una frase di Piernico Fè, come cita nella prefazione Marco Nuzzo: -creando una sorta di sprazzo sui diversi moti del mondo, ornato dalle molte sfaccettature e che ne compongono, malgrado tutto, una visione d’insieme talvolta succube delle vicissitudini carnali, umane. -E dovunque nel libro si sentono questi echi da terre senza nome, dispersi nei moti dei venti e tra le orme liquide dei naviganti, che hanno messo in mare i loro legni, le loro sementi, portando anche all’autore ulteriori germinazioni. Ciò che mira l’occhio di Serino non è direttamente il viaggio, ma il viaggiatore, poiché, come dice Pessoa,  è lui  il cammino. E qui , proprio riportando al suo piede e al suo occhio, al suo orecchio interiore, le voci degli altri, facendone terra del suo essere, Serino moltiplica questo andare in sé, lui terra e osservatorio di quel territorio senza fine, ma anche angusto, per la grevità dei gesti che si ripetono, e  sono gesti umani, stratificazioni del pianeta e della memoria, miseria e guerra  e  preghiere come pietre che sembrano infossarsi più che elevarsi se non partono dalle più oscure profondità di ciascuno. In quelle stesse profondità, oscure, spesso minacciose, esiste un altrove, a cui abbiamo accesso, in cui esiste un rifugio durante la navigazione ed è quello che è casa aperta nel cuore del mare. Serve viaggiare, serve andarci e la poesia aiuta a fare vela fino a quel continente che, alla fine, dopo una vita intera di rotte praticate , si scopre essere un oltre in sé.


fernanda ferraresso


*


E TU A DIRMI


lanciarmi anima-e-corpo

contro fastelli di luce

specchiarmi

nella sua follia


e tu a dirmi: Lui

-l’irrivelato-

nasconde il suo azzurro – è

lamento amoroso


*


IL LATO OSCURO


e se fossi stato

dell’altro sesso in una

vita precedente

e ne avessi perso

memoria?
(ipotesi remota dici – di certo

campata in aria)-


junghiane profondità

tralasciando

scoprire come in un test

il lato oscuro del Sé

totale la parte

inconfessata (semplicemente

naturale) – la tua percentuale -


*


A RITROSO
(hikikomori)


un vivere a ritroso

le spalle all’oriente

dove

cresce la luce

vuoto delle braccia

vite

separate
tra l’ombra e l’anima


hikikomori: in Giappone sono oltre un milione. E’ il fenomeno di ragazzi che vivono di “rapporti” virtuali chiusi nella loro stanzafuori dal mondo


*


L’ INDICIBILE PARTE DI CIELO


indicibile la parte di cielo

ch’è in te e ignori – dice steiner

l’uomo in sé cela un altro

uomo: testimone che ti osserva e

sperimenti ogni ora:
basta che solo

un verso o poche note ti richiamino

a una strana forza interiore:

e cessi

di sentirti mortale


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LA “CASA DI MARE APERTO” SPIRITUALE

NELLA PIÙ RECENTE RACCOLTA DI VERSI DI FELICE SERINO

 

di GIORDANO GENGHINI

 

Recentemente, edita dal Centro Studi Tindari di Patti, è uscita la raccolta di versi “Casa di mare aperto”, che riunisce tre diversi gruppi di brevi liriche scritte fra il 2009 e il 2011 dal poeta Felice Serino, noto - anche se non quanto meriterebbe - in Italia e anche all’estero (le sue poesie, pubblicate a partire dal 1978, sono state tradotte in sei lingue).

Il titolo della raccolta - lo si chiarisce all’interno del volumetto - è una citazione da Piernico Fè, e in qualche modo, a mio avviso, è la chiave per interpretare l’intera opera, caratterizzata da una lirica intrisa di spiritualità intensa che si irradia in molteplici direzioni: un “mare aperto” spirituale, dunque.

La lettura delle pagine - poco meno di cento -  è un’esperienza straordinaria e irripetibile.

Il tessuto dei versi  è coerente e ha un tono e un timbro inconfondibili. I temi toccati ruotano attorno a una ricerca spirituale intima del poeta ma nel contempo rivolta ad ogni uomo. I versi, come nei grandi artisti mistici del Medioevo, esprimono l’inesprimibile del mistero divino soprattutto attraverso il simbolo della luce. La spiritualità del poeta è però modernissima perché inquieta, mobile, non univoca.

Alcune immagini, metafore e parole-chiave sono ricorrenti nella raccolta. in primo luogo, la figura dell’angelo (o, meglio, degli “angeli / caduti / mendichi di amore”), simboli di aspirazione alla purezza assoluta. Ancora più rinvia a questa ricerca di purezza e verità assolute la metafora - che riappare in varie forme - del “corpo di vetro” o del “vetro del cuore”, cui si affianca la prevalenza di un altro emblema di purezza: il candore, che culmina nel “silenzio” di chi ha già lasciato la vita: l’ “immacolato manto / come un’immensa pagina bianca” che si identifica con l’ “Altrove”, ossia con il mistero occulto di “questa casa di vetro / eretta sulle nuvole”, a cui il poeta aspira - e alla cui rappresentazione concorre anche la suggestione generata dall’uso mai casuale o irrilevante degli spazi bianchi fra i versi o nelle pagine.

Oltre alla luce, altri simboli ricorrenti nei versi di Serino per esprimere l’inesprimibile - l’ “Oltre” - sono il sogno e l’azzurro, che si intrecciano con la musica nel tentativo di dare corpo (come nel “Paradiso” dantesco, di cui talora si avverte l’eco) al divino. Tuttavia, i versi di Serino non hanno certo caratteristiche tradizionali e meno che mai “cantabili”, in quanto nel loro originale ritmo si manifesta la presenza della realtà umana fatta di carne e sangue, dei “veleni del mondo” e, in particolare, del mondo contemporaneo in cui “l’autentico” è “violentato dal mediatico”.

All’interno di questa antitesi decisa fra l’ Altrove e il male del mondo (per il quale però, uscendo dal coro, la lirica del poeta non cerca espliciti capri espiatori, politici o di siffatto genere, cui attribuire ogni colpa) determinante è la funzione della poesia, che definirei profetica ma, anche, casa in cui rifugiarsi per distaccarsi dal male di vivere. L’autore infatti scrive: “nascosto starò nella rosa / azzurra della poesia”, evocando per analogia nel lettore anche il ricordo della “candida rosa” dantesca dei beati.

La spiritualità di Serino e la sua fede nell’Altrove non è mai incerta: “quando il mondo continuerà / dopo di me // a chi vi dirà lui non c’è più / fategli uno sberleffo”. Il suo misticismo non trascura le vicende della storia e degli ignorati “santi del nostro tempo”,  di non pochi  dei quali viene fatto esplicitamente il nome ( un esempio fra tanti: Oscar Romero, nel cui sacrificio, credo, il poeta vede il “rigenerarsi dell’urlo della croce” evocato in un’altra lirica).

La cultura su cui fioriscono i versi dell’autore è estremamente ricca: le stelle che la illuminano (lo si comprende da citazioni dirette o indirette, e soprattutto dalla ripresa rielaborata, nei versi, di altri versi, secondo una tecnica già presente in grandi poeti, da Dante a Luzi, ma usata in modo originale da Serino. Tale ripresa non è mai sfoggio di conoscenze: è invece indispensabile al disegno lirico dell’autore. Le stelle che rilucono nel cosmo intellettuale del poeta possono per alcuni aspetti essere forse accomunate, ma fra loro sono anche estremamente diverse: oltre al Gesù dei Vangeli e ad antiche (come Paolo e Agostino) e recenti (come, ad esempio, David Maria Turoldo) figure della spiritualità cristiana, figurano anche maestri di diverse spiritualità: da Steiner a Swedenborg a Paulo Coelho, per non ricordare che alcuni nomi. Né si possono dimenticare i riferimenti ai grandi poeti dello spirito: dal già menzionato Dante (alcune delle cui immagini, come quella del paradisiaco fiume di luce, sono rielaborate e riproposte in modo affascinante) ai più recenti Mallarmé, Borges, Pessoa, Ungaretti fino a poeti a noi vicinissimi come Giovanni Giudici e Andrea Zanzotto.

La lirica di Serino si colloca nel panorama estremamente vasto di questa sorta di ideale “empireo della poesia” che si contrappone - almeno come possibilità di difesa - ai mali della storia. L’ampiezza dei punti di riferimento negli orizzonti culturali e letterari del poeta spiega anche perché la sua raccolta non rappresenta un tentativo - che sarebbe impossibile - di ricomposizione di tutti i punti di riferimento, ma una esplorazione spirituale, un moderno viaggio, termine ancora una volta da intendersi in senso dantesco.

A livello stilistico, il poeta dà vita a una lirica di grande intensità, che fa tesoro della lezione poetica del Novecento (in particolare, nell’abolizione della punteggiatura e della iniziali maiuscole) e del verso libero per creare un proprio originale timbro, spesso caratterizzato da affascinanti creazioni in miniatura, nelle singole liriche, di “opere aperte” che lasciano possibilità di diverse interpretazioni: né potrebbe essere altrimenti, dati i temi affrontati nella raccolta.

In versi densi di fratture e ricomposizioni, Serino ci propone - per rifarsi al “suo” Agostino -  una “città dell’uomo” in cui abbondano le asprezze (“le viscere nelle mani”) e una “città di Dio” in cui risplende l’armonia dell’Altrove (“un cielo bianco di silenzi” in cui è protagonista disincarnato il “fiume di luce che / ci prenderà”).

Non è il caso che aggiunga altro a queste mie modeste note, perché ogni tentativo - come questo mio - di presentare nell’ambito di un discorso logico-razionale una poesia che tale ambito travalica, non può che essere povera cosa rispetto all’esperienza della lettura dei versi del poeta. E concludo proprio con un invito alla lettura e con un’ultima osservazione: la raccolta di Felice Serino è un “mare aperto” al cui interno si muovono potenti correnti di luce. Credo che, per renderci conto di ciò, basti rileggere la bellissima breve lirica che, non a caso, chiude la raccolta, e che qui riporto: “d’un presentito chiaro d’armonie // d’un trasognato dove // vivi e scrivi // - tuo credo - // tua casa di mare aperto”.

Non è un caso, credo, che il primo verso sia un armonioso endecasillabo e che il secondo e il terzo, uniti, a loro volta siano uno stupendo endecasillabo, come non è un caso che l’ultimo verso coincida con il titolo della raccolta.

La “casa di mare aperto” rappresenta infatti, come ho detto all’inizio di queste note, la spiritualità del poeta: ma anche, io credo, la meta di un approdo cercato già in questo modo e, infine, la prefigurazione della “casa di vetro” nell’Altrove, cui - come l’autore - più o meno consapevolmente a partire dai poeti, tendiamo noi tutti. O, credo direbbe l’autore, tendono consapevolmente coloro che, come scrive in un’altra sua lirica l’autore, fra l’affidarsi principalmente a Freud (o ad altre “divinità terrene” del mondo d’oggi) e l’affidarsi al vangelo di Giovanni hanno già compiuto una scelta.

 

 

 

 

 

 

Felice Serino – Casa di mare aperto

 

 

In Casa di mare aperto Felice Serino mette in gioco una poetica caratterizzata da una vena epigrammatica e lapidaria; la scrittura ha il pregio di essere originalissima, condensata e veramente icastica. C’è in Serino la ricerca di un senso profondo della vita, che si confronta con una visione anche biblica, pur rimanendo nella sua immanenza, nella sua concretezza, anche se poco viene detto del quotidiano.

Le categorie alle quali fa riferimento il nostro sono: sogno, natura, tempo, amore, morte, eternità, Dio, preghiera, misticismo. Il Dio detto da Serino ha una forte vena antropomorfica.

I versi sono quasi del tutto privi di punteggiatura ad esclusione delle parentesi e dei trattini. Poesia si fa preghiera.

Il misticismo si coniuga a fisicità come in Riempire i vuoti, nella sezione Lacere trasparenze, nella quale leggiamo il bellissimo verso …”è un angelo che ci corre nelle vene”. E’ ricorrente il colore bianco, come simbolo di purezza.

Una vena intellettualistica connota questa poesia: sono citati Jung, Blake, ed Erri De Luca, tra l’altro studioso della Bibbia.

I sintagmi sono scabri ed essenziali e c’è qualcosa del primo Ungaretti. Molto alto il passaggio mistico il cielo è in noi e in noi c’è un altro uomo.

In Barabba c’è il tema del perdono di Dio tramite Gesù. Nel libro tutto veleggia in una dimensione di mistero.

 

Raffaele Piazza

 

 

 

 

 

RECENSIONE ALLA SILLOGE DI FELICE SERINO “IN SOSPESO DIVENIRE”, 2013*

 

 

al di fuori di me -

 

io stesso luogo-non-luogo –

 

mi espando

 

 

Così, Felice Serino, dà alla luce l’ultima breve ma intensa silloge, “In sospeso divenire – Poesie dell’impermanenza”, titolo alquanto suggestivo e che, in pochi tratti descrive il ruolo stesso del poeta-uomo, dello scrittore, considerato per antonomasia il saggio, il pensatore, conscio d’una realtà fuggevole e capace, pertanto, di ravvisarne gli atomi in una sincrasi eclettica, unendo particelle e parole con una palpabilità maniacale. Ho parlato di “saggio” per un motivo ben preciso. Leggendo il Serino, m’è parso di risentire la lontana eco del Dao Dezi di Lao Tsu, saggio cinese che – nella succitata opera - scrisse una ben precisa frase: “Per questo il santo permane nel mestiere del non agire e attua l'insegnamento non detto. […]. Compiuta l'opera egli non rimane e proprio perché non rimane non gli vien tolto”. Si noti che la parola “Saggio” e “Santo” hanno, nel Tao Te Ching, la stessa funzione di soggetto. Come per queste “poesie dell’impermanenza”, il Serino ha la funzione di lasciare un’impronta, un segno lieve “in sospeso divenire”, per l’appunto, per poi partirsi, allontanandosi dopo aver detto. Il suo è un divenire lasciato ad altri, un qualcosa di incompiuto ma capace di tessere trama e ordito con una originalità impertinente, tra figure retoriche e costrutti semantici ridotti all’essenziale, eppure talmente precisi da centrare il cuore del bersaglio:

 

in trasognato sfarti figura

 

-quasi rito-

 

t’invetri

 

incielata diafana

 

 

qui troviamo qualcosa di molto raro, quasi una sorta di gioco di parole e reinventati neologismi privi di peccato ma che trascendono all’interno di un Locus amoenus racchiuso nell’utopia e nella stagione di una vetrina al di fuori del tempo.

Il Serino però è un treno in corsa lungo diverse stazioni, sfiora emozioni di ogni sorta e non placa sicuramente la propria sete nella forra dei giochi della parola propriamente detta. Egli si fa anche semplicità negli occhi e nei sogni di una bambina, diventa foriero dei cambiamenti dell’animo… si fa madre e poi muore alla vita.

Senza voler troppo aggiungere, per non guastare del lettore la sorpresa, il poeta Serino disvela e tributa la seconda parte dell’opera ai suoi amori, quelli familiari come quelli letterari, finanche alle letture di Ungaretti, Merini e Ginsberg. È una nota che suona differente in ogni tasto, il Serino e in questa breve silloge dà prova di quanta musica possa vantarsi l’animo umano, un Pathos capace di elevare o, talvolta, di colpire, lasciando senza parole attraverso la bellezza e l’irripetibilità delle sue dinamiche.

 

Di Marco Nuzzo

 

 

* e-book realizzato da www.poesieinversi.it

 

 

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Felice Serino – Frammenti di luce indivisa – 2014

 

         Con Frammenti di luce indivisa Felice Serino ritrova la sua piena maturità espressiva, giungendo ad una grande originalità, confermando la sua cifra inconfondibile, già presente nelle raccolte precedenti.

         L’autore si può definire un poeta mistico calato nella  contemporaneità, che si esprime tramite una scrittura che potrebbe accostarsi senz’altro a quella di David Maria Turoldo per i contenuti ma non per la forma.

Il pathos, sotteso al poiein del nostro, si basa sulla semplice constatazione della presenza della vita, nella quale, in quanto esseri umani siamo immersi, nell’esserci sotto specie umana, cheporta l’io-poetante a riflettere sui temi della vita stessa e della morte.

In tale senso si svela il senso della scrittura, in questo testo non scandito, che, per la sua unitarietà, potrebbe essere definito un poemetto.

Di poesia in poesia Serino attraversa molte sfaccettature della condizione della persona calata nel quotidiano di ogni giorno, teso sempre verso una prospettiva trascendente.

Il Dio descritto da Serino è pienamente immanente e pervade l’essenza stessa dell’io poetante.

C’è quasi un rapporto confidenziale tra l’autore e Dio, un pieno abbandono del primo nel secondo.

C’è un tu al quale il poeta si rivolge e dal quale cerca di ritrovare gioia, forza, luce e conforto per affrontare il mare magnum della vita.

I componimenti sono spesso brevi, a volte più lunghi e divisi in strofe.

Quasi tutte le poesie sono concentratissime e icastiche e risolte in un unico respiro.

Alta è l’eleganza formale di ogni singolo componimento e tutti i testi sono ben risolti.    

Frequente è l’aggettivazione che crea effetti sfumati e tutte le poesie iniziano con la lettera minuscola, elemento che ne accentua un’arcana provenienza con una consistente dose di ipersegno.

Altro tema è quello di un naturalismo rarefatto e uno degli argomenti trattati dall’autore è quello della gioia di vivere per azzerare la depressione e, ovviamente, è la scrittura che riflette su se stessa il migliore antidoto alla malinconia e al dolore.

Ogni pagina è illustrata con immagini di piume, come di angeli, per accrescere l’ansia e l’anelito mistico che trapela dai componimenti.

Si tratta di un tipo di poesia, che scavando in profondità rende bene la tensione ontologica.

Vengono detti angeli e santi (ad esempio S. Agostino) e si stemperano a volte i versi in un erotismo mistico.

E’ espresso il ciclo della vita (infanzia, giovinezza, maturità, vecchiaia).

Il dettato è chiaro, nitido, luminoso e levigato e c’è un forte senso etico.

Si percepisce una forma di creaturalità dell’io poetante, nel suo tendere a diventare persona e i sintagmi sono scattanti e procedono spesso in lunga ed ininterrotta sequenza.

Il componimento iniziale, Docile alle tue mani, ha un carattere programmatico e l’interlocutore è Dio, descritto come salvifico e amico dell’uomo.

Si può dire che corporeità, carne, materia si fanno verbo e così sgorgano i versi, che possono essere letti anche come preghiere molto sentite e accorate.

Altre volte il poeta si ripiega su se stesso nel suo solipsismo, con un profondo scavo nell’interiorità e le poesie sono connotate da densità metaforica e sinestesica.

Un esercizio di conoscenza, quello di Felice Serino con queste poesie alte, che sono un inno alla speranza dell’ uomo,  che, se anche è una canna al vento è una canna pensante (e il pensiero stesso si invera nei versi).

 

Raffaele Piazza

   

 

 

 

 

 

Recensione a “D’un trasognato dove” di Felice Serino (Giovanni Perri)

25 ottobre 2014

 

 

 

Capita raramente di imbattersi in poeti in cui vocazione lirica e pensiero filosofico si fondono così perfettamente da riuscire saldati in un unico corpo come in Felice Serino, la cui voce è tanto più seducente quanto maggiormente risulta isolata nel panorama contemporaneo. Egli rappresenta, forse, la continuità, nel solco di una tradizione tipicamente novecentesca, di pensare la  poesia come antitesi e attrito con la modernità e filtro da cui trascendere nel segno d’una rivelazione;   in lui, senso del tempo e dello spazio, spiritualità e vita, verità intangibile e immanenza, mistero,  trovano la medesima via su cui la poesia accomoda il sentimento, insieme umano e divino, d’essere in sé origine e fine di tutto; e nel mezzo, ricerca passionale e tensione dell’amore puro; (Amore: altissimo e di sangue, lamento quasi siderale degli occhi, fiume alle mani ): dove quel sentimento arriva  e la voce si espande, e l’umore improvvisa emozioni che non trovano il punto, oppure lo invocano sapendo che un urto, anche il più invisibile, può farsi carico di tutta quanta la specie dei sogni di cui è composta la vita.

leggere sull’acqua

lettere storte

camminare nel mistero a volte

con passi non tuoi

nella parusia entrare nella luce

goccia

che si frange nel sole

– che contiene un mondo

Impresa affatto anodina dunque, introdurre Serino: farne passare il battito, la folgorazione; additare nel segno delle sue epifanie, come volendo scottarsi: sentirsi addosso la luce, vivida e sanguigna di un verso che trasloca bucandoci. Perché viene sempre nel segno della carne la sillaba che in lui svanisce: questa croce di vento sulla pelle. E sono spasmi. Cieli a difendersi. Occhi per seminare: amore per la parola sorgiva da cui bagnarsi e bere, a piene mani, quasi fossimo noi quel punto imprendibile l’altrove, che cuce il corpo alla memoria e tace, profondo e innato silenzio:  

sangue del pendolo

tempo-maya dagli occhi

di giada

capovolti

nell’oltre è cuore

del sole abisso

di cielo – antimondo

C’è in Serino un’attitudine all’amore che è soglia, dunque, attracco e mancamento: visionarietà al limite del corpo, come una metafisica della bellezza. Una specie di vizio a perdere la vista per meglio pensare. Viene in mente Democrito; e Borges che lo nomina nel buio. Nelle sue tanto aeree apprensioni, Serino ausculta pungendo, sembra quasi addirittura ch’egli tiri dalla vena una goccia di lontananza e ne faccia presenza aromatica, unguento a lenire ferite. Sono sempre afflizioni, le sue, da cui sgorga dolcezza: l’essere qui e altrove come dato fondante d’una vita:

un vedermi lontano

io che vesto parole

di carne

alfabeti di sangue

da me lontanissimo

ché ad altra

sembianza anelo

per voli su mondi

ultraterreni

Il preziosissimo volume appena pubblicato (d’un trasognato dove)  porta quest’attenzione al luogo come segnale viatico, sintomo d’attraversamento, quasi paura: l’attesa di un dove che ci tiene, mi piace dire, anatomicamente, nel nervo della poesia, in un flusso cosmico, segnato a ferite, di tempo e spazio, appunto, e di memoria:

giro di luna bivaccante nel sangue

baluginare d’albe e notti

che s’inseguono

dentro il mio perduto nome

per le ancestrali stanze un aleggiare

di creatura celeste

che a lato mi vive nella luce

pugnalata

 

Oppure ancora:

espansione a irradiare

poesia a labbra

di luce

indicibile fiore

del sangue

Quale che sia il trasognato dove, quel che posso dire è che qui l’amore s’avverte, terragno e trascendente, nel segno di una luce vivida e irrisolta, cavata dall’occhio di un uomo sospeso, solo e multiplo,  invocata e  assolta nel dono di un verso pulsante, tangente, bellissimo, quasi tenuto nel fiore di un enigma e consegnato al tempo, come un bacio dato alla terra, questa sacra parola illuminante.

Ecco forse Serino è tutto questo, o tant’altro che ancora non so; che ancora non m’è dato di sapere.

 

Giovanni Perri (aka Aguaplano)

 

 

http://poesiaurbana.altervista.org/recensione-dun-trasognato-dove-felice-serino-giovanni-perri/

 

 

 *

 

 

 

D’un trasognato dove – 100 poesie

di Felice Serino

Ass. Salotto Culturale Rosso Venexiano, 2014

Pagine: 124

Costo: 12€

 

Recensione di Lorenzo Spurio

 

 

Ha memoria il mare

Scatole nere sepolte nel cuore

Dove la storia

Ha sangue e una voce. (37)

 

D’un trasognato dove – 100 poesie scelte è la nuova densa raccolta poetica di Felice Serino, poeta nato a Pozzuoli nel 1941 che da molti anni vive a Torino.

L’autore mostra di aver compiuto una meticolosa operazione di cernita in questo “canzoniere dell’esistenza”, tante sono le liriche che ne fanno parte e tante le tematiche che Serino trasmette al cauto lettore. Il fatto che esse siano state raggruppate in filoni concettuali intermedi da una parte facilita al lettore la corretta comprensione delle stesse e dall’altra consente all’opera una struttura ulteriormente compatta e costruita organicamente. È così che questi microcosmi-contenitori delle liriche di Serino si concentrano attorno a questioni che hanno a cuore il rapporto con l’aldilà, il tema celeste, il senso dell’esistere, la potenzialità del sogno, l’inesprimibile pregnanza del tessuto semantico, l’impossibilità di dire (l’impermanenza) e si chiude con un nutrito apparato finale di poesie dedicate a personaggi più o meno famosi della nostra scena contemporanea dal quale partirò.

In questo apparato di dediche si concentra il fascino nutrito da Serino verso una serie di immagini-simbolo quali quello della luce e del sogno (nella lirica dedicata Elio Pecora), il tema della Bellezza (nella lirica a Papa Giovanni Paolo II), il risorgere (nella lirica dedicata a David Maria Turoldo) e lo specchio come proiezione e frantumazione dell’io (nella lirica dedicata a J. Luis Borges). Sono queste solo alcune delle liriche che compongono questo apparato finale poiché ve ne sono varie di chiaro interesse civile che affrontano disagi e tragedie dell’oggi quali i disastri per mare dei tanti immigrati che sperano di giungere in Italia, le precarie condizioni degli incarcerati o gravi casi di violenza in cui alcuni giovani hanno riportato la morte come Iqbal Masih, tessitore di tappeti portavoce dei diritti dei bambini lavoratori che venne ucciso nel 1995 all’età di 12 anni e del quale Serino apre la lirica in questo modo: “come un bosco devastato/ intristirono la tua infanzia/ di pochi sogni” (107).

Nell’intera opera di Serino si nota una pedissequa attenzione nei confronti di isotopie, immagini costruite nelle loro archetipiche forme, che ricorrono, si susseguono, si presentano spesso perché necessarie; esse non sono solamente immagini che identificano o denotano qualcosa, ma simboli, metafore, mondi interpretativi altri: il sogno, la luce, il cielo, il Sole, tanto che permettono di considerare la poetica di Serino come celestiale proprio per il suo continuo rovello sull’aldilà, onirica perché fondata sull’elemento del sogno del quale si alimenta tanto da non poter dire spesso con certezza quale sia la linea di demarcazione tra realtà e finzione. Si penserebbe a questo punto che il tema del tempo possa essere altrettanto centrale in questa silloge di poesie dove, pure, si ravvisa un profondo animo cristiano, ma in realtà il concetto di tempo è ristrutturato da Serino in maniera meno pratica, in chiave esistenziale, come costruzione della mente umana che però risulta avere poca rilevanza nelle elucubrazioni di una mente particolarmente attiva.

Il sogno, l’onirismo e il surrealismo (citato anche nel momento in cui viene nominato il pittore catalano Dalì) sono il nerbo fondamentale della silloge dove il trasognare ne identifica l’intero percorso di formazione e conoscenza. Non è un caso che in copertina si stagli un albero frondoso e, dietro di esso, uno scenario meravigliosamente pacificante di un cielo verde-azzurro tipico di una aurora boreale che fa sognare.

Dal punto di vista stilistico Serino predilige un’asciuttezza di fondo per le sue liriche (molte di esse sono molto stringate se teniamo presente il numero dei versi), dove il poeta evita l’adozione delle maiuscole anche quando queste dovrebbero essere impiegate ed ogni forma di punteggiatura, quasi a voler rendere in forma minimale il pensiero della mente proprio come gli è scaturito. Contemporaneamente il lessico impiegato è fortemente pregno di significati, spesso anche molteplice nelle definizioni, ed esso ha la caratteristica di mostrarsi evocativo, più che invocativo (anche se alcune liriche di invocazione sono presenti) o connotativo.

Sprazzi di ricordi salgono a galla (“in sogno sovente ritornano/ amari i momenti del vissuto”, 39) ma questi non hanno mai la forza di demoralizzare l’uomo o di affaticarne la sua esistenza poiché c’è sempre quella “comunione col sole” (47) che dà forza, garanzia e calore all’uomo che sempre ricerca risposte su sé, Dio e il mondo.

 

Lorenzo Spurio

Jesi, 28-10-2014

 

 

 

http://blogletteratura.com/2014/10/29/dun-trasognato-dove-di-felice-serino-recensione-di-lorenzo-spurio/

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Felice Serino, "D'un trasognato dove"

(Ed. Associazione Salotto Culturale Rosso Venexiano)

 

 

E' caratteristica essenziale in molti poeti la ricerca di una dimensione altra, per lo più disgiunta dalla materialità delle cose e allocata in un empireo che simboleggia la spiritualità, l'amore, il sacro. Questa ricerca indubbiamente parte innanzitutto da se stessi, nel prodigarsi a dragare nei labirinti della propria anima lacerti e spiragli di luce, di speranza, e di tutti quei valori che possano elevare la persona alla dimensione celeste, avvicinandola a quella meta che nel progetto della creazione può chiamarsi anche paradiso. E' innegabile che ogni uomo tenda a superare, e a superarsi, quelle barriere fisiche e materiali che in qualche modo gli consentano di raggiungere, o almeno tendere, ad una certa realizzazione di sé, che non sta tanto in una mera e statica acquisizione di beni materiali, quanto nell'agognare quella famosa "felicità" o stato di grazia che sia, che soddisfi non solo il corpo, ma anche e soprattutto l'anima e il cuore.

Che poi questa ricerca venga estrinsecata, seguita e sviluppata anche in modo creativo ed artistico, nella fattispecie tramite la poesia, è segno di sensibilità personale non indifferente, in quanto l'artista, il poeta, ha il coraggio di mettere in chiaro ciò che gli scaturisce da dentro, ciò che gli detta il cuore. In un mondo in cui i modelli predominanti sono il rivestirsi di corporeità e di ricchezze materiali, da seguire come obiettivo primario della quotidianità, un canto elevato alla purezza dei cieli sembrerebbe anacronistico se non addirittura bambinesco: c'è altro a cui pensare nella vita di tutti i giorni, c'è da sbarcare il classico lunario e non c'è spazio per intime riflessioni trascendentali. Ma il poeta è e resta sempre un puro d'animo, egli vede sempre al di là del velo opprimente che copre il mondo di grigio e di organigrammi, sente il discorso della natura e lo fa proprio, nonostante tutte le ottenebrazioni e i frastornamenti offerti dalla pubblicità più subdola. Si tratta di liberarsi da ogni falsità terrestre, e questo al di là di ogni tipo di religione, chè è primario in noi, nell'uomo, questo senso vago, indeterminato ma sussistente, dell'al di là, inteso come luogo sublime ed eternamente pervaso di gioia, pace e felicità. Si tratta di raggiungere l'empireo, appunto, ricostruire l'antico filo di resistente speranza che, in fondo, c'è qualcosa di vero oltre la dimensione materiale dell'uomo.

Felice Serino è dunque uno di questi poeti che vede e che sente: "insaziata parte / di cielo / vertigine della prima / immagine / e somiglianza / vita / lacera trasparenza / sostanza di luce e silenzio / sapore dell’origine / fuoco e sangue del nascere" ("Lacera trasparenza"); sostanza di luce che permea tutta la sua raccolta poetica "D'un trasognato dove", inesauribile canto di ricerca dell'"oltre", assidua ed appassionata narrazione poetica del suo cercare quel "dove" che possa riscattare il senso materiale della vita, che possa nobilitare l'uomo.

"In una goccia di luce / s’arresterà questo giro del mio sangue / lo sguardo trasparente riflesso / in un’acqua di luna / sarò pietra atomo stella / mi volgerò indietro sorridendo / delle ansie che scavano la polpa dei giorni / delle gioie a mimare maree / nullificate di fronte all’Immenso / allora non sarò più / quell’Io vestito di materia / navigherò il periplo dei mondi / corpo solo d’amore / in una goccia di luce": è il testo iniziale della raccolta di Felice Serino, testo emblematico che in qualche modo concentra e riassume la sua idea progettuale, e poetica, di un distacco dalla materialità al fine di trovare e provare, svestito di materia, quel nocciolo di verità assoluta, quei sentimenti puri non più inquinati o compromessi dalle implicazioni del corpo. Si tratta dunque di un discorso poematico di lungo respiro, tutto intriso di alta religiosità, una religiosità che richiama sicuramente la fede cristiana, pur non citando direttamente situazioni, fatti e personaggi della dottrina classica, ma traendo da essa i riferimenti più sinceri e puri: "- e gli esecrabili / delitti e la vita / tradita? / e il sangue innocente? / -non ricordo: in verità ti dico / l’Albero di sangue / virgulto di mio Figlio / il Giusto / si è ingemmato / ed espande nei secoli / le sue radici / in un abbraccio totale" .

La raccolta poetica di Felice Serino "D'un trasognato dove" è divisa in cinque parti: "Di palpiti di cielo", "Del trasognare", "La parola che fiorisce e dintorni", "Dell'impermanenza", e "Dediche".

Pur mostrando una complessiva omogeneità di progetto, costituita essenzialmente dalla trama religiosa di cui sopra, che lega internamente tutte le composizioni della raccolta, nella quale l'autore riesce ad estrinsecare e a sviluppare esaurientemente tutta l'ispirazione primaria attorno alla quale si addensa il suo dettato, in mille diverse angolazioni, la quinta parte, "Dediche", si discosta alquanto dal tema; si tratta qui di poesie ognuna "dedicata" ad un personaggio particolare (tra cui anche la moglie), che hanno evidentemente colpito la sensibilità del poeta, muovendolo ad esprimere considerazioni e riflessioni dal contenuto veramente nobile e importante, come ad esempio nella poesia dedicata ai migranti: "uscire / dal porto -il cuore in mano- / issare la vela della / passione / dietro lo stridulo / urlo dei gabbiani / tra le vene bluastre del cielo / foriero di tempesta / squarciare / nel giorno stretto / il grande ventre del mare / che geloso nasconde / negli abissi / i suoi figli" ("La ricerca" – Ai migranti di Lampedusa).

La scrittura poetica del Serino si presenta decisa, fluida, chiara, priva di tentennamenti espressivi e di vaghezze retoriche; è d'altra parte una scrittura non priva di un certo sapore lirico, e strutturata sulla base di versi brevi, in cui ogni termine, ogni parola, è fortemente risuonante.

Ne risulta complessivamente una raccolta di sicuro spessore poetico, interessante, propositiva oltre che riflessiva, che certamente induce nel lettore attento ottimi spunti di ulteriori considerazioni sia sul piano religioso che sul piano sociale.

 

Giuseppe Vetromile

3/1/15

 

 

 

http://taccuinoanastasiano.blogspot.it/2015/01/dun-trasognato-dove-raccolta-di-poesie.html

 

 

 

 

 

 

FELICE SERINO

D'UN TRASOGNATO DOVE

 

Associazione Salotto Culturale Rosso Venexiano, 2014,

Pagg. 128, Euro 12

 

 

 

Felice Serino (classe 1941) è campano di Pozzuoli, autodidatta, vive a Torino, vanta una "copiosa e interessante" produzione letteraria, è noto in Italia ed è tradotto all'estero. Giordano Genghini nella prefazione a D'un trasognato dove, indica il tentativo che il Poeta rivolge alla ricerca di un oltre "inesprimibile", che conduce al Divino, uno sforzo entro cui si rifugia.

La raccolta comprende componimenti brevi o di media lunghezza, dai versi sciolti dal metro variabile generalmente raccolti in strofe; si rivolge in prima persona a un interlocutore in modo confidenziale. L'assenza dell'interpunzione e delle maiuscole, tranne eccezioni, può disorientare. Sono citati (con iniziale minuscola) Kandinsky, Van Gogh, sindrome di Stendhal, San Sebastiano, i Maya. Frequente è l'uso di alcune parole come specchio (d'acqua, di cielo, di vetro), luce, arco, sogno; la voce inglese unforgettable, alcuni termini specifici informatici e scientifici, o esoterici. Il libro si articola in cinque sezioni che procedono in maniera conseguente, così da disegnare un itinerario spirituale ben preciso che giova ripercorrere, per meglio conoscere l'Autore (Di palpiti di cielo, Del trasognare, La parola che fiorisce e dintorni, Dell'impermanenza, Dediche).

Il suo cuore non pomperà sangue ma palpiti di cielo, etere, anzi, luce. Egli si confonde negli spazi siderali e pur nella sua piccolezza, si sente prossimo al Creatore dell'universo. Novello Ulisse viaggia nei cieli facendosi voce di Dio, così spiega che il Figlio s'è fatto crocifiggere per fare posto all'amore. In attesa di una seconda rinascita di Dio in terra, il Poeta vorrebbe risorgere come particella di cielo, pur fra ostacoli per emendarsi. Mi pare irriverente mettersi nei panni di Dio, o semplicemente stravagante: "in verità ti dico/ l'Albero di sangue/ virgulto di mio Figlio/ il Giusto/ si è ingemmato/ ed espande nei secoli le sue radici/ in un abbraccio totale" (pag. 20).

Il trasognare, è la conseguenza del bagno di luce, in una ricchezza di colori, in una contemplazione che eleva lo spirito, in cui ci si fonda con le particelle cosmiche e divine. Ma l'uomo-poeta ha anche visioni terragne, del vivere quotidiano, fra cui fanciulli giocare, ma anche relitti come bare sommerse nel mare, i migranti del Mediterraneo ne sanno qualcosa. I sogni sono "un'oasi di pace" che ci portano fuori di noi stessi, si dispiegano nel profondo dell'anima, come segno di salvezza. Felice Serino travolto dai vortici, tra acque e stelle, si sente stordire "in sogno sovente ritornano/ amari i momenti del vissuto/ che non vorresti mai fossero stati/ si affaccia nel tuo sogno sudato/ quel senso di perdizione/ incarnato nel figlio/ prodigo che fosti/ emerge dai fondali/ dell'inconscio dove naviga il sangue/ e tu non puoi disfartene" pag. 39.

Il Poeta considera la meraviglia della parola che fiorisce, che diventa poesia sui fogli di carta; che ci permette costruzioni fuori dal Sé e permette di padroneggiare la materia. In una sorta di estraniazione sente di ritrovarsi nel mistero, in tanti io diversi, nuotare badando di non soccombere dinanzi al male; ma sa che la vita è anche un morire a poco a poco, così commenta: "ti coniughi ad un presente che s'infrange/ dove l'orizzonte incontra il cielo/ e ti sorprendi a chiederti chi sei/ oggi da specchi rifranto/ e moltiplicato/ mentre il tempo a te ti sottrae" (pag. 85).

L'ultima sezione comprende dediche, in una sorta di discesa in terra, un doveroso riconoscimento di impegno affettivo, religioso e civile; così alla moglie, a Elio Pecora leggendo Sandro Penna, a Karol Wojtyla, Simone Weil per la sua solitudine, a Dino Campana, David Maria Turoldo, a Madre Teresa, J. L. Borges, Padre Pio; ai ragazzi vittime del sistema: così Iqbal "portatore dei diritti dei bambini lavoratori" ucciso nel 1995, così Davide vittima stradale, Carlo Acutis stroncato dalla leucemia, Nkosi Johnson morto perché nato sieropositivo; anche ai migranti di Lampedusa; e infine "a tutti i carcerati e alla loro metà".

Felice Serino con D'un trasognato dove, credo offra una poesia cosmica. Erige mattoni per superare i limiti umani e pure quelli spirituali. Il suo dove emerge da "profondità oniriche", forse perché ha trovato il divino dentro se stesso, pertanto invita a spendersi per gli altri; tuttavia esprime oracoli alla maniera della mitica Pizia.

 

                                                          Tito Cauchi

 

Da POMEZIA-NOTIZIE - febbraio 2015

 

 

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il sasso nello stagno di An Gre

 

collaborativo di poesia, arte e dintorni a cura di Angela Greco

 

 

 

D’un trasognato dove (100 poesie scelte) di Felice Serino letto da Angela Greco

di Angela Greco

 

 

Felice Serino poesia-

 

D’un trasognato dove è la nuova silloge poetica di Felice Serino, realizzata in collaborazione con l’Associazione Salotto Culturale Rosso Venexiano; cento poesie scelte nell’ambito di una vasta produzione sensibile ai temi dal sociale allo spirituale, sempre esternata con caratteristica gentilezza e partecipazione. La scrittura poetica di Felice Serino è breve, incisiva, toccante, colta e colma di richiami a quella sfera dell’esistenza da cui tutti proveniamo e a cui tutti torneremo. La forte spiritualità dell’autore è un balsamo per il lettore, che anche in questa scelta di testi, può incontrare se stesso e l’altro da sé in versi sintetici, dotati di forza e passione, particolarmente efficaci in relazione alla generazione poetica di chi li sta affidando alla carta.

 

Il testo assomiglia ad un cielo serale (e credo non a caso la copertina) punteggiato da stelle – cento – tutte volte all’attesa e alla metaforica vista del giorno, della maggior luce, di quella nuova prospettiva a cui lo stesso autore anela e che può essere intesa come un’armonia cosmica in cui ciascuno finalmente sarà in grado di comprendere quello che in questa vita gli è precluso. Felice si interroga ed interroga in questi versi, scuote la tranquillità, ricorda, condivide e soprattutto spera, percorrendo una strada a cui il lettore è invitato, fornendo finanche le domande necessarie per incamminarsi su questa via. E la poesia è il mezzo per seguire questo itinerario introspettivo.

 

L’ultima parte del testo, quella che raccoglie poesie dedicate, fa battere il cuore con tono maggiore, riconsegnando il lettore alla storia e alla società attuali; nelle ultime pagine la voce dell’autore si rivolge ai vari destinatari con tutta l’umanità dei suoi anni vissuti, affiancando figure di santi e di giovani, che hanno lasciato fortissimi insegnamenti, quasi a voler idealmente segnare gli estremi entro cui includere tutta la vita stessa dell’uomo, dal punto di partenza alla meta finale. [Angela Greco]

 

 

 

Poesie tratte da D’un trasognato dove di Felice Serino

 

Altra veste

 

un vedermi lontano

io che vesto parole

di carne

alfabeti di sangue

da me lontanissimo

ché ad altra

sembianza anelo

per voli su mondi

ultraterreni

 

§

 

Cielo indaco