BENNY  NONASKY 

 

.IL CANTO. 
(dal libro "Nelle trasparenze caotiche di nuvola perpetua")

Qualcosa ancora si prova,
pelle contro pelle,
mano strofina mano,
ma qualcosa va in cancrena,
un odore nauseabondo
che si assorbe su qualsiasi cosa
come linfa su terra,
pelle contro pelle
mano strofina mano.

Non ci sono vie d'uscita:
le porte sono sbarrate,
il cielo una linea d'aria:
tutto è chino in sé,
corpo a corpo, legato,
perso nell'oblio del mare
come veliero spaccato a metà
che cala lento, onda su onda.

La disperazione ulula,
ulunano pure i cani,
un latrato monotono,
di ferro ardente sulla carne viva.
E qualcuno ancora ruggisce, comanda,
e stringe le corde
e spacca le teste
e prega convulso
sotto gli occhi lucenti della luna.

E' come se tra le sponde di ogni sorgente
sia rimasta impregnata ogni singola cosa,
ogni luttuoso lamento.
Il sangue raccolto nelle radici intime
del profondo non sazia la voglia di riposare.

E nei pilastri di marmo
che reggono strette le catene,
qualcuno si dimena; è il suo turno.
Le sue mani legate si muovono
come uno sbattere d'ali; un moto furioso
mentre proboscidi appese a obesi uomini
cantano saltellandogli intorno,
urinandogli nella bocca,
costringendolo ad essere coro,
costringendolo a lavarsi in quel lago
che non è suo, ma che ormai lo appartiene.

Niente di ciò che fu, solo ciò che ora è.
Ora è,
ora è il lamento,
un gemito senza nome,
un latrato monotono.

E' il canto delle urine che battezza un nuovo giorno.
(Il suono delle campane, il fruscio del grano)
E' qualcosa di tenere che lieve accompagna alla morte.

Non ci sono vie d'uscita.
La polvere ha già ricoperto gli alberi
coi tarli, col cigolio del cadere,
con quel qualcosa che ancora si prova,
i brividi dell'orgasmo,
la voce della morte che servilmente
ci accompagna, ci resta al fianco
lungo tutta la vita,
pelle contro pelle
mano strofina mano.



***

MARIA GRAZIA  CAVAGNERO

 

Da CONCERTO PER PROFUMI E PER RICORDI 

 

Ananke Edizioni, 2002

 

 

 

dalla sezione:

         Minuetto

          galante

 

BACIO DI LUNA

dedicata ad un sogno

 

Vedo salire alte fiamme d'arcano

oltre la luna fatale di ghiaccio.

Sento il respiro di angeli nudi,

madreperlati dall'acqua del fiume,

mentre ardo per te, bacio di luna.

 

Ed i pensieri incalzano ed urgono,

polveri di cocaina purissima,

incrociate aggrovigliate affollate

anfetamine, regine dell'Eros,

ed una vita s'infila nell'altra.

 

Le tue labbra lunari s'accendono

e il mio sangue diviene emozione,

emozione incompiuta, mio sogno

sognato e poi subito perso,

forse effimera stella, forse solo

meteora senza tempo e destino.

 

Ora camminano su paillettes colorate

ed il manto stradale, mio amico piovoso,

mi è compagno di luce.

 

Ma tu dove sei, bacio di luna?

 

*

 

VALIUM

dedicata a un gatto di nome Valium

 

Gatto cullato da un quarto di luna,

acrobata celeste in una notte

di Nebbia, trapezista solo per Lei,

dea di latte densa e vischiosa, mare

 

di gatto tuffator senza più stelle,

dell'invisibile terra curioso,

tu, brancolante nell'aria biancastra,

e miagolante al cielo perduto.

 

Latte e Valium per te, gatto graffiante,

che sfidi anche la settima vita

dalla tua culla di luna calante.

 

Valium, latte per te, gatto volato

nel Regno degli Spiritimagnanimi

da quello spicchio di luna cullante.

 

*

 

dalla sezione:

         Allegro con grazia

                      e

         Appassionato assai

 

DANZA NEI CAMPI

 

Frusciano i fiordalisi, figli del cielo,

nel vento.

Ondeggiano pingui i chicchi del grano,

s'adagiano dorate le spighe,

mentre volano i danzatori di valzer,

stringendo nell'aria corpi odorosi di donne,

tra girasoli felici,

che ruotano per mano alla luce,

tra fluttuanti papaveri,

che di porpora sudano polvere.

 

*

 

VERTICALITA'  DELL'AMORE

 

Capriole di felicità sul tappeto:

mi arrotolo e srotolo,

il mio silenzio urla di gioia,

il capo trema e le mandibole

si serrano e le unghie entrano

nella pelle.

Dentro di me si muovono

anime di grilli parlanti.

L'aereo del suo cuore

mi è precipitato dentro.

 

*

 

dalla sezione:

         Agitato

              e

       Prestissimo

 

INQUIETUDINE

 

A volte basta un cenno,

un cenno di rosa,

e il deserto non fa più paura

e la sabbia non riempie la bocca

e l'arsura non scava la gola.

Le ore tornano liete

e si danza di nuovo sul tempo,

come farfalle bambine.

 

*

 

SHINING

illuminazione mentale

 

Un frantumarsi di vetri,

tempesta irta di schegge:

lacerata spezzata trafitta,

donna, rimarrai senza nome.

Di burattino la testa

nel vuoto penzola

di pali appuntiti.

Appesa a uno stame

di ragnatela è la vita.

Siamo un brillio

di lucciole,

d'estate.

 


*

 

dalla sezione:

         Lento maestoso

                    e

              Andante

 

ATTESA DI CORALLO

 

Fermo,

immobile,

come sospeso,

il mondo si cristallizza in un secondo

o nell'eternità o in un gorgo d'angoscia,

le viscere si muovono dentro di te:

anelli rosso purpurei di Serpente

Corallo che ti striscia sul ventre.

E nasce un filo esile tenue fragile,

pronto a spezzarsi o a resistere,

a precipitare o a trasformarsi in un abbraccio

di passione,

senza tempo e respiro,

né forma.

Attesa.

Attesa di Corallo,

sei un tunnel di tensione,

nel quale l'uomo attraversa gli eventi,

il corpo teso a sentire, percepire, provare,

le orecchie pronte sì, stavolta, a sentire

il crescere dell'erba e il grido della rosa

strappata e il respiro degli angeli belli.


***

 

ROBERTO  IACOLINO
[necrodaimon.splinder.com]

JUNIOR-CRY

Filtri distorti
Per il suono di suppliche infantili,
raccolti acerbi
per maturità patologiche
che nascondono dietro una caramella
il gusto di violenze coatte.
Le lacrime di un bambino
Dipingono un grido muto,
nutrimento confinato
nella gola di malattie adulte
che masticano l'innocenza.
E sogno castrazioni fisiche
Per orgogli pedofili
Che reclamano la dignità della devianza,
lucidità perverse mostrate al pubblico
come profumate nudità da sedurre.
Sogno castrazioni fisiche
E lente morti raccontate da grammofoni minorenni
Che non conoscono alcuna melodia.
Sogno e non mi basta,
perché questo grido non cessa di coltivare
margherite mozzate.

*
EROMA

Nelle convulsioni di sentimenti affamati
voglio trovare l'oblio delle tue labbra mute,
rondini psichedeliche che dipingono
primavere di morfina,
la pace agognata...
la pace agognata.
Nella febbre di notti insonni
voglio raggiungere il brivido sconosciuto
di una nuova pelle,
scia rossa di neon che rapiscono lo sguardo,
overdrive di cuori
che simulano l'amore e la morte,
l'amore e l'inganno.
Non trovo altro limite in cui confinare
la perfezione del tuo fisico,
silenzio che stringe l'anima
come un guanto bagnato di cherosene,
incendio intimo che mi estingue in una confessione,
fuoco e spirito,
anatema di corpi.

*
Bugie oscene cadono sulle mie labbra chiuse,
serrate su parole che vorrei strapparmi dalla carne
per dare un senso al mio eterno cercarti.
La solitudine è un lampo freddo
che ferisce notti senza volto,
laddove il mio respiro tradisce confessioni
che fanno impallidire i casti angeli del silenzio
e l'anima ritrova il suo riflesso
nella saliva notturna di un desiderio.
È fango questo sentire...
Fango e sudore ignoto che scivola sulla pelle
vestendola di intimi lividi.
E tu manchi, effigie impietosa
sul cammeo delle mie infinite colpe.

 
*
BUTTERFLY

Spari cardiaci per vittime senza volto
che hanno la consistenza di respiri perduti.
Infrango bersagli psicologici
per colmare di vita
questi vuoti vaganti
che mi seppelliscono dentro sorrisi ipocriti.
I miei sogni infranti
come ali di farfalla sulla lapide del cielo...
9 millimetri per regalarti il mio ultimo bacio.

*
Solo tre sillabe
frantumate sulla mia bocca
e l'anima versata nella carne
come un brivido affamato.
Tre sillabe per perderti
nella notte della mia ansia
e la voglia di possederti
in un desiderio bagnato di pianto.
Per te colleziono passioni innominate,
come luci di bordelli
in cui il mio cuore brama smarrito;
passioni senza padrone
che mi camminano dentro
come piedi nudi di donna
sulla sabbia della mente.

*
DISSOLVENZA

Mi scompongo
in foglie bruciate
e sospiri spezzati...
Umido di pioggia e di desiderio,
come una prigione di buio e carne
che libera un grido di luce e anima.
Umido di labbra...
Toccato dalle infinite dita del tuo respiro,
immerso nelle tiepide strade del tuo sangue,
fino a divenire sangue io stesso
e ardere nelle tue vene,
in ogni goccia del tuo sudore,
in ogni lacrima stillata dai tuoi occhi.

*
ORROR PLENI

La parola distrugge l'immagine,
l'immagine frammenta l'insieme,
diottrie falsate da automatismi viziosi,
incubo di Warhol
dove smanie creative non creano
ma s'illudono d'ingoiare
lo pneuma delle loro mistificazioni.
Velocità che propagano
diorami verbali, musicali, visivi,
saturazioni che smembrano
il contenuto di ogni singolo concetto
nella giungla prefabbricata
del ventunesimo secolo.
Cresce il rumore
come un'asma che fruga nella carne,
coazioni mentali che ricercano
novità già morte,
omnia munda mundis
stampati col ciclostile di comunicazioni
non comunicative.

*
MEMORANDUM  DOLORIS

Coltivo microbi esistenziali
sulla pellicola dell'anima,
amnesie sentimentali
dettate da sorrisi dolorosi.
Sui passi di girotondi psicotropi
ho bevuto adrenaline suburbane.
Sono percezioni incognite
queste pagine di diari cerebrali
che raccontano nostalgie,
morsi affamati di pianto
dove annegano allucinazioni personali.

*

THRILLER

Seppellisco la mia coscienza
dentro nove millimetri di freddo piombo
- voglio penetrarti l'anima
come un gelo finale,
come l'ultima immagine di una commedia
che rivela un volto insanguinato -
Seppellisco il mio amore
nella canna di un revolver
- il metallo di una verità
che uccide la carne con un bacio egoista -
E poi resta un piccolo spasmo
che cresce nella notte,
bevendo dalle mie vene,
mordendo il silenzio,
scavando nel cuore una tomba
profonda come il tuo sguardo...
E poi resta un sorriso
che lascia sulle mie labbra
il sapore di libertà omicide.
 
*

Ho tutto il tempo per sentirti
nell'incedere dell'istinto
che plasma l'anima come argilla
sulla sagoma della notte.
Se ricordo l'estuario delle tue labbra
schiuse sulle mie
dal cuore tracimano dolci bestemmie
che offendono il pudore.
E poi restano solo brividi
che frantumano la carne,
bevendone gli spasmi,
rubandone il sapore così intatto sulle tue dita,
così vivo sulla tua lingua.
Ho tutto il tempo per farmi di te,
lucida perdizione,
abisso eterno nella mia pelle.

*
Sono colpi di cuore questi rintocchi
che sto perdendo nella distanza.
Colpi insistenti come onde
che si abbattono sul petto
rompendo il loro grido così profondo,
colpi che sento in queste notti
costellate di stelle puttane.
Ed io ho voglia di oscurità selvagge
in cui danzare libero
al ritmo dei miei sensi,
voglia di sentire nuova carne
che affonda nella mia carne,
voglia di donarti intimità notturne
come note sulle corde di Segovia.
Sono colpi cuore questi battiti
che ti seppelliscono nella mia anima.

*
EVILIVE

Mangio bocconi d'anima
simili a consolazioni plastificate
per la mia solitudine.
Preghiere asfittiche
infrangono sermoni smunti
tra le pieghe delle mie voglie,
fame di vuoti personali
che mordono l'azzurro del cielo.
E osservo scheletri convenzionati
che insegnano a vivere
dentro le loro bare alimentari,
dove il cibo è solo una bestemmia
pronunciata per stare bene.

*

Chiudo gli occhi
sulla ferita del tuo volto malinconico
e su queste notti
sporcate dal nostro respiro.
Come un sogno da perdere nella carne,
l'onda sospinta nel sangue,
il suo agguato di edera e vertigine
che mi ricalca sui tuoi fremiti.
Chiudo gli occhi sulle tue lacrime
rapite da un orgasmo.
E solo allora capisco
che la morte ha il tuo nome,
un brivido crudele che mi spoglia
in eterno... indolente.

*
Sono lontano da me stesso,
senza un confine
che la pelle possa racchiudere
o baia in cui il cuore possa approdare.
Sono lontano da me stesso
e sto correndo verso le tue mani,
perché è in esse che ho lasciato l'onda
del mio smarrimento.
Se non le raggiungerò,
per quanto ancora la loro sottile invasione
tornerà a nascondere la mia anima...
La perfezione di un rimpianto
risiede in un muto attimo
che per sempre a noi si nega.
E quando finalmente ti avrò ritrovata,
potrò riabbracciarmi nei tuoi occhi
che la malizia infrange
in mille sguardi di luna piena.

*
KARMA-LOVE

Voglio vincere il suono
di queste perdizioni catodiche,
purgatori artificiali
per la transizione di anime imballate
dentro pellicole di trasparente voluttà.
Arcani rovesciati da diavoli chiromanti
sepolti nelle linee di mani omicide:
c'è un retrogusto amaro
in alcune carezze immacolate.
Ho pianto lacrime acriliche
sulla tela di nostalgie in bianco e nero,
residui di un'assoluzione che non conosce fine.
C'è una morte per ogni legame
e una lacrima per ogni amore,
registrazioni personali su nastri epilettici
spezzati da asettiche emozioni.

*
SANGUIS VIRGINIS

Sgrano perle di rosari
regalando alla mia anima
fremiti orfani di notti quiete.
Forse,
solo un angelo dalle ali monche
avrà pietà della mia voce solitaria
che cerca pace
come una mano bruciata
in un pugno di umida sabbia.
Sgrano perle di rosari
sulle mie labbra dipinte dalla sete,
e una stimmata riversa sul mio inguine vergine
che fa della carne la sua bestemmia più grande.

*
Respiro bocconi di vivo desiderio
in questa notte affogata di marea e onice,
correndo verso il punto
in cui si perdono le mie lacrime,
con quest'ansia di te
che annusa la mia carne.
È debole la mia poesia...
Debole d'onda infranta e acqua salata,
debole di dita sulla lama della tua bellezza.
Ma io voglio capovolgere la mia anima,
voglio che s'arrenda a questa vertigine
di bocche unite,
voglio piegare le spighe fredde
che intrecciano il loro confine
con singhiozzi di cicala.
Resisto...
Resisto alla tentazione
di riporre note incrinate
sui tasti della mia solitudine
e morire sull'enigma delle tue labbra.
Respiro la tua pelle
come un brivido ripetuto nell'ombra,
camminando oltre queste pietre
che affondano indolenti,
oltre il vento che scuote i suoi acini
di balsamo e stella.
È stanca la mia poesia...
Stanca di chiamare rose effimere col tuo nome,
stanca di riservare alla tua piena
gli stretti argini della parola.
Il cuore è pioggia e sabbia,
eco e silenzio d'ocra che battono all'unisono.
E la sento già la mia solitudine
aprire la sua ala insonne
su questi cortili assenti.
C'è un suono di fronde rimpiante,
qualcosa che mi ricorda
ospedali abbandonati e camere d'albergo,
un suono, una lettera mai scritta,
qualcosa di così nascosto
che chiama il mio dolore.
È il pensiero di averti che m'invade
come una risacca di spuma e memoria.
Respiro bocconi di vivo desiderio
in questa notte affogata di marea e onice.

*
INSOMNIUM

Mi sono perso come uno spasmo
nel petto di notti metropolitane,
inseguendo fughe lisergiche senza meta.
Prendimi,
trattieni questa mia paura
dentro plastificazioni oniriche
che non conoscono lacrime.
Voglio un sogno di naftalina
per custodire la verginità di un'emozione,
non la fissità di sguardi imbalsamati
dove si agitano angosce stremate.
Trattienimi come un'emorragia
bramosa delle tue vene,
emoglobina insonne
che cerca amori di valium;
insonnia pronunciata dentro sillabe solubili.

*
NEUROMANCER

Lascio fuggire lo sguardo
sulla scia di stelle ninfomani
che solcano matasse di cieli.
Ho poco tempo per fermare il mio cuore,
isotopo cardiaco che cavalca
brividi instabili e sinergie ribonucleiche.
Ho poco tempo per raccogliere Te Deum
dai circuiti di terminali new-age,
salvezze scadute
che rielaborano lutti multimediali
con la danza di angeli analgesici.
Ossessioni sinaptiche
seminano favole neurologiche
nei meandri della mente:
residui eterogenei di una malinconia
che dispensa aporie esistenziali.

*

IL MARE
(schiuma sulla sabbia)

Si apre la rosa del mare
sulla sabbia taciturna,
con la sua bocca
affamata di silenzio e respiro.
La schiuma scivola in una carezza
di seta e sale
e tutto si perde nella sua bianca voce
come una notte rapita dall'alba
o un addio segretamente pianto.
Vedo le onde morire ai miei piedi,
diventare suono, scintilla,
breve singhiozzo.
Sento il mare affondare la sua impronta
sulla duna dell'anima,
la sua lenta invasione costellata di ombra.
È fremito di ferita,
sangue di gabbiano in fuga
raccolto nel petto d'arenile,
come un canto,
un brivido.

*

Successe all'improvviso,
come un vento furtivo,
una pulsione di umido fuoco
riversata nel mio silenzio
come rosso cereale,
una propagazione di notte confusa
e tulipani oscuri.
Il tuo sguardo vagò nel mio
portando con sé un palpito
di stagione furiosa,
una scintilla di sale marino
e ferita nascosta.
E in quel momento persi il senso del mio dire,
sentendo il desiderio aprirsi
in un volo di uccelli atterriti,
la curva dell'anima sospinta da un ruggito d'onda
spezzare il suo confine
nella vertigine delle tue palpebre.
Restai un frammento d'uomo
abbandonato nelle tue iridi ferme e profonde,
nella loro simmetria di nero loto
che indolente spargeva rughe di ansimante memoria
in quella mia quiete perduta.

*

NOCTURNALIA

Poggia per un attimo le tue labbra
sulla polvere del mio cuore,
poggiale e lasciale indugiare
su ogni sussulto che odi.
Sentirai scorrere su di esse
il mio tiepido sangue,
un brivido ferito di cupa tempesta,
la salsedine di un pianto celato.
E quando le tue labbra
si leveranno da quello spasimo che t'invoca,
non spaventarti, amore mio,
se l'eco della mia anima frantumata
tornerà a visitare le tue ore notturne,
perché io starò battendo le strade della sera
con parole d'infinita ombra.

 
*

LE TENEBRE DI CRISTO

La sua nudità toccò le stimmate della notte
dopo aver infranto il silenzio di quel patimento,
e con le tenebre stesse
la sacra spoglia abbracciò un freddo più profondo.
I suoi occhi gridarono un nuovo pianto
leggendo parole ignote
in quella paura così solenne,
la bocca assaporò un silenzio blasfemo
pronunciato dagli esseri notturni.
Quante volte la sua pelle
cercò  carezze nel gelido vento...
Quante volte le mani
frugarono nell'oscurità atterrita
da così tanta purezza uccisa...
E finita la catabasi del cuore tradito,
il feretro del vuoto
pronunciò il suo nome come un anatema.
Il Nazareno tacque sulla soglia dell'atavico abisso.

*
 
Ho rovesciato mille croci sul cuore
per ricordarmi sempre i morsi delle tue mani
così ladre di emozioni sussurrate.
L'inerzia della tua bocca
su una scritta di sospiri inarcati come note
di notti gravide...
Io e te giocavamo a legarci l'anima
con doglie di stremato desiderio.
Quanti brividi che spogliano della pelle
ho collezionato stringendo il tuo corpo...
Tu li chiamavi chiaroscuri dell'essere,
mentre io ricamavo sulle labbra
dolci bestemmie che t'incoronavano madonna.
Sei ancora quel fuoco freddo
che stormisce tra le foglie delle mie smanie.
Mai ho pensato  d'immolarti
sui cunei di oblii vigliacchi.
Mai... Mai la mia lingua
ha rinnegato il tuo respiro così affamato.
Abbraccio cadute che mi lacerano
nel volo di farfalle incendiate.
Se potessi raccogliermi in una sola lacrima,
affonderei nelle tue scure iridi
come una falce di luna orfana di silenzio.
Lasciami sussurrarti lentamente
tra le  dita,
prima che l'alba ti porti via dalla mia carne.

*

Inquieto viverti
che fruga selvaggio nelle mie viscere
nascondendo fronde ansimanti
e smanie di notti gravide.
Inquieto volerti
che frantuma i confini del cuore
con la sua fame d'onda scura.
Tu mi releghi in lontananze profonde,
lontananze di cupo oceano
che bagna le mie coste atterrite.
Inquieto sfuggirti
che affonda il suo gelido lampo
nei confini dell'anima muta e smarrita.

*

CHRONOSEX

Ho chiuso la mia anima nel tuo cuore,
come un souvenir di Norimberga
partorito da camere a gas romantiche.
Concedimi una nuova corsa
sulla tua intima pista,
bolide smarrito tra overdrive clandestini
che falciano lune al nichel-cadmio.
Concedimi una nuova fuga
su circuiti emozionali,
scintilla innamorata d'incendi
e ustioni spirituali.
Scontri di sensazioni cardiache
ci uniscono in amplessi definitivi:
amo desiderarti sul metallo
di cronometri impazziti
che regalano eternità distorte.

*

EMO-LOGOS

A volte
mastico morfologie distorte
dettate da empatie solitarie.
Anime libere come sospiri di piacere
vestono la mia intimità
di lividi onirici,
canovaccio descritto da convulsioni loquaci
che stimolano il cuore.
Regalami un solo attimo
in cui abbracciare immortalità ottiche
che ti vedono bella in eterno.

*

 
È forse l'anima
che stringe la dura rosa di questa violenza
o una bianca paura che spacca lenta il cuore.
O forse è solo un'onda interiore
che si abbatte come un bacio
sulla bocca del mio rimpianto.
Farmi male di te fino a dimenticarmi
in fondo alla mia pelle,
sulla tua pelle,
nei tuoi brividi,
mentre mi giochi ancora su aritmie d'inquiete emozioni.

*
BLAST

Calcolo gli algoritmi  di frustrazioni reiterate,
standby affettivi che lasciano il posto
ad apatie psicosomatiche.
Sono un brivido asettico che non trova
Una pelle in cui contaminarsi.
Sono un silenzio che ingoia dosi di roipnol
Per regalarsi amnesie salvifiche.
E adesso bruciami tra passioni di acetilene
Che non smettono di scrivere ustioni
Sulla mia coscienza perduta.

*
Solo una lingua di spuma
resta a lambire la sabbia dell'anima,
pietra pomice levigata
da solitudini d'acquerello
dove la tua voce batte lontana.
Ho ancora tempo
per abbracciare la libertà azzurra
di un aquilone,
respiro annegato sotto la palpebra del cielo.
E la mia carne piange lacrime di te
come uno sguardo orfano di visioni.
                     

 

FRANCESCO BALLERO

 

 

Nel mio esilio mi abbevero al silenzio

 

Nel mio esilio mi abbevero al silenzio.

Preso per mano in povertà prorompe

di fronte a Te il mio nome.

Eccomi Padre, fronzolo di foglia

con turbine di vento

che alta balbetta appena una sua bizza.

E se assordato un tempo

da ruvido dolore

acido e rozzo era il mio parlare,

nell'intimo mi imprimi la Tua voce

ora che al silenzio il mio calice trabocca.

 

© francesco ballero

 

 

 

Preghiera di Natale (2009)

 

d’oggi il mio viso in Te tutto è riflesso,

Verbo che sveli all’Uomo la sua effigie,

siedi nell’universo e nella carne,

quella corrosa, quella crocefissa,

dall’alto a noi, da un non distinto luogo,

entri nel mondo a spendere l’essenza,

tra gli oscuri dirupi

tra i densi labirinti

tra i nostri mancamenti.

Amor che muovi sì le stelle e il sole,

ma molto più per noi doni la Vita

 

© francesco ballero

 

 

Di sera  

Tu prendimi, Signore, e fammi fuoco

in questa mia sera

di sfibrati abbandoni.

 

Io affido al tuo respiro la mia pena,

la brace che mi inchioda,

come ali che riposano sul vento.

 

Se all’ombra si diradano i colori

nelle parole tremule dette

tra me soltanto,

 

plasmami uccello che vola alla foce

tra le case che illuminano i campi

nella minuta fiamma del mattino.

 

Risillaba la vita

quale allegra aria che scuote i bambini

questo tuo riflesso agile di luce.

 

© francesco ballero

 

 

 

Ipostasi

 

Ed intanto l'amore crocifigge

con la cruda calura delle lacrime.

 

Chi mi accompagna ora durante il fiume

laddove spasima e dilaga il mare?

 

Sosto docile in questo corpo nudo,

mi dilato in un alito d'azzurro.

 

Scalda il sole e macina tra i sassi

cristalli di sale.

 

Si slarga il mare in trame d'argento,

slega il tramonto teneri pensieri.

 

Ed intanto l'amore ci incorona

con la clemente danza della sera.

 

© francesco ballero

 

 

 

 

Rintocchi

 

Quel salmastro di mare

e i colori e l’amaro,

quell’aroma assolato sui rami

di ginepro e di mirto

e quell’aria ammaestrata dal falco,

ora tutto mi torna negli occhi

in questi sbiaditi mattini;

coi riflessi di un volo

se ne vanno sperduti.

E gli anni e le stagioni

gocciano in un vago taglio di sole,

e sono vele e bandiere ammainate

al rintocco di passi

discostanti o vicini.

 

© francesco ballero

 

 

 

Risacca

 

Qui un fremito affiora

esposto alla forza

di irrequieti marosi.

Io vago naufrago

ove vortica l’aria

e un risucchio di suoni la decora.

 

La luce più limpida

non è altro

che una crepa di nuvole al tramonto,

un labile alone di rughe

su questo deserto degli anni

risaliti nel vento.

 

Qui il chiodo nel legno,

un fasciame che a rotoli si disfa

dove furono amore le spine

di impetuosi orizzonti

in uno sghembo di bordi:

e a tratti ritorno ai tuoi occhi.

 

© francesco ballero

 

 

 

 

Calipso

 

Mi nasconda il tuo amore e un ampio oblio,

il breve grembo d’ombra che fa un fiore,

una dimora limbo rosso fuoco.

 

Perduri ogni parvenza in te di folgori

che immergono gli immoti pomeriggi

in arenili e turbini di schiuma.

 

Piegato in nuove nuvole e in un volo

risuoni di un tuo sguardo e poi di nulla.

 

Si spenga quel riflesso delle lune

che il sangue mi colora nelle vene.

 

Ma risuona una prora nel mattino,

con le vele spiega ali al mio respiro.

 

© francesco ballero

 

 

 

 

Disincanto

 

Amara già sfiorisce la fragranza

delle rive assolate,

il mare sospeso alla magra luce.

 

Ora la pioggia ci piega all’autunno,

un tintinnio di gocce

su concentrici intrecci rintoccano

e gli occhi indugiano in fiochi orizzonti

sbigottiti ad un broncio di nubi.

 

Distinguo sulla spiaggia spopolata

dall’ebbra estate l’eco del furore,

squarci di reti, remi abbandonati.

 

Mi conduce lo strepito

di uno svuotarsi avvilito del cuore.

Poi ancora impaziente s’agita il vento.

 

Sogno di te, di un ignoto destino

giocato nel nodo di un’onda,

noi travolti per caso

o forse per forza.

 

© francesco ballero

 

 

 

Nel limite

 

Autunno viene il suo passo breve

e la voce fonda.

 

Un vento si è levato stamattina

d’oro e di porpora al dopo pioggia.

 

Fresco un fruscio fiorisce per i viali,

eco di suoni rappresi nel petto.

 

Ecco che si colora

la terra di un volubile vestito.

 

Figure provvisorie,

volteggi rarefatti

nei recinti del tempo

 

Il mio sguardo si arrende

sospeso al limitare del mistero.

 

Sono miei questi giorni

che piegano all’inverno,

io fragile lembo

che la terra raccoglie.

 

© francesco ballero

 

 

 

Percorso notturno

 

Indulgente ci schiara la luna

e tu scruti

dove l'ombra si scioglie.

Una sopita valle si svela

e un murmure si posa

sui nostri passi adagio

come una nuvola di voci.

Siamo appena in attesa

di un alito che sorga per le case,

noi per ora sospesi

a questa rada luce.

 

© francesco ballero

 

 

 

Vennero velieri

 

Vennero velieri all'inquieta marina

con il respiro candido degli angeli

e io posai gli occhi al ciglio del colore

che echeggia sin da dove scende il cielo.

Udii isole gioire molto lontano

là dove cieli in amore risplendono.

Infinita mi sia un'alba dalle rive

che risuoni tra questo spesso buio

che sale tra le case.

Non tace mai l'urlo dei gabbiani,

intanto io scorgo sempre,

tra lo smeraldo dell'acqua marina,

un riflesso di vele.

Salpano velieri miti e leggeri.

 

© francesco ballero

 

 

 

Barche

 

Il mare è un’ampia voce

che risuona

senza riposo

e sfiora nubi e sponde,

stelle e pietre.

 

Io amo le sue parole

di salsedine

e mia vita è

questa erratica barca

scavata in cuore fragile

che penetra a fatica

nell’azzurro.

 

Naviga lenta,

il tempo dentro al tempo

ed un avaro spazio

nello spazio,

non cerca porti

immobili e sicuri,

 

ma a volte trova asilo ad una proda

dove si tuffano

luci protese

in silenziosi abbracci.

 

Delle altre barche

non conosco il nome,

qualche parola vaga

sporgendosi da prua,

ma anche di loro io so

 

che le cavalca

con nuvole quel vento

che nutre vele e brividi nell’acqua

e la sorte è incerta

pure stamane,

la tempesta, la calma,

il vento teso.

 

© francesco ballero

 

 

 

Il tempo d'amore

 

La donna che amo più non sa il mio nome,

e io brucio un fuoco di rovi e di linfa

che adesso sono un albero frondoso

per ombra e nidi di passeri e storni.

Ecco trattengo il battito del pendolo

mentre tintinna la fiamma del cielo.

 

© francesco ballero

 

 

 

Ci curveremo sul mare a un eremo

di infinito orizzonte

poi che s’addenseranno quiete le ombre.

 

Ma ora nell’aria dell’estate accesa

a ogni passo fugace si allontana

la morte e noi corriamo al tintinnare

giocoso di onde per spiagge remote.

 

Ogni conchiglia è nostra,

ci trattiene l’involucro di un tempo

volubile

e il colore che già volge all’autunno.

 

Da sempre ci sospende e ci riprende

il mutarsi dei fiori e delle foglie

e da sempre ogni sera

il sole ci saluta e se ne va

oltre l’onda che dondola le barche.

 

© francesco ballero

 

 

 

 

Fiore

 

Ti coglierò tra l'erba ariosa e folle,

schiusa nel calice del tuo segreto,

ancora così gracile di vento

sotto l'azzurro immenso dov'è vita

la luce che ti avvolge e poi si stende

sopra le mie rovine e tra le spine.

In quest'età quest'attimo quest'ora

mi strapperai un sorriso e una preghiera.

 

© francesco ballero

 

 

Nausicaa

 

Come soffio di vento ecco fu un sogno

da chiara luce limpida a stendersi

sui tuoi giochi da bimba

e ora son danza i sospiri d'amore,

tu dolcissimo stelo.

 

Nudo sfinito da dietro un cespuglio

ti guardo e vorrei i tuoi piedi baciare

ma stupore mi vince

e pudicizia dagli occhi mi avvolge,

tu freschissima palma.

 

Sia benedetto quel livido mare

e l'impeto delle onde e le tempeste

poi la trepida Ogigia

e il nume che sin qui mi gettò,

tu mio tenero sguardo.

 

© francesco ballero

 

 

A Saffo di Lesbo

 

A che cosa somiglio l'amore?

Ai colori dell'autunno - lo somiglio.

Variegato il suo regno,

voluttuosi regala contrasti,

scabrosi timbri e teneri e garbati,

schietti gli intrecci e subdoli.

 

Uno stormo di foglie malinconico

il cielo acconcia,

melodici abbandoni

a una pena mi piegano sì grande.

 

Vieni amore vieni,

che un fremito mi prenda!

Dolce allorquando ascolto la tua voce

il mio cuore batte forte e si spaura,

un brivido di fuoco è nella carne.

 

La morte poi non è tanto lontana.

 

 

liberissima rielaborazione, reinterpretazione ed assemblaggio

di frammenti sparsi di Saffo di Lesbo

 

© francesco ballero

 

 

 

Lo scudo di Perseo

 

Quella ruvida rena non oltraggia

le ombre mie su un giaciglio adagiate.

 

Ora col corallo adorno il tuo viso

e tu con me tra le stelle riposi.

 

Lieve un vento per Pegaso si svela,

lui offre sogni poi suoni e parole

non soggiogate da paure di pietra.

 

© francesco ballero


***


TAHAR  BEN  JELLOUN

JENIN - UN CAMPO PALESTINESE

 
Le urla continuano a viaggiare e liberano le
farfalle chiuse nei nostri petti.
Le urla ci vestono e nominano gli assenti.

 
*

 
da: IL DISCORSO DEL CAMMELLO

 
sentite questo canto
è il richiamo delle dune
lontano dalle città tranquille
danzano
l'uccello apre le nuvole
che liberano le mani defunte
siamo nati
con le scritture sulla fronte
la nostra stella
si alza una volta all'anno
nuda all'orizzonte
solleva la terra
al giorno benevolo
 e vertigine

 
*
 
Il sogno scarlatto mi manca
ho ho ebbrezza
non conosco più il riso
sono il solo sguardo vivente
strappato ai capelli del mare
sono la parola insensata
nata dalle ustioni
sono un pezzo di giorno
sospeso
sono fiamma
che ha consumato il suo corpo
l'assenza e ilcolore
io
manco
al riso
   in questo tempo in cui la guerra è più facile
sono canto e delirio
  aperto sulla follia
ma a cosa vale la follia di un cammello?

 
*

da: A OCCHI BASSI

 
Luce sopra luce
sogno del mio sogno
fonte d'acqua e di sillabe
silenzio che fa levare il giorno
spingi questa porta nell'albero
questa è la nostra dimora
qui atterrano le strisce del cielo
e tu diventi la luce.

 
*
da: POESIE D'AMORE

 
Quale uccello ebbro uscirà dalla tua assenza
tu la mano del tramonto confusa al mio riso
la lacrima diventa diamante
e risale la palpebra del giorno
è la tua fronte ch'io disegno
rubando la luce
e il tuo sguardo
se ne va
sull'onda ritornata
una sera di sabbia
il mio corpo non è più lo specchio che danza
allora mi rammento
ti ricordi
tu creatura nata da gazzella
il sogno balbettava in noi
il suo canto effimero
il vento e l'autunno e nient'altro
io ti dicevo
lascia i tuoi piedi nudi sulla terra umida
una strada bianca
e un albero
saran la mia memoria
affida all'orizzonte che canta i tuoi occhi
la mia mano
solleva la criniera del mare
e sfiora la tua nuca
ma tu tremi nello specchio del mio corpo
nuvola
la mia voce
ti porta verso il giardino di alberi argentati
era una primavera aperta sul cielo
e mi ha dato una bambina
una bambina che piange
una stella spiccata
e il mio desiderio si separa dal giorno
lo raccolgo su un foglio di carta
e me ne vado a nascondere la follia
in un macigno di solitudine

 
*
Stelle velate e nuvole rivoltate
nella memoria defunta
Sfoggio di morte
bianca
nuda sull'erba
Cadono sillabe decrepite
grumi di sangue
rammentano.
 

***
 


OCTAVIO  PAZ

TRA ANDARSENE E RESTARE

Tra andarsene e restare è incerto il giorno,
innamorato della sua trasparenza.
La sera circolare si fa baia;
nel suo calmo viavai si mescola il mondo.
Tutto è visibile e tutto è elusivo,
tutto è vicino e tutto è inafferrabile.
Le carte, il libro, il bicchiere, la matita
riposano all'ombra dei loro nomi.
Il battito del tempo nella mia tempia ripete
la stessa testarda sillaba di sangue.
La luce fa del muro indifferente
uno spettrale teatro di riflessi.
Mi scopro nel centro di un occhio;
non mi guarda, mi guardo nel suo sguardo.
Si dissolve l'istante. Senza muovermi
io resto e vado. Sono una pausa.

*

AUTUNNO

In fiamme, in autunni incendiati,
arde a volte il mio cuore,
puro e solo. Il vento che lo desta,
tocca il suo centro e lo sorprende
nella luce che ride per nessuno:
quanta bellezza sparsa!
Mani ora cerco,
e una presenza, un corpo,
quel che frantuma i muri
e fa nascere forme inebriate,
un tocco, un suono, un giro, solo un'ala,
celesti frutti della luce nuda.
Dentro me cerco
ossa, violini intatti,
vertebre oscuree delicate,
labbra che sognan labbra,
mani sognanti uccelli...
Qualcosa che s'ignora e dice "mai"
cade dal cielo,
da te, Dio, mio avversario.

(traduzione Francesco Tentori)

*

da: PIETRA DI SOLE

... vado tra gallerie di suoni,
scorro tra le presenze risonanti
vado per trasparenze come un cieco,
un riflesso mi cancella, nasco in un altro,
(...)
vado pei tuoi occhi come per l'acqua,
le tigri bevono sogno nei tuoi occhi,
(...)
vado pei tuoi pensieri assottigliati
e all'uscita dalla tua bianca fronte
la mia ombra abbattuta si strazia,
raccolgo i miei frammenti uno a uno
e proseguo senza corpo...

*

SPARO

Salta la parola
innanzi il pensiero
innanzi il suono
la parola salta come un cavallo
innanzi il vento
come un vitello di zolfo
innanzi la notte
si perde per le vie del mio cranio
dappertutto le tracce della fiera
sulla faccia dell'albero il tatuaggio scarlatto
sulla schiena del muro il tatuaggio di ghiaccio
sul sesso della chiesa il tatuaggio elettrico
le sue unghie sul tuo collo
le sue zampe sul tuo ventre
il segnale viola
il tornasole che gira fino al bianco
fino al grido fino al basta
il girasole che gira come un ahi scorticato
la firma del senza nome lungo la tua pelle
dappertutto il grido accecante
l'ondata nera che copre il pensiero
la campana furiosa che suona sulla mia fronte
la campana di sangue nel mio petto
l'immagine che ride in cima alla torre
la parola che fa scoppiare le parole
l'immagine che incendia tutti i ponti
la scomparsa a metà abbraccio
la vagabonda che uccide i bambini
la idiota la bugiarda la incestuosa
la cerva inseguita
la mendicante profetica
la ragazza che nel mezzo della via
mi sveglia e mi dice ..

*

PIETRA DI SOLE
(frammento)

tutto si trasfigura ed è sacro,
ogni stanza è il centro del mondo,
è la prima notte, il primo giorno,
il mondo nasce quando due si baciano,
goccia di luce di visceri trasparenti
la stanza come frutto si socchiude
o esplode come un astro taciturno
e le leggi mangiate dai topi
le inferriate delle banche e delle carceri,
le inferriate di carta, le reti,
i campanelli e le spine e gli aculei,
la predica monocorde delle armi,
lo scorpione mellifluo col berretto a quattro punte,
la tigre col cilindro, presidente
del Club Vegetariano e della Croce Rossa,
il somaro viscoso, il coccodrillo
che fa il redentore, padre di popoli,
il Capo, il pescecane, l'architetto
del futuro, il maiale in uniforme,
il figlio prediletto della Chiesa
che si lava la nera dentatura
con l'acqua benedetta e prende lezioni
di inglese e di democrazia, le pareti
invisibili, le maschere marcie
che dividono gli uomini dagli uomini,
l'uomo da se stesso,
     precipitano
per un istante immenso e scorgiamo
la nostra unità perduta, la mancanza di difesa
che significa essere uomini, la gloria che significa 
           [essere uomini
e spartire il pane, il sole, la morte,
la paura dimenticata d'esser vivi.

***

CROBIOTERMI 

Dietro approvazione dell'autore (di cui non
so molto), ecco alcune sue poesie 
che reputo davvero originali ed eccellenti.
 

nuovi dei

Impone il silenzio
la mano indifferente.
La morte posa nuda
fra la gente che evapora
e la pioggia
tenace
annacqua i medesimi orpelli.
Soggiogato dalle false frontiere
spira malsano il vento
piegando l'erba
dalla parte contraria.
Scavavo fosse 
negli occhi della gente sorda
mentre la mente
assumeva i colori del prato.

 
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Le torri nel sole
 
Farfalle di pelle esausta
sulla muta del tempo.
Dinanzi, l'affanno.
Le torri nel sole
come dita sgomente,
ghermivano il cielo
impossessandosi del crepuscolo,
l'inutile padre
di luminescenze illusorie.
       " Visioni di te
         fra le falci dell'ombra.
         Visioni ed aurore,
         e il tuo sorriso distorto
         deturpato,
         dall'evanescenza del ricordo."
Rifugiato ed ebbro,
ogni giorno è drogato
dalla luce e dall'alba,
pellicole e placente
che avvolgono il solco
dove partorire gli eredi
fra le fauci della vita.
         "Nello spazio e nel tempo
          sovente mi raggiungi
          confondendo il tuo profumo
          con gli odori della morte.
          E così mi consumo,
          inseguendo il tuo passaggio
          masticando memoria,
          illudendomi di una scia
          che un sussurro ha già dissolto."

 
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...
Avvolto nel rifugio di un istante
si avvinghia la sincronia di un palpito
mentre fuori il resto è polvere
e dissolvenza in fuga,
sugli ultimi guizzi dell'ombra.
Nell'involucro di un sospiro appeso
è fucina vibrante l'umidità dei tuoi occhi
vampa e pozza dove abbeverare il mio sguardo,
lo stagno
dove i cigni e le foglie
dondolano nell'autunno.

 
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scrosciando d'improvviso

 
Scrosciava l'improvviso
come squarcio nello squarcio
allagando gli infecondi pertugi,
esplodendo  furia sull'impenetrabilità.
Poi, sul sale, nel balzo e nel vuoto,
spuma di te.
Aggrappando i giorni ad un filo d'erba
il tuo profumo mi sfugge
e lo rincorro invano
nel ricordo e nello spreco che fu
del predatore sazio.
Finalmente, con l'alba,
la pace mi cuce
ricamando il pensiero
col disegno dei tuoi occhi,
cullandomi i riflessi di una luna che scompare
portandosi con sè
il sorriso del tuo ultimo sguardo.

 
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Superfici

 
Bivacchi di un sorriso
sopra il solco delle intemperie.
Melodiche illusioni evocavano
coreografie rapinatrici.
I bagliori dell’arte mutavano
il significato delle parole
e noi,
che ci perdiamo
in un mare senza onde.

 
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Ordalia

 
I polmoni respiravano i tuoi occhi
nella digestione d’intenti.
Aspiravo quel preciso umido istante
di proibita sostanza
coltivazioni, che l’alba puntuale mi miete.

*

Aguzzino è il ricordo
architetto paziente di ogni incisione,
il ferro perverso
che indugia in me e dipanando svela.

*

Confessioni estorte
nella cantina del tempo,
cartoline ed uncinetti
ricami sulla pelle della tua immagine
e del tuo profilo terso
che ogni giorno l’imbrunire depreda.

*

Mi arrampico sulle vibrazioni
di quella carezza stridula
che mi cigola sui polsi.

*

Ruggine e sangue
imbrattano la mente e le pareti mute
nella sala delle mie torture.

 
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La quiete, lo stagno e l'improvviso
A volte è l'alito del paradiso
che colora gli occhi delle cose
A volte è solo una carezza
nel ritmo sordo dell'abitudine.
L'acqua mossa
risvegliava l'autunno
riflettendone i colori
ed i tuoi occhi d'ocra
erano foglie d'acero
che mi guardavano passare.
A volte si deve scegliere
per poter sopravvivere.
Sono figlio della pioggia
ed attendo che le nuvole
mi vengano a salvare.

 
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Monokromikon

 
Residui e derive
di una mattinata stanca,
sedimenti e insonnie
di chi non conosce il morso,
la fuga, l'istante.
Lo sforzo s'arrende
al peso consueto
di un sorriso piegato
da gravità insaziabili.
La luce tingeva
minuti e finestre
di giornate mai usate,
intermezzi sul vespro
di un'ordinaria costanza.

 
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La notte dondola sui lampioni
I miei occhi sanno correre
fra le ore sagomate
di battiti e tregue
sul dondolio dei giorni
dolce moto perpetuo
che rovista il ricordo
del tuo odore che non c'è.
Sgocciolano i lampioni
striando la strada
di riflessi e parole,
piangono luci
mentre il silenzio intorno
è solo un crocicchio steso
che sulla guancia s'arrampica
.
[Crobiotermi & Morfea77]

 
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Boccioli d'argento nell'oscuro giardino del mio pensiero

Tavolozza di labbra,
mosaico e scalpello
opaca lanterna
che placa ogni suono
La voce arranca
sulle vene del collo
si strusciano vocali
su quella grinza di pelle.
 
Risacca d’ogni equilibrio
io nel buio mi sporco le dita
e restauro purezza
bevendo acquavite
da un mistico ricordo.
C’è il suono e la saliva
a marchiare la mente
il buio e la stella
a viaggiarmi vicino
e nel silenzio l’impronta.
 
Tu sei fossile e fenice 
edera ed ombra d’ogni sera
incurante mi calpesti le ore 
finche lo sforzo del vento
non cancelli i passaggi
finche il palato della notte
non sia l’impasto del tempo
che mi cavalca il cervello.
Tu sei disegno ed esodo
fiore della notte che annuso
a cui versare le mie parole
adagiandomi lenta sui fruscii
intonando nenie dolci
da mescolare alla linfa che ti sazia 
mentre il tempo sbuccia le mattine
e ne fa grotte colme d’ombre e di stelle.
[Crobiotermi&Morfea77]

 
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Steli di Bucaneve
Attese il dissipar tenace
e poi gli ultimi, disperati guizzi
delle ombre urlanti.
Aspettò che l'onda calda
si facesse involucro
attorno a un bozzolo di colori.
Attese sospeso, nella verginità dell'aria,
dentro a un volteggio pregno
di fuggevoli, insoliti aromi.
Infine,
i suoi occhi poterono schiudersi
liberando il candore
fra l'increspatura di un sorriso.

 
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L'infinita cruda trasparenza
Spero in un fugace riflesso
seguendo con le dita
le crepe dei tuoi dinieghi.
Mi abbandono sulla fragile crosta
di un mio sguardo
che non trova risposta.
E la mia vita scorre stanca
inseguendo il tuo profilo sfuocato
sotto un mare di vetro.

 
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Adagio scolorire
 
E mi scivola fra le dita
ogni minuto passato
sgocciolando nel ricordo
di memorie sopite.
Distratto dalla tua movenza
dondoli in me, foglia d'autunno,
come scherno nell'aria,
leggera illusione
sul finir dell'estate.

 
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Escaping
 
In un altro luogo
dove il glicine governa
il profumo di un'essenza
si ricuciscono
gli strappi del cielo
scolorando le tenebre
sui vetri delle mie finestre.
In quell'altro luogo
fremono le piume
planando sui campi disegnati
dalle superate mestizie.
E mi abbandono al tuo richiamo
fluttuando d' incenso
sul contorno di  un sorriso.
E mi abbandono al tuo respiro
ritrovando la salvezza
dentro al fiore della tua pianta.

 
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Caduta libera
Piove rancido
e mi cede l'ulitimo appiglio
sul precipizio dell'esistenza.
Volando a peso morto
brucio l'ultimo attimo
sull'uscio dei misteri
e del dilemma insoluto.
Cos'è la carne,
chiave di un involucro
o semplice cibo per sciacalli?

 
<<<

Circuit fatum, nihil immune
  
.............................................................................
Osservo l'esecuzione del panorama
e il cielo espande il suo sangue scarlatto.
...................................................
La via è tracciata da interminabili forche
dove dondolano ricurve, le decomposte virtù.
.................................
L'uomo dal picco sacro imperturbato osserva
e preme la mano sulla lastra delle nuvole.
........
.......
......
.....
....
...
..
.
<<<

Crobiotermi

 
Non c'è da fidarsi,
no, 
di me non c'è proprio da fidarsi.
Accarezzo il viso altrui
con la lama fra le dita,
bisbiglio confidenze
ma solamente a me stesso,
sono l'anima in pena
e un probabile misantropo.
Non c'è da fidarsi,
assolutamente nulla di cui fidarsi.
Io rifuggo l'amore
soffocandolo nel buio,
io prometto e non mantengo
sono zingaro, giocoliere
illusionista e traditore.
No,no, credimi,
è meglio non fidarsi.
Ho due facce come luna
una chiara e regolare
l'altra tetra e sempre all'ombra
ma non posso governarle,
son sorgente arsa e secca
che trattiene ogni parola
sono il fuoco d'artificio
che ti scoppierà nel palmo.
Non fidarti.
Davvero. Non lo fare.
Perchè non occupo uno spazio
ed evito il contatto.
Perchè quando arriverai
col desiderio di sfiorarmi
e convinto che io sia lì,
troverai solo aria mossa
ed io sarò già altrove.


<<<

  
PAOLA  INSOLA
NAVIGARE NECESSE EST

 
Trame di seta imbrigliano il vento
pronto a lacerare vincoli tesi
al furtivo gioco di raccogliere
con le mani a conca, sorgiva
sete di spazi increspati.
E la domanda penetra legni
quasi intatti, svuota la conchiglia
tradita da una nota di luce
prima di invaghirsi del sole.
Per altre vie rifrange l'onda
capace di sfogliare lo scoglio
con braccia grandi avvolgenti
e nude la spuma impazzita
dal coito interrotto col cielo.
Mi penserai fuoco liberato
dalle qcque, sale perverso
o cristallo che divina saggezza.
Per i naviganti dell'ora saremo
diafane vele trafugate alla notte
ma dell'intreccio di una logora tela
siamo l'ordito che resiste
al gorgo del destino: "Navigare
(o amare?) necesse est".

 
*
NICOLETTA  RAMI  RAISE
IL MATTINO IN CUI CI FU IL MIRACOLO DELLA LUCE

 
Noi abbiamo veduto la sorgente della luce gocciolare
sangue nell'aria e gli uccelli fermare le ali sopra il
mare precipitando così verso l'acqua e la caverna del
nostro cuore ha battuto irregolare con sonorità che si
rinfrangevano contro pareti di carne e rimbalzavano
riempiendo le stanze finché fuggimmo presi dal terrore.
Dapprima avevamo intrattenuto buone relazioni con le
maschere dell'uomotopo in agguato fra la miseria 
 | l'uomotalpa
che dorme mentre altri stanno morendo l'uomoviolino 
 ! dalle
note sdolcinate nelle anticamere dei ministeri 
 ! l'uomorinoceronte
con fragilissime ragazze sotto le zampe
l'uomostregone con la clava alzata per sacrifici umani
e l'uomopirana l'uomoragnoveleno l'uomodueteste adibito
alla sorveglianza sul denaro l'uomoghigliottina certo
dei codici e l'uomometropolitana per lo sfruttamento del
subconscio e l'uomogabbia per le relazioni amorose e
ancora l'uomovetroaffumicato per nascondere gli occhi.
Il mattino in cui ci fu il miracolo della luce avevamo
alcuni appuntamnenti d'affari e un vasto giro di ricognizione
nell'animo d'un uomoarcipelago ma accadde questo fatto 
 | del
sangue nell'aria e ci fu il suicidio degli uccelli e il
nostro cuore non obbedì al ritmo così noi fuggimmo dalla
nostra stanza che ormai era invasa da mostri mentre alla
sorgente della luce il sangue seguitava a gocciolare e gli
uccelli con strida sempre più alte si inabissavano nel mare.
Solo gli uomini in maschera ignorarono ogni cosa e 
 ! continuarono
a camminare lungo le strade o a strisciare addosso ai muri.

 
*
ANTONIO  SPAGNUOLO

 
L'inerzia della storia è volontà di un attimo
chiuso ai tessuti.
Altro luogo in cui eravamo
decadenze di tibie
per sospendere voci di mercato
e ortaggi mattutini da riprendere al taglio.
Incorporate agli amplessi,
stanze, figure, lenzuola,
giocheranno al rimorso,
regola di doccia vertebrale
E che fatica andare e venire,
fermare la carne in quel che è stato.
Rimane una sorpresa: il tuo nome al rovescio.
Riprovo un'altra volta col cinabro.

 
*
IVO  GIGLI
QUEST' AZZURRITA'

 
quest'azzurrità che so pensi smorire
raccoglila nelle mani,
forse un occulto cassetto crepato potrebbe
ma poi guardo i tuoi occhi seri
e faccio cenno di lasciare aprire le mani,
di chiudere l'antico cassetto
e assieme muti
ascoltiamo gocciare l'azzurro
per la porta aperta
sul cortile devastato dal fango
1976

 
*
GUARDANDOTI NEL GIORNO VERDE

 
Guardandoti nel giorno verde
d'acacie e di frescura, ascoltando
la tua querela alta severa
di forza mi portasti ai nodi estremi
che mai cessan di urtare nelle coste
e con lente maggiore ingranditi
vidi il lamento e la torsione
ma più volte sentii il volo frangere
i vetri del presente verso che cosa
mai non so,
come un ribattere bambino
che con il pianto in gola dice no,
sentii la morte nelle mani aperte
e un folle alitare alto insieme
e fu smarrimento, fu attesa
- continuava il giorno col suo verde incanto

 
*
QUEL NON ESSERCI ASSIEME

 
Quel non esserci assieme,
solo la nicchia d'aria
e d'ombra tua al Belvedere,
una presenza s'allarma
dell'assenza, è tinta ancora
dell'immagine dissolta che accanto
era intento, unione, amore
e che ora adempie solo
il destino antico dell'isola
perduta nel silenzio
per il tuo eclisse

 
*
NICOLA  FIORELLA
IL CANTO DELLA TERRA

 
Siamo in cammino dalla nascita
alla ricerca delle città sepolte.
La crescita del mondo
era nelle nostre mani,
nel vivere quotidiano,
nel ferro forgiato dal fuoco
e nella creta plasmata veloce.
Il canto della terra
era sui campi di grano
e nelle lunghe stagioni
c'erano spighe alte e gialle.
La vita degli uomini
correva sui grandi fiumi
e nelle grandi cascate,
nei boschi verdi
e sui rossi tramonti.
Ora, dopo il paradiso,
nei giorni aspri delle mutazioni
assistiamo increduli
alla morte del mare
e all'ultima agonia della verde foresta.
Nel dolore di oggi
io grido perché questa terra è sacra
e con i miei sogni dilatati dal sole
voglio vivere vicino al mare
la nuova stagione del mondo.

 
[ Poesia vincitrice al Concorso Naz. di Poesia
LI.S.S.P.A.E ]

 
*
A DUE PASSO DALLA LUNA

 
Torno qui ogni sera
a guardare il Naviglio stanco
mentre la primavera
con i suoi occhi verdi
riempie la mia vita.
Torno qui, come quel tempo,
che insieme camminavamo
sotto il portico dei lavandai
dove l'acqua limpida
riempiva d'amore i nostri occhi.
Torno qui ogni sera da solo
per ritrovare il tuo volto
e il tuo sorriso
che si specchia sull'acqua
a due passi dalla luna.

 
*

Frammenti da Yannis Ritsos

 

Ci siamo alzati,

abbiamo scoperto gli specchi, ci siamo guardati,

ed eravamo giovani prima di migliaia di anni, giovani

dopo migliaia di anni...

...

e quella luce non era affatto rifrazione

ma la nostra luce filtrata entro tutte le morti.

                                        [da Quando giunge lo Straniero]

 

 

            ... Per questo gli uomini

quando sentono la paura del lavoro, dell'usura, del vuoto, dei giornali,

della memoria delle guerre, dello stridìo delle articolazioni alle loro dita

o dell'urlo del sole che s'incunea tra le loro ossa,

afferrano le donne come se afferrassero i rami o le radici di un albero sopra il baratro

e là sopra rimangono sospesi come se lottassero o giocassero con il caos;

e le donne lo sanno e chiudono gli occhi:

non dicono di no:

attendono:

e quando quelli si addormentano, loro vegliano,

e anche quelli sono loro figli come i loro figli,

e come questi anche quelli li faranno crescere

li nutriranno del loro seno e del loro silenzio, talvolta del loro rifiuto,

ancora li colmeranno con la sete dell'unione: ed un'onda gigantesca

arrotonderà il suo slancio sotto le costole dell'uomo, pronta

a colpire in piena fronte gli ostacoli, a stritolare gli ostacoli,

fino a spegnersi sul quotidiano arenile, sui piccoli ciottoli, nella stanchezza, nell'oblio.

                                        [da Quando giunge lo Straniero]

 

NERO  LUCI

 

Da IN UN AMEN


neuromantischelieder

di un gentiluomo

dell'Università di Torino

 

EDITORE NO REPLY S. R. L.

2005

 

 

bisinca

 

e tolgono fiato

baci da tua bocca

conclusioneundecima

detta da cabbalisti

a killing kiss.

tu qui subumbra

conspectu domini

sulle tue labbra

lamorssantorum

a kissing kteis.

la pornoprisca

dei canti cantico

furori herotici

ne scrisse Origene

da bacio morte.

 

*

 

Fimerodia

 

Fimerodia d'estate

corre la dea alata

col suo brusio di spighe

locuste sui balconi,

la sinfonia di grilli

in prati verdi gialli

col corpo chiama coito

meccanica da onda,

annunzio del ti amo

tramonto da monsone

col bacio buona notte

fimerodia d'estate.

 

*

 

ugaritico

 

ora che trabocco

di numeri e parole

e amore grigio fumo

celato ma si sente

si prega solo qui

fra quello che rimane

menzogna d'innocenza

innalzerò i prescelti

amore dato a ognuno

quello che posso fare

cubo centrale sono.

 

*

 

farbenlehre

 

ombre rosse

d'alba e di tramonto

e il parteciparvi

rapporto luce tenebra

l'occhio in dualità

il rosso lo distrugge

ed anche nervi e sangue

producesi l'ossigeno

per la ricostruzione

un film a luci rosse

il sangue a mezzogiorno.

 

*

 

Scriba manent

 

solo ibis suona

scimmia ripete solo

in somma nuova strage

sangue d'infanti al sole

spunta ancora suono

sulla pietra scritto

s'ode a gioia sacra

scritti inni e saluti

sordi a unione sorti

solo manent scriba.

 

*

 

magnifiche sette

 

e meno dieci la sveglia giù dal letto

precipitando così dal piano astrale

molteplice e studenti aliti in tram

nell'intelletto disintegrato

nell'hitparade delle coscienze

la questione degli universali

controversia nettunisti/ vulcanisti

il sole poco a poco di mattina

molti fino all'uno dei al lavoro.

 

<<<

 

[MALEDIZIONI

Collana a cura di Sparajurij]

 Non tutte le Maledizioni vengono per nuocere.


 

ULISSE FIOLO
 
Il glicine del tempo
 
Alla fine, c’è il glicine
che ogni mattina ha più butti me;
par che di notte
recuperi il riposo nella luce
liberando la linfa accumulata
e, anche se siamo già a metà luglio
e l’afa strappa il fiato,
lui la vince comunque:
ogni giorno si arrampica più in alto,
spande frasche, fa foglie,
si attacca dove trova – non si stanca
di contendere al caldo un po’ di verde;
ha persino due piante
nuove, spuntate su direttamente
dalle radici estese sottoterra:
era fiorito una seconda volta
a fine giugno, più
che aprile e maggio, poi
ha perso tutti i petali e ora,
senza rumore, continua
a fare il suo lavoro – a gareggiare,
anzi a lasciare fare al tempo:
dicevo, ce la sta facendo meglio
di me che invece
ogni mattina cado
dal letto, senza mai toccare il fondo
del giorno, qualche terra
dove lasciarmi andare e fare
la fine buona
del seme che feconda – nel morire.
 
<<<
 
Un’esperienza (come fare senza?)
 
 
Così, un giorno scomparve: stava male,
ma la pietà che aveva per se stesso
non lo lasciò scappare – era di sale;
fu un bene, lo può dire solo adesso:
senza senso ogni cosa e il più normale
gesto di vita, amore non espresso,
non gli riusciva più: ciò che più vale
non era niente – vuoto, senza nesso;
sentiva tutto come morto e eterno
a un tempo, eroi i suoi congiunti e santi
gli amici che lo ressero al suo posto –
finché non ritornò: piano, l’inverno
dell’anima fu sciolto e i nuovi canti,
nel cuore, risuonarono all’agosto.
 
 
[dal blog di Tiziana Curti: DIALOGO SULLA POESIA ]



Ultima nudità
 
Nel tempo degli incensi
festeggio la furbizia del papavero
a germinare gorgheggi per il ventaglio dei petali,
nell’eterno lacerarsi del mio dubbio,
... che confonde – cretino - le nuvole al singhiozzo
e tradisce l’ultima nudità della mia rabbia.
False parole,
gocce rade che giungono sgradite
per le ore improbabili, stupidamente incallite
alle preghiere,
leggére sorprese quasi frutto di spazi
per le sospensioni
del prossimo tuffarsi delle note.
Ora la pelle decompone ginocchia,
perché le nostre lettere bruciate nel timore dei figli
battono la meridiana contro il cuore.
Nel gesto del tuo, a volte, morbido ancheggiare
era la timidezza dell’attesa,
ora respiro vocaboli di fumo
per una storia che finge la speranza
e cessa di riaccendere ogni parvenza,
come una trottola impazzita per vertigini….
Si appiattiscono i giorni anche se i germogli
hanno un grano di luna ben nascosto
e la mia erranza consegna il segno della fantasia.
Hai lasciato splendori che svaniscono in timide esclusioni,
ed io recido gli sbuffi del pensiero
ora che divoro l’ indugio inutilmente.
Racchiude l’onda che si fa bianca
tutta la freschezza delle trascorse armonie
in quel particolare ritmo che rivela
il quotidiano senso delle memorie.
 
*
Antonio Spagnuolo
 
da: poetrydream.splinder.com


 
FRA DUE GIORNI
 
Fra due giorni ancora avvertirò
Scosse di adrenalina 
dagli effluvi delle tue mani laviche
al richiamo della mia pelle sensibile
tra le nervature dei crateri dell’essere.
 
I tuoi fianchi discopriranno il corpo
Sino a raggiungere scintille di labbra,
limpidi sorrisi in grado di risolvere
i più tortuosi pensieri.
 
Ancora offrirai i tuoi morbidi seni 
alle mie mani: nelle profondità
degli occhi ritroverò il tuo cuore a fissarmi,
pupille di luminoso zaffiro
capace di dissolvere ogni avversità
della mente a ostacoli.
 
Nulla rimarrà un giorno 
di questi corpi fugaci; ma nell’estasi
al crepuscolo emigreremo
verso mondi intatti e ancora
il nostro sogno dischiuderà amore
negli infiniti attimi di tenera eternità.
 
Piero Donato (28.12.2010)
da "La pietra del Mito", Rupe Mutevole Edizioni, Ravenna, 2011

 

 da Hopkins, con lui, e poi ...
 
 Padre Hopkins, tu che sapevi e sai 
tu che hai scritto per i morti per acqua
 aiutami a parlare attorno e di fronte all'isola 
piccola e felice tra l'oscurità della notte e 
le luci della festa, isola del simbolo di chi 
Tu riconoscevi, a cui raccomandavi le persone
 in pericolo da ogni dissennatezza
errore o macchinazione, soprattutto paura 
legandole ad un discorso molto più alto di quanti 
sentiamo, voci non di coro ma riti stanchi 
di uomini slegati dall'Eterno,
 superstiti di Chardin e di Nietzsche. 
Parole consumate sull'abisso di
 una retorica falsificatrice che anche te,
 padre, colpì perché criticavi quello che già 
criticava il Maestro tuo
contro tribunali e curie di ben pettinati crini, 
di stiratissime camicie, di non logori abiti e 
mani curate lenti dorate che predicano l'opposto,
 mentre gente si animalizza sempre di più, 
lasciata senza parola piena, 
ripiena di possibilità di scegliere la propria vita 
verso un obiettivo di amicizia e di contraccambio, 
di onore e gloria autentica, non fine a se stessa,
 onore e gloria riportate qui sulla terra, regno degli uomini indiati, 
di uomini che non potranno avanzare
 per la povertà di una o poche persone che pensano alla loro sbornia o
 civetteria, al nostro personalismo e narcisismo che 
portano alla morte per annegamento,
 alla dispersione che non cancelleranno i sogni
 cristallizzati ogni sera in mostri e fantasmi.
Non posso seguirti, Padre, nella consonanza di 
una poesia dotta, in una lingua e  in un  tempo diversi, 
e data la differenza di intelligenza tra noi
 accetta con i silenziosi soccorritori dell'umanità il mentre dico. 
So che la poesia oggi non è accettata 
come i superiori Tuoi,  non calatasi nella nostra gente
 che la vede distante e non ad essa destinata ma
 per pochi distratti della realtà, gente che non pensa alla pensione, 
alla percentuala del profitto, al miglioramento del pil. 
Poeti, non comuni mortali che tentano solo di essere 
pari al gene proprio, di avvicinarsi alla destinazione
 ultima dell'umanità ovvero di ritornare al 
punto omega che è anche alfa, 
porto di arrivo e di partenza dove il capitano 
saluta la nave in allegria dopo aver preparato tutto
 per il ritorno, senza nessuna idea di naufragio 
perchè confidante nell'amico in plancia 
che non tradirà mai, la sua prerogativa di traghettarore 
di anime verso lo splendore di 
un porto non sepolto ma pavesato a festa. 
Se questo non dovesse vedere,
 il pianto non sepellirà gli scomparsi 
ma rigenererà i disperati e i vili e coloro che sono 
nel terrore e nel disorientamento, allungando una mano che 
affettuosamente li porterà al ricovero da se stessi.
Padre Hopkins, tutti coloro che hanno aiutato
 entrino nella tua poesia, nel Tuo continuo pensiero 
legato a quello eternamente generativo del Padre,
 e ti chiedo di avere comprensione e
pietà per quelli che agognano di capire
*
Ettore Bonessio di Terzet
[da: poetrydream.splinder.com
di Antonio Spagnuolo]
Giovedì, 26 Gennaio 2012
PROPOSTA N° 295
*

PIER LUIGI BACCHINI

 

Contemplazioni meccaniche e pneumatiche

 

[da "Atelier" n. 32, pagg. 100-101 - dicembre 2003]

 

* * *

 

Punto di riferimento

 

 

Lo specchio sfaccettato, e la cameriera

 

che roteava con lui, moltiplicata

 

nelle luci riflesse – sprazzi

 

come stelle – e il bicchiere della mia fantasia,

 

umiliata in un succo di pompelmo. All'esterno

 

la strada, auto

 

dietro i vetri, i passanti: non siamo

 

come siamo, da non crederci – estesi

 

più nella memoria e nel pensiero infinito

 

e nell'ansia amorosa,

 

che nel breve spazio. Urne

 

minime. Straniti

 

nell'osservarci da qui, simmetrici non simultanei,

 

con orologi atomici

 

tra moti astrali, velocità incrocianti, orbite nuove.

 

 

*

 

Nomi

 

 

Perché trovarsi nella solitudine disperatissima di viole

 

o di giunchiglie

 

e abbandonare questa città

 

col ricordo gioioso e protettivo

 

d'un sole meccanico che si riflette, e il frastuono,

 

i vetri ampi dei bus

 

rispecchianti facciate in movimento? E il daffare, i ristori

 

e i tavolini

 

come cimiteri già fioriti, che spuntano di bacche

 

e di sorrisi.

 

Gente che si ritrova

 

con memorie così lontane

 

da sembrare velari trasparenti.

 

I giorni dei viaggi, quei baci che si scambiano

 

tra monumenti

 

e i dipinti nelle gallerie.

 

 

Quando l'uomo ha scavato le cripte,

 

con le pietre enormi di sostegno e le colonne,

 

con i nomi dei pellegrini antichi nei muri

 

sotto una mano d'intonaco, allora si amano

 

le meditazioni,

 

soltanto allora, in quei luoghi. E le giunchiglie si amano

 

quando ci si accompagna e si ride

 

e si beve la bocca dell'altra – così il nome divino

 

si colora di noi, delle nostre essenze

 

profumate e artificiali. E' difficile scontrarsi

 

con la città di Dio

 

a tu per tu

 

con la sua robustezza selvaggia e l'inafferrabile grazia.

 

 

Le nostre anime

 

sono firme lasciate nel cielo, come i pellegrini,

 

che le affidano all'ampiezza affrescata

 

delle cupole e delle absidi.

 

Ma gli inganni degli uomini a poco a poco ci deludono

 

- le loro scaltrezze –

 

e alla fine ci annoiano, e la vita che si cerca

 

è solo la musica

 

i grandi cori sinfonici, e il risalire di un violino

 

e la memoria senza fine antica dei suoni.

 

***


 

 

Vinicio Capossela

 

 

Di mare in mare

S.S. Dei Naufragati

-

 

E venne dall'acqua, e venne dal sale

 

la penitenza dalla mano del mare

 

il comandante avanza e niente si può fare

 

vuole una morte, la vuole affrontare

 

e lì l'attendeva, dove il sole cala

 

cala e non muore, e l'acqua non lo lava

 

e il demone lo duole, sui banchi d'acqua

 

stregati di olio e petrolio

 

e il vento non alzava, e il mare imputridiva

 

legati a un solo raggio, tutti presi in ostaggio

 

avanzavamo lenti, senza ammutinamenti

 

e il comandante é pazzo, e avanza nel peccato

 

e il demone ch'é suo, adesso vuole mio

 

e brinda con il sangue all'odio ci convince,

 

che se é sua la barca che vince, dev'essere la mia

 

e gli occhi non videro, non videro la luce

 

non videro la messe, che altri non l'avesse

 

e il cielo fece nero, e urlò la nube al cielo

 

e s'affamò d'abisso, che tutti ci prendesse

 

Matri mia, salvezza prendimi nell'anima

 

Matri mia, le ossa nell'acqua

 

anime bianche, anime salvate

 

anime venite, anime addolorate

 

che io abbia due soldi, due soldi sopra gli occhi

 

due soldi per l'onore, due monete in pegno

 

per pagare il legno, la dura voga del traghettatore

 

e vieni occhi di fluoro, vieni al tuo lavoro

 

vieni spettro del tesoro

 

la vela tende, il vento se la prende

 

la vela cade, le remi allontanate

 

e accese sui pennoni

 

i fuochi fatui, i fuochi alati

 

della Santissima dei naufragati

 

Matri mia, salvezza prendimi nell'anima

 

il tempo stremava, l'arsura ci cuoceva

 

parlavamo alle vare e il silenzio dal mare

 

e il legno cedeva all'acqua suo pianto

 

la vela cadde, la sete ci asciugò

 

acqua, acqua, acqua in ogni dove

 

e nemmeno una goccia, nemmeno una goccia da bere

 

e gli uomini spegnevano, spegnevano il respiro

 

spegnevano la voce, nel nome dell'odio

 

che tutti ci appagò, il cielo rigò di sbarre il suo portale

 

il volto di fuoco, dentro imprigionò

 

lo spettro vedemmo venire di lontano

 

venire per ghermire, nero di dannazione

 

vita e morte, vita e morte era il suo nome

 

Matri mia, salvezza prendimi nell'anima

 

Matri mia, salvezza prendimi

 

questa é la ballata di chi si é preso il mare

 

che lapide non abbia, ne ossa sulla sabbia

 

né polvere ritorni, ma bruci sui pennoni

 

nei fuochi sacri, nei fuochi alati

 

della Santissima dei naufragati

 

O Santissima dei naufragati vieni a noi che siamo andati

 

senza lacrime senza gloria, vieni a noi, perdon, pietá.

 

 

***

 

 

 

Wanda Marasco

 

 

WANDA MARASCO * ci presenta una poesia sensuale e surreale, dove il sogno sovente si mescola con la realtà, creando un campo di magia, di percezioni, che il poeta tenta di superare per portarsi in attesa, nel tempo dell'attesa. Si tratta di una tessitura di linguaggi e realtà diverse, al limite della teatralità, dell'alterazione della realtà in un assurdo e paradossale dispiegamento di suoni febbrili e spigolature di essi, disposti come fiocine per arpionare l'intrico, la tentazione dell'invisibile - e l'assurdo, appunto - delle parole nell'involucro della memoria, del mito, della natura trasognata:

 

 

II.

 

Come è orribile dirlo:

 

Vivere senza la traccia dello Spazio

 

che è poi tentazione dell'Invisibile

 

(perché poi quante volte spira sogni

 

la foglia, perché poi quante volte

 

si corre alle piogge e agli autunni

 

come al ricordo)

 

Lei corre in un crine che frusta

 

ché ora l'inaria solo il vento

 

in torme dei corvi:

 

 

Io ti voglio sognare

 

Questa undicesima notte ti voglio sognare

 

Per due bambini che reco in un Notturno

 

- illuse lune del mio ventre -

 

e per l'ombra che atterra il volto

 

all'angolo dei venti...

 

Qui le nottivaghe

 

Là il centrisco incarnato

 

Insieme dove andiamo-ventriloqui

 

a ripeterci - i bianchi enigmi

 

 

Vengono le Orifere

 

Sono lettighe e colori nunziali

 

Nelle proporzioni del destino vengono

 

sotto una morte che non si ripeterà

 

 

Io ti voglio sognare

 

Questa undicesima notte ti voglio sognare

 

E voglio narrarti nei cerchi delle piogge

 

e dei legni, alle sette, alla terza siepe

 

dove c'è per una rugosa fiaba

 

cavo ad ascoltare l'Origliere della quercia

 

(da Dionisiache, in «Oltranza», n. 1, cit., p. 16)

 

 

* È nata a Napoli nel 1953. Ha pubblicato: Gli strumenti scordati (Vallecchi, Firenze, 1977); L'attrito agli specchi (Bastogi, Foggia, 1979); Deus inversus (Manduria, Lacaita, 1980); Le fate e i detriti (id., 1988); Voc e Poè (Campanotto, Paisan di Prato, 1997). Ha pubblicato anche due romanzi: Madre e figlia (Ripostes, Salerno, 1994); L'arciere d'infanzia (Manni, Lecce, 2003). Si è occupata anche di teatro, dopo aver frequentato il corso di regia all'Accademia d'Arte Drammatica "Silvio D'Amico", sotto la direzione di Ruggero Jacobbi. Per il teatro ha rivisitato Tutti quelli che cadono di Samuel Beckett (1981), L'asino d'oro di Lucio Apuleo (1982), Quei fantasmi del presepe di Eduardo De Filippo (2002).

 

 

[fonte: "Risvolti" quaderno n. 16/2007, Quarto (NA)]

 

***

 

 

Ho un angelo che mi guarda dietro la spalla stanca, un angelo senza bilancia non

 

pesa la mia giornata. Un angelo che non mi condanna quando la rosa ferisco,

 

quando fuggo la speranza, quando batto la fronte sulla pietra del disinganno,

 

quando inganno la morte con rondini di carta. Ho un angelo che mi salva dietro

 

la spalla stanca.

 

Raffaele Carrieri

 

 

***

 

 

Roberto Mussapi

 

 

Ritorno dal pianeta

 

 

Io sono disceso e lo ricordo

 

il pianeta : a poco a poco si spegnevano le luci

 

e il sonno saliva dalle finestre, come una marea,

 

una luce che si spegneva e la radio ancora accesa,

 

buio e voce.

 

Chi spossato si addormentava come un animale

 

Nel Tir simile a un gigante pacificato,

 

immenso e muto sullo spiazzo dell'autostrada,

 

vidi gli insonni, la fame, la paura,

 

la disperazione di chi cercava una dose,

 

vidi la notte scendere su altri, nel cuore,

 

corpi che si placavano umidi, abbracciati,

 

proseguendo il respiro dove le parole hanno fine,

 

li vidi, addormentati, il molteplice e l'uno,

 

l'amore dei corpi che si rigenera nel sogno.

 

E io che credevo di essere luce fui buio,

 

perché buia era la notte sui mortali e buio il pianto

 

che da me, come avessi occhi, calava su loro.

 

Ho guardato, ho visto, credimi, Dio,

 

non fu inferiore

 

l'amore tra corpo e corpo, tra persona e persona,

 

quando abbassarono le persiane cercando un silenzio

 

più disperato e pieno di tutti i miei voli.

 

Questo posso testimoniare, questo ho veduto

 

Su quel pianeta dall'alto più piccolo della mia mano,

 

e che soffrì le acque, il delfino, il tuffatore,

 

che conobbe la donna e in essa il dolore,

 

e strade che imitavano la luce di quel cielo,

 

l'asfalto le automobili,

 

dove uno accelera e l'altro si affida,

 

e ognuno sogna un viaggio senza fine,

 

ho visto fari spegnersi nella notte e voci ronzare

 

e uno solo nel silenzio con l'autoradio

 

(sembrava la mia voce)

 

Due che chiedevano fino a quando,

 

fino a quando, amore?

 

Li ho accarezzati, ho posato

 

L'ala sulle loro spalle, ho sfiorato le mani,

 

le mani che si stringevano nel molteplice e nell'uno,

 

dal fumo della sigaretta che lei aveva appena acceso

 

io vidi nei suoi occhi il firmamento,

 

e il roteare eterno verso una sola luce.

 

Poi mi allontanai, lasciandoli soli,

 

nel firmamento, nell'abitacolo, nell'uno

 

che essi avevano scoperto nella valle del pianto e dell'amore,

 

e il ricordo,

 

e quel ricordo vela la trasparenza dei cieli.

 

Questo ti chiedo, il termine, il tempo,

 

che paghi l'amore e la separazione

 

se il tempo li generò e rese vivi

 

più di me.Dio, più del mio volo.

 

 

 

***

 

 

In attesa che l'amico torni

 

Tu non sai cosa sia la notte

sulla montagna

essere soli come la luna;

nè come sia dolce il colloquio

e l'attesa di qualcuno

mentre il vento appena vibra

alla porta socchiusa della cella.

 

Tu non sai cosa sia il silenzio

nè la gioia dell'usignolo

che canta, da solo nella notte;

quanto beata è la gratuità ,

il non appartenersi

ed essere solo

ed essere di tutti

e nessuno lo sa o ti crede.

 

Tu non sai

come spunta una gemma

a primavera, e come un fiore

parla a un altro fiore

e come un sospiro

è udito dalle stelle.

E poi ancora il silenzio

e la vertigine dei pensieri,

e poi nessun pensiero

nella lunga notte,

ma solo gioia

pienezza di gioia

d'abbracciare la terra intera;

e di pregare e cantare

ma dentro, in silenzio.

 

Tu non sai questa voglia

di danzare

solo nella notte

dentro la chiesa,

tua nave sul mare.

E la quiete dell'anima

e la discesa nelle profondità ,

e sentirti morire

di gioia

nella notte.

 

David Maria Turoldo

 

***

 

 

La nostra paura più profonda

 

non è di essere inadeguati.

 

La nostra paura più profonda,

 

è di essere potenti oltre ogni limite.

 

E' la nostra luce, non la nostra ombra,

 

a spaventarci di più.

 

Ci domandiamo: Chi sono io per essere brillante,

 

pieno di talento, favoloso? e

 

In realtà chi sei tu per NON esserlo?

 

Siamo figli di Dio.

 

Il nostro giocare in piccolo,

 

non serve al mondo.

 

Non c'è¨ nulla di illuminato

 

nello sminuire se stessi cosicché gli altri

 

non si sentano insicuri intorno a noi.

 

Siamo tutti nati per risplendere,

 

come fanno i bambini.

 

Siamo nati per rendere manifesta

 

la gloria di Dio che è dentro di noi.

 

Non solo in alcuni di noi:

 

è in ognuno di noi.

 

E quando permettiamo alla nostra luce

 

di risplendere, inconsapevolmente diamo

 

agli altri la possibilità di fare lo stesso.

 

E quando ci liberiamo dalle nostre paure,

 

la nostra presenza

 

automaticamente libera gli altri.

 

 

Nelson Mandela

 

 

 

***

 

"Agli amici"

 

Fumeremo nel bastimento della bottiglia

 

tra le grandi lettere tremolanti sull'acqua

 

la pipa dei racconti, il dolce odore del legno.

 

Poi dal clamore esiterà nel nulla

 

l'ultimo sparo che dondola il capo.

 

Alfonso Gatto

 

 

***

 

poesia di Cristina

 

Cristina

a mia madre

 

Ho smesso da tempo

Il dialogo con l’altro corpo;

Il tuo, mamma.

Madre parola, madre mia,

Madre, mamma...

Ripeto e vibro sul filo del richiamo

Madre quotidiana, testa bianca

Senza bocca né occhi

Madre senza corde vocali né vocaboli

Dal volto deserto in deserta solitudine

Madre rammendo dei miei pensieri

Mai stanca di rabberciarli

Madre banconota faticata

Tra i dolori altrui che ancora strattona

Questo mio utero parlante,

E di pianti e parole e domande e figli

-Quando fu il mio momento di gioia-

Che cosa avrei dato per raggiungerti

Forse capirti e mescolare la tua voce

Con la mia voce, e la tua parola

Come fosse la mia...

Finalmente.

Mia scura percezione,

Parte di te in me ti sei già presa;

Madre della mia parola ombrosa

Corpo che ondeggia nella verticale della vita

Smisurato amore ci scorre nel sangue.

Solo una parola, una sola

Ci metterebbe, finalmente in salvo.

 

[edizioni altramusa.com 2008]

 

***

 

 

Davide Rondoni

 

 

Addosso vienimi, non lasciare

spazio, che l'aria il cielo o cosa

sento fare pasto di me se

 

non ti stringi, non spezzi con linee

strane il disegno delle braccia, il bavero

il torso

 

se non disponi con il tuo il mio corpo

ai nuovi assalti del giorno

 

ferma le piastre del respiro

ho qualcosa di troppo antico nel petto,

radunami da tutte le città del mio volto

 

sono solo ombra che brucia

se la tua non mi viene

subito addosso.

 

***

 

 

LETTERE DAL MARE

 

 

I

 

Forse accanto a te accrescerebbe

 

il disordine felice del sangue

 

e perderei il mio fiato

 

nell’arbitrio del vento che batte

 

ai rami del fico.

 

 

Ti vedo meglio

 

nella lucida festa del sogno

 

mentre l’anima scrive negli echi.

 

 

Pochissima cosa il pianto

 

che replica iridescenze di luna

 

e nel treno di parole sigilla

 

distanze disperate di attese.

 

 

Tu, delicato corpo

 

nato per amare nel meriggio

 

d’un pensiero fedele,

 

conosci lo sdegno

 

delle mie notti inquiete

 

sulla riva sabbiosa di gridi.

 

 

Ora la mia lettera al cielo

 

un seme senza nome violato

 

nell’ampiezza

 

del dolore che ha perso

 

la libertà di morire.

 

 

II

 

Conto gli anni

 

sulla cintura dell’orto

 

dove al gusto rozzo delle mani

 

mi offrivi

 

fragile rivale il tuo sesso.

 

 

Dolce male

 

 

Non ti sfiora

 

la lontananza del borgo

 

dove la fragola si scioglie

 

in cuore di labbra

 

e l’orgasmo non stupra

 

solitudini di pensieri più giusti.

 

 

Perché viviamo

 

ora tempeste di bucce raccolte

 

con mani ferite?

 

 

Su fili lunghi di albe

 

parlano bambini non nati

 

ma serpenti già adulti

 

nella maestà del tramonto.

 

 

A te desiderio lieto come l’ala

 

dello struzzo che corre

 

non svelerò il timore

 

che incide sulle guance

 

nomi scemati di speranze.

 

Resto qui.

 

 

La grazia del tuo nome

 

e il cuore si fa casa

 

del tuo corpo soltanto.

 

 

Araldo stanco al crocevia

 

del viaggio lungo

 

ti restituirò il mio viaggio di vita

 

e prenderò altri sguardi

 

dalla lampada che palpa

 

l’inverno bianco del muro.

 

 

Con il volto nell’ombra diffondo

 

la sublimità della parola che loda

 

la tua intelligenza

 

e l’abisso fresco del cielo

 

su elefanti di rocce.

 

 

Non più sorella buona la morte

 

spezza lampi di croci

 

sul palmo della terra

 

su cui noi piccoli animali lasciammo

 

rumori di fiato.

 

 

III

 

Abbatti gli olmi

 

cupole di gabbie per il mio corpo

 

separato dal mondo.

 

 

E’ venuta meno la favola.

 

 

Non più il fiore greco

 

eccelsa verginità sulla collina

 

insinua il sorriso

 

sulle nostre labbra e la passione

 

palpita violini nella gola

 

dell’aria che resta nel cerchio

 

di stelle verdi sul borgo.

 

 

Bisogna vestirsi di coccodrillo

 

e battere le monete del ventre

 

sui passi del fiume

 

ed uccidere

 

i sogni infarinati di gioia.

 

 

Io non darò più all’anima

 

i filamenti

 

di un’alba stordita di sesso

 

dio che sigilla gli spaventi

 

della vicina vecchiezza.

 

 

Ti guarderò, amore,

 

con ghirlande di gigli

 

sugli scorci nudi del ventre

 

esploso di fuoco.

 

 

Mi laverò con l’acqua di neve

 

per donare agli occhini carne

 

la tua immagine pura

 

e alla mente i pensieri inattuali

 

nei giorni diversi.

 

 

Silvio Vetere

 

 

***

 

 

 

Gian Luca Favetto, da Mappamondi e corsari, Interlinea 2009,

www.interlinea.com

 

dalla sezione: Il nome che soltanto il tempo dice

 

Non c’è luogo dove il tempo sciolga i capelli e perda i secondi a ciocche e rinverdisca gli anni come il tuo cuore.

Non c’è luogo come il tuo corpo che partecipi così facilmente alla geografia,

e di braccia faccia penisole, e di lingue fiumi, e catene montuose di muscoli ardenti, e di occhi vulcani – ogni eruzione uno sguardo.

Non c’è luogo dove sia meglio mettersi a parte come il tuo volto, liscio e permeabile, carta assorbente

in volo attraverso le onde – tracce – fino all’orizzonte, qui, verso di me, incontro, inchiostro ora, verso con me di parole fatto, ubriaco di parole scure, grigio di nebbia a notte, così che la vista appanna.

Riconosco il luogo dove il tempo appartiene ai nomi e agli odori, e si scioglie in vento.

 

*

dalla sezione: Le parole amano essere usate

 

Il posto della notte

 

Un ponte di pietra. Una cappella intitolata alla Madonna delle Nevi, dove l’aria mastica fredda la pelle anche d’estate. Una radura battezzata da un coro di betulle. Una campagna umida di verde con efelidi gialle d’autunno. Un sentiero che tutti i cammini raduna sulla guancia della collina.Il torrente, accanto. Sei fontane. Una chiesa. Una piazza. Due bar. Una teleferica. Quattrocentosedici tetti, quattrocentosedici tombe. Un campo da calcio e uno di bocce. Un monumento ai caduti

. Il mio paese è una libreria di ricordi. Tratta con l’orizzonte il passaggio verso il futuro, come fosse un’asticella da superare in un balzo.

Sul margine del bosco, dove il confine si appanna e in rovi si compatta, poso il mio tempo, il mio paese il mio tempo oso con piccola paura, eccitante, pieno di voglia poso, pieno di attese e inviti a venire tra foglie e rami dalle carnose labbra, lussureggianti fin sulla piazza, muschio, muscoli atti al piacere, cespugli e rampicanti, qui le mie voglie poso e rifocillo, dunque ascolto e annuso, smetto il cammino.

Pulsa il mattino fresco in ogni ora del giorno. Pezzi di me sulle cortecce lascio e recupero di volta in volta movimenti del sangue. Alcuni sono perduti per sempre.

Anche se fosse soltanto un miraggio, il paese nasce con me e io nasco con tutto il suo passato. Non impongo lontananze alle età che mi hanno vissuto. Qui ho conosciuto il miglior posto per la notte. E la notte non lo sa. E nemmeno il paese. E quando finisco di scrivere anch’io ho dimenticato.

 

*

Domanda

 

Ora tu chiedi che cosa sia questo morire

nelle azioni quotidiane, alzarsi e sentire freddo

il pavimento sotto i piedi, bere il primo sorso

di caffè a volte, camminare, ripetere il lavoro

che ti paga la vita, ingurgitare cibo, viaggiare,

ogni viaggio da qui a lì ti arena, ritornare a casa,

spendersi, sperdersi a chiacchiere, cucinare

ogni istante perché non finisca e non ceda

a quello successivo, pulirsi di dosso la giornata,

i denti, i piedi, le ascelle, accendere

la luce in camera, infilarsi sotto le coperte

non prima di avere indossato il pigiama,

il nudo per la notte, tenere gli occhi socchiusi

per spiare dove finisca, per scoprire se una volta

puoi vederla brillare nell’angolo da cui rispunta

più tardi, la notte, vederla prima – per una volta,

una volta sola – prima che chiuda gli occhi,

ora tu chiedi che cosa sia: è semplice sopirsi,

aspettare ciò che non viene, semplici sospiri.

 

Che cos’è questo piccolo harakiri se non tradimento

verso le storie che possiedi?

Invece di scrivere quello che scrivi

per ritardare il tempo, perché non abbandoni la morte

sulla pagina? La pieghi con ordine e mangi,

la mastichi lenta – trentatré morsi almeno

per digerirla – così la diventi, non la subisci.

 

 

***

 

 

 

LA MORTE CAMMINA A TACCHI ALTI

 

 

Di Tiziana Monari

 

 

Sgomente

 

s'ammassano mille bocche

 

in attesa del pianto

 

inermi

 

contano il sangue di angeli caduti

 

 

vaga smarrita

 

senza approdo

 

una fiumana

 

di membra sfollate e pietra.

 

 

E' sceso il buio

 

la morte ha camminato con i tacchi alti

 

impotente

 

sbircio la pioggia dietro i vetri.

 

 

Vorrei solo

 

portare a Dio

 

un altro conto da saldare.

 

[Fonte:

Stravagario Emozionale - numero 4 aprile 2009]

 

***

 

 

Naufraghi

 

di Aurelio De Rose

 

 

La barcaccia inclinata mulina acqua

 

dalle falle di prua mentre l’albero è morto

.

Provvedi a coprirli i morti

 

sulla spiaggia ove hanno lasciato i lamenti

 

al fragore dell’onda.

 

Li troverai sepolti da una polvere sottile

 

con gli occhi spenti

 

a guardare l’immenso, ma morti.

 

Provvedi a coprirli i morti

 

prima che la rugiada afflosci le membra tese

 

prima che vengano a scavare i granchi.

 

Le stelle marine hanno segato le gole

 

ed il nero di seppie ha dipinto

 

ferite su i petti nudi.

 

Provvedi a coprirli i morti

 

prima che le donne bagnino di sangue

 

il loro dolore sulla soglia

 

della loro casa con l’albero morto

 

a simbolo di Cristo

 

 

da “Monili”, Napoli, 1979

[fonte: Stravagario emozionale N. 8-9-10/2009]

 

 

***

 

 

SE…. L’AMORE

 

 

Cadde si rialzò ricadde e non mano

 

era presente non balsamo

 

non preghiera non chiesa non casa

 

 

solo il respiro profondo del vento

 

raccontava il celato dolore

 

 

 

che tiene ogni fine.

 

 

Legato a quel vento ricordo un volo

 

d’aquilone l’impennata il precipizio

 

 

 

e di nuovo il volo

 

 

 

balzelloni stropicciato senza vette

 

perché si finisce rasoterra

 

 

 

a muso interrato talvolta

 

 

il filo rotto il bambino che piange

 

 

la candela che esala

 

 

spenta la fiamma

 

 

 

un fil di fumo scuro

 

 

 

Quando l’amore si fa notte del mare

 

e gorgoglia in rassegnata bassa marea

 

quando l’amore non brucia non canta

 

 

 

non duole nel petto

 

e ti schianta fra ori e silenzi

 

 

 

piangi imprechi ed aspetti la sutura

 

dalla sanata ferita spiccherà il volo

 

 

 

una lingua di fuoco

 

un canto nuovo

 

 

Narda Fattori

 

 

I° Premio Internazionale di Poesia

 

“Ebbri di Poesia” 2009

[da:”Stravagario emozionale”, novembre ‘09]

 

 

***

 

 

 

BRUNO VILAR

 

 

...E IO TI AMO

 

 

Quante sere ti amo senza saperlo

 

sento le tue mani di carezza

 

gli occhi segreti

 

il profumo del corpo che cerco

 

avvicinarsi come l'onda smisurata

 

di un mare senza rotta.

 

Quante sere ti amo senza saperlo

 

Io sono come una sabbia sola nella notte infinita

 

un nido di febbre con frecce di fuoco

 

Il ricordo di te mi accende il sangue

 

mi ruba la pace fino a urlare

 

E io ti amo

 

La tua libertà ha un segreto

 

verrai anche tu a piangere con me

 

Annullàti nel nulla di una fame trasparente

 

Perseguitati dal bisogno d'immense braccia

 

- idioti e falsi -

 

nascondiamo ulcere che il sole combatte

 

Quando viene la sera ti amo senza saperlo

 

un amore segreto che si stacca dagli occhi

 

e gira nel buio della luna

 

Ti vedo

 

ti sento come la pioggia

 

entrare nella sabbia infinita

 

e il ricordo di te mi accende il sangue

 

mi ruba la pace fino a urlare

 

E io ti amo

 

Ti amo sino al dolore di amarti

 

questo vento mi impollina la morte

 

rendendola in te vita.

 

***

 

 

DAVID MARIA TUROLDO

 

(1916 - 1992)

 

 

Mostrati, Signore

 

a tutti i cercatori del tuo volto,

 

mostrati, Signore,

 

a tutti i pellegrini dell'assoluto,

 

vieni incontro, Signore;

 

con quanti si mettono in cammino

 

e non sanno dove andare

 

cammina, Signore;

 

affiancati e cammina con tutti i disperati

 

sulle strade di Emmaus;

 

e non offenderti se essi non sanno

 

che sei tu ad andare con loro,

 

tu che li rendi inquieti

 

e incendi i loro cuori;

 

non sanno che ti portano dentro:

 

con loro fermati perché si fa sera

 

e la notte è buia e lunga, Signore.

 

 

*

 

Tutto deve ancora avvenire nella pienezza:

 

storia è profezia sempre imperfetta.

 

Guerra è appena il male in superficie

 

Il grande Male è prima,

 

Il grande Male è amore-del-nulla.

 

Per favore, non rubatemi

 

la mia serenità.

 

 

*

 

E la gioia che nessun tempio ti contiene,

 

o nessuna chiesa t'incatena:

 

Cristo sparpagliato per tutta la terra,

 

Dio vestito di umanità:

 

Cristo sei nell'ultimo di tutti

 

come nel più vero tabernacolo:

 

Cristo dei pubblicani,

 

delle osterie, dei postriboli,

 

il tuo nome è colui che-fiorisce-sotto-il-sole.

 

 

*

 

 

Ti sento, Verbo, risuonare dalle punte dei rami

 

dagli aghi dei pini dall'assordante

 

silenzio della grande pineta

 

-cattedrale che più ami- appena

 

velata di nebbia come

 

da diffusa nube d'incenso il tempio.

 

Subito muore il rumore dei passi

 

come sordi rintocchi:

 

segni di vita o di morte?

 

Non è tutto un vivere e insieme

 

un morire? Ciò che più conta

 

non è questo, non è questo:

 

conta solo che siamo eterni,

 

che dureremo, che sopravviveremo...

 

Non so come, non so dove, ma tutto

 

perdurerà: di vita in vita

 

e ancora da morte a vita

 

come onde sulle balze

 

di un fiume senza fine.

 

Morte necessaria come la vita,

 

morte come interstizio

 

tra le vocali e le consonanti del Verbo,

 

morte, impulso a sempre nuove forme.

 

 

 

*

 

Non so quando spunterà l'alba

 

non so quando potrò

 

camminare per le vie del tuo paradiso

 

non so quando i sensi finiranno di gemere

 

e il cuore sopporterà la luce.

 

E la mente (oh la mente!) già ubriaca,

 

sarà finalmente calma e lucida:

 

e potrò vederti in volto senza arrossire.

 

 

*

 

 

"Anche Tu / finivi con la certezza di essere /

 

un abbandonato./ Anche Tu / non sapevi!

 

E hai gridato il perché/ di tutti i maledetti,

 

appesi / ai patiboli. E non era / desiderio di

 

sapere la ragione / del morire: non questo, /

 

non la morte è l'enigma.../ Mistero è che

 

nessuno comprende / come Tu possa, Dio,

 

coesistere / insieme al Male..."

 

 

(O sensi miei..., p. 606)

 

 

*

 

Liberata l'anima ritorna

 

agli angoli delle strade

 

oggi percorse, a ritrovare i brani.

 

Lì un gomitolo d'uomo

 

posato sulle grucce,

 

e là una donna offriva al suo nato

 

il petto senza latte.

 

Nella soffitta d'albergo

 

una creatura indecifrabile:

 

dal buio occhi uguali

 

al cerchio fosforescente di una sveglia

 

a segnare ore immobili.

 

E io a domandare alle pietre agli astri

 

al silenzio: chi ha veduto Cristo?

 

 

*

 

Perfino gli ulivi piangevano quella notte,

 

e le pietre erano più pallide e immobili,

 

l'aria tremava tra ramo e ramo

 

quella Notte.

 

E dicevi: "Padre, se è possibile...".

 

Così da questa ringhiera

 

quale un reticolato da campo

 

di concentramento, iniziava

 

la tua Notte.

 

Si è levata la più densa Notte

 

sul mondo tra questa

 

e l'altra preghiera estrema:

 

"Perché, perché... ma perché, mio Dio..."

 

Notte senza lume: disperata

 

tua e nostra Notte. "Perché...?"

 

 

*

 

Padre,

 

non sappiamo più ascoltare;

 

Padre,

 

nessuno più ascolta nessuno:

 

nessuno sa fare più silenzio!

 

Abbiamo perso

 

il senso della contemplazione,

 

perciò siamo così soli e vuoti,

 

così rumorosi e insensati;

 

e inevitabilmente idolatri!

 

Anche quando l'angoscia ci assale

 

donaci, o Padre, di non dubitare;

 

o anche di dubitare,

 

ma insieme di sempre più credere:

 

di credere alla tua fedeltà,

 

al tuo amore

 

al di là di tutte le apparenze;

 

e con il tuo Spirito

 

sempre presente

 

nella nostra storia.

 

 

(da "La notte del Signore")

 

 

***

 

 

 

Joë BOUSQUET

 

 

FUMAROLA

 

L’AMORE

nello specchio che affascina gli astri

POVERA

fumarola

SI

preferisce credere di aver sognato il tuo destino

e che nessuno conosca sogno

più esattamente significativo

di una laboriosa digestione

COSÌ

in piedi sulla terra che ti si rotola attorno

e ti stringe con i suoi anelli

ma

i tuoi occhi con i loro tesori

di ricordi e di visioni

subiscono l’attrazione di un astro

invisibile e quell’astro ha una stella

gemella che ti cattura con le canzoni

ch’ella ti fa sentire

e il tuo volto è appeso

alla quadriga stellare

affinché la terra vi entri

con gli orizzonti che ti hanno fatta

e che tu respiri

quando ami

E

tutto ciò che è in questo mondo

ti violenta con i suoi profumi

brucia dentro di te come una lampada

e prende dal tuo cuore delle

ispirazioni amorose

di cui ti ricopre

davvero bisogna che in piedi

seduta o distesa e perfino

con le gambe all’aria

e il sedere al vento tu

tenda dentro di te la ragnatela

ma

questo lavoro da schiavi

fa pietà

NON

si uscirà dunque mai

COME

si comprende il perverso

che vuole essere amato fino alla follia

e imporre all’innocenza

un amore che sia l’oblio

del proprio sesso

ah quello prende il fiore delle sfere

pianta una radice nella vita animale

e subito sente nella sua paura

la vastità e la pesantezza alata

di quella verità che l’occhio

di un uomo non può scorgere

MI

hanno spezzato le ossa affinché diventi

il pensiero la trasparenza di questa verità

e che l’insegni agli uomini

perché essa non può mangiarmi le viscere

L’AMORE

è eterno

come

gli altri amano

delle capre o delle pecore

io

amerò una

BAMBOLA

 

***

 

L’OMBRA DI UN’OMBRA

I

La luce fa spazio alla pura verità dei rumori

che si rintanano. Crepuscolo ansioso in cui, nella camera

di un malato, un ciuffo di giglio si ricorda che è

stato giorno.

Tutta la calma della sera, tregua di un cielo che

si dipinge le sue rive.

Ma colui che sa ha degli occhi per vedere il

bianco, il lungo dileguamento in cui le trasparenze

dell’aria sono le sole a sopravvivere, colui che sa che la

bellezza di una donna sogna senza fine quella

felicità che egli ha perduto…

Ascolta, è dolce, l’estate viene di notte

quest’anno. Ascolta, la canzone si ricorda di un

amore senza troppo sapere se si tratta del tuo…

Nell’ora strana che si capovolge, il silenzio viene

da per tutto. L’ombra del’anima, dove brillano

debolmente le forme degli esseri che io amo, mi

appare in tutta la sua grandezza rocciosa, e sento

che la mia realtà d’uomo è per un istante come

schiacciata davanti all’altezza di quello che chiamo il

mio sogno. Altezza materiale e sensibile, che ravviva

attorno a sé un orizzonte interiore in cui la purezza

delle forme è così grande da riuscire a dividere le

tenebre sulla propria chiarezza. Comprimo con due

mani il mio cuore che batte, perché, in questo

scorcio aperto su delle tenebre che fanno regnare

soltanto il mio essere su di me, scopro che il

sentimento della mia umanità si perde, e che

davanti a me, tremante, interdetto, sotto il cielo

morto di una fatalità implacabile, la mia vita ascolta

la mia vita.

Nessuno sa se io dormo. I miei occhi hanno

sognato che non c’erano più lacrime. Nella debole

luce che cade dalle stelle, mi sembra che la mia

anima interroghi il cielo attraverso il pallore del mio

volto che rabbrividisce; e indovino che ogni cosa

vivente si oblia nell’apparizione di una bellezza che,

in me stesso, è silenzio. Solo, come se nessuno

sapesse chi sono, ascolto nella vita dell’ora più

irreale il gemito di tutto ciò che vuol finire e pensa

così di sopravvivere. C’è per me nella macchia scura

di un vetro, sotto i tetti così lontani dalla finestra in

cui mi trattengo, un bambino che scrive il suo diario

senza sapere che egli sarà infelice e che mai una

donna si chiederà che cosa abbia portato dentro il

suo amore.

[...]

 

 

***

 

da La conoscenza della sera (La Connaissance du Soir, 1947)

traduzione di Annamaria Laserra, in

Poesia Due, Milano, Guanda, 1981.

 

 

Passare

 

Infanzia passata nello spazio

Come un volo inseguito fino a sera

Chiamo piano la tua ombra

Per paura di vederti

Sorella a lutto dalla veste chiara

La tua fuga è l’uccello blu dei giorni

Che con il suo canto rischiara

I gesti sognati dall’amore

Una fanciulla per il tuo incanto

Con il corpo abbozzato nei cieli

Fece sciogliere le città in pianto

Illuminate nei suoi occhi

E avesti il coraggio di rendere

Il mio dubbio più vivo di me

Passarosa dalle ali di cenere

Che mi aprivi il tuo cuore nel vento

 

*

 

Il largo

 

Non è il suo nome a esaltarlo

Ma che piano sia mormorato

Nelle voci che non conosce

Il segreto di un cuore incrinato

Quando ogni lamento gli svela

Di che cosa abbia pianto la pena

L’uomo sente il suo cuore chiamarlo

Nelle voci che l’hanno ignorato

Così vedono tutte le stelle

Avverarsi la notte delle vette

Ventilando nella notte con le ali

La voce di qualcuno che verrà

Lui il suo male è la stessa pietà

Ciò che è lui a sua volta si oscura

E per rendergli quello che ama

Si rivolge alla pena del giorno

 

*

 

Madrigale

 

Dal tempo che era amata stanca di se stessa

Lei aveva giurato d’essere questo amore

E ne fu l’incanto lui ne fu il poema

La terra è leggera a promesse passate

Il vento piangeva gli uccelli migranti

Cullando i mari sulle ali di sale

Prendo la stella con una bella nuvola

Se la pagina bianca ha consumato il cielo

Nell’aria che fiorisce al suo riso

C’è un vecchio cavallo color del cammino

Capisci al suo passo la morte che m’ispira

E che va senza me a chiederne la mano

 

*

 

Poema della sera

 

Su un giaciglio sfinito

Il lampo che oscura un istante

Mette la veste di fumo

E segue il vento distante

Su terre senza memoria

Ogni piede ha la sua scarpa

L’ala è bianca l’ala è nera

Il giorno è solo metà

E su una trama di cenere

Dove l’uomo non è che i suoi passi

Il cuore palpitò per cogliere

Ciò che uno sguardo non vede

E’ la speranza che un mondo a venire

Abbia fatto buio con la nostra ombra

E sorridendoci alla finestra

Abbia solo i nostri occhi per vedersi

Dietro le quartine che lei ispira

Ai giorni che dubitano di te

La vita ha i suoi denti per sorridere

Di ciò che una volta era già stata

 

*

 

L’ombra gemella

 

Varca la notte senza sponde

Se tu sei solo vagamente

L’oblio restituirà il tuo volto

Al cuore da cui nulla è assente

Il tuo silenzio nato da un’ombra

Che a tutto il cielo l’ha unito

Schiude l’amore dove ti abbandoni

Alle braccia di un doppio infinito

E annullandoti sotto i tuoi veli

Presi alla notte da un fiore

Concede occhi alla stella

Di cui la tua ombra è il cuore

 

*

 

La fortuna dei giorni

 

Io so un rosaio dove sboccia una rosa

Non c’è più notte per l’ombra che è

Da un’aiola errante di bagliori chiusi

Dove lo sciame vibrava dei giorni passati

Non c’è fuoco nel buio che il cielo non l’abbia

Con il mio amore morto a tante cose

Tessevo il drappo funebre dei voti sfumati

Era quello di un pianto in cui sboccia una rosa

Alba di una vita estranea ai giorni

L’oblio dell’imprevisto morto dal nostro amore

Dischiude nel fiore la mano che lo stringe

E senza me cogliendo la rosa delle notti

Una sorella di cenere lascia le nostre terre

Rende il corpo lunare ai morti che io sono

 

*

 

Giorno e notte

 

Sul corpo di un uccello di bosco

Inchiodati dalle sue ali immense

I giorni crocifissi alle notti

Aggiungono un nome al silenzio

Passando su lui senza vederlo

Fanno occhi più grandi della vita

All’amante che strugge di sapere

Come si muoia d’essere gradita

I giorni che disfecero i fiori

Per seppellirsi sotto il loro peso

Si sono uniti al cielo nei cuori

Dove s’aprono le ali dell’ombra

Denudandosi sotto le acque

Che la sua trasparenza ha velato

Il mattino che nasce a occhi chiusi

Allibisce di una stella fuggita

La croce che spalanca l’orizzonte

Sente in voci che si chiamano

Due nomi sbocciare un canto

Dove l’alba ride di una rondine

 

***

 

 

RAFFAELE PIAZZA

 

Marzo 2009

 

A rendere il terreno fertile dopo

un fiore di pioggia hanno pensato

gli angeli: dove eravamo già stati,

un freddo di sorgente a toccare

ogni fibra, l’attesa dell’estate

ha sgretolato. Un attimo, una donna

la città in questa altana che non sale

e il tempo a inalvearsi nelle

camere della mente in una festa

per noi in quel battesimo che dà

accensioni

 

come di pioggia amniotica in quel

sembiante che torna ad iridarsi

nello specchio

frontale della vita o

 

sono i morti per abetaie e albereti

sotto specie umana

ad irrigare i tempi le stelle

il lavoro prossimo da realizzare

in quell’agglutinarsi dei cimiteri

in una prospettiva per risorgere e,

vedi Pierpaolo quella tua poesia

in forma di rosa, l’ho trovata stamattina

su una mensola nella spirale

di una conchiglia rosa e

 

in quell’attimo regalato per

il chiostro maiolicato

di Santa Chiara a Napoli ho trovato

la lettera che dice con il terzo

che ci cammina accanto:

siamo nel 1984 percorre l’auto

nel tempo dell’ebbrezza la strada

fino al Parco Virgiliano dell’amore

secondo natura dicevano i gabbiani:

attenzione.

 

- - -

 

Nuovo Febbraio

 

Serve a molto intessere una trama

di luna, questa notte il

tempo

la donna la città ad agglutinarsi

nella fiorita estasi di

calcinate

pareti a tessere le trame di tramonto

insonne la partita

regola piogge

 

sul balcone di febbraio dove eravamo

già stat in quella

stasi di conca

di tramonto per giungere alle farmacie

 

o sono i morti

dall'albereto in forma umana

ad arrivare all'abbraccio di durate

clessidre dei granelli infiniti

 

se poi in quel gioco elementare

è

tutto disadorno non chiedermi,

 

2

Serena che ore sono e la risposta

è

degli uccelli oltre i porticati del

chiostro maiolicato degli angeli

in

eremitica progressione oltre l'argento

della polvere

 

e vedi quella

chiarità assoluta

di luce di millennio

in quel congiungersi di fiore

appare un nuovo diafano mattino

se è il febbraio consecutivo

e abbiamo

trovato la pianta, la clorofilla

per riemergere

 

3

in un limbo rarefatto

oltre le pagine

regola l'aria fredda della macchina

di una brina nella

mente

 

vedi, Roma ancora esiste.

 

- - -

 

Candela nella notte

 

Candela nella notte se la festa è già

accaduta (Serena ha molti doni e dorme).

Freddo di fuoco la fiamma accende

un sogno su un segnacolo sulla mensola

la conchiglia dell’amato a segnalare

Le muse inquietanti di Sylvia Plath. E’

Il 2009 che scende come una stella

 

sulla culla dei ricordi dove pianse

come una donna, dove rise, dove

amò e avvenne la rosa.

Siamo nel 1984 percorre Serena la

strada fino al Parco Virgiliano,

il pericolo lo salta il bianco del cavallo,

le loro linfe a non mescolarsi.

 

- - -

 

Serena 2009

 

Vedi, Serena, qui avviene il tempo

rosapesca quel tanto che sporge

dal nulla dove vive l’abetaia del sogno

 

vedi, in quella gioia che la piantina

delle fragole comprata a Capri

sparge il senso della vita la dei giorni

la collezione

 

e il filodendro gioca con le nuvole

nel curarlo in esatte dimensioni

fino a un verde grandioso

a dare quella vita del viale meridiano

dove ho visto le tue mani affilate

in una sera di 5 anni fa

 

vieni Serena, alla gioia delle piante

nella serra della sera

quando spicca in cielo una rondine

azzurra con un filo

d’erba nella bocca e sarà

un pianto di ragazza bionda

che tu non sei

 

ad innaffiare l’azzurro del raro

fiore che dobbiamo nominare

 

senza aprire il catalogo botanico

e della mente.

 

- - -

 

da Erodiade

 

 

***

 

 

 

da ALBUM - Poesie dell'amore - di Giuseppina Luongo Bartolini

(Book Editore, 2005).

 

A Pellegrino Bartolini

mio marito

in comunione di vita

 

Sola con le cicale mi lasci

e fra poco precipita la notte

Chi a me ti strappa a te stesso

ti toglie ed ogni cosa

rattrappisce il deserto fagocita

il silenzio e la calma improvvisa

Non di scelta né di abbandono

si tratta scompari

e ti conquista la luce più chiara.

 

*

 

Buio da buio né forma né moto

il granito del mondo mi contiene

e mi accerchia dove l’ariosa collina

di San Remo nel primitivo viaggio

tassello di un puzzle inviolato

nel comune passo di marcia

la violenza del giorno composta

tra le sponde sicure di un sogno

progettato la linea d’orizzonte che

tracciavi con ferma mano al nostro

essere in vita

Crollata la diga che ponevi al danno

certo della nostra giornata identica

alla cupa spirale dell’incerto non ho

che il silenzio l’inconsolabile

scommessa del pianto la sconfitta di

una fede costruita nel sangue sul tetto

d’una pelle mortale proiezione dell’

ombra che trascolora splendore

d’invisibile per l’unico momento.

 

*

 

La casa di campagna quella che a te

appartiene e ti vedo gigante

uomo della tranquillità in quel sereno

dei giorni e la teoria dell’esistenza

punto per punto crescita realizzata

vuoto contenitore di memorie

è tutta lì nel limpido scorrere dei giorni

in un abbraccio comprenderla nel vivo

albore di un mattino d’estate oggi mi

chiedo estirparle la forza del sogno in

proiezione di un improbabile domani

e la fede sincera nel progressivo

alternarsi della fortuna palpebra arcigna

d’un meccanico gioco se tutto depone

a favore se il lascito terrifico rientra nell’

ordine mutante del divino nella cupola

cupa dell’universo ingannevole.

 

*

 

Congiungimi alla barbabietola del campo

la verdura innocente banda di foglia larga

che si offre per fame e per tributo agli esseri

della terra condannati al sovrastare innocuo

del sovramondo stellare margine e lingua

di calpestio alla scarpa chiodata

Calami nel fondo radicale della piccola

pianta innominata Signore, nel novero dei

cataloghi di erbari misconosciuti

che il mio amore inveniva nelle scaffalature

degli antichi librai nella ricerca potrebbe

forse egli stesso ritrovarmi nel territorio noto

di un possibile sfondo per la sua mano pietosa

rinverdirmi e l’acqua delle sue lacrime di pura

ossidiana assolvermi in una nuova esistenza.

 

*

 

Ogni cosa toccavi nel chiaro

splendore dell’oggetto

il delicato momentaneo riscontro

col possibile: estrema vigilanza

e delirio nel lieve gioco del tatto

e lo sguardo ti rimaneva estraneo

il possesso e lontano come ogni

desiderio a lungo giostrato

rilanciato nei multipli riflessi

degli specchi al flutto di deriva.

 

*

 

Tenera la gentilezza dei mattini

il caffè del risveglio

sorridente comunione del giorno

spalancato sulla promessa del bene

fonda –ora- la notte che non tralascia

luce di stella riflesso di pianeta

e grezzo il sole rimane

incendio incenerito nel corto-circuito

d’un passaggio voltaico inavvertito.

 

*

 

Non aver fretta sei al tempo

infinito dell’universo

nessun’onda d’acqua o di vento

ti sollecita non dirmi che ferma

e conclusa è la tua storia

come la mia minuta piccola zolla

che una frana brulla scarnifica

sbriciola toglie scrimandola nella

sua forma originaria ridotta

impronta di una scarpa di gomma

E’ solo qui sulla terra il dono dell’

aperto e del chiuso l’eternità

risale un mantice di fisarmonica e

largo suona premendo i tasti divini

un angelo custode che in preghiera

raccoglie rinnova registri e respiri.

 

*

 

Chi si amò più di noi ?

Ruotava il disco del sole

sulla perfezione del Dio

nel merito delle sue età

il fanciullo l’adulto

i capelli imbiancati dagli

anni ma gli occhi dell’antico

celeste cielo brillante

curvo su noi coltre illuminata

dall’indicibile amore fissa

nell’unico momento della fede

giurata bussola direttrice

nell’oceano mutante del

riessere e nell’ineluttabile

frantumazione della caduta.

 

*

 

Spiegami la fioritura

e il declino

il mistero del nascere

e del morire il cedere

d’ogni cosa vivente e creata

al crollo della fine

tu stesso nell’altrove

dei mondi a me per sempre

perduto il caro viso

dolcezza dello sguardo

la dedizione del cuore.

 

*

 

Ho bussato al tuo corpo

al senza tempo dell’eternità

sul vuoto delle radici

nel vento che non s’abbarbica

al ramo lo stecco che non dà

foglia corteccia che più non

brucia al tuo corpo senza

rumore alla tua spalla priva

di consistenza e ti guardo

ti guardo muta pianura senza

mutamento accerchiata

da un campo di verdura.

 

*

 

In nessun luogo tu sei in nessun clivo

corso d’acqua isola dimora

nessun’aria respiri e disegno itinerari

di spazi e di parole

ora che illuse memoria e speranza in

un vuoto pneumatico m’aggiro tra i

fantasmi nei sogni muta rivolgo alla

pura risonanza del mondo il mio volto

oscurato di pietra e di giacinto.

 

*

 

Se la memoria è amore

sgomitolo al presente una sfera

di nastri lacci legamenti e scongiuri

nel vetro trasparente l’acceso della

tua rosa palpita insieme

al mio sangue

in un rapporto di cartapecora

scrittura sbiadita nell’incisione

della mia esistenza

Morte come sorriso

da vivo mi lasciasti in un saluto

nel cielo del tuo ultimo sguardo.

 

*

 

Mia forza mia volontà mia fortuna

la tenacia del cappio che trattiene

il grappolo d’uva al trave del soffitto

tu ora ti volgi mentre degrada il mio

aspetto di folle vagabonda

nel tormentoso sentiero delle domande

senza risposta la mia spettanza tradita –

ha la pergola un largo fogliame ombra

fuggente mi ricuci un vestito di brivido –

esige per diritto d’amore la contropartita

mi devi te stesso nell’obliqua curva

dell’universo nel mare di fuoco

laddove affonda la luce sorella dell’oscuro.

 

*

 

L’amore che mi sfianca la tua presenza

assenza in questa muta casa e

svanisci e mi richiama la tua camicia

celeste e vicino mi possiedi e m’innalzi

dal mio vicolo cieco nella distesa della tua

possanza alba e tramonto catena impervia

dei giorni nel lungo viaggio mi rassereni

e mi sbandi cirrocumulo sospinto dal vento

in alto in alto e tu imprendibile a me non

visibile mi tocchi e mi parli e mi conquisti

nella lacerazione della distanza.

 

*

 

Il cono indefinito del mio tempo

triangolo rettangolo che ruota al

limite del cateto si va chiudendo

nell’altezza del suo sigillo

Dalla circonferenza della base al

vertice la pianta del mio sangue

nel suo punto centrale asse di tutta

la mia natura cuore e midollo

mi fosti anima mia salutare e divisa

dell’esistenza chiusa e circoscritta

in trasparenza d’amore.

 

*

 

Se mare o lago o pozzanghera

specchio mi siete del mio secchio

si stelle e il caro viso perduto oltre

le lacrime e il venir meno del tenero

sembiante se mai t’avessi veduto

mai t’avessi incontrato e mai

la cara voce il tuo sguardo il sorriso

m’avesse aperto ai destini di madre

alle illusioni mirabili che innervano

staccionate di fortuna.

 

*

 

Un giorno o l’altro ti rivedrò

sulla soglia s’inonderà la mia

stanza di luce stringimi nel tuo

abbraccio che sa di latitudini

immense è quest’attesa di te che

mi convince nel guado

dell’assenza ad attizzare i fuochi

dell’inverno a farti posto sulla

panca del nostro cammino ad

approntare il pane l’acqua il sale

avrai attraversato le foreste del

gelo navigato sulle lastre del

ghiaccio dei mari estremi vinto

 

 

***

 

 

 

Marcella Artusio Raspo - Prova d'orchestra

Categoria: Scrittura e poesia

MARCELLA ARTUSIO RASPO

 

Da Prova d'orchestra -

Bastogi Editrice Italiana, 2002

 

 

Dalla sezione Il Magma

 

Il mimo

 

Una patetica coccarda a pois,

lo sguardo attonito

in un reticolato di rughe infarinate,

mima lentamente il dolore della vita

come un fantoccio di gomma

dimenticato su un piedistallo

di figure grottesche sfumate

in un evanescente sorriso.

Teorie di spettatori fluiscono

e migrano in un velo di solitudine

su marciapiedi di alienata fissità.

Ai bordi della piazza

un'orchestrina ritma malinconicamente

una fuga di note

in una ossessiva ripetitività di gesti.

Il mezzogiorno incombe crudele

e lambisce storie già lontane

in un incastro di muri

persi nel logorio di ore vuote.

La nuvola di una sigaretta

scherma una silhouette di adolescente acerbità

e si perde in un'assorta trasparenza

.

*

I cannibali

 

Come nei ritratti espressionistici

deformati da appetiti insaziabili

ho visto i consanguinei spolpare l'osso

sino al midollo

in un feroce delirio di istinti tribali,

oscurantismo di massa

coperto dalla viscida maschera dell'ipocrisia

nella Babele dei consumi.

Caino depreda Abele

prima di condurlo ai campi

dove pascolano i lupi

incancreniti dalla febbre dell'oro.

Branchi accecati dall'orgia del potere

vestono i rigorosi abiti del perbenismo

con volti lividi, bocche spalancate

e sguardi taglienti

ammantati di tollerante benevolenza.

Cristo salì sul Golgota

per la salvezza degli uomini,

ma la collina rimbomba nella sua vuota cavità

e spazza via l'eco dell'estremo sacrificio.

La Rozza Bestia si aggira sulle rovine

Di turrite mura

E irradia il fuoco della violenza.

Il fiore dei campi aperti

a stento cerca un varco nella spaccatura

di un'arida terra

e respira di nuda luce nel deserto delle parole.

Si consuma nel marchio originale

il rito quotidiano della follia.

 

*

I camaleonti

 

Si mimetizzano come lucertoloni al sole

nell'essiccarsi dell'anima

e strisciano nelle quinte polverose

di un teatro di maschere tragicomiche

immiserite da un vaniloquente copione.

Si arrampicano sui palazzi di vetro

di un onnipotente dio,

truculento Mammona dalle cadenti mascelle

su un trono d'oro

ricoperto di serpentini orpelli

nel luccichio del mondo.

Scalano solitarie cattedrali

sulle aride colline del martirio

e brandiscono simboli

grondanti sangue e abbandono

come spade fiammeggianti

di luminosi messaggi.

Si insinuano nei labirintici corridoi

dei castelli di carta delle umane sorti

e creano mostri di ambiguità

vaganti nel deserto delle idee.

Su scoscesi versanti visionari profeti

puntellano frammenti di rovine

sparse sui selciati della desolazione

e dolenti figli della terra

scavano il solco della sopravvivenza

tra fragili radici di catartiche pulsioni.

 

*

Il caos

 

Un lavorio di stelle

magma incandescente nell'abisso del cosmo

regolato da invisibili fili,

fucina di Vulcano

nel vorticoso roteare di atomi intelligenti

affatica la materia e risucchia il mio essere

nella ciclicità di velate stagioni

scomparse su orizzonti di fuoco.

L'eco di lontanissime esplosioni

rimbomba nei cimiteri del nulla

e giunge attutita e buia

sulle sponde insanguinate

di questo inquieto pianeta

fiore del male

imputridito dalla cecità dell'odio

nella mostruosa solitudine

di nani e pigmei

stravolti dalla febbre di effimeri traguardi,

polvere del deserto

nelle fumanti macerie del pensiero

oscurato da voraci tarli.

Lucrezio, voce ancestrale della poesia

armonizzò il caos

nella folgorante lucentezza del verso,

nell'eterno flusso della parola.

Noi ci nutriamo di pirotecniche illusioni,

creature senz'anima

in un'intricata foresta di richiami

dal timbro stonato,

vuoto come pietra tombale

e trasvoliamo velocissimi

verso una linea siderale e fredda

che ci uniforma e ci accomuna.

Il pianto delle madri

nudo in neri velami

si eleva invano nella cavità dell'enigma

e sfiorisce in lontananza

nelle pianure del dolore.

 

*

Oniriche visioni

 

Statue sulfuree nello specchio lunare

guardano ambigue la piazza deserta

immersa nel bianco sonno invernale.

Un gatto scala i tetti

e sparisce nel nerofumo di un abbaino

in un flebile miagolio

indistinta voce della notte.

In lontananza sfreccia la leggerezza

di veloci sogni.

La città ci avvolge in una magica fissità,

pallido enigma

nei segreti di provvisorie vibrazioni.

Ti cerco in queste brume

che velano la dolcezza del tuo sguardo

nel furtivo sorriso

di un volto sofferto.

Ci amiamo nella solitudine

di vite intrecciate e spaurite

ignari dell'insondabile velo del destino.

Un verso querulo

nascosto tra il fogliame

giunge fino a noi

attutito dall'eco del tempo.

I palazzi dormono

nella fosforescenza del silenzio.

 

*

La veglia

 

Occhi di stelle nella vertigine del cosmo

spiano da remote lontananze

il mormorio della notte.

Crepitio di foglia sul vetro terso

della finestra

nella bianca corsia dell'inverno.

Sul viale rami spogliati dalla rapina

del gelo

si aprono come croci sospese

su un'attesa di redenzione.

Tutto tace.

La città si avvolge nei suoi silenzi,

nelle sue penombre di tristezza.

Negli ospedali fruscio di morte

su asettiche pareti.

Sguardi febbrili si spengono nel buio

sul filo dell'estremo traguardo.

Un bambino nasce, fiore purpureo

e afferra vorace la vita sul fluire dei marciapiedi

calpestati dai passi dell'alba.

Nell'isolamento della mia camera

ascolto il ritmo del tempo

dileguarsi nelle caverne del nulla

fragile voce nello stupore di velate piazze,

di palazzi addormentati

dischiusi ai segreti di incompiute parole.

Odore di neve negli inconsci labirinti

di estenuate veglie.

 

*

Inquietudine

 

Si è chetato il vento.

Qualche foglia ancora oscilla nel pulviscolo

dei lampioni,

i tetti riverberano la pioggia lunare

nella calma del mistero.

Odo voci lontane, disperse, frantumate,

voci di delirio,

di rabbia lanciata contro un muro di solitudine,

voci di donne vendute,

di coscienze rubate

nel dedalo di vie che si interrompono

dove la striscia dell'alba ingoia ombre incerte

di esistenze giocate sull'estro di una cieca fortuna.

Nel dormiveglia colgo indecifrabili sussurri,

ascolto il fruscio della notte

che fugge lontana verso cosmiche risonanze

nell'uniformità delle ore.

Cerco la tua mano nel buio dell'attesa

e mi assopisco nel pulsare del tuo respiro,

lieve come l'azzurra musica dei cieli

che sovrastano indifferenti la fatica del vivere.

Una rosa sbocciata in un chiarore di neve

si inquadra sul limite del giardino deserto.

 

 

Dalla sezione L'Eco

 

Poiesis

 

Poesia, diamante solitario

su altura di roccia

nell'abbagliante luce dell'idea,

oscurità di spelonca

nei penetrali di una profetica Pizia,

marea montante nella tragedia del vivere,

quiete di lago

nella pausa di logoranti tumulti,

mi accompagni a sera

quando l'ultimo volo scompare

nelle nebbie del nulla,

mi insegui nell'ambiguo volto

della notte

quando gli impulsi si attenuano

in un nero strato di mistero,

mi illudi e mi abbandoni

come un amante capriccioso,

fuggi su sponde inafferrabili

e ritorni come onda di mare

che si placa nel grembo dei primordi.

Rimbaud, divino fanciullo

ti sconvolse con forza primitiva

e spense la tua eco

nelle orme di lontane terre,

creatura intrisa di canto

che trascendi il tormento della pagina,

fiore inquieto di Elisi

senza peso.

 

*

Notturno pavesiano

 

 

A Cesare Pavese

 

La luna se n'è andata per deserte vigne

nelle gole del Belbo

a rischiarare anfratti dell'anima

e ha sommerso rughe di colline

declinanti nel sonno geologico dei Titani.

Tu sei l'ancestrale folgorazione della poesia

che appena sfiora deserti di egoismo

nell'indifferenza del mondo,

o forse sei il bambino che piange

nella spelonca degli avi

e tenta di afferrare segreti spazi

su lontani mari del Sud.

Nell'ora senza ritorno

hai ammainato le vele

per rifugiarti nei sogni del nulla

e hai piegato alla tua inquieta volontà

il filo della Parca.

Forse percorrevi altri sentieri

più impervi e rapinosi

nella progressiva omologazione delle menti.

Eri uno scalatore solitario

su pareti di vento,

un musicista di parole

orchestrate nella durezza della terra,

nella voce sottile dei pioppi

sul finire della sera

quando i lampi di calore

svelano il volto lontano

di angeli caduti.

 

*

Le ore spente

 

 

Consolatio ad matrem

 

La fontana muore in un gorgo oscuro

nello smarrirsi della notte

sulla quiete del vento.

Scricchiolio di ghiaia

in un lievitare di passi

nelle lande dilatate del tempo.

Parole d'ombra corrono sui sentieri

della memoria.

Nella trasparenza cangiante del glicine

cerchi la nicchia delle tue soste

quando smemorata nel torpore

di un'ingannevole estate

scrutavi l'enigma di misteriosi segni

su un selciato di solitudine.

La casa filtra il vuoto

tra rovine di muri e morti suoni.

La tua voce incolore

si avvolge in un velo di nostalgia

sul limitare incerto di una veloce parabola

e trascina nel buio polvere

di ore spente.

L'arco del pendolo tocca astratti spazi

su invalicabili confini di lontananza.

Mormora la siepe

e si richiude in un brivido di smarrimento

in un'alba muta come un pallore

di nuvola.

 

*

Il rintocco

 

Nei fondali della memoria

si apre il tempo, bianco, metafisico

con ali vibranti,

occhi impenetrabili

in una macchia oscura

come l'enigma delle galassie.

Al capolinea del tempo

teorie di supplicanti sostano spaurite

alla sorgente della Giustizia

e crocifiggono il vuoto

con remoti richiami.

In un'ancestrale vertigine

schiudo i miei sensi,

vigili, sofferti nel bagliore della percezione

e migro leggera come foglia orfana

su sottili trame di luce.

Un sotterraneo rintocco

martellante nella spelonca del dolore

disegna impercettibili fili,

consunti legami

in un tremulo gioco di visioni

e sfiora l'impalpabile polvere

di irraggiungibili dimore.

 

*

Il giardino della baronessa

 

Una stella,

scheggia errante di universi perduti

trafigge il fogliame di un albero

nel giardino sospeso su specchi di memoria.

La voliera dorme in un sussulto d'ali

nell'ombra sgretolata del muro.

La torre incombe nella dissolvenza del glicine.

Dalla finestra dell'abbaino

bianco di sogno

un adolescente scruta magmatiche sfere,

cosmici incendi

nei liberi spazi della coscienza

e si avvia verso ardite costruzioni

di matematiche formule

in una compenetrazione siderale

rapinosa come la sua mente.

Intorno tutto si acquieta nel segno

di impercettibili passi.

Il telescopio punta lontano

oltre la barriera del suono

e si avvolge nel cerchio delle galassie.

Quel volto puro come un cammeo,

scomparso nell'Apocalisse della guerra,

mi perseguita nelle ore oscure

e solleva il lenzuolo dell'imponderabile.

 

*

La bisaccia

 

Andiamo sulla bianca spuma del mare

che ci avvolge come un liquido amniotico,

attraversiamo sabbie incandescenti

di deserti che inseguono spazi metafisici,

sfidiamo coltelli acuminati di roccia

nel brivido di invisibili scalate

e ci portiamo sulle spalle

la bisaccia dell'ebreo errante

nella geometria del mondo.

Nessun sasso può sopire la febbre

dell'inquietudine,

nessuna orma può racchiudere nella sua nicchia

la sfuggente essenza del vivere.

Sospesi su estreme latitudini

ci muoviamo in ambiti circoscritti

e vorremmo afferrare il cielo con la mano,

creature dimezzate tra visioni angeliche

e opacità di quotidiani inferni.

Inseguiamo idoli dai volti ambigui

su traguardi inconsistenti

come fiocchi di neve racchiusa

in un'ampolla.

Zaccheo salì sul sicomoro per vedere Dio.

Noi, lacerati dal fuoco di feroci olocausti

abbiamo perso lo slancio vitale

nella tragica pulsione della storia.

 

*

Nude dimore

 

Si insinua nelle vene un'increspatura di mare

su lidi deserti

arati dal volto rugginoso di un metafisico inverno.

Il silenzio sfiora l'onda

che pulsa inquieta

e si perde nelle distese del nulla.

Tu cammini controvento

con i pugni affondati nelle tasche

orfane di sogni

in un cappotto troppo largo

per l'esile traccia di un'esistenza smarrita,

lo sguardo stanco riflesso su scogli morenti

nelle rovine di vaghi castelli

regolati da remote meridiane.

La bilancia delle ferite inferte e subite

oscilla ambigua nella vacuità dello spazio.

Ti cerco con amara dolcezza senza ritrovarti

in questa spiaggia di ciottoli

levigati da un incessante sciabordio.

Un foglio di giornale vola leggero

portando notizie di vicende senza suono.

Solitari fantasmi seguono il vagabondare

di una sottile malinconia.

L'aria cristallina sferza sagome incerte

prigioniere di nude dimore.

 

*

L'attimo

 

Nella notte errante su occhi addormentati

di comignoli

mi smarrisco nel remoto linguaggio

delle stelle,

ora fievole come soffio incorporeo,

ora incandescente come magma inquieto.

In queste pianure velate

da impenetrabili nebulose

cerco la chiave che apre il sigillo

dell'eternità.

Un brusio d'ombra galleggia nella leggerezza

del nulla,

un frammento astrale percorre oceani

di buio

e svanisce in una traiettoria di spazi.

Trema all'orizzonte un annuncio di chiarore

e si polverizza nella musica del cosmo.

 

*

L'inconsistenza dell'essere

 

Come fumo nell'aria

ho consumato il sapore della vita

ricreandomi in altro.

Su un crinale declinante

verso sconfinati oceani di sabbia

attendo l'angelo della notte.

La parola si fa silenzio

nelle grotte dell'indicibile

e si richiude in anfratti d'ombra

nella fisicità del mistero.

 

 

***

 

 

 

TIZIANO FRATUS

 

Il vangelo della carne, 2008

[torinopoesia.org]

 

 

da: Parte prima / Poesie in pelle

 

dittico marino

 

I.

 

a picco sul mare ogni giorno il sole sulla terra

mentre rinunciamo ad afferrare le parole che ci piacciono e rassicurano

raccogliamo noi in noi chini sulla sabbia compatta della spiaggia

rami secchi conchiglie spolpate e pezzi di vetro

li cataloghiamo nel nostro personale linguaggio mediocremente scientifico

li sedimentiamo in vasi trasparenti sigillati da tappi di sughero

ci capiamo senza ragionare in queste corte giornate di vento a piedi nudi

ci basta l'istinto l'intesa lo sguardo e il tatto

il resto del mondo resta in bilico ma le uniche notizie le scoviamo tra le braccia

scolpite tra ossa e arterie setacciate nel sangue

emerse di colpo sul fiorire delle labbra

ad un passo dal ruggire delle onde che spazza via ogni tentativo di fissità

 

II.

 

i piedi fasciati nelle scarpe che abbiamo comprato insieme

in una mattina di pioggia

sprofondano lateralmente nelle sabbie della spiaggia deserta

mentre il vento riempie le orecchie fessura le palpebre e arriccia le onde del mare

grigi e blu minerali mischiati in un continuo pulsare d'animale

che non tace un attimo

accade e non di rado che la felicità si faccia strada in noi

quando la parola non ha modo di fluire

quando ci si bacia negli occhi e ci si tiene per mano

e si resta appesi al presente privo di lividi

 

*

da: Parte seconda / Vene maggiori e vene minori

 

sei un uomo che crede in un unico dio

 

sei un uomo che crede in un unico dio

figlio di una terra dimenticata e dalle radici in continua ricerca di profondità

sei un uomo del mare rimasto senza pesci e senza fiato per tenere stretto fra le mani

il rumore della risacca che si rincorre in cavalloni che percorrono distanze maggiori

di quelle che separano i pianeti le costellazioni il cuore indurito di due amanti tagliati in parti

sei un uomo spento nel cuore del vulcano

sei un uomo senza futuro e con un passato mozzato e sbiadito

sei un uomo forse che si è dimenticato cosa possa essere un uomo

sei un uomo senza arti senz'anima

le figure umane costrette dentro le cornici nere che adornano le stanze della tua abitazione

dormi con gli occhi chiusi le rughe incarnate

le ciocche di capelli sfuggite ad un'idea vaga di ordine

sei un uomo che piange negli angoli nascosti dei castelli e dei musei che visiti

sei un uomo che ama tradendo sé stesso e tradisce sé stesso amando

senza riuscire mai a tradire e nemmeno ad amare

sei un uomo che sente ridere i ricordi lontani che non ha mai saputo raggiungere

sei un uomo che brulica in un abito di api intente nella piccola misura del loro ronzare

sei un uomo che si consuma come il fumo di una sigaretta svanendo verso il basso

o verso l'alto o verso un punto qualsiasi dell'universo

 

*

progetto architettonico per un acquedotto

 

la vita sgocciola e per quanto tu stringa perde sempre

quella goccia che nelle ellissi della luce sembra nulla

nel cubo di silenzio della notte scava a fondo

scuote i cieli e le profondità della terra

solleva i fondali degli oceani e ribolle il sangue

un'idea d'amore che non dà scampo

bracca la notte per annidarsi sotto cute e rifiorire il giorno

ti fotocopia al negativo

ti converte all'antica pratica del pianto per amore

a cui non avevi mai creduto

eppure se la vita tua può essere salvata

dipende anche dallo schianto della debolezza

dalle parole che scrivi la mattina sulla sabbia

a pochi centimetri dall'acqua

dal sapere abbracciare invece di fuggire

invece di uccidere

 

*

le legioni sguarnite dell'innocenza

 

I.

 

in anni lanosi di scorie o detriti che caricano le bocche e gonfiano le pupille

ti abbandoni all'idea che il vuoto pneumatico che pompa le ore del giorno e della notte

possa essere colmato e disatteso dalla compagnia occasionale

che sia possibile che da fuori qualcuno arrivi a stappare

per consentire lo sgorgo del mare nero che respira dentro le pareti dell'esistere

in anni raccolti i segni di una cura inefficace

in anni ti percuoti a insistere nell'errore

in anni ti racconti storie che non convincono nemmeno le statue nelle chiese

quando fra un passo e l'altro ti rifugi sotto lo sguardo pietroso di

una madonna di un san filippo o di un santo stefano

sedendoti in mezzo ai banchi vuoti

sui legni scheggiati dai secoli e dai silenzi di chi si pente

depositi monete che transitano dal buio delle tasche al buio delle scatole

abbassi il viso e componi una preghiera laica

fingi di rivolgerti al signore o al detentore spirituale della chiesa

chiedi scusa goffamente

chiedi perdono e talvolta cerchi di dire qualcosa che sappia di religioso

la cura dell'anima

la fuga dal vuoto della solitudine

passa per il silenzio delle stanze da letto

piuttosto che nel baccano confuso dei lamenti di due esseri senza pace

guarda il nostro respiro dico contando le ossa del tuo costato

 

[...]

 

*

alle porte di san pietro

 

si dice che si soffra per amore

in verità si soffre per mancanza d'amore

per quel senso di distanza che s'innesta nel sentiero dell'impotenza

dopo una quaresima di morti bianche

innescate dall'abbandono alle leggi del vangelo della carne

a braccia a testate a morsi avrei abbattuto le porte di san pietro

e divelto mani e alabarde delle guardie che si sarebbero interposte

fra la mia rabbia e il centro della conoscenza che fa della

filosofia commercio di reliquia

non interessava contestare il potere

lividare il dubbio di un'epoca densa di contusioni

è chiaro che l'uomo è in fuga dalla decadenza

dal giorno stesso del concepimento

il sangue nascosto schizza dalle atroci convulsioni dei corpi

macchia di scuro il vortice dei pensieri che nel silenzio dei secoli

preme al fondo dell'anima

senza che se ne renda conto piuttosto di raggiungere la punta delle lingue

una visione di mimi francesi e acrobati russi si inalbera

nel cuore del paesaggio

sul palcoscenico scarsamente illuminato

con una luce troppo chiara per rendere giustizia delle intenzioni del regista

quelle vesti riutilizzate da un'antica rappresentazione del riccardo terzo

emanano polvere ad ogni rilassamento nervoso

effetti che il pittore fatica a rendere nei giochi di ombre

del quadro a cui sta dando la caccia da anni

pensare da troppo tempo d'essere responsabili del proprio dolore

al di là di quello che altri dicono e compiono e azionano

si gira e dimentica il nome e il cognome con cui è stato battezzato

un coro di vergini vestali della dea atena e un controcanto di castrati romani

inneggiano al sacrificio che bisogna compiere per salvare sé stessi da sé stessi mentre da un pulpito giovanni sartori rispiega la politica per la milionesima botta

le donne usano nuovamente dipingersi nèi finti a lato del labbro

 

 

*

testa contro testa

 

proprio non so perché nella tua testa ti dica che per noi il futuro

non può che essere di dolore

non c'è alcun merito nel ritrovarsi nel sangue di un'altra persona

nel sentirsi così chimicamente in fusione

come avviene in noi quando siamo insieme

e ora in questo momento vorrei chiudere gli occhi

e riaprirli lì accanto a te sdraiati nel letto insieme

l'una contro l'altro ad accarezzarci a dirci piccole parole senza significato

 

*

da: Parte terza / I muri bianchi

 

sguardo miope di un discendente di galileo galilei

 

non raggiunge il silenzio qua carcerato

il tremolante gorgheggio del mare

ferito dalle lame del sole

che oggi illumina la distesa delle sabbie

le cinque pareti bianche che circondano

hanno perso presto la memoria della tua voce

le tue parole suicide su qualche foglio di carta

anche le tue foto riposano vuote

so che ti stai facendo divorare dal dubbio

dal torchio oliato del dolore

in una parte della città che non mi è concesso raggiungere

mormoro tra me e me il tuo nome

lo ripeto in chiesa quando riesco a trovare la forza di uscire fra la gente

ma a volte sembra che noi due non sia mai esistito

 

 

***

 

 

 

MARCELLA ARTUSIO RASPO

 

Da Quadranti del tempo, Genesi Editrice 2006

-I Gherigli- Collana di Poesia a cura di Sandro Gros-Pietro

 

 

La canicola

 

Alberi fermi nella canicola

attraversata da lievi fischi di rondoni

che si mimetizzano nel fogliame

come tenebrosi battiti.

Verso il faro della Maddalena

lampi di calore accendono l'aria

e spariscono nel nulla

per rinascere più lontano

gioco pirotecnico di fuochi fatui.

Rivedo le folgori di spente stagioni

cadere nel vortice di magiche fantasie

sfrenate corse su smemorati dorsali

nell'incoscienza degli anni felici.

Compagni dal volto sfumato

svaniscono su barriere di nebbia

nei calendari della vita.

L'amica dagli occhi luminosi nel sole

è fuggita da anni nel buio del silenzio

e talvolta nello sgretolarsi dell'estate

bussa alla mia porta in punta di piedi, senz'orma,

come sempre leggera e inafferrabile.

C'è un filo che vorrei spezzare

per ricongiungere il tutto,

il visibile e l'invisibile

nello specchio del cosmo,

ma la mano è incerta,

non afferra la cifra misteriosa

che sta dietro l'angolo,

beffarda e cangiante.

Oscillano i dadi su un tavolo

di furtive mosse

in una remota spiaggia.

 

*

La battigia

 

Sullo specchio della finestra

dondolano i lumi

delle case alte della collina

. Il mare ondeggia inquieto.

Non voce d'uomo

né grido di uccello disperso.

Una stella cadente sfiora il ritmo del tempo.

Mi soffermo sulla battigia deserta

della mia solitudine

a interrogare infinite rotte

di pulsanti passioni

cancellate da una pioggia di cenere

su una linea di invisibili orizzonti.

In questa strana ora

marinai ridenti dal volto arso di salsedine

corteggiano ragazze dai capelli d'ombra,

scultoree nel vento.

Si sbiancano i lumi sulla collina

nell'agonia della notte.

Un peschereccio rompe il silenzio

e si perde in un barlume di spazio

anima leggera galleggiante su impercettibili segni.

Si dilatano i colori degli ombrelloni

in un abbraccio di trasparenze

sull'umido riflesso della sabbia.

Nello svelarsi del giorno

saettanti frotte di bambini

inseguono il multiforme capriccio della vita.

 

*

Il ragazzo di Charleville

 

Il ragazzo veggente

evoca la lampada di Aladino

in uno sfavillio di prodigiose visioni

sulla piazza di Charleville

gremita di maschere

nel grottesco intreccio della scena del mondo.

Rimbaud sogna gli abissi del peccato,

le ambiguità delle alcove negli spazi

di arroventate città,

negli ombelichi di marcescenti vicoli

dove il sentirsi soli è l'unica condizione umana

e dal baratro del vizio,

dai paradisi di nere gigantesse,

di ermafroditi sottomessi e scaltri

scala la parete di cristallo

che sfonda l'eterno e annulla i sensi.

La fiumara di Cassis pervade le sue vene

con rutilante fragore,

il profumo di suadenti fiori

avvolge la sua divina fantasia,

mostri alati volteggiano sul suo capo

nel tumulto dell'ispirazione.

Viene dall'ignoto e va verso l'ignoto.

Talvolta nelle notti di chiarore

intravedo questo inquieto fanciullo

varcare la soglia di ibride tentazioni

e sfociare come ardente lama

nel fuoco che purifica.

Forse Rimbaud è l'idea della purezza

che ci portiamo dentro nel fango della vita,

forse l'Eldorado lontano

come il miraggio di deserte latitudini

su bianche sabbie nei vapori dell'infinito.

 

*

Rivisitare Chagall

 

Cupole sfrangiate

d'antico,

arabeschi di guglie

nella nebbia che si lacera

in leggerezza di memoria.

Volano gli amanti

nella fantasia del vento

al vertice del sogno,

si dissolve l'intimo dissidio

in azzurra voce

di armonia.

Nel canto biblico

di accesi galli

un vecchio rugoso

come le ferite della terra

posa le mani

su un pane che si apre

in fuga di colomba.

Rabbrividisce la tela

inondata di soffio divino.

Un raggio di luce

attraversa il tremore

del tuo essere

e si colora di tenebra.

 

*

Albore di libertà

 

Capo Crues

nelle rocciose metamorfosi

di una deserta solitudine,

stracci di vita appesi al vento

negli albori della mente

tra scabri volti ombrati di vecchiaia.

Nelle calette abbandonate

concerto di grondaie.

Abbiamo reciso legami di pietra,

il confuso bazar di incrociati percorsi

nelle pagine di scucite ore

sulle orme di un'impenetrabile folla.

Immobili di fronte a un nudo mare

nella sfera di fuoco che trafigge

la brevità dei pensieri

ci teniamo per mano

come bambini impauriti

nell'azzurra fantasia

di attimi sottratti al dolore

in un volo impazzito di ali

sul vuoto dell'orizzonte.

Cadaqués assopita in oniriche visioni

rivive la follia di Dalì

nell'opacità del mondo.

 

*

L'Alhambra

 

Disegno nell'aria il tuo sorriso

esile come la rosa che si sta disfacendo

in un cielo di sangue

nel tremolio dei giardini dell'Alhambra.

Fontane e trasparenze di zampilli

graffiano la pietra umida di storia

nei delicati veli di donne

passate per sempre nel solco del tempo.

Un bambino cattura l'acqua

in un frangersi di specchi

stelle filanti nella malinconia

di un tramonto già lontano.

Il colibrì si affaccia alla vita

roteando follemente su una foglia di menta

vaporosa nell'obliquità delle sfere del giorno

prossime a cadere.

Ti guardo in controluce

nel timbro del guerriero stanco

felice accanto alla mia anima

profusa nell'inconscio di una antica giovinezza

immobile come l'Alhambra,

sfuggente come i sogni del mattino

nel profumo della rosa

alta sulla coppa dello stelo

guidata da un'invisibile mano

verso la fine di ogni creatura

nel respiro del tutto.

In una magica conca voci spezzate

idea di morte nel rinascere della notte

su palpitanti astri.

Ci incamminiamo smarriti sui sentieri del nulla.

 

*

Rivisitare Mozart

 

Nel buio si accende una scala musicale

e si allunga vertiginosa

verso il divino suono di Mozart.

Il fanciullo dalle ali d'oro

mima la vita in cascate d'acqua

nella luce dell'innocenza

in un rapimento di note

ancorate al mistero del tutto.

Rabbrividiscono i boschi,

le foglie respirano l'eterno,

le case nitide nel sole

riflettono i colori dell'anima

in un'azzurra metamorfosi.

Mozart cresce nel soffio di Dio,

nel lampo dell'intuizione,

terra e cielo in una panica simbiosi

di voci che sfiorano il sublime,

fragili nella traiettoria del volo

risveglio della natura e dell'uomo

che si libera del tragico macigno

a cui è legato.

Un frammento di Mozart evoca la palingenesi

dell'universo nella notte dei tempi,

su carovane di stelle assorte

nel tremolio di insondabili destini.

 

*

Il cerchio

 

Questa sera galleggio nella mia tristezza

come un paesaggio di Durer disseminato

di macerie e di diroccati castelli

visioni raccolte

nelle arroventate strade del mondo

che convergono al capolinea.

La macina con il cavallo cieco

gira in un arido recinto

nella monotona ripetitività del cerchio

e non si sente il soffio dell'angelo

che annuncia il cammino.

Nella casa del vento una candela accesa

si consuma in lacrime di cera

unica fiammata nel buio degli anni.

Una strana sera è questa sospesa

tra la voce stridente dei secoli

soffocati nella morsa delle passioni e dell'odio,

a tratti folgorati da raggi d'amore

che scalfisce la pietra

e un presente che si inchioda al futuro

su una linea di smarrimento.

Ci tradisce l'attesa, vana chimera

dalle livide occhiaie

nell'arrembaggio del vivere.

Avvolti da un lenzuolo di mistero

camminiamo su una lama d'acciaio

nella voragine delle ore

appena sfiorando l'altra parte di noi

che è essenza di tutti

nel rombante imbuto di ogni giorno.

 

*

La falce

 

A mia madre,

in un barlume di crepuscolo.

 

 

Il tuo sorriso di polvere

nella nuvola dei capelli

giunge da inesorabili rive

alle soglie del mio disincanto.

Te ne sei andata verso deserti di cenere

in un giorno di fine estate

quando si avverte nel tremore dell'aria

il mutamento della vita

nell'incertezza del domani

pietrificata nel pensiero

come una morsa di dolore

che attanaglia la gola e intenerisce il pianto.

Amavi il vento, il profilo delle colline

nella tersità dell'ora,

eri solare come un fiore di luce

in una parabola di energia

che coinvolge l'universo.

Talvolta contemplando i muti oggetti

della tua breve stagione,

la collana di perle inquietante

nella sua fissità,

la spilla che disegna nel vuoto una spirale,

l'anello vivo nella penombra della sera

penso alla fragilità dell'umano esistere

che non sopravvive ai desideri

e alla fiamma dell'amore.

Nell'enigma del tempo trascorri lieve

sull'inconsistenza di velate brume.

 

*

Il fiore della non violenza

 

Nelle albeggianti pianure della non violenza

orlate di fiumi che scorrono

verso la voce dell'oceano

sotto un albero di presagi

appare la magia di un uomo

esile come canna di bambù

ispirato nel silenzio del digiuno

dal grido dell'angelo

su deserti di morte.

Gandhi solleva i continenti

impietriti in un supino abbandono

nel magma di contrastanti rapine

e ci conduce nello splendore

dell'idea originaria

tra arboree chimere e liberi pascoli

nella calma di un'umanità vagante

sulla sintonia del giorno

rispecchiato negli astri della notte.

La sua ieratica figura si disperde

nel brusio della storia

attraversata da pesanti passi.

Scontiamo la biblica maledizione dell'Eden

nelle punte d'acciaio

di intelligenti ordigni

tra fameliche bocche dell'odio

grottesco Moloch su fili spinati

nel boomerang delle illusioni.

Folle di vinti segnano di piangenti croci

la spelonca del mondo.

 

*

Il bivio

 

Vivere la vita o pensare la vita?

Essere trascinati da un'orgiastica furia

nei gorghi del sangue che pulsa

come fiamma al vento

o sublimare i sensi nei torrenti

di acqua fresca,

negli squarci di cielo che al mattino

ancora terso ti accarezza lo sguardo

e illumina la leggerezza dei tuoi passi?

Amo la perfezione lucida come il diamante

e la notte intensa

nei suoi richiami maledetti

così umani nella lacerazione del mondo.

Amo il bambino nel suo inconsapevole slancio

e il vecchio rugoso, spento

nella sua desolazione di morte.

Mi sconvolge il grottesco impasto dell'animale

che è in noi

orfica spinta a salire la scala

di inafferrabili cieli

nei tortuosi meandri di un'incandescente sfera

che non ci appartiene,

avaro prestito concesso e negato

dalla cieca mano del caso.

Lucifero annegò la luce nelle tenebre

e rimase pietrificato nel gelo

della perdizione.

Musica strana la vita nell'orchestra dei suoni,

nel tragico salto in un fiume senza ritorno.

 

*

Rotazioni

 

Questo universo che mi porto dentro

trapunto di inestinguibili chiarori

dorme nelle pieghe del mistero

e riflette gli infiniti linguaggi

del silenzio.

Una stella trasmigra velocissima

e si spegne sul bordo della fontana.

L'acqua gorgoglia in uno stillicidio

di note musicali che sostano nell'aria tiepida

e si smorzano sul filo della coscienza.

Ruota l'asse terrestre e lambisce

una luna di rame bassa sui tetti

dove si allungano tremanti ombre

creature della notte.

E' l'ora del raccoglimento

in cui riconosci il tuo nascere

e il tuo morire,

l'ora della condivisione con l'Essere

che agita antenne di fuoco,

tangibile come accecante orma

nel palpitare del tempo.

In quest'ora che si sfoglia lentamente

verso le sponde dell'alba

ricerco sembianze svanite nel magma della vita

confuse su antiche traiettorie

nelle ferite della memoria che si perdono

nella voragine di giorni bendati.

Incombe l'universo con magnetismo di sfinge

nella scia di sperduti attimi.

 

*

I giardini della memoria

 

Sul balcone del cielo

ho visto passare uno stuolo di anni

pellegrini avvolti nel saio

del dolore e dell'assenza.

Lentamente chiudo le persiane

ombra del mio silenzio

e mi assopisco nell'oscuro respiro del mondo

in un ondeggiare di muti fantasmi.

Domani coglierò inconsistenti fiori

nei giardini della memoria.

 

*

La leggerezza della polvere

 

La vita è un libro di sogni

tra sconfinati enigmi,

luccichio di lama nel solco

di brevi amori.

Sirena di estreme spiagge

su mari oltremondani.

In questa dinamica del tempo

scandita dal rintocco dell'ora

ti consumi come fioca memoria

e ancora rinasci per disperderti

nella leggerezza della polvere.

 

 

***

 

 

Poesie di Rafael Courtoisie

da Casa de cosas (2003)

tradotte da Alessio Brandolini

in POETI e POESIA

Rivista Internazionale, n. 14 – Agosto 2008

 

*

LA CANZONE DELLO SPECCHIO

 

Pensa che non sono te, così non mi pensi.

Guarda da un’altra parte

guarda il mare, guarda dentro.

Non mi guardare. Pensa che non è vero

pensa che nel fondo ci sono pietre.

Pensa alle pietre: questo è un pensiero buono, stabile e solido.

Alle pietre che sembrano desideri, alle pietre del tempo

che sembrano anni. Pensa agli anni. Non guardare lo specchio.

Questo non sono io. È il tuo ricordo. È la melodia,

la musica dell’immagine che ti assomiglia. Non sono io.

Non sei tu.

Non è nessuno.

Pensa all’acqua del mare, al suo movimento, al suo peso.

Pensa all’acqua e non a me, pensa al pensiero

che viene e va, come uno specchio.

Ma non pensare allo specchio, spezza lo specchio

con una sassata, pensa all’anima dura delle pietre

alle pietre: loro sì che ti sono necessarie

con la loro fermezza, con il loro allegro peso

misteriose e serie: alle pietre.

Se lo specchio si spezza non sono io, non sei tu

non è nessuno, è la forza

del ricordo che affoga nello specchio, nell’acqua

asciutta dello specchio, la forza senza forza, la luce che si spegne

lo specchio spezzato ed io, la mia innocenza

che ti dice:

pensa che non sono te, non mi pensare.

 

*

 

IL CAFFÈ

 

“Olio mortuario”

lo chiamò César Vallejo.

Tuttavia il caffè è una parte della notte

la parte più sveglia, quella che s’allontana dal sonno

la parte tenebrosa.

Latte nero, il caffè, latte d’ombra, cibo per mostri

vino assurdo dell’autunno

acqua dell’odio.

Per stare svegli, per vigilare, per uccidersi

il caffè.

Liquido nero.

Nell’anima non c’è posto per la gioia.

Si prende il caffè, la sua veglia eretta

la sua voce rauca

il suo cuore nero.

Si prende il caffè, la sua efficienza.

Una tazza di caffè, una tazzina

un sorso.

Si beve il caffè. Una dose.

Il caffè. Un poco.

Al mattino l’urlo del caffè, il suo urlo scuro

al mattino,

quando bisogna svegliarsi

l’urlo del caffè

un gallo liquido.

Il suo canto nero.

 

*

 

LE ARANCE

 

Puttane tonde, palle

piene di fame sessuale, d’una luce sottomessa

senza tempo, d’una vita agrodolce

della passione idiota

d’alcuni scarsi momenti, dell’amore d’un minuto

dell’ombra, del sesso degli spicchi

del guscio.

Non assomigliano al sole, non sono come la luna

assomigliano al tramonto, assomigliano al vento

quando soffia sopra le rocce, quando parla il silenzio.

Hanno una virtù: sono pazze.

La frescura e il dolore si assomigliano.

Le arance dementi non hanno capelli, non hanno voce

non hanno sentimenti.

Le arance sono fresche, pazze e fresche

come il succo del pensiero.

 

*

 

ALL’ORA DI CENA

 

Nel coltello c’è energia virile, eretta e nella forchetta

silenzio assoluto.

Il tridente con in più un dente, la forchetta dialoga laboriosa

senza parole con il suono del coltello, lo aspetta,

attende che tagli

e lo corregge.

Più tardi, pieno di oscure verità, arriva alla bocca.

Il coltello taglia e la forchetta resiste.

Il coltello separa e la forchetta trasporta.

Il coltello affonda e la forchetta emerge.

Il coltello squarta e la forchetta raggiunge.

Il coltello urla e la forchetta singhiozza.

Il coltello penetra e la forchetta plana.

Il coltello è arma e la forchetta innocenza.

Sono due parole di metallo, ma diverse:

una secca e violenta, l’altra silenziosa.

Sono due parole di metallo, ma una uccide.

La forchetta mormora mentre il coltello ulula.

Il coltello è lupo la forchetta agnello.

Che c’è nel coltello da fare così paura?

Che emana la sua presenza, il filo delle sue idee?

In che consiste il coltello immerso

nel tempo del suo utilizzo?

E che rappresenta la forchetta che non si ferma?

Entrambi sono utensili dello stesso metallo

ma il coltello sembra più feroce

invece la forchetta si mostra quasi addormentata, appena sveglia

più dolce e soave nella carne misteriosa del metallo

più prudente e levigata.

Il coltello non dorme.

Nella vita queste due parole, forchetta e coltello

coltello e forchetta

s’incontrano

non riescono a staccarsi:

si cercano, si annusano, si amano

si odiano

sfiorano, palpano e strofinano le loro pelli

di metallo artistico, maschio e femmina.

La lattuga giace moribonda, mozzata

la carne sanguinolenta nel piatto.

 

*

 

UN BICCHIERE D’ACQUA

 

Bere un bicchiere d’acqua è un atto perfetto

pieno di violenza.

Bere un bicchiere d’acqua è uccidere la trasparenza

bere silenzio assoluto. Bere silenzio.

Bere è come vivere

bere acqua è morire.

Un bicchiere d’acqua è una parte assurda del tempo

senza suono, senza voce, un pezzo allentato

abbandonato, demente

dell’innocenza.

Un bicchiere d’acqua è una pietra della tristezza

la tristezza stessa sbriciolata, un canto della tristezza

il canto dell’acqua, la luce dell’acqua, il suo corpo

una lacrima viva.

L’acqua separa i continenti

i fiumi bagnano la mente.

Pensare un fiume è annaffiare il cervello

la vita che soffre

l’anima asciutta.

Quest’acqua, la vita che sta nel bicchiere

si spegne, come una luce, sulla lingua.

La bellezza inumidisce le parole

che nominano l’acqua.

E la sete spegne in un sorso la bellezza.

 

*

 

VOLO BASSO

 

Io voglio toccare gli occhi, il mondo

che si fa buio. Le putride

linee

della vita.

È tiepida la chioma d’un vetro?

Non hanno bocca?

Ognuno porta il suo lampo spento

la pietra di non esserci, sulle spalle.

Ma non parlerò più dei morti

parlerò delle proprietà del ferro:

gli avanza la fermezza e sogna oscuro.

È un metallo di terra

parco

non si ascolta

la sua voce che nel duro

permane

nella memoria delle cose

nella bocca dell’aria

il sapore del suo vino indurito.

Ma l’acido lo morde, l’acqua

finisce per lasciargli lividi,

minuziose

ferite incipienti.

Così cambia in aceto polveroso, in sale, in

niente del suo ossido d’autunno. Piove

sulla luna di ferro e questa pioggia

l’ascoltano soltanto i morti.

Quello che la poesia tocca, resuscita

 

*

 

ORDA

 

La moltitudine teme i cammini

le strade, le case

che la dissolvono.

Ci sono folle d’un solo morto.

Le cellule d’un tessuto.

Le fibre d’una trama.

I pezzi d’un mosaico.

Una detonazione, un solo sparo

all’alba.

 

*

 

ORO

 

E ora andiamo a cercare l’oro.

Guarda come brilla nell’acqua, nel ricordo, nella vita l’oro.

Brilla.

È sveglio come un pane. È contento. L’oro della vita brilla per

festeggiare. I cattivi della Terra s’ammazzano senza poter cantare, però

guarda come brilla.

È una luce, un osso di sole, una montagna che non vale nulla. E questo è

il buono.

I soldi sono una merda.

Guarda l’oro, la luce dell’oro caldo dei corpi, il punto d’oro che c’è nel

centro della donna, la punta d’oro che c’è nell’uomo, l’oro delle piaghe

dei minuti, il tempo che se ne va, l’oro in polvere, la polvere d’oro.

Poche cose sono così allegre come la luce del corpo, ed io la vidi.

Odio le ombre che si portano via il tempo, le bocche a granchio dei sicari.

Odio quelle bocche nere, l’invidia e la cupidigia, le chele, le mele

avvelenate, il calore del corpo di chi vuole di più quando ha già molto.

Poco.

È poco parlare della luna.

Guardate la luna. La luna è sveglia come un pesce. È nella mano del mare

come un pesce, nelle maree, solleva l’acqua come il grano di un pesce.

È poco.

Che c’è nel pozzo?

Probabilmente acqua, e lì ci sono gli istanti, lì si trova l’oro che sta

dentro il corpo, nella luce genitale. La luce è nella vita.

Prendiamo pala e piccone.

Già incontrammo la vetta, il giacimento.

 

 

***

 

 

 

 

GIUSEPPE VETROMILE

 

 

UN PUGNO DI TEMPO

 

Ho appena conquistato un pugno di tempo da smaltirmi rilassato

sulla liquefatta balconata dopo aver rimesso in tasca

l'ultima ombra della cuccagna agguantata ieri in un effluvio

di sole abbacinante laggiù vedo un acero contorto e la luce

vi piove attorno come per accontentarlo io e lui

non siamo che gravità occasionali impulsi di terra

raccontati al cielo infinito come una fiaba per dormienti

buoni e castigati

 

non si sa mia cara veniamo da vicine ombre

l'uno all'altra affacciato per sentire le cose con gli stessi sensi

e i riti riprendere per esorcizzare la malasorte

e viviamo della stessa spesa e delle stesse orme di storia

 

nulla ci abbandona se non quest'ombra a sera e ci distacca la luna

dalle nostre orbite subliminali è vero siamo fantasmi mia cara

che cercano speranza nel buio corridoio

tra una stanza e l'altra

 

in abbondanza di miti scritti sulla nostra pelle di consumatori a sbafo

 

 

[segnalata con particolare menzione al XLIV Concorso Aspera -

edita sulla rivista Alla bottega n. 3/2006]

 

*

 

NON CI TOCCA LA SPERANZA

 

Siamo brevi incastri di terra e perdono:

mai nessuna nostra molecola è andata oltre

l'accoppiamento chimico dovuto

scritto nel quaderno del creato

 

un tornare indietro mille volte con la mente

cercando una possibile rinascita

laggiù nell'eden

o venuta dai cieli misteriosi

la nostra scaturigine ancora intonsa

e densa di peccato e immodestia

noi voluminoso amplesso di infiniti organi

incasellati da Dio in un fiat di luce

 

Non ci tocca la speranza

né l'avidità del prodigo figlio

che ritorna a scardinare ogni avere

per un attimo di felicità infeconda

 

Non ci tocca il domani inesistente e sgravato ora

pensando ad impossibili certezze

(nulla è il tempo che scandiamo ancora

dentro di noi)

mia cara:

ci dissero di profanare l'ombra e la morte

smagrirci fino a diventare spirito innocente

 

ma dove si compie il destino del sole

è su questo amen che ci richiude per sempre

nell'abito di terra

 

in questo qualsiasi giorno che non ci appartiene

 

 

[segnalata al XLVI Concorso Aspera -

edita sulla rivista Alla bottega n.3/2008]

 

 

***

 

 

 

 

GIOVANNI CHIELLINO

 

TELA DI PAROLE

 

 

Genesi Editrice, Torino, 2007

Pagg. 608 – Euro 20,00

 

 

 

TELA DI PAROLE

(Nell’ordito di Aracne)

 

 

Onda di voce nel mare del poema

 

la parola s’increspa, precipita, s’innalza

 

insegue tra le nuvole

 

il volo della rondine e del falco.

 

La luce dei tuoi occhi la confonde

 

tace sui fiori di magnolie e rose

 

bacia la notte, va da stella a stella

 

e incendia la lingua del poeta.

 

Danza sui campi aperti della Pace

 

e sul nero abisso della guerra

 

impreca e prega. Dischiude incerta

 

la porta della vita e della morte,

 

sonda il mistero.

 

G. C.

 

 

*

 

 

da Galateo per enigmi

 

(Genesi Editrice, Torino, 1988)

 

 

PERCHE’ TREMANO I CUORI

 

Perché tremano i cuori dei fanciulli

 

se rapidi s’intrecciano gli sguardi

 

quando l’ora del giorno si fa alta?

 

Perché morbide gatte

 

sotto lunare notte s’abbandonano

 

a lamentoso amore,

 

perché in acque limpide

 

s’intrecciano le anguille

 

e ritorna la rondine al suo nido

 

se crudele innocenza non lo rompe?

 

Questi misteri

 

sono i pulsanti angeli del sole,

 

i cavalli dell’ora che s’innalza,

 

poi viene il tocco muto

 

della campana a morto

 

e i perché si perdono nel vuoto.

 

 

*

 

 

SERA

 

Scivola il giorno

 

l’ombra si fa alta,

 

chiude porte il silenzio

 

nelle case

 

e il cuore oscilla

 

pendulo nel vento.

 

 

*

 

 

TOSSA DE MAR

 

Angeli bianchi su onde di luce

 

volavano all’orizzonte

 

e i cavalli del mezzogiorno

 

galoppavano su cime di fuoco.

 

 

Nelle conchiglie di sole

 

il vento nascondeva

 

i mantici stanchi e le fanciulle,

 

distese sulla rena, ascoltavano

 

fra le carezze degli amanti

 

passare il silenzio

 

su ali di sogno.

 

 

Ma il segno del ricordo si frantuma

 

e altro non so raccontarvi

 

di quel giorno stupendo

 

in una baia di Spagna.

 

 

Chi fermerà la ruota del tempo

 

se anche la memoria si dissolve?

 

 

Rimane lo strappo della tela,

 

la spola che non passa nell’ordito.

 

Allora la pupilla si dilata,

 

le morti si dispongono a catena

 

a legare due punti all’infinito.

 

 

*

 

 

SCIATALGIA

 

E’ in questo dolore

 

che acuto mi sorprende

 

che la morte s’impolpa

 

si fa compagna di viaggio

 

toglie vigore ai sogni

 

e gli occhi apre a dure verità

 

del giorno che si avanza

 

e come il fiume

 

stretto argine e alto rende veloce

 

e le sue acque getta e disperde

 

nel mare aperto così

 

spinge la morte il cuore

 

sui dirupi del tempo

 

nelle deserte anfore del vento.

 

Ma vibrano le corde del pensiero

 

e una parte di me che non conosco,

 

immisurata e vaga, trova la fuga

 

nell’accesa pupilla del tuo dio

 

e qui risplende di trasparenza e svela

 

in cifre chiare l’enigma e si appaga.

 

Così trova la vita nella non vita

 

il segno del suo verbo

 

e nel sangue che pulsa cresce il nulla.

 

 

*

 

 

NEL GIARDINO

 

Nel giardino seduti nella sera

 

le parole legate dal silenzio

 

lasciammo punta di stella

 

legare i nostri occhi,

 

adagiarsi la luna sulla fronte.

 

E guizzava la fiamma dei ricordi,

 

cresceva l’ulivo su bruciati campi

 

vaste fiumare azzurre

 

confluivano nelle nostre vene

 

ricche di vento e di mare.

 

Cavalli schiumosi

 

battevano zoccoli di luce

 

sui bruni passaggi dell’ora

 

e nello specchio dell’attimo che passa

 

volava il cormorano alto nel vento.

 

Sono i ricordi sguardo di bambina,

 

lieve come bianco di betulla

 

e oltre la siepe

 

non udita voce alza sospetti

 

e frana sulle rive del tempo.

 

C’è ancora la ginestra nel giardino

 

a profumare l’ultimo viaggio

 

ai margini del giorno verso l’ombra?

 

Risponde un suono cupo di cipressi

 

sbattuto contro il muro della notte.

 

 

*

 

 

da Daelalus

 

(Genesi Editrice, Torino, 1990)

 

 

IL GRANDE SPECCHIO

 

 

Tu mia onda, mio fiume,

 

mio profondo mare,

 

passo ambiguo del tortuoso andare,

 

stella polare per oscuro porto,

 

falce di luna a leggere il domani,

 

lume scarso per il mio cercare,

 

utero del mio riposo

 

e falsa chiave per moltiplicare,

 

conchiglia dove il tempo

 

s’annoda e non ha tempi,

 

fuoco per distruggere e creare:

 

io, tua brace viva e fredda cenere

 

tua sorgente e tua foce,

 

a te mi piego

 

mio silenzio e voce.

 

 

*

 

 

NEL TUNNEL

 

Una fessura nel tunnel

 

ci dà l’idea del viaggio,

 

una scheggia di spazio

 

invera la vita e la invetta

 

in un grido di sangue:

 

e brilla la bianca conchiglia

 

sul tuo viso di donna,

 

la voce s’annoda nel nome

 

e la tortora tuba

 

sulla magnolia in fiore.

 

Ritorna la notte e rimane

 

in un arco di specchio riflessa

 

una scaglia tremante dell’eco

 

di quel grido improvviso nel tempo:

 

è luce obliqua che scende

 

su ombre oscillanti

 

per vuote corde di vento,

 

è il nulla che passa in silenzio

 

e Dio tace.

 

 

*

 

 

VERSO LA LUCE

 

…………………………….

 

Non è retorica la morte come morte,

 

la morte per un guasto di percorso

 

nei mantici affannosi della corsa

 

è semplice morte che s’annoda a vita

 

come la vita che cresce dentro

 

e sfugge, la vita come sangue

 

come aperto ventaglio di ricordi

 

la vita che si copre di sudore

 

o sale come verga di dolore

 

è semplice vita che s’annoda a morte.

 

La retorica è negli orli

 

nei fregi del telaio:

 

gloria e successo sono i miasmi, i fiumi

 

le bolle di sapone.

 

La costruzione del Tempio

 

e la sua distruzione sono negli atti

 

nella spada affilata

 

nel fuoco alle porte

 

nei portatori di pietra

 

nella chiarezza del segno:

 

la fonte secca e l’acqua che zampilla

 

l’uomo sterile e l’utero fecondo.

 

La morte-vita è il chiodo

 

sfuggito al Grande Costruttore

 

la vita che perfora

 

l’essere e il nulla sul palcoscenico

 

dei tempi, l’urlo di Satana e l’indice

 

di Dio. Il resto è scena.

 

 

*

 

 

da Nel cerchio delle cose

 

(Genesi Editrice, Torino, 1994)

 

 

UNA PAUSA DI STUPORE

 

Da quali estreme lontananze

 

giunge la curva delle tue parole,

 

il puro cerchio che non si rivela?

 

Da quali deserti viene la fiamma

 

della tua bellezza

 

il sacro fuoco che ci divora?

 

Da profonda solitudine marina

 

cresce la gemma

 

dei tuoi chiari sogni,

 

dietro le chiuse porte del mistero

 

su abbandonati spazi di memoria

 

cerca il pensiero angoli di volo.

 

E’ un ritorno di perdute stelle

 

il colore delle tue pupille

 

e il fiore che profuma la tua pelle

 

ha radici nel tempo.

 

E sale il vento sulle magnolie

 

sale sul canto dell’usignolo

 

sale sull’arco delle tue ciglia

 

rapisce l’ansia delle domande

 

porta il silenzio delle distanze.

 

Al centro di un abisso

 

oscilla il cuore

 

ma Dio concede

 

una pausa breve di stupore.

 

 

*

 

 

FARFALLA

 

Mia anima vibrante nella luce

 

mia palpitante voce

 

sulla molle medusa del silenzio

 

mia pupilla ansiosa

 

sulla penosa fronte della notte

 

dove ti volgi Amore ti conduce.

 

 

*

 

 

NUVOLA

 

Mio misterioso andare

 

nel cielo senza meta

 

eterno svaporare

 

nel regno del silenzio

 

animala che cerchi

 

il vortice di Dio

 

mia timida sorgente

 

dell’acqua originale

 

malinconia di un sogno

 

che si tramuta in pianto,

 

bianca vela protesa

 

ai mari della luce

 

ala di gabbiano

 

distesa fra le ciglia

 

tremula di fanciulla

 

sublime metamorfosi

 

che sulla roccia altissima

 

annodi come in gioco

 

il vento l’onda il fuoco.

 

 

*

 

 

da Il volto della memoria

 

(Edizioni Scettro del Re, Roma, 2000)

 

 

IL CUORE

 

 

Incrostazioni, un cumulo di macerie

 

con la vita che scorre

 

fra sistole e diastole.

 

 

Il buio del vagito,

 

l’ala bianca dei sogni,

 

la lama del pensiero.

 

 

Un sicuro rifugio

 

la tua donazione:

 

fuoco di passione,

 

 

l’aratro, il seme,

 

nel solco fecondo

 

teneri virgulti.

 

 

L’autunno: un giallo precipitare,

 

il distacco, la morte, tanta morte

 

fra la prima e l’ultima diastole.

 

 

*

 

 

MARE JONIO

 

Morbida, tonda caviglia

 

sulla tiepida sabbia,

 

l’acqua scivola lesta,

 

la bacia e ritorna nell’onda.

 

L° solleva il capo ricciuto,

 

lo piega e comincia a cantare

 

un’antica canzone

 

che la giovane donna innamora.

 

Oh labbra sinuose del tempo!

 

Oh lingua che narri la storia!

 

Nell’aria azzurra si levano

 

stormi di secoli e ombre

 

dal chiaro cristallo del mare.

 

Corre la vela di morte,

 

bianco gabbiano la vita

 

la insegue, la sfiora

 

poi sull’albero ferma il suo volo.

 

Fanciulli giocano allegri,

 

hanno barchette di gomma:

 

esperti pescatori di sogni

 

senza ancora né remi;

 

sacerdoti vestiti di luce

 

sollevano al sole le mani,

 

riempiono di bianche preghiere,

 

di fresche parole lucenti,

 

di verdi pupille, di gesti innocenti

 

la bocca del mostro marino

 

che solca gli abissi del mondo,

 

ammassa la gravida notte,

 

percuote la terra, la scuote

 

con rapido colpo felino.

 

Poi l’onda ritorna tranquilla,

 

ribacia la tonda caviglia,

 

e alla giovane donna,

 

che sull’arco celeste del giorno

 

porta profumi di eterno,

 

bisbiglia pensieri

 

d’amore e di morte.

 

 

*

 

 

VENERE LUCENTE

 

Splende ancora la stella del mattino

 

nella curvata azzurrità del cielo

 

e sui cavalli rosei dell’alba

 

il giorno avanza

 

col vento di levante.

 

 

Si consuma la notte,

 

il tempo invade tutte le clessidre

 

e tu, Venere lucente

 

nell’occhio mattutino, siedi

 

nel cavo della mia memoria

 

e annunci, oltre le mura

 

dell’ombra e dell’oblio,

 

luce divina che non si misura.

 

 

*

 

 

PER LEI

 

 

Lei viene in tutta la sua bellezza,

 

viene dall’alba.

 

Porta la luce sulle mani,

 

negli occhi ha il cielo e il mare,

 

sulle labbra il fuoco e la parola.

 

Nel sangue ha raccolto

 

tutti i baci dell’universo

 

per baciare ognuno di noi,

 

ha raccolto il seme della fecondità

 

per sfidare l’Eterno.

 

Il melograno è il suo albero,

 

il suo fiore è il tulipano,

 

l’animale che le somiglia

 

non teme le tenebre,

 

la sua parola bussa

 

alle porte del pensiero e le apre,

 

l’anima ha chiavi luminose

 

e la notte si arrende.

 

Le sue radici sono nella morte

 

e raggiungono le brughiere del futuro,

 

nutrono pietre

 

finché non le sfiora la sua mano,

 

allora un volo d’ali invade

 

l’occhio del sogno

 

e le albe si schierano a Oriente,

 

sui gradini del suo altare

 

noi stiamo genuflessi, preghiamo,

 

e il vento della cancellazione

 

passa sopra le nostre spalle,

 

si allontana.

 

 

*

 

 

da Il giardiniere impazzito

 

(Genesi Editrice, Torino, 2001)

 

 

IL GIARDINIERE IMPAZZITO

 

Sradicare le ortensie e il rosaio,

 

eliminare i bulbi dalla terra,

 

tagliare il calicantus:

 

fredda inflorescenza nel cuore dell’inverno.

 

 

Bruciare la tuia,

 

atto sacrificale,

 

abbattere l’agrifoglio,

 

non posso vedere le sue rosse bacche

 

brillare tra le foglia;

 

 

sacrificare l’oleandro e il melograno,

 

purpureo fiore in forma di corona.

 

 

Bisogna fare spazio a cose

 

più importanti:

 

mine anti uomo, missili, mitraglie,

 

un’infinita varietà di armi.

 

 

Reticolati,

 

campi di concentramento,

 

fosse comuni.

 

 

Le salme già occupano

 

il centro del giardino:

 

uomini e donne,

 

i giovani figli uccisi

 

prima che cantasse il gallo

 

quando l’alba sfiorava i loro volti.

 

 

Dappertutto scorreranno

 

rigagnoli di sangue per innaffiare

 

i filari delle croci.

 

 

In tutti gli angoli germoglieranno

 

lacrime e tormenti e io

 

spingerò l’altalena della morte

 

verso l’Angelo pietrificato nel dolore.

 

 

*

 

 

IL PUGNALE DI CAINO

 

 

Brilla nell’ora del mattino

 

il rosso pugnale di Caino.

 

E’ l’eterno pugnale di Caino

 

avido di sangue e fertile di morte

 

che con torbida lama

 

attraversa le vene del tempo

 

e scende nel cuore dell’uomo,

 

accende falò, scava fosse

 

e alza croci sul dorso della terra,

 

traccia sui volti segni di dolore.

 

 

Questo è l’amaro pugnale di Caino,

 

l’affilato pugnale di Caino

 

che decapita i giochi dei fanciulli,

 

toglie i cavalli ai carri d’Amore

 

e costringe il giorno su strade di lutto.

 

 

Quando brilla il pugnale di Caino

 

chiuso è l’occhio di Dio,

 

sulle case straripano i tramonti

 

e le clessidre contano le assenze.

 

 

*

 

 

EPILOGO

 

I

 

 

Finito di tessere la tela

 

ci accorgiamo che trame e stame

 

si sono incrociate nel telaio del Nulla

 

catturando inutili apparenze.

 

Unica impronta certa

 

la malvagia mano che versò il sangue

 

sui sogni dei fanciulli

 

prima che scivolassero

 

nel vuoto della morte

 

inutilmente appesi

 

agli occhi delle madri.

 

 

[…]

 

 

da Nel corpo del mutare

 

(Genesi Editrice, Torino, 2004)

 

 

 

LE STAGIONI

 

L’azzurro Leone della costellazione

 

ha conficcato il dente luccicante

 

nel fuoco dell’estate.

 

 

Il poderoso zoccolo del Toro

 

ha calpestato le bianche riviere

 

del mitico Jonio

 

 

e l’aspra lingua della salsedine

 

si è allungata nella fertile valle,

 

ne ha sfiorato l’esuberante rotondità,

 

 

violato la calda profondità

 

nella tenerezza delle giunture

 

e nella vibrazione dei mille torrenti.

 

 

Ma i rapidi cavalli del tempo

 

fanno oscillare la bilancia delle stagioni

 

e il peso dell’autunno aumenta.

 

 

Sul crinale dell’orizzonte

 

l’arciere dell’inverno si prepara a scagliare

 

la gelida freccia nella polpa del sogno.

 

 

Dove sono le bianche colombe

 

sulla vetrata dell’universo?

 

E i bianchi cigni nel lago del cuore?

 

 

Dov’è il maestoso gabbiano

 

sullo scoglio genuflesso

 

nell’onda tempestosa?

 

 

Avanzano i lenti buoi della vecchiaia,

 

tirano il lungo carro dei ricordi

 

verso l’ombrosa soglia del silenzio.

 

 

Dove sono le gemme del mandorlo

 

prima della festosa esplosione

 

al soffio della primavera danzante?

 

 

*

 

 

da Tela di parole

 

 

IL CONCERTO

 

Il concerto dei passeri

 

sul Lauroceraso impedisce

 

il franare del cielo

 

nell’ombra del tramonto,

 

lo ferma in un sogno d’eternità

 

e io mi distendo

 

sul fiume sonoro

 

che va dall’albero a Dio.

 

 

3 marzo 2001

 

 

*

 

ANGELO

 

Angelo,

 

perché ti nascondi

 

dietro il muro della mia paura?

 

Ho bisogno della tua presenza

 

per attraversare la notte

 

della mia stanza.

 

 

Caselette, 20 marzo 2004

 

 

Giovanni Chiellino è nato a Carlopoli (CZ) nel 1937; risiede a Torino.

E’ redattore di Vernice ed è stato tra i fondatori dell’ Elogio della Poesia nel 2001.

In poesia ha vinto numerosi primi premi.

 

***

 

 

 

DA: VOCI INASCOLTATE

 

Poesie e disegni in Comunità Terapeutica

 

 

Rubbettino Editore, 2004

 

 

 

PATRICK PERSPICACE

 

 

Per il mio cuore

 

Per il mio cuore basta il tuo petto,

 

per la tua libertà bastano le mie ali

 

dalla mia bocca arriverà fino al cielo,

 

ciò che era addormentato sulla tua anima.

 

In te illusione di ogni giorno

 

giungi come la rugiada alle corolle.

 

Scavi come l’orizzonte con la tua assenza.

 

Eternamente in fuga come l’onda,

 

nel vento come pini

 

e come alberi di nave.

 

Alta e taciturna ti rattristi d’improvviso.

 

Accogliente come una vecchia strada

 

ti popolano echi e voci nostalgiche.

 

Svegliandomi ho visto emigrare e fuggire uccelli che

 

dormivano nella tua anima.

 

 

*

 

 

MATTEO GRAZIANI

 

 

Bianco

 

Bianco –

 

è la mia carne –

 

scheggia d’ostia

 

offerta in pasto

 

a peccatrici d’occasione.

 

E’ la mia mano –

 

nella mia mano –

 

con me stesso.

 

E’ l’alba che attende

 

e che solo la morte

 

mi sa promettere.

 

 

*

 

 

Rosa

 

E’ l’anellide ermafrodito -

 

nella fangaia scivola

 

con l’abitudine del cieco.

 

E’ il dinosauro – nella luce

 

si confonde già stanco

 

del peso che atterrisce.

 

E’ l’ombra di farfalle –

 

sul cammino d’una fanciulla

 

davanti e dietro di lei.

 

Rosa la cipria di mia madre –

 

- polvere

 

che si insinua tra le rughe.

 

Rosa è femmina.

 

 

*

 

 

Azzurro

 

E’ il cielo d’estate –

 

nella canicola canta e

 

chiama a sé le nuvole.

 

D’estate è brina sul prato:

 

immagine fugace

 

che è e non è.

 

Azzurre sono le lacrime

 

sugli occhi dei pesci –

 

scivolano sulle onde e

 

la notte s’accende di splendori.

 

Azzurro è un desiderio inespresso

 

quando nel cielo d’agosto

 

vedi una stella crollare

 

in orbite segrete.

 

 

*

 

 

Nero

 

E’ il mare alto senza luna

 

e senza stelle – in superficie

 

un gabbiano, addormentato

 

galleggia tra la vita e la morte.

 

Nera è la forma del prete –

 

confessione, il corpo di Cristo e

 

andate in pace: in piedi o

 

seduti è lo stesso.

 

Nero è il mio volto –

 

lo riconosco nell’oscurità dell’asfalto.

 

 

*

 

 

ROBERTA GALBANI

 

 

Infibulazione

 

Il boia incide la corteccia di un grande albero

 

non pensa alla linfa che zampilla fuori

 

non pensa al machete che taglia obliquamente

 

le orchidee

 

non conosce il significato del suo gesto

 

quindi persevera.

 

 

E i fiori muggiscono impazziti.

 

Mordendosi la lingua a brandelli.

 

Non più terreni fertili a cui aggrappare le dita

 

solo teste rovesciate all’indietro

 

legate allo stesso modo di animali selvatici

 

in unico sgraziato grido bleu.

 

Senza lacrime.

 

Il rumore è l’uncino

 

luccichio di denti nella rossa bocca.

 

La noncuranza

 

con cui sgorga copioso e di un colore ultraterreno

 

il sangue della sconfitta.

 

Non-significa-nulla.

 

 

Decide di non muoversi

 

questa bambina imperlata di odore e sudore.

 

La sua pelle una volta era puro ebano

 

la sua pelle ora non è che cuoio,

 

le gambe spalancate nel giardino

 

buio di notte sotto le macerie di uno scalpello.

 

E Dio non ha voluto questa statua di perfezione.

 

 

*

 

 

ISABELLA PERALTA

 

 

[Nella stanza semibuia]

 

 

Nella stanza semibuia

 

chiusa

 

strappata da un fuori fatto di notte.-traffico-pioggia

 

un’indiana – così dicevi – ballava a piedi nudi

 

le lunghe collane colorate, i capelli sciolti.

 

Gli occhi erano chiusi

 

il suo cuore spalancato, travolto dalla tua musica

 

dal ritmo sincopato della batteria

 

dalla sua anima incostante che parlava un jazz sensuale

 

e pervasivo.

 

E tutto era musicasilenzio

 

colorebuio

 

movimentostasi

 

calorefreddo.

 

E tutto era armonioso contrasto.

 

E tutto era perfettamente impermeabile: nulla poteva

 

entrare

 

nulla poteva uscire.

 

Era tutto amore.

 

Quando Qualcosa TUTTO si è infranto

 

la porta si è aperta

 

la musica ha taciuto

 

la notte-traffico-pioggia ha squarciato quell’intimità

 

solo allora ho indossato le mie scarpe.

 

 

*

 

 

[Chiunque piove]

 

 

Chiunque piove

 

al di sotto di sé.

 

Ci si bagna

 

di passamano polverosi.

 

Umido il rintocco

 

del silenzio devastante.

 

Fa acqua la ragione

 

quando non ci culla.

 

Rugiada sanguina

 

carrellata di pensieri fragili.

 

Tutti i fiumi si strappano

 

attraversando il proprio letto.

 

Continuamente l’onda

 

muore di se stessa.

 

Trasuda rimpianto

 

l’ora che non c’è stata.

 

Di linfa avvelenata

 

si suicidano le piante.

 

Ci si schizza di fango

 

rincorrendo una buona ragione.

 

Sputano le stelle

 

nella morte della notte.

 

E terra beve

 

dalle ferite del cielo.

 

Ovunque piango

 

lacrime universali.

 

 

*

 

 

MASSIMILIANO

 

 

[Siamo luci proiettate nella notte]

 

 

Siamo luci proiettate nella notte,

 

siamo ombre che si allungano nel giorno.

 

Come la gioia può nascere da un dolore,

 

così la sofferenza può maturare

 

dal più bello dei momenti.

 

Un giorno ti svegli

 

e voli in alto come un falco,

 

un altro combatti

 

per non strisciare come una serpe.

 

Ma siamo uomini

 

e quando le catene del rimpianto e della colpa

 

avvinghiano e ancorano nel passato,

 

allora spieghiamo le vele dell’anima al vento

 

perché il vento soffia verso il futuro.

 

 

***

 

 


DORIAN  VERUDA

Da Sarò l’ultimo papa

Genesi Editrice, 1987
Collana di Poesia I Gherigli - n° 25

 

PROMETEO – L’ELETTO

                                                         A Sergio Quinzio


1.

Condannato a fissare

Spire – su spire – di luce…

         - laggiù

carriarmati si cozzano – esplodono – il napalm

erige ululanti piramidi-torce

                                                La cupola

è diventata falò gigantesco

                                            … e la folla

… la folla ubriaca…

crepita

              nel martirio

supremo…

                    La croce…

                                        la croce…

danzerà…

                  nel violaceo

crepuscolo…

                        Sarò

L’ultimo Papa
 - l’ Eletto…

         Me ucciso…

l’orgiastico – tripudio – di abominio…

culminerà…

                        L’epocale fastigio.

Poi calerà la – celestiale – armata.

 

2.

Nelle membra – inrocciate – una gioia

- orrenda – formicola.

    E mentre

per l’etere fisso sciamare quei punti

barbuglianti – con essi compulso

mi dissemino in quegli – assorti – nodi.

Divengo un’orbita anch’io.

                                             (Nel tuo sudario

accoglimi

- o Notte –

oppiaceo…)

                            Ahi – nella grande

metamorfosi

- esplode –

di fuoco

- la memoria precosmica.

                                                (Nel tuo

- calamitato –

                            maestoso

orgasmo…

                        mi allucino…

dilato…)

 

3.

                                    Pupazzo

mi guardo

                        - lustrale…

                                                - alla forca

- mi tasto –

                            penzo

lante

               - del colonnato di San Pietro.

Ma tu…

                   redivivo Plutone

                                                       - Lucifero…

Ahriman…

                        non avrai

il mio sangue

                        - per sempre –

il mio scettro…

                            Dall’

incesto

              obbrobrioso

                                    - per cui

ora mi avvinghia aculeata rupe –

sarò sbalzato

                        - tratto nella sedia

gestatoria…

                        Corone di mani

Corone di volti imploranti

                                                Sarò

dischiodato

                     da gente

dissoluta

               - blasfema –

per l’ultimo baratto

                                    … e poi sgozzato

sul libro del dubbio…

                                           Cadrò

con le flaccide membra…

                                                Sputeranno

- imprecheranno

                           - alle ceneri sparse…

Nel fiume – insanguinato –

                                                    sparirò.

E la croce

                   - la croce –

                                          danzerà

nel violaceo crepuscolo…

                                                Allora

- oh allora…

                        (senza scampo è l’anatema)

sarà l’inizio dell’Apocalisse.

 

*


DIALOGO CON MIO PADRE

 

Padre, la notte s’è spogliata: aduna

gufi e civette per il grande sabbath

quando la mente straripata – formicolerà – di sulfuree

lune e il destino – schiumerà – in vascelli

di folli di streghe fachiri.


                                                Perché

la morte trionfale prepara giumente di bronzo

inghirlanda la fronte di diademi spettrali

per il sommovimento archetipico

il tripudio – che seppero – i re Magi dei mistici.

Il mondo bolla iridescente svàpora…

Il cavallo dall’ali – arpionanti – già plana

con l’angelo d’infanzia su – ciminiere - gravide

di putrescente – annichilante – gas.


E noi…

                 noi così dementi

                                            - penitenziali – cerei…

aspettiamo lo squarcio del cratere

la sibilla che grida

                               che grida

disseminando bambole – chiazzate – di pus.

Padre, il mistero – mitico – dischiude le sue valve.

Ciò che fu predetto fu ampliato in furore di trombe

i sigilli divelti confessano arcaici enigmi.


                                                                    Il mondo

Che amammo si svela

Controfigura di un Moloch

Sidereo…

                  Le membra spezzate del Dio

generarono mostri

senza mai fine

                               - ma i mostri

sono scoppiati in un grottesco riso.

Ed ha vinto la Morte paziente

sacerdotessa del vento…

Accetta, padre, la preghiera del bimbo

trafugato

al di là, nel deserto


contraffatto


del sogno.

 

*

 

                        UN GIORNO SCENDERAI

            Signore,

                           un giorno

scenderai dalle nubi d’argento

                col carro di fiamme che esplodono in grida

            entro lo sguardo di stella scoppiante

                 uncinerai le – nostre – piattaforme

            i nostri grattacieli

                                                   le piramidi.


Un giorno scenderai – fulva cometa –

                 sulle nostre metropoli schiantate.

Troppo peccammo scatenammo giusto

furore

            la tua sacra rabbia.

                                                I nostri

misfatti – hanno tradito – il tuo sorriso

il tuo splendido – sogno – aquilonare.


Troppo peccammo: costruimmo ordigni

di sterminio.

                        Godemmo di boati

ed – orizzonti – di bagliori.

                                                         Croci

            uncinate intessemmo in camere a gas

e labari librammo in processioni

            - fanatiche – empie.


                        Facemmo tirassegno sui bambini.

            Sventrammo le donne

con voluttuosa insania.

                                        Le città

            bombardammo.

                                      La cenere

                          - cateratte di cenere –

                                                             testammo

                        ai nostri – figli – sciagurati…

 

° ° °


                       Quale perdono noi potemmo chiederti

                   quale preghiera osare?

                        Dove cercare la tua franta Immagine?

Quando dal Tuo silenzio ci balzasti

      e le voci dei giusti calpestati

      -dei miseri abbattuti –

                                                in Te si fusero…

i morti si schiodarono dall’ombra

            brandirono i sudari come lance

        imbracciarono i teschi fiammeggianti.

Ora marciano – insieme a te –

                                                per il grande olocausto.

            Per il compimento dei tempi.


         Signore,

                        abbi pietà dei nostri bimbi.

Soltanto – essi –

                                 ancora

              non hanno avuto il tempo di peccare.

Essi corrono – ignari – come il vento.


***

 

 

 

 


TOMASO  KEMENY

Tre poesie


Celebro la poesia

Celebro la poesia
che alle altre non somiglia:
scorre nelle vene azzurre dell'aria
per tingere di desiderio i cieli
e di gemme e di fiori incorona
la mai sazia d'amore.
Lei sola sfida il terrore senile
dell'avventura e accende il tramonto
a sospendere la lacrima stellata
della notte sovrana. Celebro lei,
la poesia che nel sangue germoglia
e ogni cosa decrepita muta
nella rosa di luce
che il mondo risveglia.


*

Stanze anarchiche


Ninna-nanna del porco mondo
la mia vita t'appartiene
e si trasforma di colpo
in un incubo a cinque stelle.

Chi cavalcherà la tempesta
alla testa dei giovani, dei vecchi, dei decrepiti?
Chi disgregherà lo smercio dei ritmi
spenti? Chi ruggirà
la gioia di vivere?
Chi suggerà la luce
dalle poppe stellate
della notte sconfinata?


*

Lappole


Fare l'amore
lungo il fiume
là dove la sabbia
bianca
diventa un letto
tra gli arbusti

Sentire
la vita
volare
sfiorando
le onde

Nel tuo grembo
di piacere
svanire

"Sei il vento
che mi
increspa
l'anima
di piacere"
mi sussurri,
qualche lappola
attaccata
alle calze di lana
tra salici e pioppi
in fuga
tra gli astri.

Ora il tuo volto
sembra una maschera di vento,
un sospiro infuocato
che mi rapisce l'anima.

L'albero e la sua ombra
tu ed io per sempre.


*


[Testo della performance del 1994, S. Croce - Firenze]

 1.   Affidarsi, senza riserve, alla potenza dell'immaginazione creatrice.
 2.   Eleggere Santa Croce a centro cosmico della rinascita 
       della bellezza e dell'arte.
 3.   Affermare la verità della poesia e dell'arte con un gesto inconfutabile.
 4.   Azzerare la corrotta vecchiaia del mondo.
 5.   Sfidare l'arroganza delle spettacolarizzazioni plebee e televisive.
 6.   Aprire il cuore del tempo dissacrato a un raggio di bellezza.
 7.   Opporsi alla cecità delle forze che avvelenano l'aria, l'acqua e la terra.
 8.   Dire addio ai vezzi dell'apparenza per affrontare gli abissi dell'essere.
 9.   Mantenere alto il costo della poesia: per essere scritta richiede tutto 
       l'universo nel suo splendore,tutta la vita nella sua urgenza inarrestabile.
10.  Ritornare al caos sublime per fare rigermogliare le figure del tempo.


Tomaso Kemeny

[Nato a Budapest nel 1938.
E' uno dei fondatori della "Casa della Poesia" di Milano]


[Fonte: Tracce.Cahiers d'Art - primavera/estate 2009]


***

 

 


 

da origini

quadrimestrale di-segno e poesia


[anni 1995 e seguenti]

 

SPARANDO ALLE GAZZE
poesie di Fred Johnston tradotte da Daniele Serafini

 

SPARANDO ALLE GAZZE


Con un'ala immobilizzata

trascinandosi in strette volute

la gazza a mezzo lutto diventa

quell'ordine ferito che tutti viviamo


o a cui tendiamo: non ci resta che un'ala,

nel migliore dei casi,

e schiviamo gli specchi

grandi vetrine traboccanti di noi


chi ci ha mutilato

è un altro discorso. Preferisco

pensare che una volta avevamo i mezzi

per volare, una possibilità


di allontanarci dalla terra,

un terreno solido, tutte queste cose.

Noi siamo molto più di questo umbratile

claudicare, sotto il tiro di Dio onnipotente.


*


IL FIUME CORRIB


C'è una dea della ruota

che enumera i giorni

nei canneti un sacro rifugio

protegge la culla offerta alle acque


La linea arcuata della lenza imita il sole

pigre nebbie serali adagiate sui fari

un airone si tuffa e scrive sull'acqua

la storia perenne del fiume


Dall'inverno ci attendiamo solo

finestre chiuse

un ritrarsi della luce, una fila di taxi

candele ai piedi di un altare


Eppure conosciamo le regole

quando giunge il tuono,

e facciamo congetture sul fulmine

che ci potrà annientare per i nostri peccati.


*


FANTASIE DI UNA BARCA


Io sono ciò che sta sul mare

e sotto il mare e sopra il mare

il sole è legato con una fune alla mia spalla

nera la mia vela pitagorica

il vento è il respiro

del mondo addormentato

Mi chiama per nome la banchina di pietra


Ora mi piego per lasciare

che l'ultima ora di luce purifichi l'aria

reti di gabbiani lanciate su di me

Mi rannicchio sotto una morbida schiuma

prodotta dal fumo dei camini:

il mio ventre è ricolmo di pietre

Sono custodita come qualcosa di sacro.


*


IL MOMENTO GIUSTO


Scendi al momento giusto

e allora vedrai,

come se guardassi da una finestra,

aironi in stormi di tre

indagare l'aria dipinta

e incidere misteriosamente

le lettere di un alfabeto.


La luna è un'unghia

lanciata in cielo, il mare

si è fatto di un nero solido

barche giacciono attraccate al molo.

Il fumo filtra l'ultimo raggio di sole

il mondo è logoro

come una moneta consumata dalle dita -


Quando lei arriva

al calare del giorno

la scorgo di sfuggita

mentre lascia la città sotto un'arcata

rabbrividendo inquieta, timorosa

delle luci che si muovono alle sue spalle.

 

* * *

 

 

OMAGGIO A TINGUELY
di Willem M. Roggeman - traduzione di D. Serafini

 

1. MACCHINA PER ESPLORARE LE

COSE DEL PASSATO


Inizia come una statua che gira in tondo

per vedere quale distanza

ha coperto in tutti questi anni.

Come i sospiri di un letto che per anni

fino alla fine ha conosciuto l'amore

ed ora è vuoto. Come un folle

metronomo che continua a battere più veloce.

Come la macchia di parole sul cuscino.

Come lo sguardo dei vecchi nei ritratti

di secoli fa appesi

in corridoi bui dove

nessuno passa.

Loro conoscono il segreto.

Più si invecchia, più

lentamente si vive. Oppure c'è

qualcosa di non vero nel tempo?

Lei mi guarda come se

fossi ancora lì.

Il tempo la evita.

Guarda,

io non sono

affatto là,

non sono

neppure

qui.


*

 

 

2. MACCHINA CHE LAVORA SUL

POTERE DELL'IMMAGINAZIONE


Chiunque sogna dietro questa strana macchina

la metterà inconsciamente in movimento

e noterà come avvolge il mondo

negli stracci della sua immaginazione.

L'elica gira molto più veloce

di un lampo di pensiero.

Avidamente assorbe tutti i suoni

e li trasforma in silenzio.

Gli oceani sono divisi

in modo meccanico. Senza rumore

produce castelli prefabbricati in aria.

Tutto ciò che qui sorge

esiste per la prima volta.

Questa macchina è anche una formidabile

guida dei morti.

Per gli increduli

segue una descrizione

dell'al di là, registrata

con la massima precisione

come l'inventario del

vuoto.

 

*

 

 


3. MACCHINA PER RENDERE VISIBILI

I SOGNI


Sei in piedi in attesa alla fermata dell'autobus

ma un carro funebre ti si ferma davanti.

Una mano bianca come neve fa un cenno

invitandoti a entrare.

I tuoi arti plumbei non si muovono.

Le palpebre tremanti tradiscono la storia

che si srotola dietro la fronte.

Elettrodi sono fissati alle tue tempie.

Le autorità controllano giorno e notte

la tua salute mentale

e impongono l'uso di questa macchina.

Così è sotto controllo il modo in cui tu

costruisci forme intraducibili

da un'impalcatura di foschia.

Spettri crescono come muffa

sullo schermo. Qualcuno parla

ma resta fuori dall'immagine.

Un volto di donna, tua madre a 30 anni,

diventa la ragazza che hai visto ieri

sul tabellone pubblicitario di un dentifricio.

E' sorprendente

i bicchieri di cristallo non si spezzano

quando scoppi in una grande risata.

Senti ancora il gergo

della tua infanzia. Gente

appare sullo sfondo

di un villaggio. Alberi

fioriscono senza spiegazione. Dai loro rami

cadono le prime

gocce di rugiada del mattino.


*

 

 

4. MACCHINA CHE FA GIRARE IL MONDO


Più gira a fatica, più bello

diventa il mondo. Un pianeta blu

che a volte versa una piccola vita oltre i confini.

Nuvole di vetro si urtano l'una con l'altra.


Sempre con lo stesso ritmo

questa macchina gira verso il futuro.

Il tempo assorbe ogni cosa.

 

 

Niente è fragile come il silenzio,

così leggero di colore e tuttavia

così pesante da sopportare.


La luna e il sole sono pronti

ad affondare nelle proprie impronte.

Le nuvole serali sono d'acqua

e lavano, sembrano un dipinto.


Il mondo getta via la sua ombra,

cade sul nulla.

Un vuoto che svanisce.


 

* * *


CAPO D' OTRANTO E ALTRE POESIE
di Carlo Stasi

 

QUEL CHE RESTA...


uno sbuffo di cenere

che sfugge al comignolo

col primo refolo di vento


avrei voluto esser io

il vento io il motore

di un mondo da cambiare


segue rotte insolite il destino

e lui che mi ha cambiato

in alito di polvere


uno sbuffo di cenere

è tutto quel che resta

del vento dei miei sogni


Mauthausen (Austria)

 

*


STALLO


il respiro è quel che cerchi

scandendo orizzonti

con ali di pensiero


sei aquila che plana su un mare

d'azzurre montagne

che dipanano in creste d'onda

e tra le balze dell'alba

spuma di nebbia affonda


rabbrividisce l'occhio

che è anima di cristallo


freddo fiato d'ansante volo


cerchi un varco

tra nubi straziate

dal litigio eterno

dei venti


è agnello macellato

questo franare d'anima

il suo belato innocente

spegne tramonti nella mente


Rifugio "Le Nid d'Aigle"(Mont Blanc)


*


CHE C' E' ?


cos'è quest'ombra scura piovuta tra di noi

quel vuoto di parole e sguardi senza pace

è nube passeggera o macchia o buco nero

che annulla senza scampo che uccide chi non vola


c'è che la mia voce tu non la senti più

c'è che i miei silenzi tu non li leggi affatto

quell'eco di tempesta che scuote le mie fibre

neanche un pò ti sfiora neppure ti scalfisce


c'è che ormai il tutto è un sacco già svuotato

è vita senza senso è sogno infranto e spento

la noia e l'apatia camuffano il dolore

che l'anima corrode con rabbia che uccide


c'è che i nostri ponti tarlati dal maltempo

minati dall'orgoglio son pronti per saltare

se un giorno crolleranno sarà liberazione

e il cuore accoglierà la morte benvenuta


*

CAPO D' OTRANTO


brulle rosse zolle e scheletrico pietrame

e pochi fili d’erba sopravvissuti al vento

e qualche spenta torre impietrita

pietra innalzata tra pietre cadute

ed il vento ed ancora il vento

che entra che sventra che svuota


è un deserto e per serpente una strada

e buche e trappole e buche nascoste

grotte dipinte da mani lontane

geroglifici del tempo perduto

ch’è corso che corre e trascorre


qui correvano i cervi pasceva il bisonte

nuotava il pinguino cacciavano gli avi

e d’estate sguazzano turisti


ora è un’urna di pietra una bara di luce


e c’è sempre quel pennello di mare

che cancella l’orizzonte dell’alba

e non mancano nuvole appallottolate

sulla tovaglia sbiadita del cielo

e ancora il deserto il nulla l’assenza


è questa landa deserta il mio cuore

raggelato dal vento che trema

 

*

 


     SENZ’ OMBRA E SENZA LUCE


in questa grotta senz’ombra e senza luce

      illuminami almeno tu amore mio

        che paziente mi aspetti laggiù

          dalla mia stalattite accogli il

            duro pianto della roccia

                il canto triste di

                  ogni goccia

                      lo stilli

                      cidio

                       del

                        la

                        v

                         i

                         t

                        a

                      a te

                     salgo

                     stalag

                       mite

                      del tuo

                      amore

                     le gocce

                    in grembo

                 vorace accolgo

              millenni passeranno

       uguali come gocce amore mio

    il tuo abbraccio aspetterò cantando

e prima o poi saremo colonna anche noi


  ***

 

a cura di Luisa Vinciguerra


L'ANIMA E IL VOLTO

Premio Letterario Inner Wheel 2003
EFFATA' EDITRICE


Menzione d'onore Distretto 211°

LA TUA PAROLA

Aurora Natoli Bonanno Conti
Socio Inner Wheel Club Trapani


Simile al bruno
del tuo sguardo lameggiato
di pagliuzze d'oro
la parola
danza tra le braccia
di zefiro a tergere
le lacrime
Simile alle gocce
di pioggia sul caldo
dei vetri
la parola
traccia filamenti
di consolazione.Simile alla risacca
che ninna il biondo
dei grani di sabbia
la parola
mi fa dono
del tuo volto
E spegne
l'attesa


*

da DISTRETTO 206° PHF

CON TUTTO

Patrizia Barboni Barbesti
Socia Inner Wheel Club Crema


Con tutto
questo bianco
schioccante
di vento
con tutto
questo
gelo
che affonda
le mani
nell'anima
con questa
grande
sera
che non 
conosce
luna
senza
neppure
un capriccio
dove
appoggiare
il cuore


*

da DISTRETTO 210° PHF

ESERCIZI DI STILE

Barbara Coviello Intini

Socia Inner Wheel Club Potenza


A che duro esercizio di stile mi costringi ora
ricamare tenerezza massacrata
sul tuo labile cuore
che infinito inutile imparare
la pazienza atroce di serbarti caro
come fossi qui ancora
e non invece lontano
nei cieli impervi scontrosi
dei tuoi pensieri inaccassibili
della tua bocca muta
del tuo sguardo altrove.
Chissà se un giorno mi dirai
quanto sia valsa davvero
tanta pena celata
tanta fatica al cielo
portarsi in petto costante fedele
il sottile dolore
lo strazio gentile
del non poterti dire
dell'avere pudore.


*

da DISTRETTO 211° PHF

L' ATTESA

Paola Eugenia Ferrari Vigorito


Liquido trasparente e fresco
immergo pezzi di me
Lentamente raggiungono abissi ancestrali
Lascio sedimentare pensieri occulti
Risalire in superficie
sarà opera lenta
Il riverberare della rivelazione
rispecchierà l'attesa del mio volto
disegnata su occhi spalancati ma sicuri
Liquido trasparente e fresco
La mia immagine mossa da brezza primaverile
intanto galleggia
e attende


***                     


PIERLUIGI  CAPPELLO


ASSETTO  DI  VOLO


Crocetti Editore, 2007


[per gentile concessione

dell' Editore, che ringrazio]

 

DA  DENTRO GERICO

1998-2002


Isola


Padre, io a te

io inchiodato a te su questo scoglio

divino che conosci la tua alba

e allacci la tua potenza al fulmine

da questo culmine di spasimo

io vinto mando a te

vincitore di padri

la prora disorientata delle mie parole.

Concedi a coloro che erano ciechi

e a dismisura adesso vedono,

rotto il sigillo della fiamma,

l'ustione della carezza, il fragore

del pugno, ora che sanno

il tossico del palmo e delle nocche

ed è notte, profonda notte

a occidente di ogni immaginare

ora che le iridi conoscono

le costellazioni del dolore e del piacere,

concedi loro di sopportare

per ogni ciglio sospeso alle tenebre

al tramonto di ogni palpebra sfinita

la pronuncia dell'alba e del crepuscolo

e il rombo immenso, che sale dall'uomo.


*

DA  DITTICO

1999-2003


dalla sezione  Inniò

[versione in calce alla poesia in friulano]

 

Caino


Ma per te, Caino, fratello che ti scrivo,

le ginocchia sbucciate e la fronte segnata dal lampo,

rincorrersi, rincorrersi per sempre,

il sangue che batte il tempo, dentro le tempie,

la sua corsa il correre del tuo tremare 

e ogni giorno la sosta un passo avanti a te;

per te, Caino, né il soltanto né l'abbastanza

né la pace del prima

né il conforto del dopo in pace,

soltanto la maledizione

di non poter cadere.


***

 

 

DONNE  IN  POESIA


Maria Pia Quintavalla è nata a Parma, e vive a Milano. 
Ha pubblicato: Cantare semplice (1984, Tarn Tarn 
Geiger), Lettere giovani (1990, Campanotto), II 
Cantare (1991, Campanotto), Le Moradas (1996, 
Empiria), Estranea (cannone) (2000, Piero Manni, 
introduzione di A. Zanzotto) Corpus solum, (2002 
Archivi del '900), Al bum feriale (2005, Archinto), 
Selected Poems (2008, Gradiva. New York, trad. 
inglese Isabella Canetta). Dal 1985 cura la rassegna 
nazionale Donne in poesia, e le omonime antologie. 
(Comune di Milano 1988, ristampata Campanotto 
1991). Cura seminari di lettura del testo poetico. 
Suoi testi sono stati tradotti in inglese, tedesco, 
spagnolo e serbo-croato.


Milena Tagliavini è nata a Milano. Vive ad Arese, in 
provincia di Milano. Le sue poesie sono apparse su 
molte riviste e siti Internet. Ha pubblicato le seguenti 
raccolte di poesie: Pianeti diversi, La Vita Felice, 
Milano;  Sabato, Ibiskos, Empoli;  La verità, Book 
Editore,  BO).


Tiziana Maspero nasce a Milano nel 1962 dove lavora 
in un'agenzia di comunicazione. Nel 1990 partecipa 
alla nascita della fanzine La Mosca di Milano. Vive ad 
Arese dove è parte attiva del Salotto della Poesia. 
Per alcuni anni consecutivi ha fatto parte della giuria 
al Festival della Poesia della scuola elementare 
Rosmini di Bollate. Sue poesie sono apparse su riviste 
e su un'antologia della casa editrice Il Filo.


*

Maria Pia Quintavalla 
Dichiarazione di poetica


Non di corpo bramava la sua lingua
godiva, amorosa svernare il lutto e gli ori
senza inverare le parole belle e
sole, nuovi moti celesti
i morti — sua remota sorellanza

silente sorellanza spinosa, seminare
apneica lingua, duri spazi-sogni
come lupa allappare
senza più sognare — agguerrita presenza
le smaniate cose.

*

Milena Tagliavini 
TRE APRILE


Sono tagliata fuori. Tre aprile
Duemilatre. Mi distrae la polvere
Sugli album –dodici che chiudono 
più vite- per le onde che sfuggono
alla rigidità. Le persone chiuse là
vive o morte non ci sono. Il mio seno
non è più la massa gonfia sopra una
bocca di neonato con cui Ilaria non
divide nemmeno la memoria. Il filo
che lega l’enormità delle differenze
sono le labbra: solo un professionista
avrebbe saputo ritrarle nella tristezza.
Così si affollano anni e anni di sorrisi
Lasciando tra gli spazi delle foto
La morte. Sono tagliata fuori perché
Per me spolverare è come scavare.


*

Tiziana Maspero


non più giovane betulla
flessuosa e chiara
mi vedrai tremare
nei venti contrari
né inchinarmi ad ogni
passaggio straniero come
se il mistero dell'umano 
esistere fosse sempre degno.
 
sono olmo montano
mi diramo abbracciando
quanta più terra posso,
del bosco ospito
piccole vite e,
fors'anche per loro,
tendo fiducioso alla
chiarità del cielo.


***


Dietro il paesaggio - L'anima e il volto

a cura di Luisa Vinciguerra

DIETRO IL PAESAGGIO

Premio Letterario Inner Wheel 2002
EFFATA' EDITRICE


da DISTRETTO 209°
Socia Inner Wheel Club San Benedetto Del Tronto


NOTTE

Silvana Guidi Massi Catalini


Adesso che questo mondo da spazzatura
mi è noto in tutti i suoi dettagli maleodoranti,
rannicchiata in questo letto d'albergo,
mentre il sonno non giunge a curare le piaghe
purulente dell'anima e tutto ormai dorme
sotto la cresta immota dell'Antelao
grigio e rosa nella luna grande del Cadore,
e la stanza si va riempiendo di scricchiolii
mentre si riduce la notte incontro all'alba,
adesso sento in ogni cellula annidarsi il dolore,
un dolore come di cosa che niente può rimuovere
per tutti i sofferenti che non conosco e che amo
e per tutti i dolenti che conosco e amo ancora di più.
E penso alla dannazione di non riuscire a mutare
il marcio, il corrotto, il male, l'abbandono,
il cancro del corpo e quello dello spirito
schiacciati dalla volgarità della vita.

Pure sono leggiadre queste cime rosa
nei riflessi dell'alba nei riverberi del tramonto,
così belle da togliere il respiro e lenire per poco
l'angoscia amara che da sempre mi conduce,
e questi boschi verdi così pieni di forza,
amoroso slancio della terra verso il cielo di crostallo
distante da ogni grida, sordo ad ogni sussurro...
Forse verrà il sonno e sarà duro di pietra,
non darà ristoro alla mente affaticata,
popolato di pensieri, denso di troppe domande,
che il vento risalendo lungo i fianchi della montagna
invano disperde tra i rami dei larici.
Tacciono le abetaie nel grigio chiarore della luna,
dormono i camosci e i lupi nei ricoveri solitari,
tra i dirupi selvaggi nei nidi riposano le aquile,
ma il gemito della civetta ora scuote il silenzio
e inquieta la mente immersa nell'inutile torpore;
innescando la tormenta dei pensieri che bruciano
ripropone incalzanti le domande mai sopite.

E con il sonno che s'allontana torna l'urgenza dei perché,
il disagio di una prigione che rinserra lo spirito,
che cosa vuol dire questo procedere oltre,
se l'inferno è la vita che viviamo, il dolore della carne
e quanto vale, se vale, il nostro affaccendarci inesausto
e come si azzerano riserve di saggezza e di sapere
e bisogna ripartire per tentativi a ricostruire esperienze,
indagando su quali siano gli errori e quale la verità,
se una combinazione improbabile a caso ci ha generati
o se davvero esiste un Dio in attesa in fondo al buio.

Affannosa di pensieri, insonne, si conclude la notte
e ormai bassa sull'orizzonte la luna
accende di chiarore le nevi che non si sciolgono;
scivolando sui crepacci di tenebra, lungo i pendii,
sulle rocce scabre fino ai vertici arditi
imprime il suo sigillo di luce mentre tramonta,
lasciando una traccia lieve come di un respiro.


*

da DISTRETTO 2070*
Rotary Club Cesena


NEL PAESE DELLE MAREE

Wilmen Di Renzo Vianello


Un paesaggio dal fondo
della mia malinconia
grida lo stupore di un'infanzia addormentata.
Nel paese delle maree
candide nebbie corteggiano
le sirene dei vaporetti
gelose dei loro radar.
Gabbiani bagnati
sfidano i campanili
da un deserto di briccole.
Tacciono i profili degli angeli
con le trombe colorate
sui bragozzi dagli occhi rossi
e i ponti innamorati
cedono all'amplesso
verde della laguna.
All'angolo della calle
il lampione senza storia
nemico della fantasia
difende tra i vetri viola
un aborto di fiore
che la distrazione di un seme
ha consegnato al vento.
Gli inverni nudi e gelati
sanno figliare illusioni
lunghe da batticuore
sfrontate e meravigliose.
A primavera ritornano gli odori.
L'acqua densa del canale
coccola il salmastro
e muore a spruzzi
dentro gli stivaletti
di una bimba sulla riva
seduta a sciogliere
le sue emozioni.


***

 

a cura di Luisa Vinciguerra

L'ANIMA E IL VOLTO

Premio Letterario Inner Wheel 2003
EFFATA' EDITRICE


Menzione d'onore Distretto 211°

LA TUA PAROLA

Aurora Natoli Bonanno Conti
Socio Inner Wheel Club Trapani


Simile al bruno
del tuo sguardo lameggiato
di pagliuzze d'oro
la parola
danza tra le braccia
di zefiro a tergere
le lacrime
Simile alle gocce
di pioggia sul caldo
dei vetri
la parola
traccia filamenti
di consolazione.Simile alla risacca
che ninna il biondo
dei grani di sabbia
la parola
mi fa dono
del tuo volto
E spegne
l'attesa


*

da DISTRETTO 206° PHF

CON TUTTO

Patrizia Barboni Barbesti
Socia Inner Wheel Club Crema


Con tutto
questo bianco
schioccante
di vento
con tutto
questo
gelo
che affonda
le mani
nell'anima
con questa
grande
sera
che non 
conosce
luna
senza
neppure
un capriccio
dove
appoggiare
il cuore


*

da DISTRETTO 210° PHF

ESERCIZI DI STILE

Barbara Coviello Intini
Socia Inner Wheel Club Potenza


A che duro esercizio di stile mi costringi ora
ricamare tenerezza massacrata
sul tuo labile cuore
che infinito inutile imparare
la pazienza atroce di serbarti caro
come fossi qui ancora
e non invece lontano
nei cieli impervi scontrosi
dei tuoi pensieri inaccassibili
della tua bocca muta
del tuo sguardo altrove.
Chissà se un giorno mi dirai
quanto sia valsa davvero
tanta pena celata
tanta fatica al cielo
portarsi in petto costante fedele
il sottile dolore
lo strazio gentile
del non poterti dire
dell'avere pudore.


*

da DISTRETTO 211° PHF

L' ATTESA

Paola Eugenia Ferrari Vigorito


Liquido trasparente e fresco
immergo pezzi di me
Lentamente raggiungono abissi ancestrali
Lascio sedimentare pensieri occulti
Risalire in superficie
sarà opera lenta
Il riverberare della rivelazione
rispecchierà l'attesa del mio volto
disegnata su occhi spalancati ma sicuri
Liquido trasparente e fresco
La mia immagine mossa da brezza primaverile
intanto galleggia
e attende


***                     

 

 

PIERLUIGI  CAPPELLO


ASSETTO  DI  VOLO


Crocetti Editore, 2007


[per gentile concessione

dell' Editore, che ringrazio]

 

DA  DENTRO GERICO

1998-2002


Isola


Padre, io a te

io inchiodato a te su questo scoglio

divino che conosci la tua alba

e allacci la tua potenza al fulmine

da questo culmine di spasimo

io vinto mando a te

vincitore di padri

la prora disorientata delle mie parole.

Concedi a coloro che erano ciechi

e a dismisura adesso vedono,

rotto il sigillo della fiamma,

l'ustione della carezza, il fragore

del pugno, ora che sanno

il tossico del palmo e delle nocche

ed è notte, profonda notte

a occidente di ogni immaginare

ora che le iridi conoscono

le costellazioni del dolore e del piacere,

concedi loro di sopportare

per ogni ciglio sospeso alle tenebre

al tramonto di ogni palpebra sfinita

la pronuncia dell'alba e del crepuscolo

e il rombo immenso, che sale dall'uomo.


*

DA  DITTICO

1999-2003


dalla sezione  Inniò

[versione in calce alla poesia in friulano]

 

Caino


Ma per te, Caino, fratello che ti scrivo,

le ginocchia sbucciate e la fronte segnata dal lampo,

rincorrersi, rincorrersi per sempre,

il sangue che batte il tempo, dentro le tempie,

la sua corsa il correre del tuo tremare 

e ogni giorno la sosta un passo avanti a te;

per te, Caino, né il soltanto né l'abbastanza

né la pace del prima

né il conforto del dopo in pace,

soltanto la maledizione

di non poter cadere.


***

 

EMILY  DICKINSON

 

150.


Ella morì: .. fu la sua morte.

E quando fu cessato il suo respiro,

ella prese i suoi semplici vestiti

e si mise in cammino verso il sole.

E la sua lieve figura alla porta

gli angeli devono avere osservato,

perché mai più ho potuto ritrovarla

qua nel versante dei mortali.


*


409.


Caddero come neve,

caddero come stelle

o petalidirosa,

quando improvviso in giugno

li tocca il vento.

Perirono nell'erba che non ne serba segno -

l'occhio non trova il luogo;

ma Dio con il suo libro irrevocabile

richiamerà ogni volto.


*

459.


Un dente conficcato nella pace

non può tuttavia deturparla -

Allora perché il dente?

Per rinvigorire la grazia -

 

Il Cielo ha un Inferno

che vale a segnalarlo -

e ad ogni segno che precede il luogo

lampeggia il sacrificio -


*

929.


A che distanza è il Cielo?

Quanto la morte da quest'altra parte -

Più in là, di fiume o monte

nessun visibile indizio.

 

A che distanza l'Inferno?

Quanto la morte da quest'altra parte -

a sinistra, laggiù dove il sepolcro

sta già sfidando la topografia.


*


1127.

Silenzioso come il massacro dei soli

uccisi dalle spade della sera


*

1420.


Così mista d'angoscia una gioia

la dolce natura ha per me

che l'evito come disperazione

o un'amata ingiustizia.

Perché gli uccelli, in un mattino estivo

quando appena fa giorno

trafiggano il mio spirito estasiato

con pugnali di musica

spesso domando, ma so che risposta

soltanto avrò quando la carne e l'anima

saranno separate

nel lampo della morte -


*

1695. (traduz. Mario Luzi)


C'è una solitudine di spazio,

una solitudine di mare,

una di morte, ma

faranno lega tutte quante

a paragone con quell'estremo punto,

quella polare ritrosia

di un'anima ammessa a se medesima.

Finita infinità.

 

MICHELE  PIOVANO

 

Da: "LA VITA E' APERTA"

 

Genesi Editrice, Torino, 2011

  

dalla sezione:

OLTRE IL CERCHIO

 

No, non mi bastano i contorni

incerti della polvere a demolire

pregiudizi trattative che lasciano

scorrere i giorni nell'indifferenza.

Forse col sogno respiro energia

nel gioco perenne delle invenzioni

restituendo al cuore la sua fantasia

se la vertigine sale.

Reale è soltanto la voce del vento

a risvegliare il pensiero,

tracciato a volo basso

che batte e ribatte nella mente.

 

*

 

SOLSTIZIO D'ESTATE

 

Vorrei stringere la luce, ma quella

più che mai mi sfugge

e sempre più si addentra con tocco sicuro

nella caverna in cui le cellule

danzano e muoiono nel buio.

La stanca è nelle cose

vive o meno che mi ronzano intorno.

Il giorno estivo è da bersi fino in fondo

anche se in fondo al precipizio

agonizzano le idee chiare o indistinte.

Un colpo di artiglio e frana la tempia,

il frutto spiccato dall'albero

come ricordo di stagione.

Non so che dire del caldo silenzio

che m'insegue, ma a volte l'ombra

di un ramo si posa sulla mia spalla.

 

*

 

Guardo negli occhi il vicino

se l'abito si allarga e viva

è la voglia di conoscere. Avrà un senso

l'orizzonte che appare

senza direzione precisa? Buongiorno:

con un largo sorriso sgorga

il calore del giorno. Ora io sono quell'altro

che aspetta oltre la tenda.

 

*

 

PICCOLE VITE VAGABONDE

 

                                                a mia figlia

 

Sono piccole vite vagabonde

che lo sguardo coglie lungo il cammino.

Esistono chissà come e dove

vuole il gioco del destino,

come il fiore ai piedi della scala

che si nasconde agli empiti dell'aria.

Una voce lontana fa il cuore

incerto tra vento e quiete,

ma resiste il soffio impetuoso della vita,

nudo dolore e gioia

fino a quando odora il mattino

e l'ombra si nasconde fra gli alberi.

Ora le foglie indolenti si svegliano

alla cerca di un mondo che fluttua.

C'è una continuazione,

qualcosa continua oltre i cancelli,

qualche perplessità, forse solo percezioni,

come un volo di uccelli.

 

*

 

dalla sezione:

LE PULSIONI CONTINUANO

 

LA PAROLA COMPIUTA

 

Cielo sereno da cogliere come presagio

se risplendono le labbra

e l'aria calda dello stagno;

nell'orto si spiega la nuova insalata,

gli iris fioriti danzano

sopra le spade. E' il presente

che sgorga come efemera dall'acqua

quando giunge il soprassalto a farci vivere

e allora vorremmo la parola compiuta,

quasi un fittone di tarassaco,

così profonda da coprire gli altri linguaggi.

Tempo di vespe, di canti d'amore

che ronzano attraverso il fogliame

e nell'aria passa il rumore di una nuvola.

 

*

 

BOLLE DI SAPONE

 

Un amore sfiorito

nei prati della dimenticanza,

che torna con l'aroma di nuove visioni,

il consenso suona le sue corde,

l'energia della luna

bevuta dal cuore innamorato.

Oh, come tutto si può sorseggiare

lentamente in bocca.

Le stelle lanciano segnali

con il loro profondo sussurro,

e noi accendiamo e spegniamo la luce

dell'immaginazione, uno stare con le cose

che incantano l'oriente e l'occidente,

come una bolla di sapone.

 

*

 

SOSTA IN PANCHINA

 

Qualche ricordo

rimane impresso sulla pelle

quando il verde cammina, il mattino

apre strade giornali

e le panchine ai giochi di stagione.

Tempo al tempo - la luce

viene crescendo come l'erba

lo sguardo svagato d'una ragazza,

da un cantico in gola conforme

all'aria che lo nutre.

Oh, la solitudine marcisce nell'ombra

fin che perdo l'esattezza della forma

il sogno che apre

e chiude le piaghe - i tratti del volto

gli ossi ostinati si distinguono appena.

Un po' di saggezza e l'amore

per la vita con le sue contraddizioni

mi seduce e confonde.

 

*

 

dalla sezione:

VICISSITUDINI

 

LA VITA E' APERTA

 

Un volto nuovo e la voce al citofono

galleggiano sul letto. Prima o poi

il magma si avventura nel cielo e noi

a cercare la musica che tracci la strada

dopo le macerie. Una gioia appesa

ai balconi fioriti e l'alfabeto

canta con accenti più giovani.

La vita è aperta

a inventare nuove prospettive.

Notazione di un attimo - qualche lettera

in stampatello barcolla sulla pagina

ma non si arrende, anzi,

di fronte al bene e al male

si arrampica in aria scompigliando i princìpi.

 

*

 

I PASSI DELLA LUNA

 

E' tempo di fermenti

incuriositi più che mai

alle varie stranezze. E' lì la vita?

Il sorriso si è spento sulle pietre

e la luna va scivolando nell'ombra.

Scusa il ritardo per un fatto banale:

la notte si è appoggiata

a una finestra semiaperta.

A volte inseguo il cammino dell'acqua

lungo i tubi del muro,

i pesci blu a spasso con le stelle,

la neve che cade a pois,

due cavalli marini imbizzarriti.

Hai visto? si è incrinato il bicchiere

e cricchia il legno scollato del parquet

sotto i passi felpati della luna.

 

*

 

LA CRESTA DELL'ONDA

 

                        "Intorno a te si torceva la vita"

                                    Cristina Sparagana

 

Il guizzo delle isole appare all'orizzonte,

il volo degli uccelli marini

sopra le vele srotolate.

Adesso il mare ha il colore del vento

che cigola dentro le sartie

e fa incerte le nostre speranze.

Tempo, dici, che affila i nostri corpi

rendendoli vigili e attenti.

Guarda come splende la voglia della vita,

ma la vita è scavata dalle ondate

e sembra che il bar cada di sotto.

L'acqua manda barbagli,

una foga leggera

a sostenere la marea che sale

sale fino a entrare nel porto

con disinvoltura. E' impossibile

fermarla - quanti flutti

levati si sfilacciano nell'aria.

 *

 

  Le tue lacrime 

di Antonia Pozzi
 
 
Non sai che stagno
specchiò il mio viso - che ombre
vi restarono impresse -
 
Lo lavai con manciate di neve
sui valichi, prima dell’alba;
me l’asciugò la brezza, spegnendo
nella sua corsa
lieve - le ultime stelle.
 
Me l’arse il sole, sulle vette - al meriggio -
attraverso millenni
di cupo azzurro,
tra cerchi immensi di creste e lame
d’eterni ghiacci.
 
Poi - lento caduto il tramonto
lungo le rocce sugli altipiani
come una vela rossa - sul ponte
di una sconfinata
nave - mi chinai sulle polle,
toccai col mento la terra,
con i capelli le viole
pallide - intrise dalla bruma
serale. Sui pascoli invano
attesi la notte,
la rugiada e la resina giù dai rami scarni dei larici -
 
Non sai che stagno
specchiò il mio viso - che ombre
vi restarono impresse -
 
Ma ieri - sulla soglia - era il silenzio
nitido e largo
intorno a noi - come il cielo
in una notte alpestre,
luminosi i tuoi occhi come un lento
volgere d’astri lontani -
 
e sul mio viso scesero le tue lacrime,
più fresche della neve
più limpide del sole
più dolci della terra al margine
delle sorgenti -
sul mio viso scesero le tue lacrime,
rugiada e resina giù dai rami
di misteriosi larici - fragranza
stillante in un’arcana
foresta - da tronco a tronco,
dalla tua alla mia anima -
 
Non sai che lago
specchia ora il mio viso - che luce
ne lava l’ombre.
non sai che mare di purezza
sorregge ora - nel buio -
questa barca
di solitudine -

ANNA MARIA BONFIGLIO

 

I cerini di Prévert

 

 

Luna, chiarore d’infanzia.

Gli occhi raccontano l’anima

che sorvola le rosse colline

dove il sole é scomparso.

Il sapore del cuore è il più crudele

quando le mani-ali

scoprono sul viso le ombre

di una nuova nostalgia.

 

*

 

Luce dipinta sul muro il sole

di marzo. L’amore s’aggruma

in aghi di ghiaccio e non bastano più

tenerezze a fugare i fantasmi.

La musica di un’ora è già ricordo.

 

*

 

La tua gola ha canti che l’anima

non riconosce. Di notte s’alzano

voli d’angelo dalle labbra del sonno,

ma le porte sono chiuse

e non saprà nessuno di quei canti.

 

*

 

Acrobati

 

Abbiamo messo al muro la paura

e andremo sempre così, inseguendo

sorrisi provvisori e brevi sincronie.

Spezzeremo il passo alle lunghe attese

per pause vagabonde, per sogni

tralignati -acrobati del tempo

che non temeranno il compiuto.

 

*

I cerini di Prévert

 

Non è più tempo d’accendere

i cerini di Prévert

per guardarci negli occhi.

Abbiamo navigato cieli bui

e seppellito i nostri verdi anni

sotto cumuli di polvere.

Ma il cuore soffia ancora

sulla cenere

per non lasciarci arrendere.

 

*

 

La voce

 

Ancora l’inconfondibile

voce del mio sangue

denudata di carezze

accecata da fuochi

incessanti

l’insaziabile voce

del mio perpetuo morire

per una realtà

d’anima e carne

che chiede tregua

al precipitare.

 

*

 

Nella sera

 

Il saluto della sera

é il silenzio

che spegne i passi

sulle scale.

Domani le stanze

conosceranno ancora

il tuo respiro

rallegrate dal dono

ameranno anche il buio

dentro al quale mi cerchi

canteranno carezze

il desiderio affilerà

i coltelli sulla pelle.

 

 

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ANTONIO SPAGNUOLO

 

Da: Misure del timore

 

 

6 – Mare

 

La brezza ha una speranza lungo l’orizzonte:

una nenia che alberga tra il cielo

ed uno spazio che scivola.

Una vela, tre vele, venti vele, le tante vele

che intagliano arcobaleni incandescenti.

L’aria ti accarezza come un mutamento

nel capriccio celeste, corrode il sorriso

che vorresti affondare nel flessuoso millennio,

sino a divenire l’incavo dell’iride

e rischia di fluttuare tra le immagini

di un umido segnale.

 

*

 

 

10 – Dialoghi

 

Non ha senso annotare e scrivere nel nulla.

Desidero tornare a quella dolce malinconia

che ci accompagnava per i viali,

tra rami e ciottoli, tra le erbe aromatiche

ed il muschio, nell’umido rincorrersi.

Simile a quello che un tempo era il procedere

del destino, per scommettere qualche fantasia,

che circondi gli spazi della oltraggiosa passione,

per non tenerla in agguato come un presentimento

insonne sul corrodersi del tempo.

Chiedo un salmo che colmi il cuore,

una voce che tuoni profezie

e appaghi la tortura dell’ira.

Il dialogo che Dio non concesse

nel migrare di ore ventose,

nelle infinite pagine bianche

tramutate in un buffo risuonare dell’ eco.

 

*

 

 

11- Ricordi

 

Come una volta ai miei ricordi,

quando la marina ripeteva richiami,

e gli scogli ascoltavano irrequieti,

ed il tramonto richiamava miraggi,

e le finzioni aggiravano sorprese,

e le acerbe lividure tornavano alle sere,

e brividi tormentavano il fascino delle ombre,

sgranare in silenzio qualche ritaglio

già seppellito più volte

per rinchiudermi nella solitudine.

Una sorpresa di colori,

come riserva ancora primavera,

misconosciuta nel volgere dei giochi

tra le carni per imperfezioni,

quasi mascherata da fiamme

per le mie urgenze che hanno il mutamento

della pelle che arrossa.

Hai l’ultima confidenza con le mie parole

per lasciare le corde degli estremi.

 

*

 

 

12 – Rimbalzi

 

La luna inceppa nel cielo,

impazzita per le fitte, barcollando,

per le sere che chiudono il mormorio,

a dissuadere gli incontri.

Decifrare il tuo ciglio è l’abbandono

più accogliente,

qualcosa che lentamente sgocciola,

nel fioco riverbero di alcune barriere.

Invano cerco lusinghe

nelle piccole storie quotidiane,

vagabondo a scartare le manie

o ancora una bugia da scoprire.

Più nulla intorno, intese di armonie

che fondono gli sguardi, suoni e colori,

per un’amara nostalgia

che sembra frammentare il passato

Fuggi mentre annaspo nel tempo

mentre fermenta la più strana parola,

e sventrano scorie intimidite

da nuove ferite, nei colori di ovattati

rimbalzi.

 

 

 

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CHIARA GUARDUCCI

 

Da: FINO A DIMENTICARE

 

 

ho l’argento del fiume scavato nelle tempie

del giorno ho cercato la cenere, l’inchino

l’estremo delle forme.

ho insistito sulla pelle dov’era increspata

e il petalo del mare che si estende a macchia d’odore

volteggiava i cieli

nascondeva la carezza nel punto più alto tra le migrazioni

 

*

 

frastuoni di memoria

spaccavano le orecchie in gocce di sale.

Mi riparavo a fatica.poi il dolore mi anticipò.

Una spirale asfittica

il tuo vol(t)o

estensione insignificante della mia solitudine

occhi appuntiti nella neve

albeggiati a vuoto

sui tuoi piccoli seni

 

*

 

con le mani logoro la tela

la notte sarà trasparente

gli uccelli e le onde passeranno dai vuoti della tessitura

la grata basterà

sarà una foglia, una goccia di cera

la pagina più sottile della memoria

 

*

 

l’abbandonato giace raccolto

dal fuoco che dorme nel fiume

la schiena piena di foglie

sorride e scorre

l’orecchio è l’unico suono

labirinto filo che danza

la nuca è dentro

nocciolo di rosa esplode i suoi precipizi dall’acqua invasa

e questo è il fiume

dove l’abbandonato ha rovesciato le biglie

l’ultima sua mano l’ ha precipitato

in un sorriso uguale a un salto

dalla nuca è uscito il fiume

verso l’orecchio lento

per perdersi in spirale

nel più lontano punto

 

 

Sito di provenienza: www.emt.it

 

 

 

 

Giovanni Avogadri

 

La leggenda del bambino di città 

 

 

-I-

 

Scappo verso l’estate contro cieli violenti d’azzurro

sul mare piogge di caldo, venti che portano sabbia

soffiano afa sul mio corpo fermo,

paesi calcinati dal sole

vele di mari immemorabili

da una pineta nell’urlo fermo del meriggio

che il tramonto raccoglie mugghiando;

sollevato su vortici di colori tutto l’universo è in attesa

sono contrafforti le mura di vento

che urlano che spazzano i sogni del volo

come alba del mondo, abisso da cui la vita nacque di pietra.

 

-II-

 

Svesto in fretta i panni usati

voltate le spalle corro sui treni

i viali la notte;

giorni immoti sul mare

risalgo le radici i miti

che il cielo di stasera sembra assopire

mentre dorme soltanto l’immensa forza solare

la morte viva dell’afa in cui ti immergi

il fatalismo di cui ti nutri.

 

 

Fuoco

 

Contro il cielo profondo d’azzurro

presagi cosmici del giorno che arriva

guardo e attendo le fughe nel sole

i dolci meriggi protetto

da profondissima ombra

nella pineta in cui mi rifugio

ed è troppo lo zenith,

troppe le presenze.

Corro verso il tramonto

pieno di civiltà scomparse

che esalano dall’esplosione solare

mare caldo dove la Mano ha stemperato il Tizzone

ora notte di stelle umida d’afa

in cui t’immergi sicuro

piccolo nuotatore che ha scordato gli inverni.

 

 

 

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GUGLIELMO PERALTA

 

Da: Sognagione 

 

 

L’albero della visione

 

Dammi Signore

la mia cecità

quotidiana

affinché io possa

mangiare

dell’albero

della visione

Nel giardino

soale

insegnami

ad arare

a coltivare

il canto

prodigioso

Ed io

mi nutra

del sonoro

frutto

E la terra

ne abbia

messe copiosa

E gli occhi

esultino

per la vendemmia

 

*

 

Sognagione*

 

Nella piantagione

dei sogni

l’agricantore**

coltiva

la sua messe

di stelle

E la vergine terra

accoglie

il suo canto

apre i frutti

sonori

nella bocca

del mondo

affinché tutti

mangino

dell’albero

in abbondanza

e ciascuno

veda

con gli orecchi

la luce e la dimora

 

* piantagione (o stagione) dei sogni

** è il poeta soale, che coltiva i sogni e il canto nella terra di Soaltà

 

*

 

 

Rivelazione

 

Nel sepolcro

di stelle

la notte

sapiente

custodisce

il suo

canto

E il mondo

che all’improvviso

si svela

ha il volto

del sogno

che squarcia

i sipari

 

*

 

Messia

 

Con la sua

scenografia

viene

la parola

lo s-guardo

ad incantare

E la parola

è il golgota

e il sogno

la sua croce

 

*

 

 

Metamorfosi

 

Vede stelle

lo s-guardo

nel nido

soale

Sull’albero

sono frutti

di luce

sonori

La mano

in ascolto

coglie

il canto

in volo

d’uccello

 

*

 

La visita

 

Io canto l’amore

che con passo di danza

viene a visitarmi

Ed ecco

il mio s-guardo si nutre di oro puro

plana nella notte profonda

come un sole-gabbiano

e l’ospite prima inatteso

ora mi è familiare

Nel giardino soale

cresce

col sillabario celeste

l’albero della visione

Amo quest’amore

che nel cielo infinito moltiplica

le mie braccia

Quando l’angelo viene

ha inizio lo spettacolo

il sogno si spalanca sulla scena

e apre nuovi sipari

Con mille bocche riproduce

il suono delle cornamuse

tracima il firmamento

con tutte le stelle

nello spazio fiorito

e la voce che chiama

silenziosa

è un fiume di luce

Io amo

questa veglia d’amore e di fuoco

amo la soglia segreta

il mistero numinoso

che fa di me un viandante

Amo

la Poesia

che con fruscio d’ali

bussa ed annuncia

Allora i miei passi conoscono

lo stupore del cosmo

E le cose

anche le piccole

e dimenticate cose

sognano il loro angelo

E l’uomo

che vinto si piega all’ascolto

libera le neurostelle*

per il convivio d’amore

 

* le idee, splendenti come stelle (neologismo dell’autore)

 

*

 

Dentro, fuori

 

Io canto il cielo invisibile

che con intima voce

canta. Dentro,

ove s’annida l’implume

parola, è il mito della nascita.

Fuori, nella falsa luce,

si aliena l’infinito. Ma

rotonda è la visione

che lo s-guardo assapora

nel giardino soale

dove coi sogni vola

la rondine sonora.

Io canto la pura dimora,

la scena segreta che s’apre

allo spettacolo. Dentro,

dove crescono i frutti,

si rinnova il miracolo.

Fuori, nell’uso quotidiano,

marcisce la rosa. Ma

sempreverde è la notte

dal candido calice,

dove sbocciano le stelle

per incanto,

dove fiorisce l’albero

dal fertile respiro del vero.

 

*

 

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ROBERTO MAGGIANI

 

Da: Sì dopo sì

 

Quella sera di settembre mi svegliai veloce

con voce sommessa pronunciai stupore e meraviglia

le gocce del passato sciacquìo ancora cadendo dal tetto.

L'aria portò rumori

luci si accesero nelle case

prevalse una pace inusitata

la terra tacque

nembi scuri si allontanarono all'orizzonte

si accese la prima stella.

 

*

 

Un alone di luce borda le cose

di arancio.

Tutto è permeato

dalla tiepida luce solare.

L'euforia mi ha preso e vinto.

Sono in equilibrio

su un palo steso in terra

le mani al cielo.

Il sole tramonta.

 

*

 

Inspiro: sul filo di un odore

è in equilibrio un ricordo

poi in un turbine se ne accalcano a miriadi.

Gradisco il loro sentori

ma ho le vertigini.

In poco tempo tutto scompare

dietro un confine invalicabile.

 

*

 

Il seme in me vuole la terra

per morire e dare nuova vita.

Cadranno piogge nelle terre delle donne

i semi germoglieranno

abbonderà la vita di questo mondo

ma il tiepido scorrere della primavera

non vedrà il mio germoglio.

 

*

 

Le profondità del cielo

si sono congiunte con le vette

della Terra.

Lungo costa i filari di luci

delimitano i confini.

Finalmente lo spirito

spicca un volo, prima frenetico

poi calmo.

Sopra il mondo degli uomini

è pace.

 

 

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SALVATORE SOLINAS

 

Da: Morte di un poeta 

 

 

Giovedì Santo

 

L’hanno gridato tutti gli strilloni

È su tutti i notiziari della sera

Jesus il messia è stato condannato

A MORTE

Domani sarà l’esecuzione.

Capannelli di curiosi sostano dinanzi

Alle grigie mura del carcere.

Cortei d’abolizionisti irati, mesti,

Cortei di sostenitori della vendetta

Trionfanti

perché giustizia sarà fatta

sfilano davanti al suo portone.

Lui non s’è difeso

Non ha chiesto la grazia.

Come un malfattore pentito ha domandato

D’espiare le colpe.

Quali colpe?

(Pare che il giudice

Se ne sia lavato le mani)

Le colpe di tutti gli uomini?

Giustizia comunque sarà fatta.

I falegnami lavoreranno tutta notte.

E’ stata comandata una croce

Di grandezza inusitata che possa essere veduta

Da ogni quartiere

Da ogni angolo della città.

Monito per i falsi profeti,

Dissuasione per i sovversivi.

Il condannato è stato deriso

Coronato di spine

Percosso, flagellato.

Domani farà il suo cammino

(Dead man walking)

Verso la collina.

Cammino lungo, faticoso

Per i suoi piedi sanguinanti, per le sue ferite.

Cammino dei soldati di tutte le guerre

Per le steppe e i deserti,

Per le giungle e i mari,

Di tutti i malati e sofferenti

Per i viali dell’ospedale, 

Per gli uffici della mutua,

Di tutti i depressi, i malati di mente

Per i giardini dei manicomi,

Delle cliniche psichiatriche,

Di tutti i carcerati

Per i corridoi

Per i cortili del carcere,

Di tutti i popoli straziati

Dalle guerre civili,

Decimati nei campi di sterminio,

Di tutti i condannati nel braccio della morte

Che attendono la vendetta legale.

Tutti compagni

Tutti lignee schegge della sua croce

Sulla strada che porta alla collina.

Stanotte grande spettacolo gratuito!

Lo stadio già trabocca di folla.

Fari multicolori

Forando la nera tunica del cielo

Solleticano le stelle.

Tutti i riflettori sono puntati

Su questa Star nascente

Già morente.

Accendono di luce candida il suo viso

Intriso di sangue.

Tutti ridono, applaudono, fischiano.

Vorrebbero sentire l’uomo parlare

(che dica almeno una parola!)

Gridare di dolore

Agonizzare.

Dove sono i suoi amici?

Portate qui anche loro

(ancora non sono stati inventati

I giochi dei leoni

Le docce con il gas

I forni)

Domani le sue mani saranno martoriate,

Mani d’operaio nelle macchine

Di fabbrica.

La lancia bisturi

Sezionerà le sue carni

Su quello strano letto operatorio.

Le sue ossa saranno fracassate

Come caduto dall’impalcatura,

Volato sull’asfalto della strada.

Domani griderà “Padre, Padre”

Come ogni figlio che soffre

Come ogni uomo che muore.

 

 

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GIOVANNI COZZA

 

iPOGEO

 

Datemi uno spintone perché io

cada riverso e mi

metta a cercare sotto nel

magistero sepolto delle

cose passate la

cenere ultima di un

amplesso ignorato remoto. Io e

la mia terra dentro e non vale ciò

che sta sopra nella stentorea figurazione di

primavere ricorrenti. Fantasmi per

non addetti ai lavori. Noi

qui soltanto invece stiamo con

ceri accesi nei

mausolei di Tanatos ascoltando

altre preghiere e sermoni. Spezzoni e

fioco lume di alta vetrata absidale confondono

ira e pianto. Intanto l'idea

muore annaspando sul

tuo corpo di stalattite immota fatto di

carne consumata per

disarmare la

potenza del nulla e

finito per sempre.

 

*

 

POESIA PERCHE'

 

Non è questa

poesia in forma di

rosa. E' questa

sentenza. Ma quale può

verificarsi sentenza se

non è il sentire di

tutti e se già dubbio è

sentire. Come solitaria

cicogna sui frastagliati

merli al deserto tesa, la

mia parola vive nella

maciullata idea di un

frasario zoppo e si

disperde nella

sterile forma. Al

tramonto la luce è

falsa e più non stordisce la

pietra vuota senza

trono di re.

 

*

 

ANCH'IO SEDENDO E MIRANDO

 

Capisco le tue

stazioni e le tue

fughe. Oggi sono le

mie stesse

anticamere sul

baratro vuoto. Eppure

rompere l'ingranaggio di

delicato anonimo

miscuglio cerco e siedo e

miro al mondo nella

notte lunga dei tigli e

delle viole

selvine. Creo l'indugio. Il

profilo di uno

scoglio si oppone e

occupa tempo e

spazio.

 

[da Alla bottega, n. 1 - gennaio-febbraio 1977]

 

*

 

GUIDO PAZZI

 

MADRI DI SOLITUDINI

 

Vicino a stelle che indossano vesti di malinconia

ha vita un pasto di luci dovendosi posare fra occhi di bimbo

con lievità sconosciuta e togliere dolore da madri

con il cuore racchiuso in taglienti solitudini.

 

 

*

 

TERESIO ZANINETTI

 

CANZONE

 

già da sempre impiccati

all'albero maestro i predoni

della storia ricamata

con cocci di diamante

dal lustrascarpe di turno

(per ossari e sacrestie

conducevano il fanciullo censurando

i clamori dell'incenso e i guaiti

della folla incatenata

al cerchio di luce sul capo)

e se ancora la pioggia trasforma

in palude il granaio

restiamo insieme a rammendare

il lacerato cielo sopra

questa terra insanguinata.

 

*

 

GENESI UNO E DUE

 

aruspice, dinastia di suoni amorfi

cui il guanto sta come

un seno alla donna. che se

poi rughe sui ginocchi incrociandosi fanno

vento si muore

d'infamia procreando rettili. e

così(s)sia

(nell'antro del lupo). ma

domani

(sotto un sole nuovo)

sventoleremo il giorno sopra

le macerie dell'uomo

(il mai nato di ieri che parla

linguaggi di neve

smussata agli albori

tra scorie e cascate di sangue).

e saremo.

 

[da Alla bottega, n. 3 - maggio-giugno 1977]

 

*

 

GIOVANNI COZZA

 

IO, NON SONO POETA

 

Plateale cosmica falce di

Sigfrido e l'ombra valchiria

tremebonda all'orizzonte della

mia data salì nel cielo

maestosa di notte. Fatidica psicotica

ancella, così l'hanno chiamata

voluttuosa e afrodisiaca, per

concludere nel verso la

loro nevrosi i

poeti. Oggi indifferente e

ridancina, oggetto encomiabile e

misterico, perseverante innocua sul

mondo. Anche se

chiamo luminarie le stelle e

sereno concordo l'urlo del

fatiscente umano, io, non

sono poeta. Sono uno che

viene meno giorno dopo

giorno e chiama la

morte per nome. Alle placide

acque intrise di

luna non oso parole.

 

[Alla silloge dal titolo omonimo è stato assegnato il

Premio Letterario -La Mole- 1977 -

La poesia è riportata da Alla bottega, 1977]

 

*

 

GUIDO PAZZI

 

GIARDINI DI LUNGO IGNOTO

 

In un giardino di attimi abbigliati

a lungo dall'ignoto termina un pasto di luci;

dovendosi dileguare fra occhi di bimbi

che tolgono lagrime da madri cariate di dolore

e balzi di solitudine.

E riposano dove il pudore sorride alla luna

che sibila bianca eternità e dona fonti

di silenzio purpureo che abbacina

le notti dei sogni col cuore del vento.

 

[da Alla bottega]

 

 

 

 

BRUNO DOMENICHELLI

 

IL TUO COLTELLO DI LUCE

 

Ancora

vertigini d'erba molle

e di respiri scambiati.

 

Desideri

che scavano nel cielo.

 

Osservo

in disparte,

il tuo coltello di luce

penetrato

nella mia notte.

 

E non so dirti che t'amo.

 

[Da "Alla bottega"]

 

*

 

ROBERTO PAPPACENA

 

MIRAMARE

 

Giuochi di foglie

agghindano fontane,

bianca sull'acqua putrida

galleggia l'illusione

e ci sorride incerta,

alta nell'aria

un'infanzia sospesa

a triste vento.

 

E tra i meandri

di straniere piante

gesti di gesso

gelano parole,

lungo la diga inerte

della sfinge

il suo guardare vuoto

senza amore.

 

[Segnalazione al XX Concorso "Aspera"]

 

*

 

FRYDA ROTA

 

LE BAMBOLE

 

Conto a volte le bambole morte che nel sepolcro

di cassetti chiusi maturano la scorza

dei giorni in debito. Ogni bambola un poco

mi somiglia - labbra gonfie di parole non dette

- sguardi fissi sugli assurdi grilli di verità alterne

da non credere - le ferite fasciate di polvere

- strette in abiti di pergamena: ogni bambola

mi è insieme specchio e radice - inizio e approdo.

 

*

 

GIANCARLO ARSIENI

 

HO LASCIATO IL CAMPO

 

Ho lasciato il campo,

attorno alberi in verde

la terra appena increspata.

 

Il cielo nei tuoi occhi.

Ti cerca la mano

il seme scalda zolle in erba.

 

Tu sei il punto.

Lettera latissima in una pratica

che a dire parole

ci fa uccelli da preda.

 

Assassini sulle ossa dei morti.

 

*

 

IGNAZIO URSO

 

VA', AMICO

 

Va', amico, compagno di sventura

la tua vita è un'onda

di un fiume in piena corsa

all'abbraccio di un mare smisurato.

Non grida più il gabbiano

ferito alle tue orecchie

né suona la campana al tuo richiamo

né scalpita il cavallo

al tocco delle redini.

Il tuo destino è scritto

nella pagina sbagliata

del libro della vita.

 

Ora tace la tua chitarra

che pende

sul ramo più alto dell'ulivo.

 

Nella curva in declino

di un orizzonte indefinito

tramonta con te

l'ultimo squarcio

d'un sole moribondo.

 

[Da LOGOS - n. 7/1983]

 

*

 

GIUSI VERBARO CIPOLLINA

 

IPOTESI DI UN AMORE

 

Fu festa riso amore: ne fu piena

l'incredibile notte - ventre profondo

abbraccio senza fine

bagliore

volo d'angeli

confine

e accese veglie a vino vecchio e canti.

 

Fu braccia - mare - braccia

l'incredibile notte che sciolse il miele

dentro la ferita

slegò gli ormeggi e lacerò i programmi

(giustifica la febbre dell'amplesso

l'agonia dell'attesa: la marea si solleva

mare di carne

cerchi d'occhi ed ali

e lune liquefatte).

 

Ma ha fredde braccia l'ombra

e i fantasmi non reggono alla luce

Struggente gioco tenero d'ipotesi: gioco crudele

pena assenza morte.

 

All'alba non ha regole il mio gioco.

 

[...]

 

[E' uno stralcio da una poesia molto più lunga -

Vincitrice al 3° Premio naz.le "Achille Marrazza" -

edita su LOGOS]

 

 

 

 

 

RUGGERO B. VOLTA

 

SPAZIO TERRENO

 

Mi lavo le mani

in quest'acqua colore delle stelle

e annego la mia storia umana

nel canto di affascinanti ipotesi

 

questa voglia di morire

da dove e perché nasce

ha spazio terreno

è uno strano miraggio

che parte dal centro del mare

per abbellire la mia miseria

 

con la coscienza di essere pulviscolo

non dovrei desiderare che i colori

ed essere come una tartaruga

arrancante su scale interminabili

ma la mente non si assopisce

è una farfalla che vola nel vento

sul fiore di un glicine

che già non c'è più.

 

*

 

MICHELANGELO MAZZEO

 

LONTANANZE

 

Sul fuoco delle guerre

ora l'erba

addolcisce la guancia.

Tornano i fiori di prato

a punteggiare il silenzio.

Nell'occhio del tempo

la memoria si scolora;

lontananze

vestono il passato

di oblii.

 

*

 

RENATA CAPELLO

 

LE MILLE BOCCHE DEL CIELO

 

Guardo fisso le mille bocche del cielo

che ridono sedute sulle stelle.

Con denti di luna divorano

i miseri resti di chi s'è bruciato al sole

senza udire il dolore

che sparge crudele

vaghi sospiri nel vento.

Nutrono l'insaziabile ventre cosmico

di brandelli umani senza volto

senza aver conosciuto

alberi finti con foglie di velluto

senza aver visto

ali tarpate nelle tagliole

con lo sguardo liquido

rivolto al sole.

Non lacrime, non voli,

ma passi leggeri sui sogni

come in terre seminate

lasciando mille bocche affamate.

 

*

 

GIORGIO BARBERI SQUAROTTI

 

IL FOGLIO

 

Candido un uccello bucò il foglio

scialbo del cielo d'estate, lentamente

si abbassò sul popolo di anime

nude sotto il vento basso: e dallo strappo

ecco uscire gonfi pesci nerastri con la bocca

aperta, un volo di locuste, le gote rosse di un ragazzo

che soffia invano dietro l'ombra lieve

di una nube rotonda come un'ultima

difesa del pudore sopra questa

vulva spalancata della storia che produce

vermi scorpioni re coronati che severi

assistono alla morte degli schiavi

topi con le lunghe code ispide

un volo biondo di capelli un riso ambiguo

sopra un volto catprino l'ano nero

di una scimmia che vomita monete

d'oro l'urto di una tempesta che forse

è esplosa in qualche parte del tempo dove lascia

rami spezzati, strade piene di fango, foglie,

stracci di vapori velenosi, torri

infrante, schegge di vetri in cui si specchia il nulla

di un giorno senza fine, in cui già tutte

le possibili storie sono state

rappresentate fino in fondo, nessuna traccia ne rimane

negli occhi fitti della gente che ora un poco

si muove sulla spiaggia, scuote dalla

memoria le immagini di fumo, le figure d'aria,

i fantasmi usciti dalla pagina

bucata del libro di Babele: un uccello,

il primo che quest'anno giunge fin qui,

con un pesce che ancora s'agita nel becco,

poi si perde nel vuoto verso terra,

il cielo si è richiuso sull'estremo guizzo di una coda,

il tempo muore, e non c'è altro segno

che quello di Giona.

 

*

 

GIAN LUCA FAVETTO

 

PER UNA VOCE SOLA

 

In una sera - quando ancora è giorno - buia di libri

annego. In alto tra le medesime fiamme

giacciono gli immortali invecchiati sonni.

Il vento non li avesse amati! e musiche

come preghiere, abbracci distruttori.

Sfilano parole cicatrici che incantano e ribrezzano

i cieli di fredde stelle e lune - chiazze

nel lago, simili a lenzuola da poco usate.

Allora immergo la mia pen(n)a e vorrei un altrove

debole ma vero, ma fuggito all'imballo della carta.

E mentre parlo dormo e il veleno in me è pace.

Dilenziosa gioia per le ringhiere degli occhi

sale lenta e senza affanno: che so che posso

amare ancora fuori d'ogni inganno.

Contro il futuro ed il possibile già digerito

s'agita in lanterna una lamella d'inconnu,

nuvola sospesa su altre nuvole

piove - rada - ripida - e fulgente.

Ed andavamo io e lei che era notte e alba e giorno fatto

ed andavamo ancora.

 

*

 

CARLO MOLINARO

 

PARABOLA DEL BRUCO

 

Il bruco, che era molto illuminista,

volle seguir virtute e conoscenza.

Scavò la mela da una parte all'altra,

in su, in giù, di qua, di là, con metodo,

finché nulla rimase inesplorato.

Allora disse: "Il mondo è tutto qui?

E' troppo triste la mia condizione..."

E si fece saltare le cervella.

(Non seppe mai che pochi giorni dopo

sarebbe diventato una farfalla).

 

 

[poesie tratte da CONTROCAMPO - anni '80]

 

*

 

DAGOBERTO WANDURRAGA LESMES

 

COSTELLAZIONI D'ACQUA

 

Ascolto il vento

come mi porta scampoli di cristallo,

volo di uccelli

che nell'orgoglio del crepuscolo

si perdono.

La tua bocca, il vento

le nuvole che non torneranno,

i baci di grano

che la sera si portò via.

 

Ascolta la mia parola assente,

la notte che s'adagia sul tuo corpo,

le radici dei miei sogni

che nel campo non cresceranno.

 

Piove ii silenzio

sulle fredde finestre dei tuoi occhi

ed un pianto di bimbo

ti s'affoga nel ventre.

 

Dolore sul dolore,

la voce diventa urlo

ed è forse urlando

che il canto pietroso dell'onda

sulla sabbia agonizza?

 

O dimmi tu, che nel Pacifico raccogli

le voci misteriose

di marinai senz'ali,

erranti pellegrini

su costellazioni d'acqua.

Dimmi tu, sin dalla coppa azzurra del tuo sguardo,

sin dalla tunica verde delle tue mani,

dove nascono le onde?

 

Premio speciale "La Mole" 1983

[da CONTROCAMPO]

 

*

 

MARIO RONDI

 

L'ENIGMA DELLA BAMBOLA BIANCA

 

La bambola bianca che scivola nell'onda al soffio della luna

dimentica il bacio del topo di miele nella notte dei raggiri

e le parole si consumano al delirio del vento impazzito

nella fuga del re senza corona sulle ali del cigno dorato

che nasconde nel vortice degli occhi sospesi il segreto

dell'acqua ballerina al tuffo di una goccia d'ambra

sciolta nel veleno della strega che spruzza il mirto

quando il serpente lecca le orecchie a svelare l'enigma

disperso nel labirinto dei sorrisi soffusi nell'ora

che il sogno si confonde nel tenero abbraccio...

 

Premio speciale "silloge inedita" Premio "La Mole" 1984

[da CONTROCAMPO]

 

*

 

 

Letizia Dimartino

 

Da: Una domenica mattina

Lettere

 

 

È una domenica mattina.

Un giorno come un altro.

 

La lettera porta fuoco

entra dentro ogni sguardo

se solo avessi accanto

occhi bruni, quelli di un tempo.

 

Ho spalle che pesano

il vestito abbandonato

la ruga allo specchio

 

non scomparire, là dove luci

di notte si uniscono

e io immagino vite diverse

perché senza il bianco

del tuo viso non si può vivere

 

ora auto scorrono per la via

e il silenzio non riconosco

giornali sul letto, briciole

cuscini bagnati.

 

Fra le gambe il lenzuolo

 

volevo darti un poco del mio vivere

nelle parole che non riconosci

sono sempre io, piccola.

Senza ali però.

 

Cammina tu per me, io sosto nel tempo.

Io resisto, con le carte della vita

senza respiri.

Di questo giorno come un altro

tengo il silenzio.

Tu, tu conosci la geografia del mio corpo

misera mappa, e quello che dentro nascondo.

 

Senza pietà.

 

*

 

Il filo del vivere tengo

qui, intorno alle dita

 

leggi pure queste mie parole

 

i miei sbagli, certe lacrime scappate, libere

e la catena delle ore

 

prendi questo foglio

stropiccia la carta

come se fossi io

- tenera morte la mia –

 

ho sulla tavola acqua

piatti svuotati, briciole sul letto

là, dove ogni sogno si fa piccolo

e tutto finisce veloce

 

non pensiamoci, i giorni

sono questi, li conosciamo

lasciamo che dilaghino

 

le tue braccia lunghe

il fragile delle gambe

gli occhi pronti all’addio

 

e le strade non più attraversate.

Sì, non più.

 

*

 

I miei vestiti non li conosci

pendono, chiusi.

Sembra che nella loro anima

scenda l’inverno, li tocco

e sento la pioggia sulla stoffa

la trama di certe sere

quando seduta al mio divano

cerco di viaggiare, le mani rigide

e il respiro lungo che nella notte

si piega in sogno. Un sogno senza nessuno.

 

Un vagare per strade, nel cammino nervoso

e impossibile. Li conosco questi sogni

senza paura, sai? Tu stammi lontano

potrei portarti nel lontano dei giorni

su strade grigie senza luci

senza tramonti.

 

Ho scarpe nuove, dovrei andare..

ogni avventura necessita di occhi

i tuoi, calmi, mi seguirebbero?

E i confini sarebbero quelli della mia casa

e metterei cappelli e sciarpe

e guanti, e poi carezze

 

sarei io, tu scopriresti

che una casa può portare

fuori dalla sera

e ogni tuo poro, ogni dito

starebbero a dirmi che ci sei,

finalmente.

 

Andiamo, qualcuno ci attende.

Andiamo.

 

*

 

I mobili, il grigio del legno

il divano lucido di colore

 

questo voglio raccontarti

 

dirti che vivo qui

 

dentro una stanza piena,

che sento il vento di tutte le voci

e che la tua illumina certi mattini

o pomeriggi senza fuoco

 

ho sedie vuote, sparse

 

e carta su cui scrivere

“mio caro ti aspetto perché muoio”

 

ma nessuno può suonare campanelli

la porta resterà chiusa

e la mia gabbia chiuderà

questo corpo che nasconde

ogni piccolo respiro

 

ora ho vite infinite

tutte da spiegare

ci vuol pazienza

siediti, e ascolta

comincerò da un sempre

 

e forse sarà difficile finire.

 

Intanto leggimi, solo così

legherai le mani alle mie.

 

Vorrai?

 

*

 

Cosa trovo, di ogni punto

quando spilli pungono

il silenzio di questo mattino

tolto il vestito, tolta la pelle

restano vertebre

 

senti? Gridano

 

ma non sai ascoltare

 

e io non ho più voce

 

troppi anni, troppe notti

con la paura

di non riavere il perduto

stavo sul mio letto e tutto,

tutto sfiniva la mia vita

 

ora le voci accompagnano

 

ora le dita sui capelli

i baci inesistenti

non dolgono

 

- devo aver sognato -

ho lottato per averti.

 

Ho pure atteso

hai pure atteso.

 

E gli anni sono nostri,

senza perdere, ormai.

 

*

 

Ero la fantasia. Ero ogni parola

che non dicevi. Perché tu vivevi

e il mattino sorgeva solo

nella stanza

nessun odore

nei capelli il sudore del poco,

del niente. Di chi sparisce

 

ma io inventavo giorni

 

e tutto appariva del colore

dei miei occhi, miseri ormai.

 

Aprire persiane, mare che entra

vento sulla veste, musica muta,

prendi queste mani.

 

Prendi ogni mio verso,

solo così esisto, fuori da tutto

fuori dove non vado

 

e vivere sarà più facile.

 

Senza promesse.

 

Solo per quel che dico

lì, vicino alle labbra.

 

*

 

E i passi non li sentii più

 

avevo mani da non stringere

spalle da sollevare

 

avevo lacrime, abiti smessi

sorrisi infetti, gambe senza strade

 

perché tutto poi cambia

e l’inferno entra nelle vite

il respiro imperfetto del giorno

parole smunte, colori di fango

 

ti cercavo sui muri bianchi

fra lenzuola senza pieghe

in mezzo alle cose e i cuscini

 

era un dolore eterno

 

e tu non sapevi.

 

Nel silenzio, camminiamo.

 

*

 

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ADOLFO SILVETO

 Dietro la porta

Null'altro che il sogno
mi nutre questo tempo di saccheggi:
paradisi remoti e nuova manna
e paesi con fiumi a latte e a miele
dove sarò per sempre altro da sé,
dove non hanno senso
questi miei giorni di seconda mano
che non diranno mai
se fu ferita o incanto il mio passare
su questo mondo di confuse trame
inginocchiato a un rantolo di tempo.
Ma dal confine estremo della porta,
tramandati in cristalli di memorie,
sento battiti d'ala
e mistero di passi di velluto...
E in turbini di fuoco ecco Colui
che ha spezzato la notte dei pianeti
col suo quieto furore
lanciato nel mondo come pegno di sole
per vincere il silenzio,
per riempire le attese di millenni
quando i secoli non erano tempo
ma gusci vuoti di conchiglie e...
vento...
In atomi di luce si scompone
l'alba che stramazza
ed io, curvo di sogni,
apro mani corrette per accogliere
un progetto di stimmate nel cuore...

***


    POESIE DI BRUNO MANCINI
    Fonte: www.vivicentro.org


    Macroscopiche assoluzioni

    per chiodi infissi nella mia coscienza,

    Padre,

    con benna estirpo ad una ad una

    tra scricchiolanti cantilene,

    e strascico avvolti

    in folti fogli fitti di poesie,

    Madre,

    nel nostro tempo d’inutili menzogne.

    Né sia truce in questi occhi non più asprigni

    lo sguardo austero dei tuoi decreti,

    Padre,

    nel banno affisso sul muro di gomma

    impiastricciato dalle mie storie fascinose,

    dov’io m’illudo

    in voglie e volti in veglie,

    Madre,

    fra dolci inganni che non sono tradimenti.

    Ci sia indulgenza se non perdono

    per la mano che respinge i miei sorrisi

    per la mano che raccoglie le mie lacrime.

    Io fui mortale.

    *

    Un taglio

    Un taglio alla fune del timone
    sobbalza come la trottola sulle molliche di pane.
    Sfugge corda indefinita.
    Movenza soffice d’ora di sole.
    E’ vortice di fantasia di specchi.
    Se invece sei colpevole
    e mentisti
    se sei colpevole
    e fuggi
    e verso luci te ne fuggi
    ossessive,
    se sei colpevole
    e premi
    respiri e sangue
    t’annulli avvilendoti
    tu mi rincontrerai
    acerbi altari a lustrare
    indifferenti vuoti a credere
    parole a piangere
    sfide a creare
    curvi colori oscuri e matti a muovere
    in malinconie
    tossiche
    più di un fumo giallo e denso.

    Ed io ti parlerò
    di cani e di animali
    delle mie pallide albe di sconfitte
    di ore mai vissute
    di stelle.
    Ed io ti creerò bellezze
    e ti richiamerò ricordi
    e la mia mente
    lenti accordi espia.

   *


    Nel manto unisono che scioglie i tuoi silenzi

    in sordi affanni della mente,

    io vate,

    dileggio

    il fato e il nulla

    e sosto sugli appigli del pudore.

 

    Avviso intero un moto,

    a tromba d’aria,

    risucchio turbinoso

    di apparenze terrene

    mentre tu trami un ritornello,

    cicala,

    ti voglio.

 

    Ancora più si spandono

    tra incastri attanagliati,

    nessuno sa fermarli,

    contorti frammenti

    di un dissennato puzzle dei sentimenti,

    ma il centro è immobile.

    *

    Che giunga da lontano.


    Ancora mi chiama

    la voce notturna

    vagante

    tra le mie chiese infrante:
    ”Stanotte ti ho sognato.”

 

    Un palpito?

    Un eccesso?

    Un rombo d’Amazzone giammai delusa?

 

    Non basta un sortilegio a

    a carpire

    dalle parole astratte i

    i movimenti i suoni i turbamenti, gli

    gli sguardi gl’impeti gli odori, la

    la scena

    illuminata dal sole o dalla luna.

 

    Non basta un incantesimo per

    per darmi accesso

    all’antro labirinto del

    del cuore di una donna.

    A questo pensa il sonno.

 

    “Stamane ti ho sognata:
    le coccole nel mare – profondo –

    che poi risucchia il pescatore appassionato”.

 

    “Stamane ti ho sognata:

    le coccole nel mare – placido –

    simile a bimbo che venga da lontano”.


    Non esiste oggetto che più di un libro possa
    aggiungere valore al vostro augurio.

 

 

***


GIANPAOLO  SQUARCINA

CIECHI AGLI DEI
Dans le "Jardin du Dèduit"

E' forse una chimera della Notte:
Amore non cessava di seguirci
da lontano, spiando il momento
propizio al vassallaggio.
Nel giardino nel roseto, vi stava
qualche fontana di magie foriera
e donne semi-ninfe vi vagavano
per trasparenze di fogliame fitto,
le linee del corpo imprecisate.

Ma schermi, manifesti vi sezionano
tra cemento senza sangue atomizzano
ogni trancio di carne macellata
per bocche chiuse mai, per occhi-specchio
che tutto senza digerire ingoiano.

O d'immondizie caleidoscopio
non dispensabile a nessuno:
tu non sei sogno ma nemmeno vita.
O coscienze marcescenti di questo
mio tempo, siete voi a far avvolgere
il mio verso su sé; non ho voce oggi
se non di vaniloquio, di sconfitta.
Io vi disprezzo mentre ancora l'orgia
d'immagini senza corpo profondo
si conduce per l'oscuro dei luoghi;
(qualche sbiadita sfocata Baccante
si mostrava impudica sapendo
che Pudore è delitto qua dentro).

O Amore un tempo nume adesso fatto
di corpi baratto
di anime perse vile mercimonio.
-

[I° Premio con altre 5 poesie 
alla 2^ edizione "Ossi di seppia", Comune di Taggia]

***

GUIDO  PAZZI


IL VENTO SCHIUDE UNA MANO

Dipinto da un mantello di pensieri
dove si posano le colombe sto ritto
nell'immenso a gustare i passi
dei millenni e i miragi del sortilegio
e il vento schiude una mano che tocca
le eternità in fondo al viso di Dio
e bagna gli spazi di silenzio.
Io m'ingigantisco di soavità
e raggiungo l'infinito che galleggia
raggiungo i suoi occhi nitidi di sollievo
dove il pianto ha bruciato i suoi doni
e un cratere di tristezza.
Visito cielo con l'impronta di autunni perenni
e fra poco avrò angeli che mi escono
dalle vene come sangue.

  ***

 

ITALO  BENEDETTI


HO LEGATO L'INFANZIA AL PALO DELLA CAPRA

 

Volo sull'aliscafo
un vento denso copre
l'isola che navigando s'allontana

mi sento trasparente, in cuore
battono voci azzurre di gente
seduta e attenta: diciotto video-finestrini
trasmettono il Mar Tirreno
mentre l'eliche schiumose gli fanno la barba

lascio l'isola stregata - è ora una
statua di cenere coricata sull'orizzonte -
ho legato l'infanzia al palo della capra.

Adesso sono libero per ogni tipo di vortice.

*

TU DUNQUE TORNI

Tu dunque torni allo splendore dei giorni
all'albe chiare di cristalli accese
ai mattini catturati dalle rive velate
al mezzogiorno rintronato dai rintocchi,
del sole, imperatore maja di luce.
Ritorni alle voci prima solitarie
poi sempre più accumulate, ai boati-clacson
ai bimbi (bande sonore dell'infanzia
sempre più svincolata dai vestiti di scuola),
ritorni col cervello limpido, distillato
dalle crisi cocenti, ritrovi buono
il mondo (e poi t'inquineranno nuovi amari).

*

GLI SPECCHI

 

Fuggo lo sguardo dagli specchi. Ho paura.
Paura di guardarmi e del sonno che
sprigiona dai miei occhi. Sonno di
morte. Sogno di morte.

  Non voglio
dirmi chi sono, nemmeno geograficamente.
Ho paura dei pozzi fondo che nascondo.

L'anima sprigiona come un minatore
nera di esplosioni. Niente diamanti!

Ho paura della mia forma, terrore di
ripetermi in migliaia di genti in corsa
nelle strade affollate della sera
(i neon impazziscono nelle mie vene,
urli sirene barriti d'auto occhiate
di fanali assassinanti).

  Perché non sono
nato rotondo?

Tutte le notti se sto solo
balzano mostri pelosi dal mio corpo
i mille io che covo come chioccia
- colle zampe elettriche mi fanno il solletico
mi guardano con occhi di video
nel loro sguardo incontro il pudore dei morti

Ho paura di star solo, di assistere al crollo
dei muri - come in ascensori interni
sprofondo in abissi -, di essere eterno.
       
 ***


JEAN  DEBRUYNNE


L'ACQUA BATTESIMALE

 

Sono nato nel mare
di mia madre,
oceano circolare
spirale srotolata
grande marea lunare
satellite stellato
liquido d'antro
mare di mia madre
che mi ha salato il sangue
con le grandi acque
del suo ventre.
Morte acque stagnanti
grotta addormentata
tropico umido
panciuto alambicco d'alchimia
tepore acido
labbra socchiuse
bocche delle profondità
caverne scoperte
grosse giare di rotondità
e poi
i pozzi...

Sono nato dal mare
di mia madre
curvo e rotondo,
torre di asilo,
io, grano del mondo
scampato dai diluvi
annegato
inghiottito
dalle grandi acque della morte.
Il mare e la morte,
ventre tomba,
fossa,
vasca di cimitero,
bara prima di essere culla.

E chi mi rotolerà la pietra?

Sono nato dal mare
di mia madre,
sceso al fiume
fragile ruscello,
spirito della materia,
colata d'argilla,
le grandi acque
scroscianti
fuoco d'artificio per una festa.
Il mare e l'amore,
il fiore di un fiammifero,
lo scoppio di una risata blu
hanno fatto sole
della mia oscurità
staccando la terra e i cieli.
E' un bacio che mi ha portato
al fonte battesimale
dal ventre mare di mia madre.

 

*

 

LAURIE  LEE


VEGLIA NOTTURNA

 

Credo che le mie mani siano pazze, di notte,
quando seguono l'odiosa maglia delle tenebre
e intagliano di continuo la foglia triste della tua bocca
nella spessa corteccia brunita del sonno.

Le giunture delle mie dita fremono di follia,
quando scattano con smarrito stupore
attraverso un'ampia landa di sogno
e formano riquadri di desiderio
intorno al pensiero dei tuoi occhi.

Di giorno, l'impronta del tuo corpo
è un raggio del sole sulle mie mani,
e il coro del tuo sangue
canta senza sosta
nei risuonanti meandri dei miei polsi.

Ma nel mio rifugio sono smarrito
quando spuntano le stelle:
le mie palme hanno una felina profondità di sguardo
e la superficie d'ogni istante
è un'immagine che fluttua di te.

 

*

 

MARIANNA  SCAPINI


MY  HUCKLEBERRY

 

"Ci incontrassimo un giorno laggiù, alla fine
      dell'arcobaleno, aspettandoci lungo la sua
      scia, il mio amico Huckleberry, il fiume
      della luna, ed io."

Incontriamoci dove finisce la notte,
dove l'ombra delle terre lontane compare con
       l'alba,
quella strana luce di mattine di inverno,
quando dentro di noi affonda lunga e scialba
quella grande paura del giorno.

Portami lontano, tu, maschile e trasparente,
diventa mio padre, oggi, e mio compagno,
laggiù dove in modo complicato muore il
        giorno,
perché semplice è la forza, e sottile il mio
        respiro,
possibile e gentile il domani a sera tardi.

Ed amami, tu, vivo e trasparente,
cuore all'impazzata che mi senti,
perché io amo queste calme barche lente,
queste anatre sottili di ritorno,
e amo il suono delle stelle cadenti
e le lacrime di gioia
infinite, nostre lacrime di sguardi.

 

*

PER  ALLORA

 

Notti di fine estate pregne di acqua:
fui due occhi splendenti e infantili
accesi di buio e di pioggia.
Fui una morbida testa
in cerca di scatti maschili
e di battiti profondi
felpati, come la notte,
in una stretta calda, gelata al di fuori,
come la morte,
e bagnata, di nuvole dense
di foglie e di stelle nascoste.

Mai più, proiettata nella celeste
atmosfera di pensiero,
in cerebrali congiunzioni di segni,
nel mio solitario faro, e terso,
come l'inverno,
avrei dimenticato...
l'umbratile scossa animale
di sensi ansiosa cecità
viscerale, deliziosa
narcotica fitta di male,
dal profumo di terra.


[da: Alla bottega, maggio-agosto 2009]

 

*

 

MIRKA CORATO


SOLITUDINI CHE L'ONDA SPINGE

Genesi Editrice, 2001
http://www.genesi.org


DEVO PARTIRE

 

Devo partire
partirò dai luoghi dolcissimi dell'abitudine
 nell'isola che ho tanto amato

partirò con l'ultima nave
con il suo carico d'intervalli
attese spazi inesplorati
profumi della notte
aliti di infinito
che tanto somigliavano all'eternità.

 Quando la mia nave salperà
  chiuderò gli occhi
  fermerò i sensi
 per non sentire il dolore
 che dilagherà a fiotti sull'acqua

  chiuderò gli occhi
 per vincere la paura del vuoto
 la paura di affondare in un mare fermo
  senza profondità.

 

*

AUTORITRATTO

 

Nata sul ramo bianco di un mandorlo
vissuta sulla schiuma di un'onda
 ho ascoltato le voci del vento
sentito a lungo le stesse note
 dall'arpa lucente di lunghe aurore

Più volte perduta
 bruciata
 dalla stretta di ghiaccio
 nel volo bianco
 di troppo immensa libertà

Più volte ritrovata
 con un sogno tra i capelli
 girando il mondo
 nella mia specchiera


mi sono lasciata andare
a un non so dove
mi sono lasciata andare
 nel profumo del mandorlo bianco
 e la felicità l'ho patita
soltanto lì
 nel non so dove
 respirandola nel fiato bianco dell'idea
 di una vaga dissonante eternità.

 

*

TI RIPENSO

 

Ti ripenso
ti ripenso sorridermi schivo
di quel suono chiuso
 intenso
come di violoncello
 che senza voce
 sale da dentro
leggero come un uccello di seta
e profuma di vita tutta la terra.

 

*

QUANDO

 

Quando le falene
    volano sull'ora implacabile della sera
quando si fa calmo
 il mare
    la musica si fa lontana
 lontana si fa
 la storia
 più chiaro si fa
il luogo oscuro delle cose
nel paesaggio del mondo;
 più forte si fa
 più amaro
il sapore dell'assenza:
    sentirsi morire
 senza morte
    sentire d'amare
 senza amore
spingersi ancora più lontano
in un punto indefinito
in un punto illimitato
 dove non sentirsi stranieri
 dove sentirsi totali.

 

*

UNA CERTA LUCE

 

Una certa luce
in ogni suono della vita
un certo suono
in ogni colore del mondo

 musica inquietante
gabbiani eternamente in volo
nel cielo fermo dentro;
e il mondo rinchiuso
dentro la vita.

 

*

TROPPA LUCE INTORNO

 

Troppa luce intorno

 se la mano di un angelo
 si posa sui miei occhi
io mi ritrovo
e miei paesaggi dentro
pieni di sole
pieni di brina.

 

 

 

BENNY NONASKY

 

15 OTTOBRE.

(poesia/manifesto per gli studenti, i ricercatori,

i professori -offesi- italiani)

 

Marciamo nelle città,

marciamo come formiche

e come insetti veniamo schiacciati,

ma ora siamo serpenti che strisciamo

con cacciatori alle spalle pronti a sparare

anche contro coloro che sono già cervi

che saltano fugaci, zigzagando

tra le rocciose vie, tra notai

che bevono alla salute dell'aquila.

 

Marciamo nelle città,

marciamo con le urla lancinanti di Abele,

ma siamo un laccio di pietra,

le mani unite per sostenerci,

per non perderci, per essere piccoli anelli

legati tra loro; unico corpo; unica bocca

che implora giustizia per i nostri

cervelli affamati, per il nostro

diritto di impiccare manichini

e intagliare scelte che diano forma

alla nostra ruvida schiena.

 

Marciamo nelle città,

marciamo con tutti i colori del Tiziano,

con denti stretti in un sorriso

aggressivo, da Sud a Nord,

un abbraccio; forse l'unico;

forse l'ultimo;

l'ultimo pugno con vene miste

prima di ritrovarci al mercatino dell'usato

a barattare un desiderio per un sogno.

 

Nelle stanze della Provincia

c'è puzza d'aceto - se ne produce ancora.

Se ne produce ancora

per chiudere e stroncare

questo stomaco che supplica e disturba,

per gonfiare e fare esplodere

questo fegato che guaisce

come un cane abbandonato

sul ciglio di una sperduta strada

di allegra e meravigliosa campagna.

 

Pietre se ne scaglieranno persino in abbondanza.

Cervelli affamati sono polvere, aria, ombre.

Indelebilmente ovunque.

Marciamo,

marciamo nelle città

come sciame d'api

alla ricerca, alla conquista,

ognuno, di un suo nido

dove elargire il proprio alveare,

fabbricando miele per l'intero alveare.

 

Con tutti i colori del Tiziano,

con denti stretti in un sorriso

aggressivo,

marciamo.

 

 

***

 

 LAPIDAZIONE.

 

Le pietre sono già ammucchiate

ai piedi dell'acacia.

E i bambini saltano la corda

applaudendo al volo degli aironi.

 

Accasciata a terra, aspetta che il padre

benedica la sentenza scagliando

la prima pietra.

Senza Processo o Umanità. Senza Dio

o Stato o Pietà. Unicamente per amore.

 

Madre,

stringi la sua mano:

nulla potrà sottrarla da questa croce

- nessuno ha mai potuto. Ed

è così piccola che nussuno

potrà vederla.

 

Sancta Mater,

a chi dobbiamo porgere scusa?

Quale documento devo firmare

per aver il dominio del cuore?

E se questo è reato, cosa resta?

 

I bambini saltano la corda

applaudendo al volo degli aironi.

Lo sentono.

 

Loro lo sentono il Trak delle ossa.

 

 

***

 

 

A SAKINEH

 

Un urlo spezza le ombre che nascondono il tuo volto

immerso nel silenzio sotto l'ombrello di un velo.

Chi ti ha più vista? Come ti riconosco?

So che sei rinchiusa nei meandri più luridi,

che stai pregando di morire non sapendo

nulla di quanta luce intorno

c'è,

di quanta luce ti stia cercando.

Questa luce non ha un solo nome:

è composta da milioni di noi,

che siamo te come te e per te.

Questa luce la stiamo costruendo

istante per istante per raggiungere

l'oscurità che ti incatena.

Noi stiamo urlando contro questi maledetti

che tentano di scrivere il tuo domani

con una pietra sanguinante

che da millenni rotola sul neutro suolo bianco.

(Lascia una scia che lenta si impregna e lenta evapora.)

La tua legge dice: "Le pietre non devono essere così

grandi da far morire

il condannato al solo lancio di uno o due di esse".

La tua legge dice che per amore si deve morire.

(La tua legge, la tua legge, ah miserabile tua legge!)

Perché il cuore non può ancora governare?

Dove sono le labbra dell'impostore che ancora

giudica, condanna, processa?

Tu per amore hai amato. Ora chiedono la tua testa

non per ragione non per giustizia non per invidia

ma per la paura della forza del tuo gesto:

quello di decidere, quello di essere libera.

Sanno di essere in torto.

La Bibbia declama questo gesto impuro,

ma questa è legge creata da fantasia

di un mostro che mai si è fatto vedere né impietosire

né mai si è fatto carico dei suoi errori

né di chi col suo nome ne continua a mietere.

Lui vanitoso fino ad uccidere.

Lui solo una scusante.

Adesso

per lui con lui 

ammazzano,

soprattutto per paura.

Questo è vile.

Noi urliamo e proclamiamo la tua di legge:

scegliere di amare, di vivere la propria vita,

con natura orgoglio e felicità.

Col proprio e unico cuore.

Donna, non credere alla loro violenza,

Tu sei il verbo,

Tu sei la nuova legge per chi in futuro

prenderà l'ombra sulla quale ora siedi.

So che non puoi sentirmi, ma al tuo dolore

sono accorsi milioni di uomini e popoli

per darti voce, per darti vita.

Questo è amore.

 

Un giorno quando sarai a casa dai tuoi figli

ti stupirai come dal nulla possa nascere un sole

che pulisce il gelo di anni impossibili da perdonare.

Questo è l'amore.

 

 

(Al mondo chiedo di continuare ad urlare fino a quando

questo giorno arrivi.)

 

 

 

www.myspace.com/bennynonasky/blog

 

 

 

 

SANDRA  MILO

-Dopo aver ascoltato un disco di Paolo Conte

 

Chi come te
mi trascina fuori dalla finestra
per sentire gli odori della vita?
Aspettami un momento
innesto il pilota automatico
e ti seguo.
Una colomba su una spalla
un sacchetto di plastica
per raccogliere
i profumi dei funghi
un bagliore di pioggia
il turgore dell'alba.
La gonna e i ricci biondi
un tuffo nel tuo piano
nota fra le note
una scala per il cielo
sotto i piedi l'arcobaleno.
Come vascelli le stelle
nel tuo mare i suoni
e sono profondità
rinate alla luce.
Balenanti come more
lampi lontani di felicità

ed è subito sguardo
voce
affinità d'immagini.

 

*

SONIA  SANCHEZ


POESIA PER MIO PADRE
(96 anni il 29 febbraio 2000)


Con ali esatte
le vele delle tue parole
ti risalivano in gola senza
poter volare fuori.
La tua bocca
sbigottita dal tuono
autunnale ti cadde ancora.
Avevo dimenticato il saluto
della morte, come aspetta sull'attenti
nei sobborghi della pelle.
Avevo dimenticato come la morte
urla nelle nostre vene.
Padre, mi son sentita ancora
bambina mentre inseguivo i dottori
dipinti su corridoi di porcellana
Padre mio, mentre respiravo
inalavo per tutti e due,
ho cominciato a cantare la canzone
che cantavi quando ero piccola
quando non ero poeta ancora,
timorosa di tutte le ombre
che mi cremavano le ossa,

 Ricorda la notte,
 la notte che hai detto
 ti amo
 ricorda...

Ricordavo la tua voce gonfia
in un rituale di parole
tra la 152esima strada e St. Nicholas Place.
Ora io, figlia di applausi,
le mani zuppe di memoria,
non chiedevo altro
mentre giravo attorno alla tua stanza d'ospedale,
adorna coi lustrini dei nostri respiri
in una clessidra di suono.

 

*
 
TAHAR BEN JELLOUN


“Io non ho bisogno di denaro; 
ho bisogno di sentimenti, 
di parole, 
di parole scelte sapientemente, 
di fiori detti pensieri, 
di rose dette presenze, 
di sogni che abitino gli alberi, 
di canzoni che facciano danzare le statue, 
di stelle che mormorino all’orecchio degli amanti...

Ho bisogno di poesia, 
questa magia che brucia la pesantezza delle parole, 
che risveglia le emozioni 
e dà loro colori nuovi...

Le parole scelgono combinazioni inattese 
e ci procurano l’ebrezza e la gioia 
trasportandoci in luoghi dimenticati dagli uomini...”


Tratto da 'Seduzione'

 

*

VICENTE  ALEIXANDRE

(Spagna 1898 - 1984)

 

SI AMAVANO

 

Si amavano.
Pativano la luce, labbra azzurre nell'alba,
labbra ch'escono dalla notte dura,
labbra squarciate, sangue, sangue dove?
Si amavano in un letto battello, mezzo fra notte e luce.

Si amavano come i fiori le spine profonde,
o il giallo che sboccia in amorosa gemma,
quando girano i volti melanconicamente,
giralune che brillano nel ricevere il bacio.

Si amavano di notte, quando i cani profondi
palpitavano sotterra e le valli si stirano
come arcaici dorsi a sentirsi sfiorare:
carezza, seta, mano, luna che giunge e tocca.

Si amavano d'amore là nel fare del giorno
e tra le dure pietre oscure della notte,
dure come son corpi gelati dalle ore,
dure come son baci di dente contro dente.

Si amavano di giorno, spiaggia che va crescendo,
onde che su dai piedi carezzano le cosce,
corpi che si sollevano dalla terra e fluttuando...
Si amavano di giorno, sul mare, sotto il cielo.

Mezzogiorno perfetto, si amavano sì intimi,
mare altissimo e giovane, estesa intimità,
vivente solitudine, orizzonti remoti
avvinti come corpi che solitari cantano.

Che amano. Si amavano come la luna chiara,
come il mare che calmo aderisce a quel volto,
dolce eclisse di acqua, guancia dove fa notte
e dove rossi pesci vanno e vengono taciti.

Giorno, notte, occidenti, fare del giorno, spazi,
onde recenti, antiche, fuggitive, perpetue,
mare o terra, battello, letto, piuma, cristallo,
labbro, metallo, musica, silenzio, vegetale, mondo, quiete,
la loro forma. Perché si amavano.

 

*


LUCA BENASSI


Seguendo i tetti e le strade brulicanti
i vestiboli con i kebab, gli androni verdi, scritti
in lingue remote, si comprende
il verdetto, la sentenza in versetti lineari.
Aspettiamo nella rete che si tende
la mattanza rossa, il sangue che lavi
i marciapiedi, le muffe piene di mosche
il futuro sterile dei figli. E a te che calchi
questa crosta e il foglio e pascoli tranquillo
i delta, i fiumi delle case, le mogli attente e infedeli
i lavori battuti al minuto, il sesso dei monitor
che riduce il membro a un nervo scoperto come un filo
a te che imbocchi come un pesce la metro
e incappi la rete del mistero
a te che rantoli quando la lama esce e il sangue
gorgoglia nel polmone sfondato
quando la tregua e gli accordi vengono violati
a te, poeta, si concede l’onore della polvere.


www.lagru.org
da: "Calpestare l'oblio", 2009 - e-book

 

IV

Ma si, cancella tutto, non salvare
deframmenta, svuota
libera la memoria di chi rimane:
qui si lavora ghisa
(trucioli ed olio accumulati al bordo
delle fresatrici
dei fasti del grigio)
e si montano tappi
ma io compilo gli elenchi
i numeri dei volti dei morti
nell'armadio della stanza-
l'inutile lavoro del becchino.


VI

Mi dici che hai scoperto l'inganno
lo strano parallelo che si tende
tra la cravatta e il suo guinzaglio
il nodo soluto
oltre l'acqua della mia incoscienza.
Ma io ti dico
che arriva il giorno quando timbro
il permesso non retribuito
del tramonto
l'infinito verso
che abita le rovine del silenzio
mentre scrivo la parola casa.


IX

Di te ricordo il vento
e la superficie levigata del silenzio
sul ponte verso Piazza Vittorio.
credimi, non c'era attesa
nel nostro incontro
né la danza dei tuoi capelli
mentre lasciavi la macchina
per l'ultimo viaggio:
come il cielo cavo azzurro nell'occhio
la freccia del tuo aereo taglia
la notte
e fa male come una spina
nel dolore delle mie labbra sole.

  Torino 29 gennaio 2003


XI

Non starò qui ad aspettare
il suono dell'ariete
a sfondare le stanze del dolore
né il tradimento della sua bocca
a squarciare le mura
della fedeltà interrotta.
Ma verrò a cercarvi
nei vostri campi
col buio, con la mano in tasca
che tenta la lama
a braccare il desiderio
che gonfia le gole delle vostre notti.
Verrò a cercarvi nelle case
a inseguire nelle selve il senno
che si perde sul volto della mia donna.


da I fasti del grigio, Lepisma, Roma 2005


***


LORENZO CALOGERO

Nasce il 28 maggio 1910 a Melicuccà, Reggio Calabria, dove viene trovato morto il 25 marzo del 1961.

E’ uno dei maggiori poeti italiani della prima metà del Novecento. Ha sofferto dello stereotipo del poeta folle e solitario.
Un vulcano nei suoi versi. Una musicalità mai banalizzata dalle rime.
Uno sguardo dolce e feroce sulla vita e sulla realtà.

Si segnala il sito: www.lorenzocalogero.it


[da: FAREPOESIA n. 23 – marzo 2008 – Fanzine murale ed elettronica di poesia e arte sociale]


Poesie tratte da Ma questo…; Sogno più non ricordo; Quaderni di Villa Nuccia, in Opere Poetiche I e II Vol., Lerici Editori.

*

La luna, il fiore del limone

e il lume, lievi, un’incertezza

delle labbra, la sabbia, la quiete

della sera levigata, fosco punto

in alto il paese del tuo candore

e, ratta rapita al piede, precipitata ai passi,

come i fari il colore dell’avvenire,

la salvia. Non puoi cadere

nel forte odore dei parapetti

e come la malva cedere. Assopiti

sono i sogni dei poeti. Il canto

cieco riemerge o ti angustierai

di settembre, la pallida guancia

su la palpebra tanto riattesa;

scivola e lungo e glauco era il sentiere.


*

CLXIV


… Oggi cammini con un sorriso empio

E non so quale sia della mia morte il futuro.

Ma incomincia come un’eco un’altra giornata

Ed è superfluo e zoppico: oggi mi avvicino

Al muro come le esili foglie di questa pianta.


Il tuo sorriso è un sorriso oggi all’oscuro

E contiene gli echi di ogni distruzione.

Tu ti appoggiavi un momento sulla mia guancia.


*

So furore con pane. Una lunga gioia

il desiderio mantenne. Qua frane

e una migrazione gelidissima erano

e, sul fiume tentennando, le vele.

Non parlarono

di te invano uomini ch’erano

verso te protesi. Me pure sangue nuovo

già prese quando tu appena

eri presente. Risvegli nella veloce

corsa della notte avvennero ed apparvero

e disparvero penne.

Non vale silenzio

a modificare una palpebra ruvida

o una gocciola d’assenzio.

Quanto nacque

la tua febbre era già sparsa. Arsa solitaria

una mattina ferma era nell’aria.

Dentro,

nuda, era una pausa.

Non più chiusa

in se stessa era ed erra, ora, una favola.

*

Ma questo


Gli estri, le cose esatte,

le monotone cose poi, ma questo

puoi estendere alle nuvole,

quando, rarefatto il tempo, il vuoto

è un rudere di passaggio.


*

Da Il suono a l’altezza dei riquadri

E questo musicale non essere

quando passo, quando tocco,

quando sfioro

ragionevolmente rivolto alle nuvole.


*

So di non esserti a lato.

Utili gli agnelli nel tuo regno

vengono. Non ti ho visto mai

nella tua dimora a distanza

com’ebbi acuto il senso di essere

e il privilegio. Altri uomini

in un raggio di sole ebbero cuore

e, nel cavo buio, il coraggio.

Danzano

essi prima che, in un promontorio di luce

millenaria sul marmo, scintille

guizzino ad un fievole segno.

E tu, pastore d’aria, (eccomi qua!)

trapassa la tua patria,

fa strada.

Se tatuato splendore

non fosse direi di avvincerti:

(sarebbe male o tristezza) ad un tuo debole

cenno (o sarebbe abbandono).

Presta ascolto.

Cancella nell’immenso mare il mio cordoglio,

sono certo di te, del tempo tuo,

di te entro cui, come lampi, i tempi vedi

che solitari avvengono.

*

Avidi colori rapidi

in sinuosi giri, in opachi specchi

miri ed ella come d’alberi

in un disegno di iridi

sull’erba addormentata. Ampio respiro,

una corolla turgida

uscita dal suo seno

re videro e, nell’ansia,

il bruno volto un sorriso

porgere pigro della grazia.

In puro arco di luce

a sommo la dolcezza volò nel sereno

nel grembo del suo sonno

nella bellezza trasmutata.

*

D’autunno sono guaste le parole.

Penso anch’io. Nell’occhio stanco

riconduco il senso d’una vita.

Una beatitudine s’accende

e ritrova se stessa rapida al suo fianco.

Straccio una pausa, odo una vicenda

Ove sei vinta e mi sazio. L’agreste frutto

sgorga in puro spazio.

Fermo fumo giova.

Alla giovane terra il suo passo.

*

Vergini in puro sonno

Vergini in puro sonno ali oscillano. 
Questo è lo schermo della luna.
L’esile lume giuoca sul tuo collo
come un’onda danzante e riverbera i disegni,
i segreti delle stagioni sui vapori
delle stelle come un’esigua acqua
che lascia schiuma.
 
Ritorna il bivacco
su la dardeggiante cruna
e la marea come un’alta cima
asciuga lo scirocco
sopra una ventata calda
di cenere bionda e bruna.
 
Si accende il disco
della candida faccia a raggi
della bianca implorante luna
ai passi dello sperduto viandante
che ha smarrito la strada.
 
Ali vergini di puro fumo in sonno
su lande solitarie oscillano, puri fiocchi
aperti ai tuoi sogni divengono.

*

Vedo angeli vaganti

Vedo angeli vaganti e una chiarità lunare.

S’immerge una marea e sono grappoli
i suoni sui colori. Splendente
corre l’alito nel volo assiduo. Ferma,
rimasta indietro, lenta era l’origine
della luce tacita e, se trattengo,
in un dito, il tuo moto reso vivo
e visivo dentro un cerchio di immobile
splendore, trattengo anche il mio respiro
sulla vana superficie, resa desta, che mi resta.
Informi i morti odono. Nuvole
sono qua e là distese: hanno invaso
dell’arco del discosto tremulo orizzonte
il suo impetuoso immenso giro.

*

I baci, le persiane verdi

I baci, le persiane verdi,
verdi alberi modesti, verdi mobili intorno
sulle piagge dell’orto.
Trepido è un disegno sui tetti.
Una corolla scivola su persone morte.
Sapevi quanto intatto, leggiadro un desiderio,
era colpo di un sogno dischiuso,
sogno chiuso leggero di una morte.

*
Lorenzo Calogero con la sua poesia ci ha diminuiti tutti. (G. Ungaretti)

 

***

 

ROBERTO  ROSSI  PRECERUTTI


A un remoto fiammeggiare

[Da “Poesia” – giugno 2002 N. 162, Crocetti Editore - Milano]


Omaggio a Roberto Demarchi


A un remoto fiammeggiare


I                                                                         


Come per spargersi o durare                            

da una mutevole volta

raccoglierà il suo vanto

quest’ombra sfrangiata

per disperse limpide piaghe

a un remoto fiammeggiare:

solo occhi chiusi nel fumo

nell’attonito fogliame

o questa tomba infranta.


II


Manda le sue piccole

voci l’estate fa il suo triste

colore nell’ansia celeste:

ancora conterà dentro

l’immobile vampa

questo febbrile intrecciarsi

l’ostinato accadere?


III


Di un docile passo

senza sogni del velare

questo marmo raccolto

dentro ruvidi rami

ancora raccontato il tempo

intero o senza lume

sospeso seminato nell’azzurro

serberai il battito affollato

la sgombra muta lotta?


IV


Lasciata nel riflesso

della fonte nel tiepido velo

della polvere svolge la memoria

l’obliato splendore dirà

come rimutato sangue

o soffocata vertigine si apriva

a un intero amoroso

rumore.


V


Passa quest’astro freddo

l’incauto bisbiglio

della luce, come improvvisa

la danza dei rami

rovina senza che un soffio

un largo squillo leghi

non turbata d’ardore

una rosa.


VI


Una volante meraviglia

un passo fermo di luce

adunata quanto più

costante si getta nel fogliame

come un’aria incantata,

la protegge una terra

disfatta ora un alto appello

preme.


VII


Poi che la tenera

forma battuta la

piega amorosa si svolge

da un volo numeroso

da una terra d’alture,

all’azzurro morente regali

tutta la vita del frutto

in forti lucide punte

disperso ogni residuo

grembo.


VIII


Almeno una silenziosa

corte un ricamo

di aghi lucenti apriranno

quest’urna di calore:

qui chiama un’inferocita

stagione cresce l’alto

moto della testa,

bellezza in raggi ronzanti

adunata.


IX


Aspetta quel porfido

nel suo obliquo fuoco

quale disperso orrore

o caduta minaccia?

e come composto stava

quel disporsi per anni

e costellazioni finito

l’arco del fiorito giardino

il collo da un lucido

tratto illuminato.


X


Toglie una notte

il fulgente pergolato

il silenzioso diadema:

ad allacciare come una tenera

ventata resterai

in quegli alberi d’acqua,

le straziate ali

vittoriose?


XI


A uno stellato affacciarsi

al più dolce talento delle

fulgide spine ora si vota:

per arnie e greti vanno i campi

o del puro oro di peschiere

serbano un biondo filamento

che mentre canta o vola

si rabbuia.


XII


Non lontananza d’anni

ma gridi selvosi, ti muovi

a inavvertiti brividi o nidi

di luce: molti schianti

da abbandonate rovine

e dentro il sonno congiungeranno

queste foglie fredde a una

natura interminata.


XIII


Molta lotta si chiude

a un tempo inerte, circonda

ora il verde una corona

di fulgide croci: da quale

composto fervore dirai

come molli acque serali

a un inavvertito compiersi

traboccano?


XIV


Mirabile l’anno

e mirabile questo

passo d’acqua salito

in un ventaglio di canne,

ha buona voce l’urna

celeste che ci affida

se di compiuta chiarità

bellezza tremi.


XV


Perché lungo un passo

futuro o mitemente acceso

ora perde il tuo valore

o donando tutto il fuoco

divora spazi d’acque silenziose

una compiuta parola

a non ornare fervoroso

sonno?


XVI


Di nuovo insorte

queste tenebre, scorze

passano e fitte piume

dove fra tramortiti

frutti o nell’angustia

della fiamma piano

si schiude adorno dei suoi specchi

il cuore.


XVII


Stella tornata da luoghi

d’inverno pietra su pietra

comanda, verrà a battaglia

quest’oro crudele: siede

in cielo come uno sdegno

soave o sulla costa splendente

rispunta una corsa stremata.

A chi voterai questi colpi

d’artiglio, la mia tomba d’aria?


XVIII


Questa falciata furia

mette occhi e ali

a miglior vita, prende

lumi e disarmati ingegni,

se solo nel canto illuminato

o tra le schegge brunite

del frutto puro lampeggia

il riso.


XIX


Ancora per questo verde

insonne per la vittoriosa

impresa degli occhi

s’aprono gli aghi celesti:

voi in rado margine chiusi

o in arma d’angoscia lucidi

avori rose per sempre serene

a non ripetere che l’abbuiarsi

sotto un morso misterioso

di quel fianco.


XX


Altro non sa la sfinita

mattina che l’alto

suo abito celeste, pure

si prepara una piccola

dimora la cenere o s’estingue

rapido il volo: vorrà

luci ben asciutte se

quiete corrono voci

in tutto quell’oro.

 

***


Canzone della donna

che voleva essere marinaio


Adesso soltanto adesso

che il mio sguardo sposa il mare

faccio a pezzi quel silenzio

che mi vieta di sognare

file di alberi maestri e mille e mille nodi marinari

e tracce di serpenti freddi ed indolenti

con il loro innaturale andare

e linee sulla luna che nel palmo ognuna

è un posto da dimenticare

e il cuore questo strano cuore

che su una scogliera già sa navigare.

Adesso soltanto adesso

che il mio sguardo avvolge il mare

io capisco chi ha cercato le sirene

chi ha potuto il loro canto amare

dolce nella testa come il giorno

della festa i datteri col miele

e forte come il vento che si fa tormento

e spezza il cuore agli uomini e alle vele

e allora non c'è gloria o voglia

che si possa bere oppure masticare

né pietra di mulino a vento

che quel sasso al cuore possa frantumare.


Connor Slave

dall'album «Le bugie del buio»

 

***


Poesie di Antonio Sbisà


Galassia Rosa


Ci sono dei mondi nella galassia

dove le colline camminano e danzano, dove gli alberi giocano e saltano,

e volentieri ospitano nel loro grembo altre creature.

Qui i fiori della terra suonano, cantano e gareggiano in grazia,

con altri fiori che volteggiano nell’aria.

E se vedi delle nuvole nel cielo, spesso sono altre creature,

che pensano, sentono, amano e scorrono,

fra l’aria densa e la terra fluida.

Portano il fuoco dai soli che costellano ed alimentano

i diversi tempi ed i diversi spazi che abitano questi luoghi.

 

 

L’occhio galattico


Il centro della Galassia appare come un grande occhio di amore.

I vortici stellari si svolgono in spirali  intense:

come le braccia amanti avvolgono l’amato,

così questi flussi luminosi cantano intorno ad un grande sole centrale.

Ha la forma di un occhio: la pupilla è il sole,

circondata dalla densità spaziale luminosa

Guarda dentro, guarda fuori, ride, ammicca, sogna, racconta.

Esultano i mondi felici del paradiso divino, da dove emanano

sguardi, doni, inviti.

 

 

   Presenza emanante

   
   Emani amore e pace,

   fanciulla di altrove,

   semini entusiasmo ed incanto.

   I tuoi sguardi

   sono incandescenti,

   penetri nell’intimo dell’anima.

   Sono invaso

   dall’oceano della tua bellezza,

   la gioia freme

   in ogni mia cellula.

   La tua pelle è luminosa,

   sembra espandersi,

   sembra penetrare l’altro

   anche a distanza.

  Tu sorridi,

  e tutto il mio essere

  diventa immensamente felice

  Tu parli,

  e la mia vita si rinnova tutta.

  Ti muovi verso di me,

  e mi sembra di raggiungerti

  fuori dalla pelle.

  M’inviti ad entrare in te.

  Nei tuoi occhi,

  vedo i soli di altri mondi.

  Nella tua pelle,

  la bellezza splende

  lasciando senza fiato.

  I tuoi gesti

  svelano pensieri 

  ardenti e misteriosi.

  Partono onde colorate dal tuo corpo,

  dai mille colori e sapori:

 sono come abbracci,

 cingono il mio corpo,

 lo sciolgono nelle stelle.

 Amata mia,

 se non ci fossi tu

 a proteggermi,

 sarei già diventato un fuoco.

Ti guardo,

e mi innamoro di Dio,

ti ascolto,

e sento i mondi esplodere

nel mio cuore,

ti contemplo,

e mi sento immerso

nella  beatitudine

   felice, eterna.

 

Nei mondi della luce


Quando la luce che sale dalla terra,

dai mari, dai corpi,

s’incontra e si fonde,

con la luce

che scende dai soli e dalle stelle,

sicuramente tutto parla di felicità

e di creatività infinite.

Le forme perdono la loro consistenza,

la variano, emanando esse stesse luce,

ricevendo la luce

dalla terra e dal cielo.

Una trama infinita di gradazioni

protegge dalle confusioni, dalle difficoltà,

esseri che comunque sono fatti tutti

per l’amore, per l’arte,

per le alchimie più fini

fra i sensi, le forme e lo spirito.

Arcobaleni dalle mille tonalità

penetrano nei pensieri,

nei gesti, negli sguardi,

nelle emozioni.

Ogni essere è veramente unico

e diverso dagli altri:

ogni relazione è unica e differenziata,

né è possibile qui

classificare esternamente qualcosa.

Le fusioni nei corpi e nella luce

esprimono valenze sconosciute dell’amore,

dono universale per tutti.

Splendono le anime di questi esseri,

in dialogo permanente

con i mondi e le dimensioni

cui donano i segreti

delle scienze della luce.

Dove l’interno trionfa sull’esterno,

dove Dio è l’esperienza di base per tutti,

la felicità della creazione irrompe

infinitamente felice.


Antonio Sbisà

 

***


Adolfo Silveto


E fu soltanto luce nella notte
tagliata in mille pezzi di stupore …
Un angelo consumò le ali e mille anni
nel gelo di viaggio.
Un usignolo si staccò dai rami del tempo
e si fece canto d'amore.
I pastori divennero pastori d'improvviso
storditi di cielo.
Da ogni piega dell'aurora rotolarono misteri
e tutti i silenzi e tutti i segreti
si svelarono alla pallida luce di una stella
che incendiava le stoppie.
Un sorriso non sorriso da secoli
attendeva nell'immenso di un istante
e una scheggia di sole scampata alla notte
accarezzò le montagne di neve dove il vento
si fece brezza per le valli dell'anima.
Poi, nel silenzio immane, qualcuno chiese
ad occhi che foravano il buio
(erano occhi di stelle e lacrime di luce)
cosa fosse quel canto nell'aria
e quella selva di spine
che gli cresceva dentro
senza ferire il cuore.
Gli rispose l'incanto di una voce:
"Non sai?
Null'altro che il sogno
nutriva questo tempo di saccheggi,
paradisi remoti e nuova manna
e paesi con fiumi a latte e miele
inquinati dal sangue della guerra.
Oggi che il cosmo scuote i suoi silenzi,
nella grotta sepolta dalla neve,
tra un bue e un asinello,
una vergine soffia nel creato
sapienza ed innocenza.
E dal suo seno di luna
una sola goccia di splendore
disseta l'universo!".


***

 

Poesia di Roberto Mussapi
 
Ritorno dal pianeta


Io sono disceso e lo ricordo

il pianeta : a poco a poco si spegnevano le luci

e il sonno saliva dalle finestre, come una marea,

una luce che si spegneva e la radio ancora accesa,

buio e voce.

Chi spossato si addormentava come un animale

Nel Tir simile a un gigante pacificato,

immenso e muto sullo spiazzo dell’autostrada,

vidi gli insonni, la fame, la paura,

la disperazione di chi cercava una dose,

vidi la notte scendere su altri, nel cuore,

corpi che si placavano umidi, abbracciati,

proseguendo il respiro dove le parole hanno fine,

li vidi, addormentati, il molteplice e l’uno,

l’amore dei corpi che si rigenera nel sogno.

E io che credevo di essere luce fui buio,

perché buia era la notte sui mortali e buio il pianto

che da me, come avessi occhi, calava su loro.

Ho guardato, ho visto, credimi, Dio,

non fu inferiore

l’amore tra corpo e corpo, tra persona e persona,

quando abbassarono le persiane cercando un silenzio

più disperato e pieno di tutti i miei voli.

Questo posso testimoniare, questo ho veduto

Su quel pianeta dall’alto più piccolo della mia mano,

e che soffrì le acque, il delfino, il tuffatore,

che conobbe la donna e in essa il dolore,

e strade che imitavano la luce di quel cielo,

l’asfalto le automobili,

dove uno accelera e l’altro si affida,

e ognuno sogna un viaggio senza fine,

ho visto fari spegnersi nella notte e voci ronzare

e uno solo nel silenzio con l’autoradio

(sembrava la mia voce)

Due che chiedevano fino a quando,

fino a quando, amore?

Li ho accarezzati, ho posato

L’ala sulle loro spalle, ho sfiorato le mani,

le mani che si stringevano nel molteplice e nell’uno,

dal fumo della sigaretta che lei aveva appena acceso

io vidi nei suoi occhi il firmamento,

e il roteare eterno verso una sola luce.

Poi mi allontanai, lasciandoli soli,

nel firmamento, nell’abitacolo, nell’uno

che essi avevano scoperto nella valle del pianto e dell’amore,

e il ricordo,

e quel ricordo vela la trasparenza dei cieli.

Questo ti chiedo, il termine, il tempo,

che paghi l’amore e la separazione

se il tempo li generò e rese vivi

più di me.Dio, più del mio volo.


***

 

Octavio Paz 
da PIETRA DI SOLE


(traduzione di Francesco Fava - Il Filo, Roma 2006)

 

      salice di cristallo, pioppo d'acqua
      alto zampillo che s'inarca al vento,
      albero ben piantato ma danzante,
      l'incedere di un fiume che si curva,
      avanza, retrocede, gira intorno
      arriva sempre:
                            incedere tranquillo
      di stella o primavera senza fretta,
      acqua che con le palpebre serrate
      tutta la notte emana profezie,
      unanime presenza in mareggiata,
      onda su onda ricoprendo tutto,
      verde sovranità senza tramonto
      come il baluginio delle ali
      quando si aprono proprio in mezzo al cielo,
      l'incedere nel folto dei futuri
      giorni e il malaugurato illuminarsi
      dell'infelicità come un uccello
      che pietrifica il bosco col suo canto
      e l'imminenza di felicità 
      che subito svaniscono tra i rami,
      ore di luce che gli uccelli beccano
      e presagi che sfuggono di mano,
      una presenza che è improvviso canto,
      come il vento che canta nell'incendio,
      uno sguardo che in bilico sostiene
      il mondo coi suoi mari e coi suoi monti,
      corpo di luce filtrato da un'agata,
      gambe di luce, luce il ventre, baie,
      roccia solare, corpo color nuvola,
      color di giorno rapido che salta,
      l'ora che dà scintille e prende corpo,
      nel tuo corpo è visibile già il mondo
      nella tua trasparenza è trasparente,
      percorro gallerie fatte di suoni,
      fluisco tra presenze risonanti,
      percorro trasparenze come un cieco,
      mi cancella un riflesso, nasco in altri,
      oh bosco di pilastri favolosi,
      penetro sotto gli archi della luce
      i corridoi di un autunno diafano,
      il tuo corpo percorro come il mondo,
      (...)

Octavio Paz, Città del Messico, 1914 -1998

 

***

 

Il tuo cuore lo porto con me 
Lo porto nel mio 
Non me ne divido mai. 
Dove vado io, vieni anche tu, mia amata; 
qualsiasi cosa sia fatta da me, 
la fai anche tu, mia cara. 
Non temo il fato 
perché il mio fato sei tu, mia dolce. 
Non voglio il mondo, perché il mio, 
il più bello, il più vero sei tu. 
Questo è il nostro segreto profondo 
radice di tutte le radici 
germoglio di tutti i germogli 
e cielo dei cieli 
di un albero chiamato vita, 
che cresce più alto 
di quanto l'anima spera, 
e la mente nasconde., 
Questa è la meraviglia che le stelle separa. 
Il tuo cuore lo porto con me, 
lo porto nel mio.

 

E. E. Cummings

 

***

 


Risollevami da me e innalza la mia vita verso
ciò che tu desideri -
la luce, il cielo, la distanza e il mattino,
finché non sarò non nato
di nuovo alla pura dispersione nei mari
dell'alta brezza
che ti parla della luce prima che la luce sia nata,
finché il piacere
di essere senza essere non mi trasformerà in
cielo e canzone!

 

Fernando Pessoa

 

***


Il vento con i suoi coltelli
Noi carne aperta più vasta del mare
Chiglie di ruggine viaggiano sulle ferite
Sulle nostre rotte disperate

Elio Corianò
 

 

GIAN  CARLO  DI RENZO

 

da: LE  ALI  DELL' ANIMA

 

© 2006 Di Renzo Editore

 

 

                                                            Apatia

 

Brilla una luna sporca questa sera

e polvere leggera liquefatta piove

sulla strada dei miei sogni intermittenti.

Tu deridi la malinconia

mentre tenebrose nubi ti truccano il viso.

Le mie braccia stringono i tuoi fianchi come ragnatele:

vorrei raggiungerti,

ma svanisce il mio sorriso

di fronte all'apatia che incalza.

 

*

 

                                                            San Lorenzo

 

Nei tuoi occhi lontani e velati

cammina una stella immortale

mentre cala la notte sugli oscuri viali.

Tenue si accende una pagliuzza argentea

ma come una perla nel guscio

rimani rara e misteriosa.

 

*

 

                                                            Radici

 

Ogni notte cade dalle stelle la mia solitudine

e mi metto in contatto con colui che lei conquista;

tutto appare lontano, l'estate è immensa

libere le campagne ai venti, un orologio implacabile

batte le ore.

Ogni notte s'intrecciano colori sparsi

che innalzano al volto le radiose radici del mio cuore.

E la tua dolcezza infinita le tiene in mano.

 

*

 

                                                            Luglio

 

Hai colorato i miei pensieri e i miei sogni

hai cambiato il mio dolore in gioia immensa

dolce olio profumato hai versato sul mio torace,

ma il mio fiore purpureo ora sanguina

fantasma insonnolito della mia intricata immagine.

Mai dalla mia mente ti sei allontanata

ma so che ti ho tiranneggiato col mio amore

durante i sontuosi giorni di luglio.

 

*

 

                                                            I tuoi capelli

 

I tuoi lenti capelli nel sonno dei venti

Ondeggiano lievi, distratti

accarezzando i miei dolorosi pensieri.

La speranza come un bimbo che dorme,

dormendo sorride.

E io vedo forme invisibili nel sogno di te.

 

*

 

                                                            Segno di croce

 

Un viso delicato gettato dove non c'è né terra né cielo

l'eco giù per la valle in un tramonto di fuoco

i sorrisi cuciti come fiori che naufragano nella marea

le finestre di un crepuscolo che canta il mare.

Innamorato solitario, guardi con occhio fermo il tuo

destino

tra la paglia arida e alta sferzata come i capelli al

vento

e la notte si avvicina felice e forte.

C'è amore in cielo tra le stelle scintillanti,

tu fai un segno di croce sul palmo di mano

mentre ti scavano gli occhi come fosse.

 

*

 

                                                            Magica virtù

 

Magica virtù questo incrocio di sensi

che si avvinghiano in un groppo solo.

Una luna piena e ardente rovescia la luce

sulle vaste risonanze dei nostri corpi nudi.

Tutto trabocca nella notte

e le nostre labbra umide non sazie

incalzano ali che si ingigantiscono

tra le pieghe del profondo piacere.

 

*

 

                                                            Sonno

 

Il nero del silenzio squarcia il plenilunio

che argenta la sensualità del tuo sonno.



 

ROBERTO R. CORSI / LILIANA UGOLINI
 
Da: GLI OCCHI DI PROMETEO
 
 
© 2009 Roberto R. Corsi e Liliana Ugolini.
robertocorsi.wordpress.com – lilianaugolini.it
 
sito di provenienza: www.rebstein.wordpress.com
 
 
 
 
GLI OCCHI DI PROMETEO
 
                        XII.
            creatività/ blu/ fa diesis
 
“Sono nel so e non so”.
Nel giardino divino.
Nella torre d’averi con intorno
verdastro formicaio città-stirpe.
 
 
È schietta la vendemmia di parole,
sospensione amnïotica in purezza
blu oceano. Resto principe, principio,
lontano dal dolore altro da me...
 
 
 
                                XI.
            si naturale/ blu perla/ contemplazione
 
L’effetto gravità violenta bianco.
L’urlo scosceso è frantumato al borro
un proteso dell’ultimo boato
dove se c’è bellezza qua si frange
nel lutto della roccia levigata.
L’orrido getto al tempo non risale
e pare uguale mentre tracima e cede
come un corpo già vecchio.
È quel guardare livido le rocce contro cielo
dal germoglio minuto al filo ragno
al batacchio del polline Prometeo assiso
per un ascolto sordo al rumor d’ossa
mentre in fronte s’assorda un mistico
prudore che rimane.
 
Al muro del suo suono
Prometeo senza corpo elude l’invisibile ora
che non muta nei rari Stradivari.
 
E terrapieno affonda nell’incerto affogare delle sponde
punte di cielo, spunti di turchino silenzio d’un assunto di chiarezze
che non son qui ma nella superficie del riflesso.
 
 
                                                  II.
            movimento dello spirito nella materia/ porpora/ sol diesis
 
Sulla riva agostana del tempo, ninfa, mi svelasti la rupe e la
maceria. Prendimi mi dicesti, così come ignoti fauni di provincia,
che sarebbero trascorsi senza ferire la storia, già ti avevano preso,
su sedili posteriori o in campi nebbiosi.
All’umido esitare ecco, sacrale, la porpora del sipario scostarsi
appena, offrire uno squarcio dell’indegnità per subito celarlo.
 
 
Qui la prima volontà cieca s’insinuò nella forza creatrice.
Ho temprato io, poeta, le catene che m’avrebbero serrato i polsi.
Perché scrivere, sgorgando, fu all’inizio tensione verso altro.
 
 
 
                                       X.
            mi naturale/ bianco-azzurro/ sogni
 
Prendi Climene madre possente la disperante bellezza che acquieta
(ombre d’azzurro fremiti carichi di tiepide polpe) e dona al dolore
(mossi i crinali a tratti distesi struggenti d’amplessi)
l’idea fissa d’amore.
 
 
Fiori di foglie godono nei bianchi
e pelli e bocche assunte a verdigliosi appunti
collimano nei liquidi di luce.
 
Anima sospirata nell’energia d’intorno
volge a speranza la pacata armonia dell’abbandono.
 
L’apoteosi delle presentazioni sul tramite
s’inceppa al sopruso. Dentro barrate barre di recupero
l’errore assorda il vuoto e la boccata scocca alle voci.
L’Eros nel Logos d’un minuto più giovane
al Thanatos tanaglia lontanissimo e restare (da fermo)
è l’inferno Pandora, del disastrato frutto o del cappello
(dar di cappello) sempre appeso.
 
 
 
                             IX.
            la naturale/ verde/ materia
 
Parete roccia scura finestra scalata alle montagne
solitario zig-zag uomo-formica
alle vette del verde in anima e d’azione
canta ai passi vittoria in osanna d’altissimo piede
in equilibrio di caduta e vola in basso d’erba
alle corde d’inutile appiglio in gravità leggera
al formicaio duro delle pietre.
 
Erano corvi lenti nero tratteggio
contro cime immense nel profondo d’aria.
Sull’abisso io mi tenevo con gli occhi
ai loro voli.
 
Veicola nel panorama l’impotenza
a contenerne il succo. Resiste come forza inusitata
la pietas di quel punto.Trovarsi preda splendida
al dolore d’amore che s’immagina fermo.
Nella trasformazione esiste il velo verde (le tue corde/caos).
I cardellini cantano silenti
mentre il costume resta già tracciato.
 
 
                                       IV.
            sensualità/ bagliore metallico/ la diesis
 
Eccoti omologato
nel punto basso ventre
nel solco della rosa in stanze nuove
in corpi inconosciuti ora svelati.
 
                        Datti vita veloce,
datti da fare muovi lombi sincrono
col tempo che dardeggia
improvvido improvviso.
 
Punta di cacciavite scintillante:
qualcosa non funziona.
La tua pena ha sembiante di soprano.
Adunco il becco del non appagare
abbronzata commedia degli errori
per te che l’hai plasmata nell’attesa.
 
 
 
                            VIII.
            re naturale/ giallo/ gioia
 
Tanto stride l’umore paventato
che culla desideri d’incontro
nel tepore dei lenzuoli con carezze alla fronte
da sciogliere di sole in ombra piena.
 
Condensano piume figure di cielo
e al divenire cambiano il momento
in strappi d’occasione docili al vento d’iride
coniate in fulgore d’invisibile ventre di Prometeo
profondo all’infinito.
 
Infinitesimo vasto al particolare di luce
colonne carne d’alberi diafani a cieli specchiati
muovono l’universo ai passi degli scalzi.
Morbidi segni a flagellazioni di mistero
(dualità riflessa architettura)
fuggono d’ombre ai broccati e alle scarpe dorate
e lucido catafratto a leggenda spazia di giallo
profumi tonali viventi.
 
 
 
                                      VII.
            sol naturale/ arancio/ attività creativa
 
L’arancio dei miei giorni che scorre nelle membra appesantite
valica storni e leggerezze caleidoscopio di pensiero
e inaspettata lievità spande le voglie sul pugno dorato
e gote calde toccano al brillare degli occhi
le tenerezze che vagano il possibile della creatività.
 
Bifore e storie passano sui volti
e sorride agli incontri lo spazio dimenticato.
Lampi di flash saranno riflessioni
del volo congeniale al lampo arancio
d’un getto lungo in raso di mantiglia.
 
Il Titano perfetto nel fulcro del rovescio
mescita negazioni e afferma di sé nell’alter ego
la sintesi incompiuta del compiuto.
Per groppo di doppio incorporata l’ombra
s’attinge e stinge l’assoluto.
 
 
 
                                     VI.
            do naturale/ rosso/ volontà umana
 
Se lo dipingi rosso da spavento dita aguzze strabuzza
e dentro al ghigno sale di fumo l’ultima fiammata.
L’attesa è la sua forza/debolezza
che a lungo lungo andare
è stillici-dio
 
Fosse forse il candore di un’assolta Assenza
l’aperta ricezione la domanda dello stare
sostanza che assolve di sparire in altra riva.
 
Venni in abbraccio corrucciata per altro piombo
al folto ridondata in plaquettes e walls di libri
tanto che d’eco scritti sparivano ai colori le costole
e incastonati destavano pensieri Shelley e Gide.
C’era nel folto l’attenzione scarna alle parole brevi
sormontate da nugoli di penne imporporate
e graffiti del logos sette su sette logaritmici echi
balzavano al centro. Sminuiva il segno a dismisura.
In foulard venni a due parole scritte
e tu aquila d’uovo brancolante di piume emolliente e svagata
a bearsi nel becco, con disprezzo all’abisso
desti inizio che già ci separava.
 
 
 
                                                 V.
            fa naturale/ rosso scuro/ differenziazioni della volontà
 
Tema l’amore e un adagio di scippi violenti
a luci rosse porno scherma l’ultimo accordo.
Sale l’abbraccio alle galassie centro indifeso
di sangue ripiegato al sorriso indisponibile.
 
Mentre (mantra) io t’accudisco guscio di te
memoria culinaire virali storni mi scorzo rovinosa
nell’oppio discendente e ai fondi non miei
il precoce procedere di me è invigorirmi al senso
d’accompagnarti oltre.
 
Ti sfoglio giorno giorno sul cumolo dei giorni
e beccato barcolli nel buio che allaga la pietas
delle disperazioni in essenza del fragile tuo farti delicata
assonanza del riflesso di me e avvolgi dentro al nucleo
questo nodo d’amore che m’annodo in cravatta sanguigna.
 
 
 
                                       III.
            mi bemolle/ grigio acciaio/ umanità
 
L’espulso che si cade di seme capace si trasogna
travalico rapace e la sua forma traspare indovinata
malessere dell’orma. Incontenibile sé progetto
d’ossimora ventura la distanza d’altura passo passo domanda
messaggio insostenibile nolente al colmo della risposta tronca.
 
Mani strette al girotondo delle braccia tese
spezzate alle parole d’ordigni muovono insieme.
E tu Zeus scintilli gli ordini vuoti.
 
S’imbruna il giorno nei muschi odorosi
freschi nelle carezze e nei baci e perde voce
il vespro malinconico. Bruciano bocche
assaporate e mani e corpi docili
si flettono in nastri al sommesso respiro della rosa.
 
In isole di fughe la bolla dei corali
e noi senza testimonianze
sommergiamo nirvana adepti d’apodittici
finali in grigio acciaio.
 
 
 
                        Interludio
 
            (coro: vocali/color lilla)
 
Roccia lilla m’incanti sirena di ghiaccio
carpita in origine al mare. Le gole in anfratti
cantano echi al silenzio profondo mistero di stelle
e vette sculture di storia sciolgono caste le fonti.
Esacerbate impotenze con te misurano forze e vocali
e tuo fascino levigato d’appigli tende la mano guantata
alle croci raggiunte a meraviglia di gloria.
 
 
                                       XI.
            contemplazione/ blu perla/ si naturale
 
Nella linea perlacea delle acque
periplo della storia
un arresto previsto e non previsto.
 
Sulla riva sei fermo a contemplare
una lenta varianza nel segmento
che parte cielo e onda.
Passano amici amori
ti/si domandano
ma la carne è trascorsa sfiduciata
simulacro osservante nelle spire
che sposano la mente e la scrittura
all’ombra d’un sorriso.
 
Blu astro stai librando
 
e di te il mondo è mondo.
 
 
                                                I.
            re bemolle/ viola/ volontà dello spirito creativo
 
Ho vissuto Prometeo la fine delle storie
fresche adolescenti nelle risa insieme in un domani smisurato
perle capriccio d’ostinato andare lungo a lacci di legami
sfatto lentissimo nell’attimo che so viola. Fiori sui marmi
gli adulti strani sono muti all’appello e trattengono
l’avvenire raccontato.
 
Montagna di parole densa di scintille tiene nervi e freni roventi
alle corde possibili. La voce, la tua voce, che scende
col suo filo ad arpionarmi forza di maree m’abbandona lontano
frusciata all’idea ceduta in sottofondo e seminata.
 
Gesto profondo d’essere silenzio
scintilla in torcia viva segno di fatti e parole.
Ardono boschi violentati e ninfe denudate
sfumano ai fumi tossici futuro di faville.
Girano alla speranza incendi d’amore
generosi d’altro dare offerti al fuoco
nel cerchio dell’infinita voglia di spegnersi del male.
 
 
 
 
                        (La Biblioteca di RebStein, Vol. XXV)
 
 


 Roberto R. Corsi

 

Da: ALL’ORZA

poesie 2005-2007

 

 

 

thàlassa

 

 

Ovunque

 

poeti come pire. A raffinare

 

afrori in cellulosa:

 

finalmente hai incrociato gioie rosse

 

e disponi la penna a lunga lode.

 

 

 

Anche a me fanno altari. Screpolato

 

gabbiano, io punto il vento.

 

Nulla che valga un ricciolo del mare,

 

l’ignizione del cielo novembrino,

 

un distico dorato

 

consegnato al fondale con preghiere

 

di bucintòro.

 


 

 

 

Certo, è strano non abitare più la terra.

 

Non abitare un bacio, un corpo spalancato.

 

Aver giocato male la magia della carne.

 

Lancinare la tmesi nell’occhio e nella viscera.

 

Tace il mio sangue. Tacciono le amate.

 

Taccion le cose mute! L’esistenza

 

torna ad essere sosta etimologica.

 

Dorme, vetta inviolabile

 

nell’errore materno delle nubi.

 

 

 

E tu, donna Fiorenza.

 

All’arido cantore sei il miraggio

 

e il viaggio di chi fosti.

 

Sperdi il viso – fantasma

 

d’immediato velluto,

 

repentino respiro ad incarnare

 

per un giorno qualunque metaphysis –

 

intercalando birre e turipiloqui.

 

Cromosomica urgenza la rovina:

 

ogni bellezza agogna

 

scendere dall’eterno

 

di monti e sole, rosso

 

nel portare al piacere

 

la pietra di facciata.

 

 

 

Ci sopportiamo, amandoci talvolta.

 

Spegneremo la luce fianco a fianco

 

come due stanchi, burberi

 

fidanzati d’argento.

 

*

 

 

erosione

 

 

 

Fluisce, irrompe

 

il mare sulla sabbia

 

che fu miracolo

 

 

 

mare tanto imboccato

 

a ciottoli, come antica fontana

 

cui votare il ritorno

 

 

 

quel che è peggio, fluisce

 

sulla cinica fronte

 

scolmata dalle rughe l’abbandono.

 

*

 

 

camera ardente di Mario Luzi

 

 

 

Gola salmastra, mano clorofilla

 

eccomi al capezzale del poeta,

 

il corpo offerto a saluti azzimati

 

con posa Gregor Samsa. Bianca stoffa,

 

come bianco ti era l’alimento.

 

Nella morte respinta o respirata

 

si diviene risposta

 

a se stessi al costante

 

chiedersi di clessidra.

 

*

 

 

riempirsi la bocca della propria morte a fini ricattatori

 

 

 

Agitare la morte come formula,

 

ordigno antico, favola

 

d’infarti e càncheri.

 

Sventolarla sui denti come foto

 

di paparazzo, mossa di rincorsa

 

nel silenzio del Campo.

 

 

 

E scordarsi di vivermi

 

impegnati com’erano

 

a narrarsi morire.

 

*

 

capovolgendo Hikmet

 

 

Improvvisa, ben nota sensazione

 

 

 

punta di freccia,

 

mano a rozza pressione sulla testa,

 

stupido stordimento. Non richiesta,

 

mi vieni a raccontare cose ossute,

 

scopate “non volute”,

 

acide libertà che sciolgono gli abbracci.

 

Torna il fantasma dell’indegnità.

 

 

 

Il più bello dei mari

 

costeggiò l’adolescenza

 

il più bello dei figli

 

s’annida nel sospiro

 

la più bella delle notti

 

fu il caldo mistero del nuovo

 

e quello che vorrei dirti di più bello

 

ti è già stato detto

 

da un qualsiasi svezzato d’inter-rail

 

o panorami, o prose alternative.

 

 

 

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Gabriela Fantato

 

 Da: A distanze minime

 

 

I.

Le mani sulla tua mattina,

la maglia ruvida al contatto

delle dita.

Chiedi un massaggio contro

il male dei muscoli, il brusio.

Contro l’impotenza.

Ancora, mi dici – ancora 

e offri la schiena.

Invento un ritmo, una danza.

Le dita sulla tua schiena

– senza sosta,

un massaggio, una ninna-nanna

nel buio che sarà.

Forse è solo mio questo

incantesimo - farmi minuscola 

e salire dentro la gola,

oltre lo sterno, sino all’inizio

del danno nei tessuti.

Ti distendo – un panno

ben messo nel cassetto,

cosa tra le cose.

 

 

III.

E’ così punto-linea- punto 

così sussurra la materia,

un alfabeto di cellule

dove scorre il brusio del sangue

e si fa vita.

Lo vedi, non so leggere

la lingua muta del polmone

dove si gonfia la notte

e diventa giorno poi ancora

notte e così vivi, così passano gli anni

sino al giorno che non sarà

mai più. 

E’ così il dolore

– un prato bruciato.

La musica si fa tana di ogni silenzio.

Sottile, troppo sottile è il passo,

posso solo stare qui a guardarti

come fosse per caso.

Ti tengo l’alba vicina al letto.

 

 

VI.

Te ne sei andato come chi deve 

con i giorni dentro l’orizzonte.

Nel comando, dicevi, è sempre

esatto il passo del plotone.

Era quello il filo delle tue costellazioni. 

Te ne sei andato nella domenica

sbagliata al calendario.

Sei dove non c’è più paura

e il sonno è senza voce, senza

quel tremare.

Te ne sei andato con l’obbedienza 

della pietra scesa a picco sul fondo.

La mano agitata nella stanza dove

non potevi avere che una sedia

e gli occhiali dentro la paura.

E’ stata veloce la fuga nell’inverno

di Milano e senza neppure

il mare per dire – dove andiamo… 

 

 

VII.

Togliere tutto, faccio spazio

nelle stanze dove ci sono

ombre e solchi neri in cui sedevi

aspettando il tuo tempo.

Dentro il bianco scavo

– quel gesto con l’indice

dentro al buio.

L’ultimo.

Lascio chiusa la finestra,

chiudo l’alfabeto dietro al vetro 

per dire solo il giorno

e forse non verrà.

Le cellule hanno sbandato

chissà dove, chissà come.

Resta quel posto dove

dicevamo – domani.

Imparo la promessa nella piega

e il corpo di fili e vene.

Il battito non dice, non funziona.

Mai più. 

 

 

IX.

Adesso restano i nomi

segnati dalla devozione alla fatica

nelle prime sere di novembre.

Solo le cose restano,

le cose semplici che tenevi

in mano.

Il mulino ha soffiato la polvere

sul tuo viso, sul nostro anche,

esempio esatto

di moto perpetuo.

La terra magra del tuo delta

è sfinita.

Le bocche in silenzio.

Da sotto la crosta del mondo

piano piano tornerà l’erba che faceva

il suo gioco con la falce,

nei filari verrà ancora giugno,

la storia che apre la scatola

dei nomi

e li rovista.

Torna già l’ossessione di chi

non ha mai pace.

Si legge che una giovinezza,

una casa, il gesto del coltello …

e la morte

non si ferma mai

 

 

XI.

Tutto si tiene ancora

tra l’alba e un inverno che verrà.

Restano i tronchi enormi

nella sabbia, fermati per sempre

con la pazienza del mare.

Soltanto il gesto manca,

solo il tuo saluto

con la punta delle dita

– impacciate come solo i bambini.

Frantumi di conchiglie,

un copertone e sale,

sale nel bianco del tuo delta

– malinconia dei perduti.

L’onda ancora avanti e indietro,

legge semplice del moto.

Forse si può passare senza

lasciare tracce, forse occorre farsi aria,

tu la respiri domani.

Solo il balzo mai più dentro

l’infanzia

 

 

XII.

E’ tempo di rifondare

perimetro e segnali, tempo di fare

il muro bianco dentro la casa

dove è slittata via l’infanzia e la morte

si è presa intera un sogno.

La vista insegna alla mano

il gesto semplice del pane,

il respiro dentro-fuori 

dai polmoni.

Tempo, mio tempo illuso

in cui il mondo, tutto il mondo

entrava dentro il foglio

e la parola era illesa nel mattino.

Solo un attimo, solo allora

è stata certa la presenza

– una corsa a perdifiato. 

Ora tutto è di spalle e siamo

già più oltre.

Avanti.

 

 

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Eugenio Nastasi

 

Da: Canti senza percorsi 

 

 

Crepuscolo

 

Lasciarsi prendere dall’occhio

in cammino,

restare opera non finita,

bagnata dalle voci di dentro.

Stendere sulle mani affreschi

per strade che portano al nido,

corrompere i passanti con un saluto

in grado di stupire.

Dire al mondo la regola dell’arcobaleno

i colori si amano tra loro,

sentire il raggio illeso del crepuscolo

sui frutteti appena mossi dal sole.

 

 

 

 

La stella più vicina

 

Vivimi un istante, uno solo,

che sia purgatoriale

nel suo limo rifatto

di più limpida pelle,

scantonato dal sogno

che s’avanza agli occhi

fatti declinazione

d’una promessa vera,

appartienimi all’orlo

dell’amore che ricomincia

dove più del buio

stura battente

la voglia d’incontrarti,

come un foglio scritto

che non si distende,

non ammicca al verde

che si dà alla luce,

uscire dal perimetro

di scheggia, schiudermi

al tuo perdono

battezzato dalla stella

più vicina.

 

 

 

Ultimo settembre

 

Le onde del mare hanno ripreso

il livore sommerso, la risacca

instancabile schiocca un battere

di sassi e di spuma. La luce

s’allontana dalla riva, entrano

in gioco venti laschi,

le foglie azzardano un rito di danza.

Tremante umida mano di criniere

carezza l’assenza.

 

 

 

 

Comandamento

 

Amerai l’orizzonte che consuma il mare

sapendolo colore di questi alberi

che hanno reso più lenta l’ombra sui muri,

essendo d’anima fine come la tua

impigliata sulla pagina ferma che la segna,

dirai che le parole cadono come olive

nel verziere, che l’orcio è pronto

a stivare l’essenza della vita.

 

 

 

Canti senza percorsi

 

E dunque questo andare sempre altrove

con la paura che poi diventi

inutile respiro facile bersaglio

lo sguardo da un punto a un punto

che prima non c’era,

un segmento di luce basso sul molo

due metri sopra il mare,

dove ognuno perde qualcosa

quando azzera pupille al blu-profondo.

Siamo un’anima inabitata,

il delirio d’una strada

che conta troppe croci,

una stringa esanime di sguardi.

Racchiusi in poco lume le fiumare

sbrecciati plinti gli uomini

a ruminare canti senza percorsi.

 

 

 

 

Quasi una confessione

 

Consumate tutte le pagine dei libri

rimesse sempre a nuovo le giornate

deposta la maschera degli occhi

chiuso nel sogno il resto dei frammenti

visti tutti i tramonti

accordati altri responsi della Pizia

dove ancorare il carreggio dell’antico dolore,

la barca che giunge a riva e vi s’insabbia,

e poi pretendere che s’innalzi al cielo

il pinnacolo sfatto delle abitudini,

l’impasto delle tinte, la semisfera

di cobalto che ha mutato il celeste

nel silenzio che sgretola la mente?

Mi raccolgo nella materia degli alberi

aperto alle ferite d’arenaria,

nascosto nei minuti dell’attesa,

nella dimora intangibile

d’una flebile linea di matita.

E come una cicatrice

resto quel millesimo di me

dove ogni assenza è stata offerta.

 

 

 

Vinum non habent

 

Nell’aria fosforescente che solo

uno faceva di tutti quei colori,

l’eco non ha spento la parola,

affida a otri d’acqua

lo sponsale mattutino, il primo

gesto di lui, enigma intento

al risveglio del mondo.

Cana di Galilea riluce di quel succo

come rubino e accorte mani afferrano

un solstizio di vino da molti vasi

uno all’altro accostati.

E dunque posto nel mezzo

tra cielo e terra il nettare rampolla,

incatenandosi a un tavolo di amici.

Dilaterà postremo fino a noi,

lacrima Christi e mondo degli dei,

limite incontenibile di bere

a una fonte non diversa di luce.

Così la storia povera degli uomini

espande ariosa nel rosso di un bicchiere.

Il vero senza fine è già nel sangue.

 

 

 

I nostri nessuno

 

Oltre la porta il tempo muove

come silenzio dentro al grano,

non vi sono indizi per riposare

quel che perde terreno

geme nell’andar via.

Di sonni sfatti i nostri nessuno

girano le stanze d’un tratto universali:

non rimane abitudine dei nomi

che attraversarono la quiete:

un brivido nei volti

come pastura che guarda al passato.

Ma dove portano quel che di loro ci appartenne?

 

 

 

 

 

 

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 DYLAN THOMAS

 
Ci fu un redentore
 
 
 
       Ci fu un redentore
 
       più raro del radio,
 
   più comune dell'acqua, più crudele della verità;
 
       fanciulli tolti al sole,
 
       si riunivano intorno alla sua lingua
 
   per udire la note dorata girare in un solco,
 
prigionieri dei loro deisderi sprangavano gli occhi
 
dentro le carceri e gli studi dei suoi sorrisi senza chiave.
 
 
 
       La voce dei pargoli dice
 
       Da un perduto deserto
 
   bisognava far calma nel suo tranquillo tumulto;
 
       quando uomo ostile feriva
 
       uomo, bestia, od uccello,
 
   noi celavamo il terrore in quel fiato omicida;
 
bisognava tacere, quando la terra divenne fragorosa,
 
dentro le tane e i manicomi del terribile grido.
 
 
 
       C'era gloria da udire
 
       nelle chiese del suo pianto,
 
   sotto il suo braccio piumoso, mentre colpì, sospiravi,
 
       oh tu che non sapevi
 
       piangere sulla terra quando un uomo moriva,
 
   immettersi una lacrima di gioia nel divino diluvio
 
e appoggiasti l'orecchio a una conchiglia di nuvola:
 
ora nel buio siamo soltanto tu e io.
 
 
 
       Due orgogliosi oscurati fratelli,
 
       sprangati dall'inverno fianco a fianco
 
   gridiamo a questo vuoto inospitale anno,
 
       oh noi che non sapemmo
 
       trarre un solo sospiro nell'udire
 
   la cupidigia umana avventarsi sul prossimo in fiamme
 
ma gemendo corremmo a rifugiarci dentro le azzurre mura,
 
ora versiamo gigantesche lacrime per la colpa mal conosciuta,
 
 
 
       per il crollo di case
 
       che non allevarono le nostre ossa,
 
   per le morti coraggiose degli unici mai ritrovati,
 
       ora vediamo, solitari noi,
 
       la nostra polvere di veri stranieri
 
   cavalcare attraversi le porte della nostra
 
impenetrata casa. In noi esiliati, risvegliamo il molle,
 
inerme, disserrato, scabro e setoso amore che frantuma le pietre.



I PASSERI PERDUTI
di Mario Trejo

Amo i passeri perduti
che tornano dall’aldilà
a confondersi con un cielo
che mai più potrò recuperare.
Tornano di nuovo i ricordi,
le ore giovani  che ho dato
e dal mare giunge un fantasma
fatto di cose che amai e persi.
Tutto fu un sogno, un sogno che perdemmo
come perdemmo gli uccelli ed il mare,
un sogno breve e antico come il tempo
che gli specchi  non possono riflettere.
Dopo cercai di perderti in tante altre
e quell’altra e tutte eri tu;
infine riuscii a capire quando un addio e’ un
addio,
la solitudine mi divorò e fummo due.
Tornano i passeri notturni
che volano ciechi sul mare,
la notte è uno specchio
che mi  ridà la tua solitudine
Sono solo un passero perduto
che torna dall’aldilà
a confondersi con un cielo
che mai più potrò recuperare.
***
Amo a los pájaros perdidos
que vuelan desde el más allá
a confundirse con un cielo
que nunca más podre recuperar.
Vuelven de nuevo los recuerdos
las horas jóvenes que di
y desde el mar llega un fantasma
hecho de cosas que ame y perdí.
Todo fue un sueño
un sueño que perdimos
como perdimos
los pájaros y el mar.
Un sueño breve y antiguo
como el tiempo
que los espejos
no pueden reflejar.
Después busqué
perderte en tantas otras
y aquella otra
y todas eras vos.
Al fin logré reconocer
cuando un adiós es un adiós
la soledad me devoró y fuimos dos.
Vuelven los pájaros nocturnos
que vuelan ciegos sobre el mar;
la noche entera es un espejo
que me devuelve tu soledad.
Soy sólo un pajaro perdido
que vuelve desde el más allá
a confundirse con un cielo
que nunca más podré recuperar.

[da un post di FERNIROSSO  webBLOCK]



IL TUO GIORNO
di Leonardo Garet

Oggi sei nato per essere uomo
con il tuo pennacchio di sole a mezzogiorno
circondato da lingue pressanti come coltelli
oggi sei nato uruguayano d'altezza uno e ottanta
replicando nelle tue ossa la nascita degli dei
scartando squame branchie piume e doppio stomaco
con gli occhi abituati a che fuori ci sia qualcosa
oggi sei nato con il numero totale dei tuoi giorni
sulle unghie che si tagliano e sui capelli che cadono
sei nato con le donne che ti terranno a fianco
e con chi ordina la tua presenza sui moli
come un bastimento giocattolo
sei nato con preciso apparato medico
con rischio equivalente ad attraversare una strada
sei nato per toccare con le tue mani
i confini i limiti i margini degli altri
i registri di scuole carceri manicomi si sono aperti
le bocche come fossero rane
è per te la tempesta che apre l'orizzonte.
(Trad. di traduzione Piera Mattei)

TU DÍA
Hoy naciste para ser hombre
con tu penacho de sol a las doce
cercado de idiomas apremiantes como cuchillos
hoy naciste uruguayo de altura uno ochenta
repitiendo en tus huesos el nacimiento de los dioses
desechando escamas branquias plumas y doble
estómago con tus ojos acostumbrados a que afuera
hay algo hoy naciste con el número total de tus días
en las uñas que se cortan en el pelo que se cae
naciste con las mujeres que te tendrán a su lado
y con los que ordenan tu presencia en los muelles
como un barco de juguete
naciste en ceremonia por minuto de médico
con riesgo equivalente al de cruzar una calle
naciste para tocar con tus manos
las marcas los límites el borde de los otros
se abrieron los registros de escuelas cárceles
manicomios las bocas como si fueran ranas
y para vos la tormenta que abre el horizonte
__________________
Leonardo Garet è nato a Salto, Uruguay, dove vive, nel 1949.
Si è dedicato con uguale continuità alla poesia, alla narrativa
e alla critica letteraria. Esordisce nel 1972, con Pentalogía.
[Fonte: Andropos in the World - 1.1.2012]




 

MARIELLA  BETTARINI

 

Da: DELLE NUVOLE

 

 

alto-cumuli

 

cavalle mie -strepitose nuvole

che non abbisognate d’unghie

né d’unghie né di zoccoli

né di zoccoli o cielo

perché un girovagabondo galoppo

voi prenda

            un vagante stormire

uno stormo di nuvoli

voi tramuti in calve pecore

in partorite agnelle

in alte dromedarie e vigogne

in mandrie e greggi ed obbedienti

ancelle del vivo velo che voi

veste (irrelato silente scampanante)

e mare divenute (albio mare) con voi

voi stesse d’acqua soffocate

ingurgitando la ventura

d’essere pecore

d’essere cavalle

d’esser onde

onde la durata si tesse vostra

la vostra devozione

e dono e debolezza e dipartita:

trinitaria unità e triplice unitezza

fatta a pagina

            a pagina di libro

che si sfoglia

            fatta a sé

fatta a doglia

 

ché non vi partorisce un occhio

un cuore?

            questo

con falbo labbro verbalizzo

ipotizzo e deduco

dedico e dunque in forse

canto: canto di voialtre novelle

ingemellate a file a cumuli

da siepi voi sfrangiate

a righe ricomposte

a certe morti

a ridate risposte

a zucchero ed a sale

a cumulanti scale del Sé

del No -del Possumus

del Velle

dello svellersi matto d’ogni pelle

 

*

 

sito di provenienza: www.ebook-larecherche.it

 

 

da: www.marchecultura.com

Giarmando Dimarti

NOVEDICEMBRE

Fu come un’intesa dell’aria all’aria
dal mare alle colline
segreta e turbolenta,una scintilla
di tramonto appena liquefatto
nel calore decembrino. Qualcuno
- deciso nel suo passo -
raccolse scaglie di sole ancor freddo
ancor debole
per le tempeste passate dalla terra sul cielo,
e le gettò agli anni
alla rovescia
senza crescita o agonia o lacrime compromesse
dalla razza adulta: un fanciullo
senza riposo
con gli stami degli occhi tremolati nel vento
cantò dentro
la vita.

Incenerì le colline un fiato denso
lamentoso, alzò il mare le molecole
fino alla sparsa notte dei suoi spazi e rapì
gli occhi
un frammento taciuto nella profondità del sangue:
colmo grano inesploso in un solo abisso
maturo, memoria interstiziale
giunta da fresche battaglie senza sterminio.
Qui raccolsi gli atomi
del mio doppio rinascere, perchè tutto cadde
dalla terra in poi
con vertigine oscura di metallo a spirale.

Non uomo ancora
ma metà sangue e metà umore
uscivo dal plenilunio squamoso, alla terribile forza
che in alto mi spingeva da persistenze
radicali
come rubato eucalipto, improvvisa crescita
irresistibile. Spalancato
mi sorprendevo alla misura della mia essenza
nello spazio che incominciò a negarmi
perché toccassi, dopo la mia vanità,
un deserto di poca pena.

Oh geometria dei giorni,
oh fiato dell’anima ancora solitaria
nel mondo distante, nel cielo sostituito
dalla forma ordinata del nulla !

È possibile toccare le ragioni che asciugarono
il mio essere
in molti silenzi, e le canfore che rampicarono
con aeree mani
ad una febbre senza tregua,
forse d’improvviso. Vado in un segno
come carcere
confuso a chi vorrebbe sconvolgere una vendetta
che conosco sicura. E pesa
la mia preghiera senza verità.

L’incendio
ritessé l’aria da chiuso letargo
ed il vento apri con sudore
le case discinte nell’umida energia
della sera. Fu felicità
nuova: i volti
sventolarono avidi le cicatrici del silenzio
dove sonora
in fremiti ineguali solleciti
s’aprì una sferza di stridori
perdutamente gettati. Un giorno profugo
raccolse
la mia fuga divisa.

Di ognuno, forse senza commozione,
resiste un odore, un fervore
accumulato, una quantità protetta
che si moltiplica interminabile
nella consumazione. Accade di crescere
una materia vorticosa
in cui gli anni entrano con atroce infinito,
un guscio
come una sorda campana, un agguato
per uscire nuovo
dal desiderio dimenticato
senza vestire
l’acqua dolce e spezzata del tempo.

Attraverso la notte
mi ferì
la luna
con tutto il suo amaro,
e
sino al sonoro del cuore
moltiplicò improvvise
le ore,
tra gli alberi che fumano l’incendio
covato nelle loro ossa.

***


scritto da Giarmando Dimarti
 

Il poeta Giarmando Dimarti dedica un omaggio in versi all’artista e poeta Andrea Crostelli, riguardante la passione di quest’ultimo per i mari di Melville.


per Andrea Crostelli
(quasi una sarabanda)


il Melville dei marioceani
ho incrociato
se mai sogno è agguato
in rotte nascoste a sestanti e carte nautiche
nelle latitudini ondivaghe delle notti marine
tra radici di stelle e la febbre profetica
della lontananza
e incredulo
con voglie estenuanti di rive
ho seguito con la vela cieca del cuore
i suoi prodigi di alchimie longitudinali

il Melville dei marioceani
sgrana acque lucide di stelle
con una polena tutelare crocefissa di silenzi
il suo solco veloce non ha prode
scorre come un cilicio sanguigno e il dolore sparso
della ragione

ogni abisso con abilità natatoria segue
le sue traverse spartizioni agguerrite
al pennone i venti riconducono le rive imbizzarrite
quando con un suono bucato
la linea del bompresso semina esistenze
numerose di stagioni e casacche alamarate

il Melville dei marioceani
ha una sete d’ombre da corrompere il grano
nel cavo oscuro della terra
ed un cuore sbrigliato come un arcolaio silenzioso
che muove giorni e piogge
ed una conchiglia dentro calendari naufraghi

quando le onde suonano brillii di campane
e il sole spoglia il cielo dei suoi innumeri astri
i fiori delle acque scapigliati hanno palpiti nuovi
alle punte della sua feluca dorata
con gli spruzzi incensi delle nuvole a picco
su i suoi occhi freschi e bonari di moby dick

il suo respiro è quello grande del mare
il suo pensiero ha le ali tempestose dell’albatros
la sua fronte maschera dune inondate e nidi sboccati
di pulcinelle con un frastuono di bonacce
la sua bocca cuce parole fluttuanti su sentieri stracciati
il suo cuore, oh il suo cuore sonoro, ha il richiamo dell’anima
prima di ogni nascita

sei tu il tempo affondato che sillaba
giorni in scomposizioni segrete? sei tu
la luce fermenta che incendia il formicaio delle stelle?
sei tu il guardiano segreto dei jiburilli
angeli nuovi di zecca delle acque tumefatte? sei tu
l’atroce che scandaglia lo sprofondo per ricondurlo al sonoro della luce?
sei tu il segno aurorale degli abissi appena socchiusi?
sei tu la misura del passaggio illimite?

mi hai colato dentro le tue cere inquiete trasparenti
il codice che accende ogni luce anche quella del dolore
le scotte tessute di canape imberbi
tese a bordare vele travagliate sulle fuggite
linee di sospesi galleggiamenti
i fervori sgroppati di uccelli marinari e pesci celieri

dammi i tuoi lampi di colore le tue tracce
minerali il vischio malefico dei tuoi occhi
spalancati al grecale che arrampica la fredda bora
le mille bocche ingoiate dal turbinio visionario
il tuo illusionismo pescecane i tuoi tentacoli di faro
razziatori di notti dopo la luna

Melville dei marioceani
esondami dentro
con la superba onda sgranata dei reef oceanici
la tua inesausta magia affondata
il tuo equoreo eden frammentato tra misura e caos
perché io viva irrisolto come un condannato


Giarmando Dimarti

  • 1

     

    Ciò che distingue il verìdico cantore di carme sacrale
    mecenate di coscienze,
    dal verboso armigero dei righi illusionista delle viscere
    è l’arte raffinata di racchiudere
    la poesia in un numero esiguo di versi
    conciliando rafforzata
    la capacità di spillare
    potenti getti emozionali.
    Chi conosce il Crostelli poeta e pittore
    sa bene ch’esso
    non necessita nemmeno di questo “defìcere”..
    è la sua stessa percettibile aura
    ad emanare l’arte sacra ed appagante
    delle anime “notabili” (e che va aldilà di ogni magniloquente opera).

     

    Ostrogoto del 19 dicembre 2009

     
  • 2

     

    versi di grande freschezza e ricchezza, questi dedicati al mio caro amico pittore-poeta Andrea – dove pare di vivere immersi nel sommesso mormorìo del mare.
    Un plauso e un saluto, Felice

     

    Felice del 19 dicembre 2009


    ***

 


Fuggire da una terra agra,

traversate tra morte e speranza

 

 

IL CLANDESTINO

 

Si leggeva la paura nei suoi occhi.

Come una gazzella nella savana,

era assalito dal suo destino.

Salì su un camion pieno

di carne macellata,

la carne viva,

da clandestino.

In mano a gente senza scrupoli

e scrupolose burocrazie, il viaggio.

Il suo destino lo precedeva,

effimero e incerto,

come una nuvola di passaggio.

 

 

I NAUFRAGHI

 

Il volto bruciato dal sole hanno i naufraghi,

gli occhi incavati.

Vanno incontro al destino nella traversata.

Il loro "Sos" è un grido nel vuoto,

rivolto a un cielo spietato.

Fra una preghiera e l'altra

la falce della morte fa il suo lavoro.

Chi si salva si sente rinato

nella stessa valle di lacrime.

 

 

GLI ADDII

 

Asciutti sono i miei occhi

e non sventolo più addii;

le mie lacrime esaurite. 

La gioia e il pianto

le ho avute in dono

in abbondanza

e per poco tempo.

Il tutto che mi sommerge

e il niente che mi accompagna

sono il mio destino.

Non c'è una giusta misura delle cose.

La vita non è una linea dritta

ha i suoi alti e bassi

che nel mio caso

sono abissi.

 

©  Poesie di Clirim Muca tratte dal libro

Da oltre il mare, Edizione Albalibri

 

 

Clirim Muca è nato in Albania da una famiglia di

contadini nel 1965. L'infanzia e la giovinezza le ha

passate a Cerme-Lushnje, dove ha compiuto anche

gli studi di scuola superiore. Dal 1991 è in Italia, ha

trascorso i primi cinque anni come clandestino a

Milano, dove ha vissuto per ben 17 anni; attualmente

vive a Castiglioncello, in Toscana. Nel 2005 ha

fondato la casa editrice Albalibri, dando voce a molti

poeti come lui. Ha pubblicato numerosi libri, tra cui

raccolte di poesie, racconti, drammi, favole, fiabe e

scritti per il cinema.

 

 

fonte: "scarp de' tenis" - il mensile della strada -

aprile 2010

 

ANTONIA  POZZI
 
 

 

Se le mie parole potessero

essere offerte a qualcuno

questa pagina

porterebbe il tuo nome.

 

*

 

Pudore

 

Se qualcuna delle mie povere parole

ti piace

e tu me lo dici

sia pur solo con gli occhi

io mi spalanco

in un riso beato

ma tremo

come una mamma piccola giovane

che persino arrossisce

se un passante le dicembre

che il suo bambino è bello.

 

*

 

L’erica

 

Nel prato troppo verde

si dibatte

la nostra inanità convulsa

e si affanna in diastole e sistole di spasimo

incrociando

stormi di monachelle bianche e nere

 

Nel bosco

alla mia animalesca irrequietudine

che mordicchia nocciole

tu offri l’erica livida dei morti

e il mio offuscato amore –

lustra

lavato d’acido pianto.

 

*

 

Altura

 

La glicine

sfiorì

lentamente

su noi.

 

E l’ultimo battello

attraversava il lago in fondo ai monti.

 

Petali viola

mi raccoglievi in grembo

a sera:

quando batté il cancello

e fu oscura

la via del ritorno.

 

*

 

Appoggiami la testa sulla spalla:

ch’io ti carezzi con un gesto lento,

come se la mia mano accompagnasse

una lunga, invisibile gugliata.

 

*

 

Non sul tuo capo solo: su ogni fronte

che dolga di tormento e di stanchezza

scendono queste nude carezze cieche,

come foglie ingiallite d’autunno

in una pozza che riflette il cielo.

 

*

 

Sera d’aprile

 

Batte la luna soavemente

al di là dai vetri

sul mio viso di primule:

senza vederla la penso

come una grande primula anch’essa,

stupita,

sola,

nel prato azzurro del cielo.

 

*

 

Guardami: sono nuda

 

Guardami: sono nuda. Dall’inquieto

Languore della mia capigliatura

Alla tensione snella del mio piede,

io sono tutta una magrezza acerba

inguainata in un color avorio.

Guarda: pallida è la carne mia.

 

Si direbbe che il sangue non vi scorra.

Rosso non ne traspare. Solo un languido

Palpito azzurrino sfuma in mezzo al petto,

Vedi come incavato ho il ventre. Incerta

E’ la curva dei fianchi, ma i ginocchi

E le caviglie e tutte le giunture,

ho scarne e salde come un puro sangue.

 

*

 

Lieve offerta

 

Vorrei che la mia anima ti fosse

leggera

come le estreme foglie

dei pioppi, che s’accendono di sole

in cima ai tronchi fasciati

di nebbia –

 

Vorrei condurti con le mie parole

per un deserto viale, segnato

d’esili ombre –

fino a una valle d’erboso silenzio,

al lago –

ove tinnisce per un fiato d’aria

il canneto

e le libellule si trastullano

con l’acqua non profonda –

 

Vorrei che la mia anima ti fosse

leggera,

che la mia poesia ti fosse un ponte,

sottile e saldo,

bianco –

sulle oscure voragini

della terra.

 

 

Atonia Pozzi, 5 dicembre 1934

 

 

 

Da ANTOLOGIA ITALIANA

Poeti Italiani Contemporanei

 

Libro Italiano World -

Casa Editrice Internazionale

2006

  

 

VINCENZO DI ORONZO

(Lazio)

 

DADI DI PAGLIA

 

Gli apolidi blu, prima di andare, scavano nell'acqua

            i pittogrammi,

le ipotesi, i talismani del viaggio.

Giocano i bambini sulla spiaggia con dio un estraneo

costruttore di specchi paralleli. Le donne toccano le

            barche del ritorno

e leggono l'amore nel rovescio dell'ostrica. Ora

            conoscono i nomi, ora

abbagliano la morte con dadi di paglia.

Partono i remi viola al tramonto: "Tornerai non

            tornerai morirai non

morirai in guerra".

Per voto gettano al mare gli orologi della notte, ma la

            Maschera

rifiuta le domande ai superstiti, in fila per i brodi.

Sugli scogli,i marinai dell'Ovest suturano i fili,gli

occhi, il cuore

ai naufraghi incantati.

E i clown scrivono le regole dell'Impero, inventano il

            Circo

dei Sortilegi, gli acrobati multipli del volo, creano i

            funamboli

innamorati del vuoto, e scimmie parlanti nelle mani

            dei giocolieri.

Dietro la luna, i supplici, i succubi implorano un nano

            felice.

 

*

 

GIOCATTOLI AL ROGO

 

Quando i ragazzi Liberty ondulano la mente incantata

            ai suonatori

di ecstasy, e le madri soffocano i figli alla Fontana del

            Neon,

                    anche la luna aliena avvelena i giocattoli

            del mondo.

                        Acceca i danzatori sulla corda del

            mare.

E i portatori di maschere gettano al rogo

i loro ultimi volti.

 

***

 

PIERNICO FE'

(Liguria)

 

SANDRINA

 

E' molto che aspetti Sandrina?

non ti hanno battezzata

nell'ospedale del mondo,

sei figlia per ognuno che ti vede,

il tuo sguardo naufrago negli occhi

è nato male a questa vita.

Succhi poca d'aria e d'acqua

anche poca luce quasi spenta,

nascondi lì dietro il tuo mare

            perché non si consumi?

 

Oggi muori alla terra,

lo dice a poca voce il tuo dottore

il respiro t'ha dimenticata,

parlano le tue promesse d'occhi

parlano del tuo non più, del tuo mai,

                        del tuo meglio.

Il tuo non sei, sogna la scuola e gli

                                  aquiloni

vive d'ombra d'una pianta antica

e allunga la sua mano al prato soffice

dei tuoi dodicianni dimenticati qui da noi.

 

Ci vedi nei nostri capelli di letargo

nelle spalle più pesanti e grigie,

scruti per il gesto della madre

il nostro fiato notturno e buono

e vedi in noi tranquille lucertole,

che macchiano la luce di verde

ci rendi intatte tutte le perle ricercate

ridi divertita della nostra ingenua fatica,

del nostro andirivieni

e della meraviglia d'acqua, che piove ignara.

 

***

 

CRISTINA MARCOLEONI

(Sardegna)

 

Sono il vostro Fantoccio

placidamente accovacciato

nell'angolo delle vostre coscienze

 

Sono l'urlo soffocato dall'onda oceanica

sulla cui cresta

brilla la conoscenza

 

Sono il sospiro dell'arpa

chiuso in una conchiglia di carta stagnola

adagiata su una spiaggia

 

E sono la sabbia della spiaggia

bagnata da una musica

dai suoni metallici e distorti

ma talmente intriganti

da far danzare

lo Spirito delle Acque

 

*

 

Il mio sangue si è addormentato

e spenta è ogni agitazione di luce

la mia grazia fatta di nulla

si tuffa nel ventre della terra

ed il dolore indossa

il mio maglione di brividi

 

*

 

In cima alla lista

onde di noia

per i prossimi istanti

 

Spogliato delle sue ali di piombo

il grido scivola sul nido di stelle

e alleandosi al dono di una speranza in

embrione                      ... si fa canto

 

*

 

La mano dell'alba

indugia sfumata da alterazioni lunari

e accende il rodaggio vitale

 

Nella terrestre sede

piegata dal re degli astri

muta l'inclinazione

 

e niente è come mi ero immaginata

 

***

 

NUNZIA RAGONESI

(Sicilia)

 

HO RACCOLTO I REMI

 

Ho raccolto i remi in barca

e senza ormai resistenza

me ne andrò

cullata dalle onde

mentre il silenzio

colorerà i miei sogni

e me ne andrò

senza meta

senza ricordi

me ne andrò

dove i sogni non si vendono

e la vita esplode nella sua luce

dove la tempesta

non turberà il mio sonno

e la speranza sarà certezza

dove il giorno non avrà tramonto

ed il mio cuore

potrà saziarsi d'Amore.

 

*

 

NEBBIA

 

Ombre evanescenti

si muovono lontano

in un silenzio ovattato,

fra trame di alberi stecchiti.

Luci improvvise

irrompono qua e là

nel grigio spesso

di una giornata qualunque.

Anche i pensieri

si intrecciano

si confondono

e si perdono

in questo mare di nebbia

dove la vita

è solo apparenza.

 

***

 

ANDREA RUGGERO

(Liguria)

 

I MESI DELLA CACCIAGIONE

 

sembra un suono eclatante

 

entra ed esce dalle rive sorgive

non ti stavi sbagliando

quello che hai visto

era un cervo nei mesi della cacciagione

sembri più grande

prova a distogliere lo sguardo

a sentire palpitare il ruscello

a raccogliere le bacche velenose

una promessa viene mantenuta

tra le mani

resta un pensiero sconosciuto

 

*

 

LA VITTORIA VIENE CON L'ALBA

 

è un'uscita di sguardi circospetti

uscendo dal seminato

 

un cesto di ciliegie tra le mani

avevano acconsentito

allo sviluppo di quella serie aperiodica

come quando il vascello pirata

entra nei sogni di adolescente

ora la strada si è fatta oscura

piena di feticci e pupazzi a molla

avrebbe potuto essere un attimo fuggente

a raccogliere gli zoccoli consumati sul selciato

non ti ho mai negato nulla

quando sei voluta fuggire

il pesco in giardino ha dato i suoi frutti

sembra ieri e incredibile

quando mischiavamo il mirto con le fragole

ed era già una vottoria

 

***

 

GIUSEPPINA SISCA

(Calabria)

 

IN QUESTO GIORNO

 

In questo giorno carico di tempo

è un incedere d'acque silenziose,

a pieni nudi, nelle azzurre navate del cielo.

L'emozione è tradotta in rugiada dalla terra

che ripete il sì del suo gocciare all'infinito.

Si solleva dal mare, in un bacio

fresco di tulipani e di spuma,

il profumo chiuso nella segreta linfa:

preghiera giunta in mani di conchiglia.

 

Occhi di giada aprono la via

alla luce. Oltre il velo dell'incertezza

intrecci di voli e di frumento tra i capelli.

Al vento, legato alle rocce,

giunge dolcezza di frutta in forma dì eco

irripetibile

ed alla luna

tutto il miele disperso delle api.

 

Dormono sogni tutti

nella casa di sole finestre

sulle ali della collina

e, sotto il tetto,

nella circolarità della notte,

pigola un nido di stelle.

 

***

 

CHIARA TAORMINA

(Sicilia)

 

*

 

Un arcobaleno

di farfalle

bisbiglia

all'alba

parole

di velluto

 

*

 

Prigioniera

della notte

ho vestito

il tempo

     di sogni

 

*

 

L'anima di pietra

danza

tra nuvole

di fuoco

 

*

 

L'acqua

ha disegnato

pieghe di felicità

sul volto

    del mattino

 

*

 

Sono polvere

imprigionata

sulla strada

del venti

 

*

 

L'estate

è un rogo

di stelle

che fa ardere

la memoria

 

*

 

- Luce -

piccola scintilla

tra le ombre

 

dell'eternità



***

 

LORETO ORATI

[poesie da facebook]

 

 

OGNI VOLTA PRECIPITO DENTRO TE

 

come una cascata che scuote la montagna

 

e s'infrange sul fianco, a cercare l'arcobaleno,

 

così tra i tuoi fianchi io mi scuoto,

 

tra i tuoi fianchi placo le mie acque inquiete

 

che tu lasci disarginare in lago, sulla tua valle aperta...

 

*

 

SULLA TUA ROSA NOTTURNA, IO SONO FARFALLA INSONNE

 

Nel giardino della notte, tu sei rosa aperta,

 

come farfalla insonne, ti cerco,

 

ma ogni oscurità cede ai tuoi profumi,

 

ed il sentiero mi è chiaro,

 

ora posso placare il mio volo

 

suoi tuoi petali dischiusi all'invidia delle stelle,

 

l'alba ci troverà insieme, ancora,

 

nei limpidi riflessi di altra rugiada...

 

*

 

LE BREVI PIOGGE APPENA FINITE

 

Aspettano ai quattro angoli delle nazioni

 

tutti i venti, in sonnolenza, prima dell'uragano,

 

ed ai quattro angoli delle nostre città, i fantasmi di carne,

 

io li vedo senza bandiere, nemmeno quella bianca della resa,

 

accoccolati come figli senza carezze, gli occhi mai lucidi,

 

una mano tesa può sembrare un nido abbandonato,

 

una moneta lanciata, la memoria di un breve volo,

 

e come i venti, io li vedo aspettare,

 

ma non somigliano alla teoria degli uragani,

 

piuttosto a brevi piogge appena finite, che non bastano per il raccolto...

 

*

 

TU RIMANI PURE DOVE NON SERVE L'ARATRO

 

Eccomi qui, ad aspettare uno squarcio nel cielo,

 

gli occhi di un qualsiasi dio, a chiedermi perdono,

 

e quanto amore cantato, e spezzato, e quanto da cantare,

 

quante grida che non rimarginano, cupe madri d'eco,

 

e passi trascinati, verso chissà quale tramonto,

 

ma è proprio questa la Vita, questo è il passaggio?

 

è proprio questo il mondo, o quello che costruisco nei suoi occhi?

 

allora non squarciare il cielo, dio, non chiedermi perdono,

 

lasciami il tempo per resistere tra le sue braccia,

 

lasciami ancora confidare in questo battito,

 

lasciami queste mani ferite e tu, tu rimani pure dove non serve l'aratro...

 

*

 

COSI' IO GIUNGO AL TUO SALE

 

Come un fiume che s'immerge nel mare

 

con il colpo sicuro dell'estuario,

 

così io giungo al tuo sale,

 

al tuo vibrare di onde che accoglie il mio corso,

 

ansa dopo ansa, nel tremare di cascate e rapide improvvise,

 

ora siamo unica distesa di acque senza quiete,

 

palcoscenico di spuma e splendide burrasche...

 

*

 

IL TENTATIVO DEL VOLO

 

Tengo a bada il mostro,

 

con frustate di poesia e buone intenzioni,

 

sono gabbia che non cede,

 

prigione che rinchiude tutto ciò che non voglio essere,

 

e basterebbe poco, uno sguardo sbagliato, una parola di troppo,

 

sarebbe il tempo della vendetta, o della giustizia,

 

forse del sangue da versare, e di nessun pentimento,

 

ma tengo a bada il mostro,

 

con il sorriso sicuro della consapevolezza,

 

siamo nati angeli, possibili assassini, io scelgo il tentativo del volo...

 

 

 

 

 

FRANCESCO MAROTTA


Dal blog “Il giardino dei poeti” (wordpress)

 

Da “per soglie d’increato”


per soglie d’increato
vanificando accenti conosciuti,
per margini brinati
di mondi lontanati
all’apparire – dove non serve
nominare ad ogni passo
il prodigio che trascorre
in mobili immagini di evento,
epifanie di lumi
rovesciati in ombre
quando già credi
di stringere il mistero,
contemplarne il volto,
tradurre le pupille in segni
e voci: -


tu dialoga con lo stupore
che non conserva tracce,
con la stella che dissigilla
un senso che non dura,
con l’assenza che si desta
in palpiti migranti fatti verbo,
al verbo estranei per legge
d’indicibile esperienza -
per osservare la vita
nello specchio albale
di una luce
pensata prima d’ogni dire,
prima del silenzio

 


da “Il dono di Eraclito”


l’ovale che naufraga
la calma dello specchio
è un occhio in odore di cancrena


all’alba
premendo forte il fianco
ho liberato il vento
forse l’ho guarito


ricordo
c’era mia madre in sogno


mi accarezzava il viso
muovendo in circolo le dita
come chi accende voci
sull’altare deserto
della nascita


con le sue lacrime sospese
tra l’ombra cava
dove piantuma rose senza stelo
e la fonte in mezzo ai seni


gli astri feriti
da cui attingeva luce

 


da Impronte sull’acqua


è la mente che
numera il silenzio
dei morti, e la conta
è un dolore che vive e
ramifica in chiazze di
nuvole sulla pelle, a volte
è sabbia, un tramonto
un fiore di neve
a distendersi fino al
le pupille, a
riempire la bocca
con la sua lingua colma
di ricordi, con i resti
vaganti di un
incendio, con la sua
veste di orme, di voci
di capelli, con la
rappresa, impura
verità del gelo

 


da Esilio di voce


scrivi strappando chiarori di pronome
dalla voce la luce malata
che s’innerva
al rantolo di un verbo scrivi
con lo stilo di ruggine che inchioda
l’ala nel migrare anche la morte
che sul foglio appare dal margine
di sillabe di neve s’arrende alla caccia
al sacrificio necessario
dell’ultima lettera superstite

*
ci accomuna la conta differita dei morti
la mano adusa a separare codici e correnti
dal gorgo dove si adunano le ore
indicibile chiusa
di apocrifi in sembianti di volti
di giorni in forme declinanti
di parole

*
come questa luce di specchio
quando raccoglierla è già spreco
di fulgidi rosa un chiedere al sonno
gli spazi
intagli per minimi azzurri
l’abuso di crescere che sia privo del prima
mutilata la mano da una lama
d’inchiostro
che trema sul foglio

*
guarisci il dubbio trafitto
dall’ansia di essere riparo malattia
a cadenze autunnali guarda gli sterpi
che ti battono un’altra luce
sui fianchi e nell’ombra che sale
gioca il sogno di un confine
sospeso la tua pelle si stacca aggiunge
ore ai tuoi segni al graffio che resta
dove togli parole
ai tuoi occhi

*
assenza che sia illuminata erosione
un luogo che i sensi coincide
a un poi di riflessi se colma l’immagine
di grandine di minerali celesti e trascina
a ogni singola mano sangue di fuga
all’occhio l’identico accordo l’energia
perversa di un dono l’attrito
di maschera e volto
impaziente del balzo

*
è un abbaglio la morte la polvere
sbrina il suo vento sull’acqua un abisso
d’aria e correnti
che l’arte della pietra modella
per l’oblio materno dell’alba


Fino all’ultima sillaba dei giorni

scrivere è un destino covato dall’ombra delle ore
la spina amorosa di chi non lascia niente alle sue spalle
perché essere cenere, sostanza di vento
è inciso da sempre a lettere di fuoco
nelle pupille dei segni che trascina – un canzoniere
infimo, un breviario di passi senza orma
tracima sillabe d’innocenza e memoriali di sabbia
dalla brocca silente che disseta il labbro,
quando parole malate d’aria si staccano dalle mani
precipitano nell’impercettibile abisso
di una pagina –
scrivere è un’ora covata dal destino
la spina che costringe il corpo in reticoli d’albe in piena notte
e punge fruga ricuce orli slabbrati lacera la carne
fino a che sanguinano anche i sogni,
fino a che l’immagine fiorisce in echi di sorgente
gli alfabeti rappresi dentro un grido


(sono queste le voci che mancano a una pietra
per sentirsi un arco lanciato verso il cielo,
sono questi gli accenti
che scortano il seme alla sua tomba di luce – al precipizio ardente
dove la morte è presagio di stagioni,
oracolo dei frutti e del ricordo)

 

 

 

ANTONIO SPAGNUOLO

 

 

FUGACITA’ DEL TEMPO

 

Che tu sia parola o musica è segreto del sogno,

è miraggio, appena simulato dal sospiro,

è abbaglio della vista

nella irripetibile storia degli incontri.

Lasciami bere le ossessioni della pelle,

nell´ubriachezza notturna:

ai limiti del ritmo gioco il timore

di brevi parole negli accordi,

nella mia porzione segreta, fra le tue ciglia

quando ritorni dirupo o luce che stordisce.

Festeggio la furbizia dei papaveri,

spoglio gli orpelli, disgrego ogni pastello

per il ventaglio dei petali,

mentre tu nuda confondi la mia rabbia

con le nuvole.

 

www.altramusa.com/blog/antonio_spagnuolo

 

 

 

Leopoldo Attolico

 

Piccola preistoria

 

1963 / 1967

 

 

 

GIOCHI DI BIMBI

 

 

Ai bambini pieni d’occhi

e di passi leggeri

si fa incontro la sera

come una donna.

Ha nelle tasche ampie della gonna

il filo e l’ago della tarda età,

ma nelle mani

tese sopra i visi

tremano soltanto paradisi

di verde eternità

 

 

 

FRAMMENTO

 

 

S’infinita una storia

a ogni canto del gallo:

qualcosa sosta

di splendido mistero

nella luce che resta

nella luce che sale

come un coro

nel cielo

 

 

 

PECCATO

 

 

Peccato.

Non sono un poeta maledetto.

Non sono un poeta ghettizzato.

Sto tranquillo al creato

come la parola sta al verbo.

Sto nella luce fredda delle stelle

con la coscienza di essere in ritardo,

di dover recuperare il tempo perduto

 

Sto nella vita e nelle correnti d’aria

con la piccola gioia

di una piccola matita

sempre più esigua

sempre più sbrecciata

che un po’ dispera a volte

e molto sugge e smemora

nell’anima

 

 

 

BONTA’ MIA / BONTA’ LORO

 

 

Sono inquieto perché

non ritrovo più le mie poesie;

la cartellina verde

che ciclicamente scompare

 

Questo pensiero ricorrente

di averle perse per sempre

è ormai consentaneo a quello

di non poter più andar per mare

perché una parte di me non sa nuotare

e non potrebbe altrimenti salvare la pelle

avendo perso il salvagente

 

 

 

SI SALVI CHI PUO’

 

 

poi

solidale al rollio del cervello

mi misi a tavolino

 

Fui quella che si vuole del violino

una nota cangiante

una parola

prima ancora che lo sfiori l'archetto

e ne dica la fuga

il vento

di banderuola

 

 

 

 

[sito web di provenienza: www.ebook-larecherche.it]

 

 

 


Loreto Orati (2)

da Facebook (gruppo: Evoluzionismo Contemporaneo)

 

 

DA QUI NON RIESCO A VEDERE IL PARTENONE

 

Da qui non riesco a vedere il Partenone,

solo un po’ di neve, ed un verde del nord che non mi piace,

però mi chiedo a cosa può servire quel fumo acre,

l'esigenza della guerra che non sappiamo cancellare

e che ci rende schiavi di altre catene,

quelle lacrime che potrebbero essere le nostre

perché un continente cammina sul ciglio dell'abisso,

ma il sangue, il sangue no,

il sangue sporca solo i marciapiedi e le notti dei sopravvissuti,

forse ci salverebbe un ritorno,

seppellire le monete in un campo d'ortiche

ed abbattere ogni steccato tra le distese di grano

prima che ci travolga il prossimo inverno...

 

*

 

 

IN QUEL LEGGERO INCURVARSI

 

E' nelle mani rugose di mio padre, in quel leggero incurvarsi,

che io riesco a vedere i giorni che verranno, i miei,

ed il tempo che si prende la rivincita, sulla mia immortalità,

ma se sarò come mio padre, sarò ancora il vincitore,

se quelle mani sapranno ancora stringere una penna,

se quel leggero incurvarsi mi servirà a scrivere meglio,

allora che venga pure la fine delle parole, l'ultima pagina,

che venga pure la pietra della memoria, a nascondere le mie rose,

non importa,

avrò vissuto sempre un minuto in più, con il respiro della poesia.


*

 

IL MOMENTO DELL’AMORE


Vederti, e non sopravviverti,

è davvero il momento dell'amore, come una morte,

la vita vissuta che ci abbandona, generosa,

ma è così dolce trafiggerci un cuore consumato,

lasciare che il suo ci riconosca, e ci salvi,

risorgere tra le sue braccia, per continuare a morire...

 

*

 

DENTRO LE STANZE DEL SILENZIO


Restano gli occhi, dentro le stanze del silenzio,

le parole che attraversano lo sguardo,

mute e chiare, innocenti, dolorose,

restano gli occhi ed i riflessi delle cose,

tutto si ridipinge in una lacrima, o nello stupore,

si chiudono le pagine, nell'indice delle labbra serrate,

ti vedo, e sopravvivo...


*


LA RADICE (OTTOMARZO)

 

La radice, questo siete,

e vi sorride solo a marzo chi è stelo cadente,

e stringe mimose rubate tra mani d'autunno,

la radice, ed il tuono, ed ogni arcobaleno, prima d'altre piogge,

le ferite nascoste, le carezze dovute, il risveglio all'alba,

fuori dalla scuola, all'assemblea del futuro, i bambini vi salutano,

ipotesi di uomini che, forse, sapranno amare...

 

 

 

ADOLFO SILVETO

 

DENTRO L’ETERNA MORTE Dl UN ISTANTE

(A Mario)

 

Ti sarà più facile capire

la nenia della sera

la stagione del grillo

senza fiato,

il cruccio segreto

che interrompe il rimbalzo

di palla del cuore

ad ogni respiro del vento,

se il filo sottile che t’incolla

al seme della disperazione

in agguato,

esausto si spezzerà

sui tuoi silenzi.

Non potrai seguire,

oltre il miraggio del tempo,

il tentativo inesauribile

dell’istante

che si fa giorno e poi notte

e mai esiste.

Ma saprai che

nessun cerchio

potrà smarrire il senso

del suo ritorno

al punto di partenza.

Che nessun pianto

potrà mai scavarsi un rivolo

un sentiero, un passaggio,

un momento sicuro

nella vita che aspetta

al varco.

E che io,

immagine scheggiata

di me stesso,

ho perduto la rotta

del mio messaggio originale

in inutili giochi di luce.

E non potrò che reinventare

il niente,

se tu non mi aiuti

a generarti figlio

a generarmi padre!

 

Adolfo Silveto

Boscotrecase (NA)

 

Tratta dal volume “Le radici del sole”,

Edizioni Poeti nella Società, Napoli, 2007.

 

 

 

Da: Giuseppe Bartolotta

L’uso terapeutico della poesia

 

 

[…]

La proposta qui riportata, ha preferito incentrarsi su

un solo poeta piuttosto che su un’antologia poetica, offrendo

tale opzione una maggiore organicità.

 

La scelta della poesia di Quasimodo è, tra l’altro,

anche un itinerario umano in cui l’evoluzione poetica

segue cronologicamente l’evoluzione umana. Le metafore

ed i simboli sono evidenti in tale percorso che va

dalla giovinezza istintuale alla separazione dalla Madre,

dalla sua Terra all’amore ed all’esperienza della paternità,

ed ancora, alla guerra che lo scuote dalla sua esperienza

creativa individuale, per portarlo alle amare

partecipazioni al conflitto, ad un mondo che gli rovina

addosso fino al confronto con la morte.

 

Sembra inutile sottolineare qui, le simbologie all’interno

delle poesie proposte, piuttosto rimandiamo a

quanto già scritto in proposito.

 

*

 

LA NATURA, L’ISTINTO

 

Ed è subito sera

 

Ognuno sta solo sul cuor della terra

Trafitto da un raggio di sole:

ed è subito sera.

 

*

 

Albero

 

Da te un’ombra si scioglie

Che pare morta la mia

Se pure al moto oscilla

O rompe fresca acqua azzurrina

In riva all’Anapo, a cui torno stasera

Che mi spinse marzo lunare

Già d’erbe ricco d’ali.

 

 

Non solo d’ombra vivo,

ché terra e sole e dolce dono d’acqua

t’ha fatto nuova ogni fronda,

mentr’io mi piego e secco

e sul mio viso tocco la sua scorza.

 

*

 

Terra

 

Notte, serene ombre,

culla d’aria, mi giunge il vento se in te mi spazio,

con esso il mare odore della gente

a vele, a nasse,

a bambini anzi l’alba desti.

 

 

Monti secchi, pianure d’erba prima

Che aspetta mandrie e greggi,

m’è dentro il male vostro che mi scava.

 

*

 

Acquamorta

 

Acqua chiusa, sonno delle paludi

Che in larghe lamine maceri veleni, ora bianca ora verde

nei baleni, sei simile al mio cuore.

Il pioppo in grigia d’intorno ed il leccio;

le foglie e le ghiande si quietano dentro,

e ognuna ha i suoi cerchi d’un unico centro

sfrangiati dal cupo ronzar del libeccio.

 

 

Così, come su acqua allarga

Il ricordo i suoi anelli, mio cuore;

si muove da un punto e poi muore:

così t’è sorella acquamorta.

 

*

 

PUBERTÀ

 

Inizio di pubertà

 

Saccheggiatrice d’inerzie e dolori,

notte; difesa ai silenzi,

l’età rigermina

delle oblique tristezze.

 

 

E vedo in me fanciulli

Leggiadri ancora sull’anca,

al declivio delle conchiglie

turbarsi alla mia voce mutata.

 

*

 

Nessuno

 

Io sono forse un fanciullo

Che ha paura dei morti,

ma che la morte chiama

perché lo sciolga da tutte le creature:

i bambini, l’albero, gli insetti;

da ogni cosa che ha cuore di tristezza.

 

 

Perché non ha più doni

E le strade son buie,

e più non c’è nessuno

che sappia farlo piangere

vicino a te, Signore.

 

*

 

LA MADRE

 

Lettera alla madre

 

“Mater dulcissima, ora scendono le nebbie,

il Naviglio urta confusamente sulle dighe,

gli alberi si gonfiano d’acqua, bruciano di neve;

non sono triste nel Nord: non sono

in pace con me, ma non aspetto

perdono da nessuno, molti mi devono lacrime

da uomo a uomo. So che non stai bene, che vivi,

come tutte le madri dei poeti povera

e giusta nella misura d’amore

per i figli lontani. Oggi sono io

che ti scrivo.” – Finalmente, dirai, due parole

di quel ragazzo che fuggì di notte con un mantello corto

e alcuni versi in tasca. Povero, così pronto di cuore, lo

uccideranno un giorno in qualche luogo. –

“Certo, ricordo, fu da quel grigio scalo

di treni lenti che portavano mandorle e arance

alla foce dell’Imera, il fiume pieno di gazze,

di sale, d’eucalyptus. Ma ora ti ringrazio,

questo voglio, dell’ironia che hai messo

sul mio labbro, mite come la tua.

Quel sorriso mi ha salvato da pianti e da dolori.

E non importa se ora ho qualche lacrima per te,

per tutti quelli che come te aspettano

e non sanno che cosa. Ah gentile morte,

non toccare l’orgoglio in cucina che batte sopra il muro,

tutta la mia infanzia è passata sullo smalto

del suo quadrante, su quei fiori dipinti:

non toccare le mani, il cuore dei vecchi.

Ma forse qualcuno risponde? O morte di pietà.

Morte di pudore. Addio, cara, addio, mia dulcissima

mater.”

 

*

 

LA NASCITA

 

Spazio

 

Uguale raggio mi chiude

In un centro buio,

ed è vano ch’io evada.

Talvolta un bambino vi canta

Non mio; breve è lo spazio

E d’angeli morti sorride.

 

 

Mi rompe. Ed è amore alla terra

Ch’è buona se pure vi rombano abissi

Di acque, di stelle, di luce;

se pure aspetta, deserto paradiso,

il suo dio d’anima e di pietra.

 

*

 

LA RINASCITA

 

I ritorni

 

Piazza Navona, a notte, sui sedili

Stavo supino in cerca della quiete

E gli occhi con rette e volute di spirali

Univano le stelle,

le stesse che seguivo da bambino

disteso sui ciotoli dei Platani

sillabando al buio le preghiere.

 

Sotto il capo incrociavo le mie mani

E ricordavo i ritorni:

odore di frutta che secca sui graticci,

di violacciocca, di zenzero, di spigo;

quando pensavo di leggerti, ma piano,

(io a te, mamma, in un angolo in penombra)

la parabola del prodigo,

che mi seguiva sempre nei silenzi

come un ritmo che s’apra ad ogni passo

senza volerlo.

Ma i morti non è dato di tornare,

e non c’è tempo nemmeno per la madre

quando chiama la strada;

e ripartivo, chiuso nella notte

come uno che tema all’alba di restare.

 

 

E la strada mi dava le canzoni,

che sanno di grano che gonfia nelle spighe,

del fiore che imbianca gli uliveti

tra l’azzurro del lino e le giunchiglie;

risonanze nei vortici di polvere,

cantilene d’uomini e cigolio di traini

con le lanterne che oscillano sparute

ed hanno appena il chiaro d’una lucciola.

 

*

 

AMORE

 

Solo che amore ti colpisca

 

Non dimenticare che vivi in mezzo agli animali

I cavalli i gatti i topi di fogna

Bruni come la donna di Salomone tremendo

Campo a bandiere spiegate,

non dimenticare il cane dalla lingua e la coda

d’armonie dell’irreale né il ramarro il merlo

l’usignolo la vipera il fuco. O ti piace pensare

che vivi fra uomini puri e donne

di virtù che non toccano

l’urlo della rana in amore, verde

come il più verde ramo del sangue.

Gli uccelli ti guardano dagli alberi e le foglie

non ignorano che la Mente è morta

Per sempre, la sua reliquia sa di cartilagine

Bruciata di plastica corrotta; non dimenticare di essere

abile animale e sinuoso

Che violenta torrido e vuole tutto qui

Sulla terra prima dell’ultimo grido

Quando il corpo è cadenza di memorie accartocciate

E lo spirito sollecita alla fine eterna:

ricorda che puoi essere dell’essere

solo che amore ti colpisca bene alle viscere.

 

*

 

Parola

 

Tu ridi che per sillabe mi scarno

E curvo cieli e colli, azzurra siepe

A me d’intorno, e stormir d’olmi

E voci d’acque trepide;

che giovinezza inganno

Con nuvole e colori

Che la luce sprofonda.

 

 

Ti so. In te tutta smarrita

Alza bellezza i seni,

s’incava ai lombi e in soave moto

s’allarga per il pube timoroso,

e ridiscende in armonia di forme

ai piedi belli con dieci conchiglie.

 

 

Ma se ti prendo, ecco:

parola tu pure mi sei tristezza.

 

*

 

IL PADRE

 

Al padre

 

Dove sull’acque viola

Era Messina, tra fili spezzati e macerie tu vai lungo binari

E scambi col tuo berretto di gallo

Isolano. Il terremoto ribolle

Da tre giorni, è dicembre d’uragani

E mare avvelenato. Le nostre notti cadono

nei carri merci e noi bestiame infantile

contiamo sogni polverosi con i morti

Sfondati dai ferri, mordendo mandorle

E mele dissecate a ghirlanda. La scienza

Del dolore mise verità e lame

Nei giochi dei bassopiani di malaria

Gialla e terzana gonfia di fango.

 

*

 

La tua pazienza

 

Triste, delicata, ci rubò la paura,

fu lezione di giorni uniti alla morte

tradita, al vilipendio dei ladroni

presi fra i rottami e giustiziati al buio

dalla fucileria degli sbarchi, un conto

di numeri bassi che tornava esatto,

concentrico, un bilancio di vita futura.

 

Il tuo berretto di sole andava su e giù

Nel poco spazio che sempre ti hanno dato.

Anche a me misurarono ogni cosa,

e ho portato il tuo nome

un po’ più in là dell’odio e dell’invidia.

Quel rosso sul tuo capo era una mitria,

una corona con le ali d’aquila.

E ora nell’aquila dei tuoi novant’anni

ho voluto parlare con te, coi tuoi segnali

di partenza colorati dalla lanterna

notturna, e qui da una ruota

imperfetta del mondo,

su una piena di muri serrati,

lontano dai gelsomini d’Arabia

dove ancora tu sei, per dirti

ciò che non potevo un tempo – difficile affinità

di pensieri – per dirti, e non ci ascoltano solo

cicale del Biviere, agavi, lentischi,

come il campiere dice al suo padrone:

“Baciamu li mani.” Questo, non altro.

Oscuramente forte è la vita.

 

*

 

IL DOLORE

 

Avidamente allargo la mia mano

 

In povertà di carne, come sono

Eccomi, Padre; polvere di strada

Che il vento leva appena il suo perdono.

 

Ma se scarnire non sapevo un tempo

La voce primitiva ancora rozza,

avidamente allargo la mia mano:

Dammi dolore cibo cotidiano.

 

*

 

Oboe sommerso

 

Avara pena, tarda il tuo dono

In questa mia ora

Di sospirati abbandoni.

 

Un òboe gelido risillaba

Gioia di foglie perenni,

non mie, e smemora;

 

in me si fa sera:

l’acqua tramonta

 

sulle mie mani erbose.

Ali oscillano in fioco cielo,

labili: il cuore trasmigra

ed io son gerbido.

 

E i giorni una maceria.

 

*

 

Auschwitz

 

Laggiù, ad Auschwitz, lontano dalla Vistola,

amore, lungo la pianura nordica,

in un campo di morte: fredda, funebre,

la pioggia sulla ruggine dei pali

e i grovigli di ferro dei recinti:

e non albero e uccelli nell’aria grigia

 

 

o su dal nostro pensiero, ma inerzia

e dolore che la memoria lascia

al suo silenzio senza ironia o ira.

Tu non vuoi elegie, idilli: solo

Ragioni della nostra sorte. Qui.

Tu, tenera ai contrasti della mente,

incerta a una presenza

chiara della vita. E la vita è qui,

in ogni no che parte una certezza:

qui udremo piangere l’angelo il mostro

le nostre ore future

battere l’al di là, che è qui, in eterno

e in movimento, non in un’immagine

di sogni, di possibile pietà.

E qui le metamorfosi, qui i miti.

Senza nome di simboli o d’un dio,

sono cronaca, luoghi della terra,

sono Auschwitz, amore. Come subito

si mutò in fumo d’ombra

il caro corpo d’Alfeo e d’Aretusa!

Da quell’inferno aperto da una scritta

Bianca: “Il lavoro vi renderà liberi”

Uscì continuo il fumo

Di migliaia di donne spinte fuori

All’alba dai canili contro il muro

Del tiro a segno o soffocate urlando

Misericordia all’acqua con la bocca

Di scheletro sotto le docce di gas.

Le troverai tu, soldato, nella tua

Storia in forme di fiumi, d’animali,

 

o dei tu cenere d’Auschwitz,

medaglia di silenzio?

Restano lunghe trecce chiuse in urne

di vetro ancora strette da amuleti

e ombre infinite di piccole scarpe

e di sciarpe d’ebrei: sono reliquie

d’un tempo di saggezza, di sapienza

dell’uomo che si fa misura d’armi,

sono i miti, le nostre metamorfosi.

Sulle distese dove amore e pianto

Marcirono e pietà, sotto la pioggia,

laggiù, batteva un no dentro di noi,

un no alla morte, morta ad Auschwitz,

per non ripetere, da quella buca

di cenere, la morte.

 

*

 

PATERNITÀ

 

L’alto veliero

 

Quando vennero uccelli a muovere foglie

Degli alberi amari lungo la mia casa,

(erano ciechi volatili notturni

che foravano i nidi sulle scorze)

io misi la fronte alla luna,

e vidi un alto veliero.

A ciglio dell’isola il mare era sale;

e s’era distesa la terra e antiche

conchiglie lucevano fitte ai macigni

sulla rada di nani limoni.

 

 

E dissi all’amata che in sé agitava un mio figlio,

e aveva per esso continuo il mare nell’anima:

“Io sono stanco di tutte quest’ali che battono

a tempo di remo, e delle civette

che fanno il lamento dei cani

quando è vento di luna ai canneti.

Io voglio partire, voglio lasciare quest’isola.”

Ed essa: “O caro, è tardi: restiamo.”

 

Allora mi misi lentamente a contare

I forti riflessi d’acqua marina

Che l’aria mi portava sugli occhi

Dal volume dell’alto veliero.

 

*

 

LA GUERRA

 

Giorno dopo giorno

 

Giorno dopo giorno: parole maledette e il sangue

E l’oro. Vi riconosco, miei simili, mostri

Della terra. Al vostro morso è caduta la pietà

E la croce gentile ci ha lasciati.

E più non posso tornare nel mio esilio.

Alzeremo tombe in riva al mare, sui campi dilaniati

ma non uno dei sarcofaghi che segnano gli eroi.

Con noi la morte ha più volte giocato:

s’udiva nell’aria un battere monotono di foglie

come nella brughiera se al vento di scirocco

la folaga palustre sale sulla nube.

 

*

 

Alle fronde dei salici

 

E come potevamo noi cantare

Con il piede straniero sopra il cuore,

fra i morti abbandonati nelle piazze

sull’erba dura di ghiaccio, al lamento

d’agnello dei fanciulli, all’urlo nero

della madre che andava incontro al figlio

crocifisso sul palo del telegrafo?

Alle fronde dei salici, per voto,

anche le nostre cetre erano appese,

oscillavano lievi al triste vento.

 

*

 

19 gennaio 1944

 

Ti leggo dolci versi d’un antico,

e le parole nate fra le vigne,

le tende, in riva ai fiumi delle terre

dell’est, come ora ricadono lugubri

e desolate in questa profondissima

notte di guerra in cui nessuno corre

il cielo degli angeli di morte,

e s’ode il vento con rombo di crollo

se scuote le lamiere che qui in alto

dividono le logge, e la malinconia

sale dei cani che urlano dagli orti

ai colpi di moschetto delle ronde

per le vie deserte. Qualcuno vive.

 

Forse qualcuno vive. Ma noi, qui,

chiusi in ascolto dell’anima voce,

cerchiamo un segno che superi la vita,

l’oscuro sortilegio della terra

dove anche fra le tombe di macerie

l’erba maligna solleva il suo fiore.

 

*

 

Uomo del mio tempo

 

Sei ancora quello della pietra e della fionda,

uomo del mio tempo... Eri nella carlinga,

con le ali maligne, le meridiane di morte,

 

– t’ho visto – dentro il carro di fuoco, alle forche,

alle ruote di tortura. T’ho visto: eri tu,

con la tua scienza esatta persuasa allo sterminio,

senza amore, senza Cristo. Hai ucciso ancora,

come sempre, come uccisero i padri, come uccisero

gli animali che ti videro per la prima volta.

E questo sangue odora come nel giorno

Quando il fratello disse all’altro fratello:

“Andiamo ai campi”. E quell’eco fredda, tenace,

è giunta fino a te, dentro la tua giornata.

Dimenticate, o figli, le nuvole di sangue

Salite dalla terra, dimenticate i padri:

le loro tombe affondano nella cenere,

gli uccelli neri, il vento, coprono il loro cuore.

 

*

 

MORTE

 

Una notte di settembre

 

“Timor mortis conturbat me”?

Un tamburo cavo tonfa

Nella notte straniera

Su nodi del sangue. Cadono corvi

Fra la neve presi da un piombo

Silenzioso. E di colpo il mio corpo

Sale su un albero d’arancio a picco

Sul mare Jonio. Ma sei qui, alla fine,

non un segno s’incrocia alla resa

dello spirito, solo con te ascolti

i pensieri lontani, gli ultimi

sospesi sotto una volta gotica.

In che luogo ombre sotterranee?

Uguale a sé la morte:

Una porta si apre, si ode un piano

Sul video nella corsia a tende

Di narcotici. Entra nella mente

un dialogo con l’al di là,

di sillabe a spirale che avvolgono

requiem su curve d’ombra;

un sì o un forse involontario.

Non devo confessioni alla terra,

nemmeno a te morte, oltre la tua

porta aperta sul video della vita.

 

*

 

Thanatos Athanatos

 

E dovremo dunque negarti, Dio

Dei tumori, Dio del fiore vivo,

e cominciare con un no all’oscura

pietra “io sono” e consentire alla morte

e su ogni tomba scrivere la sola

nostra certezza: “thanatos athanatos”?

Senza un nome che ricordi i sogni

Le lacrime i furori di quest’uomo

Sconfitto da domande ancora aperte?

 

 

*

 

Il nostro dialogo muta; diventa

Ora possibile l’assurdo. Là

Oltre il fumo di nebbia, dentro gli alberi

Vigila la potenza delle foglie,

vero è il fiume che preme sulle rive.

La vita non è sogno. Vero l’uomo

E il suo pianto geloso del silenzio.

Dio del silenzio, apri la solitudine.

 

 

 

FREEBOOK

 

fonte: www.edup.it

 


 

LORETO ORATI (3)

(da Facebook: gruppo Evoluzionismo Contemporaneo)

 

 

LO SCHIANTO DELLE PAROLE

 

Nell'alta torre della solitudine, a ponente,

vive ogni poeta, in una stanza tra i molti in attesa,

da lì precipitano a valle le pagine torturate, come macigni consapevoli,

e scuote anche il mondo opposto, lo schianto delle parole,

e chi sa riconoscere l'eco delle cicatrici,

il sussurro di preghiere che spezzano ogni cielo,

alza lo sguardo, alla roccaforte del prigioniero,

al bastione che domina i campi d'argilla,

prima o poi, da lassù, una mano tremante aprirà la prigione dei silenzi,

e sarà primavera d'ottobre, ad ogni verso liberato tra le zolle...

 

*

 

UN GRADINO ALLA VOLTA

 

Un gradino alla volta, senza fretta,

a salire o ridiscendere la scalinata del mio tempo,

verso le foschie profumate del futuro, che non vedo ma disegno,

o poco più giù, al giorno in cui sono stato uomo, dentro la tua pelle,

ai primi fogli innocenti e torturati, alla timidezza del sognatore, a mia madre,

ciò che sono è nei passi trascinati in questa ascesa senza cielo, con le scarpe infangate,

ciò che sarò è in queste impronte di terra, passo incerto di contadino tra i roseti delle parole...

 

*

 

L'IMPUTATO SI ALZI

 

Di fronte alla Corte, non tremo,

ho ucciso con ferocia il mio passato,

ho abbandonato nel deserto la mia controfigura,

ho sterminato senza pentimenti i giorni delle rose sprecate,

tu mi hai reso assassino, hai armato il mio stupore,

"l'imputato si alzi", con lo sguardo diritto aspetto la sentenza,

"condannato ad amare, fine pena mai",

tra le tue braccia...

 

*

FORSE DOVREI CHIEDERE AL MARE

 

Forse dovrei chiedere al mare, cosa significa confine,

mi risponderebbe con il coro libero delle onde,

con il salto dei delfini che volano ad assaggiare il cielo,

qui sappiamo bene cosa vuol dire trincea, e filo spinato,

viviamo schierati lungo linee inventate, a difesa dell'intolleranza,

dove le nazioni hanno nomi diversi sotto la stessa alba,

dove comincia il passo dello straniero, e non è mai arrivata la carovana del fratello,

dove i colori di troppi dèi diventano uno, il rosso profondo delle ferite,

forse dovrei chiedere al mare, cosa significa confine...

 

*

IL CANCELLO DELLA FABBRICA

 

Sembra quasi un ghigno, il cancello della fabbrica,

chiuso e doloroso sull'assedio dei senza futuro,

il vecchio padre d'acciaio non si muove più,

respira ormai a fatica, sotto lo sguardo lucido di figli disperati,

e domani morirà, nel sussulto di un lucchetto senza serratura,

magari per risorgere ad est, su terre troppo lontane da questo mare,

dove gli schiavi non hanno facce diverse dalle nostre

e gli stessi aguzzini, con fruste meno costose tra le mani...

 

 

 

 

ANTONIO SPAGNUOLO

 

Da: CANTO DELLA TERRA

-Dedalus srl Napoli, 2000

 

 

Non ho che il resto

 

Quando il tuo canto illude ne la sera

traspaiono corolle, come sogno,

e strani,                    perdere la memoria

                  dal pallore superbo,

                  nomi che furono,

chiamati al bricco d'acqua.

 

Illividisce il ricordo

ogni tua movenza,

            il sopracciglio,

al mutare del ventre,

            alle armonie

ribelli.

 

Il viso,  muffa che asciuga,

tenta un solfeggio, un premio,

quasi a stringere funi

            intorno agli ultimi lembi.

Scivola sbalzando le stagioni.

 

Colui che più somiglia

allaccia umili dita

contro le vesti impudiche.

 

Non ho che il resto del creato,

costretto nel cancello,

o un compito

            ascritto alla violenza

dell'urlo.

 

Potrei cogliere il freddo

Sballando nel miraggio...

 

Certo

            soltanto con i fiori più fragili

ondeggia la mia infanzia

 

*

 

Quel posto unico

 

Quel posto unico

nei giardini del sonno,

andando giù, verso il dirupo,

tra i fiori intrappolati e le verande,

fu come un cerchio

       nella bolgia degli occhi...

       cornici della tua sequenza.

Non riuscivo a legare le forme

a bordature,

e tu,

indissolubile materia dei miei sogni,

ripiegavi sul dorso nel produrre

         sgomenti.

 

Qualcuno giocava a nascondigli,

per l'imbarazzo di stoviglie,

dai fianchi disfatti

           e la memoria del pugno.

 

Ed era tutto,

perché nelle incerte minuzie

il salto pesa e il passo,

che ribatto a tastoni per rialzarmi,

cede a motti e rimproveri,

cede a quel picciolo schermo di violenze,

di soprusi,

di donne affascinanti con il culo

segnato dal Martini,

di agenti alla ricerca del ninfomane,

di un posto al sole

strascicato nell'eco ed in volute

che mi porto dentro.

Era il luogo che fuggivo da tempo,

ed era il tempo che mi abbatteva sagome

nell'ascesa di mille dissonanze.

 

Tra i piedi nudi e le macchie incerte del sole,

tra le vetrate sporche,

e feritoie,

e botole,

era quello il luogo.

 

La conclusione

che ha staccato le mie angosce.

Un sordo giorno scivola:

dai confini all'orecchio

e nascondo il tuo cespuglio

perché scoppia la realtà:

      ed è così che ti uccido

       nei risvolti dei quaderni.

 

*

 

Poi la caverna

 

                        Oscilla il tuo respiro quieto

                        nel polso dello specchio.

                        Sfidando il sogno

                        lotterò coi puledri.

 

 

Ti prego: scegli ancora le cosce,

sgrana le invenzioni,

sostituendo il riverbero del sesso.

Poi la caverna

scivolando nei simboli

è un giorno,

        un giorno ancora

        che ruba le apparenze,

ascoltando le voci

frammiste dei sorrisi.

 

Indugiano le rughe nel broccato

e la chioma fra le stizze ed occasioni

di lontane esperienze.

Così come le icone,

che hanno il bagliore della memoria

per noi che abbiamo dimenticato i nomi.

Si accende come un'onda l'indicibile:

dietro le tende il volto di mio padre

per l'ultima goccia del suo vino.

 

*

 

Oggi inquieta dimora

 

Schizzi d'olio in cantina

ed il bianco mosaico della tua pelle

spaccano verità.

Oggi inquieta dimora,

colma trabocchevole,

allucinata dalle mie incertezze,

trascini le minuzie dei miei occhi

tra muscoli sgualciti.

 

Geometrie misteriose

diroccano cortili,

ai quali affidammo la memoria

scaltra del nudo.

 

Caddero tizzoni

nel fondo del tuo amplesso

ed ora,

attraverso il risveglio

moriamo desolati.

Tempo e fato hanno ragione

in quella rabbia di sopravvivenza

sprecata nel mio stesso frammento.

S'abbevera l'angoscia verso Iddio,

le cui braccia abbagliano l'incanto.

Troppe le cicatrici:

non più segrete, voci

s'alternano nel gioco della sabbia.

Sarò geloso.

La meschina scadenza.

Ed ho paura a non farcela

prima della fine.

 

Cinta di bende

poco lontana da una stele,

nel disegno delle coppe d'oro,

più vergine che sogno

spezzerai ridendo

        il mio ricordo.

 

*

 

Per la nostra penombra

 

Accanto a te, nella guancia scavata

si sfregia ancora una volta il mio grido,

in cambio della gioia,

in cambio dello sgomento di ginocchia.

La terra e il cielo,

dove senza posa rotolammo macigni,

sono divenute lande inaccessibili,

le nubi erranti a rammentare il viaggio.

Quando l'anno si inturgida e il pensiero

imprigiona le mie impronte

la tua nudità ricatta il nuovo addio

per gli spazi ascoltati.

Per la nostra penombra

la punta acuminata di infinito.

 

 

 

UNA CITAZIONE

 

Poesia tratta dal libro

"Dittologie Congelate"

di Federico Li Calzi

 

[un poeta da tenere d'occhio!]

 

 

"Potrebbe essere un segno del tuo sguardo,

l’icona del ventaglio, il logo contrapposto

al falso tuo riguardo. Potrebbe essere un tre:

la macchia di caffè sul vestito della festa.

Potrebbe essere la stessa stilizzata a cuore

o un segno di stupore davanti al vero.

Potrebbe sembrare il fermaglio che legava

a te i capelli in quel pomeriggio al doposcuola.

Potrebbe finora restare insegna dell’amore,

logo dell’unione, marchio di fronte al fascino

delle promesse infrante nei discorsi che facevi.

Potrebbe essere una “B”, un segno giunto

fino a qui. Potrebbe essere la cosa

che non m’hai detto, l’effetto dell’inverso

tuo ricordo, il vero contrapposto al falso:

il ventaglio in quel pomeriggio di caldo.

Potrebbe essere una ... Non so cosa significhi

il tuo segno lasciato su quel libro, nel lungo

pomeriggio. Potrebbe, non so, restare come

l’ammicco del tuo sguardo, il segno del tuo corpo."

 

 

Fonte: www.federicolicalzi.it

 

 

 

Loredana Savelli

 

Da: ri-tratti

 

 

dalla sezione:

ritratti a matita: angeli

 

 

emily

 

 

non li vedo non li tocco

almeno sentirli

-gli angeli sussurrano -

 

eccoli

chiamano i fiori

 

 

se potessi ascoltare i nomi scelti

e il suono che fanno quando passano

 

 

è monotono il loro canto

è rumore di fondo

rumore di niente

solo nomi al rallentatore

e sempre più piano

 

 

(liberamente ispirata a “Gli Angeli” di Emily Dickinson)

 

*

 

 

dal paese-del-non-dove*

 

 

la tempesta sembra una cartolina

dal paese-del-non-dove -

gli angeli salgono e scendono

barche tra i flutti

la veste gonfia come una vela

 

 

smarriscono la rotta

vagano giorno e notte

solo qualche tratto

è riconoscibile -

un respiro

cenni di occhi

profili spezzati baluginii

 

 

come dal finestrino

quando colline e montagne si scompongono

in un gioco di specchi

 

 

* Citazione da Massimo Cacciari, L’angelo necessario, Adelphi 1994, pag.13

 

 

*

 

angeli rilkiani

 

 

hanno occhi di diamante

ma le loro visioni sono inquiete

talvolta sfocate

 

 

dimorano dietro le nuvole

dove li spingono soffi umani -

uccelli dell’anima

stanno nel rischio di aprire le ali

ignari di ogni dolore

fermi nella luce

 

 

degli uomini

non conoscono la libertà

 

 

*

 

angeli smemorati

 

 

li ho incontrati nella mia terra

e la mia terra

ancora non smette

di aggrumare il sangue di quei morti

impastato con quello dei non-nati

 

 

la mia terra è casa

per gli angeli smemorati

 

 


 

 

dalla sezione:

ritratti a carboncino: nonni

 

 

mio nonno è morto in mare

 

 

mio nonno è morto in mare

e il mare è morte e vita

è morte che grida alla vita

è vita che chiama la morte

 

 

naufraghi di cieli

torniamo al mare

dal quale veniamo

 

 

*

 

 

dalla sezione:

ritratti ad acquerello. il Volto

 

 

in-eterno

 

 

vorrei essere un banco d’aria

sospinto su strade di nuvole

sempre cangianti

 

 

in cerca del calore

-se manca –

o del vento freddo

 

 

trasmigrando restare me stessa

ignorando causa ed effetto

incosciente di essere niente

 

 

il vuoto della materia

senza velocità senza energia

 

 

neanche l’ombra

giacché l’ombra è qualcosa

 

 

è l’unica idea che io concepisca

di eternità

 

*

 

 

sito web di provenienza:

www.ebook-larecherche.it

 

 

 

 

Sylvia Plath – Orlo



La donna è a perfezione.

Il suo morto

corpo ha il sorriso del compimento,

un'illusione di greca necessità

scorre lungo i drappeggi della sua toga,

i suoi nudi

piedi sembran dire:

abbiamo tanto camminato, è finita.

Si sono rannicchiati i morti infanti ciascuno

come un bianco serpente a una delle due piccole

tazze del latte, ora vuote.

Lei li ha riavvolti

dentro il suo corpo come petali

di una rosa richiusa quando il giardino

s'intorpidisce e sanguinano odori

dalle dolci, profonde gole del fiore della notte.

Niente di cui rattristarsi ha la luna

che guarda dal suo cappuccio d'osso.

A certe cose è ormai abituata.

Crepitano, si tendono le sue macchie nere.

 

 

 

 

Vittorio Fioravanti

(liriche da Facebook)

 

SCENDO NEL VERDE INCANTO 

 

Van tingendosi d'ocra

i flussi sparsi del rio

come spugne che assorbano

essenze in gocce contate

d'ambra liquata

come lingue di voglie

calde di fiori strappati

e fra le dita appassiti

 

 Scivola sulle correnti

la carena consunta

d'uno scafo mio scabro

scendo nel verde incanto

d'un anaconda

lungo il mio fianco

e l'occhio accorto

d'un uccello rapace

su tracce e mosse

di grosse spalle ricurve

e di lucenti pagaie

 

 Mastico foglie

dall'amaro sapore

lo sguardo perso

nell’intrico osceno

dell’immote mangrovie

e bevo quell'abbandono

lasciar dietro la scia

tutta una vita vissuta

senza idea d’un rientro

così all'azzardo

ricercando l'ignoto

estremo guizzo

 

 Luglio 2009

 

* * *

 

E LE PAROLE TACCIONO

 

Lei fra le dita

ali trepide sull’arso dorso

morbido il ventre

e canti d’allodole in gola

mentre incalzanti

in movimenti di danza

d’asimmetrie dilaganti

membra sospinte

a piedi ignudi nel vento

in espressioni di gioia

e d’aspra voglia d’azzardo

ascendono in volo

 

Frammenti acuti d’urli

in un tardo momento

d’un imbrunire inconcluso

e nello spiraglio socchiuso

quel guizzo d’incanto

fra malcelati arabeschi

d’una ormai spenta esistenza

 

Profondi e stanchi

i miei opachi sospiri

mentre ingialliscono

come foglie sui rami

spogli gli estremi

stimoli e gli ansiti

 

E le parole tacciono

su questi bianchi fogli

graffi ormai tralasciati

  

31 gennaio 2005

 

* * *

 

QUELL'AUTUNNO D'ALLORA

 

Aroma di legna tagliata

d’accetta sporca di scorza

di ricci appena socchiusi

di crude castagne e di foglie

gialle e di funghi

 

Scendeva lesto fra i tronchi

scivolando sull’erba

giù fino ai sassi

del sentiero nascosto

alla luce del cielo

di quell’ultimo

giorno d’autunno

 

Oltre l’orlo dell’orto

odore d’aglio e di pesto

la vigna spoglia e gli scogli

irti sotto il muretto

c’era il mare in un solo sospiro

un lieve filo di fumo

fisso sull’ampia linea

d’un lontano orizzonte

e una trepida vela

- una trepida donna -

una barca

una nave all’ormeggio

in vivida tacita attesa

di portar via lui e un suo baule

anni dopo

in America

 

 Marzo 2006


* * *

 


 

UNA CITAZIONE

 

 

PER ANDREA ZANZOTTO

 

“Prego che la poesia

forte e pietrificata

in passato e in futuro

voglia sgorgare adesso liquida

musica su da un pozzo inesauribile

(fin che l’uomo abiti la terra)

e questo scorrere sorgivo e antico

passa dal filtro mio

ma è poi di tutti,

insieme ci mettiamo in ascolto.”

 

Antonio Porta – 1986 (pubblicata postuma)

 

 

 

 

POESIA DI ANTONIA POZZI

 

Io vengo da mari lontani –
io sono una nave sferzata
dai flutti
dai venti –
corrosa dal sole –
macerata
dagli uragani –

io vengo da mari lontani
e carica d'innumeri cose
disfatte
di frutti strani
corrotti
di sete vermiglie
spaccate –
stremate
le braccia lucenti dei mozzi
e sradicate le antenne
spente le vele
ammollite le corde
fracidi
gli assi dei ponti –

io sono una nave
una nave che porta
in sé l'orma di tutti i tramonti
solcati sofferti –
io sono una nave che cerca
per tutte le rive
un approdo.
Risogna la nave ferita
il primissimo porto –
che vale
se sopra la scia
del suo viaggio
ricade
l'ondata sfinita?

Oh, il cuore ben sa
la sua scia
ritrovare
dentro tutte le onde!
Oh, il cuore ben sa
ritornare
al suo lido!

O tu, lido eterno –
tu, nido
ultimo della mia anima migrante –
o tu, terra –
tu, patria –
tu, radice profonda
del mio cammino sulle acque –
o tu, quiete
della mia errabonda
pena –
oh, accoglimi tu
fra i tuoi moli –
tu, porto –
e in te sia il cadere
d'ogni carico morto –
nel tuo grembo il calare
lento dell'ancora –
nel tuo cuore il sognare
di una sera velata –
quando per troppa vecchiezza
per troppa stanchezza
naufragherà
nelle tue mute
acque
la greve nave
sfasciata –

20 febbraio 1933

 


 

 

 

NASCITA

 

Un uomo nacque

tra tanti che son nati,

visse tra i tanti uomini vissuti;

e non ha storia, ma terra,

terra centrale del Cile,

dove le vigne increspano la loro

chioma verde,

l'uve si alimenta di luce,

il vino nasce dai piedi del popolo.

Parral si chiama il luogo

di colui che nacque d'inverno.

E non ci sono più né casa né strada:

la cordigliera sciolse i suoi cavalli,

si accumulò la profonda potenza,

saltarono le montagne e cadde il villaggio

avvolto dal terremoto. E così muri di fango,

ritratti alle pareti, mobili sgangherati

in sale oscure, silenzio interrotto dalle mosche,

tutto ritornò ad essere polvere:

solo pochi conservammo forma e sangue,

solo pochi, e il vino.

Il vino continuò a vivere, salendo fino

all'uva sgranata dell'autunno errante,

scese in sordi frantoi, di barili

che si tinsero del suo sangue soave,

e lì sotto il terrore della terra terribile

continuò nudo e vivo.

Io non rammento né paesaggio né tempo,

né volti né figure,

solo polvere impalpabile,

la coda dell'estate e il cimitero dove

mi portarono a vedere tra le tombe

il sonno di mia madre.

E poiché mai avevo visto il suo viso

la chiamai tra i morti, per vederla,

ma come gli altri sepolti,

non sa, non sente, non rispose nulla,

e lì rimase sola, senza il figlio,

scontrosa ed evasiva tra le ombre.

Io son di lì, di quel Parral di terra

tremante, terra carica d'uva

che nacque da mia madre morta.

 

Pablo Neruda

 

 

 

Preghiera alla poesia

 

Antonia Pozzi


Oh, tu bene mi pesi
l’anima, poesia:
tu sai se io manco e mi perdo,
tu che allora ti neghi
e taci.

Poesia, mi confesso con te
che sei la mia voce profonda:
tu lo sai,
tu lo sai che ho tradito,
ho camminato sul prato d’oro
che fu mio cuore,
ho rotto l’erba,
rovinata la terra –
poesia – quella terra
dove tu mi dicesti il più dolce
di tutti i tuoi canti,
dove un mattino per la prima volta
vidi volar nel sereno l’allodola
e con gli occhi cercai di salire –
Poesia, poesia che rimani
il mio profondo rimorso,
oh aiutami tu a ritrovare
il mio alto paese abbandonato –
Poesia che ti doni soltanto
a chi con occhi di pianto
si cerca –
oh rifammi tu degna di te,
poesia che mi guardi.

Pasturo, 23 agosto 1934

 

 

 

 

 

Rossana Roberti

 

Una lunga avventura

 

 

Da La misura e l’uvetta

Quaderni di poesia – DARS – Udine, 2007

[ proposte nella rubrica Poesia Condivisa su poesia2punto0 ]

 

 

Dalla sezione DIO E LE PICCOLE MISURE

 

 

Approssimazione all’Universale

 

Il cielo rosa

impone ad occidente

l’ultima gloria

del sole

è specchio

l’acceso splendore

del mare

in abito da casa sul balcone

sgrano piselli per la cena

il sublime e il modesto

intimamente si conobbero

quando l’inesorabile sera

spegneva il mare

richiamava ai fornelli

per un attimo

il mistero si sciolse

su piccole labbra sorridenti

l’universale fu tutto

nel piatto da portata

come la notte-respiro del mare

chiedo alle mani

come il cielo sia caduto sulle dita

come alle dita fu possibile

toccare il tramonto

 

 

Da Neppure il sogno

Forum/Quinta generazione, Forlì -1983

[ proposte nella rubrica Poesia Condivisa su poesia2punto0 ]

 

 

Dalla sezione LE PAROLE

 

Io persi le parole.

Io fui persa.

 

*

 

Alcune parole mi sembra

di non poterle toccare

vasellame d’oro al banchetto

del signore,

io sono Lazzaro

sto sotto la tavola e mangio

nel cavo della mano.

 

 

Da Maternale

Book Editore, Castel Maggiore (Bologna), 2003

[ proposte nella rubrica Poesia Condivisa su poesia2punto0 ]

 

 

Madre di legno

dai seni disseccati

quanto tempo m’hai tenuta

affamata

alla tua gonna

madre di ferro

la tua scure pronta implacabile m’ha tagliato

ogni germoglio che m’avrebbe fatta

altra da te

madre Sade

quanto m’hai fatto male

ogni giorno pungendo con spilli irridendo

il mio corpo di bambina

ché imparassi ad uccidere in me

la tua uccisa

femminilità

madre kapò

più dura dei padroni del campo

m’hai addestrato

come un cane da combattimento

m’hai messo in corpo la tua ringhiosa insoddisfazione

m’hai buttato sulle spalle

la tua nera aggressività

madre

per un piatto di lenticchie hai venduto una figlia

m’hai ridotto

una cipolla costretta a germogliare

fuor di terra.

 

 

Chi ora è madre

– girata la ruota del tempo –

tu per occhi opachi oggi

per ossa fragili e arterie dure

arresa a me

tu

con piccoli fuochi bizzosi

di rammemorato imperio

pochi giorni

rimangono a noi per significarci

per riaprire alle messi

ma tu

conclusa fredda stella stai passando

in un buio cielo mi lascerai

irrisolta figlia-madre per sempre

ma guardami almeno ora e

vedimi

 

 

Chi prende dà

conferma la sua ombra nel giro della luna

chi non prende

nel suo abisso d’amore si incurva e sprofonda

buco nero palpita e

mai torna a sé

atteso

non venne

e se ne duole il tempo

 

 

Ora che

tutto è consumato

sulla lunga pena

sul lunghissimo

amore

sulla storia guerriera di noi due

tacerò

quello che si doveva

è stato detto

e già

eco dolente segno lucente

già da noi si allontana

ora mamma se vuoi

puoi prendermi in braccio

 

 

 

Pubblicato nel mese di maggio 2012 sui siti:

 

www.ebook-larecherche.it

 

www.larecherche.it

 

 

 

 

DALL'ULTIMO ALBERO SOPRAVVISSUTO

Loreto Orati Poesie su Facebook

 

 

Abbiamo costruito gabbie

per i cani e per la tolleranza,

con acciaio forgiato tra fiamme di ghiaccio,

e terre inventate,

e donne martoriate,

e demoni a cui dare devozione

nelle cattedrali che battono moneta,

abbiamo devastato ogni giardino

con il passo impietoso dei barbari senza sogni,

e dedicato altari alla follia dei suicidi,

e silenzio al canto della guarigione,

abbiamo chiamato, invano, ogni possibile dio

da questa terra che invoca solitudine,

ed ora dovremmo cadere in ginocchio, sulle pietre della vergogna,

mentre dall'ultimo albero sopravvissuto, una timorosa primavera prova a perdonarci...

 

*

 

 

S'ALZANO TORRI DI FUMO


S'alzano torri di fumo dal carnaio,

dalla voragine spalancata sull'abisso dei perdenti,

brandelli indistinti di uomini dal nome sicuro

sono i fiori più belli della memoria,

quel giardino non conosce autunno...

 

*

 

 

E' COSA VOSTRA


E' cosa vostra il dogma dell'ombra, la lezione dell'agguato,

è cosa vostra la cravatta e l'incaprettato,

la matricola abrasa e la chiara menzogna dei comizi,

è cosa vostra il fetore della bomba e della carne aperta,

è cosa vostra l'esercito dei senza nome, la trincea nascosta,

è cosa nostra il tentativo del coraggio,

il volo maestoso del falcone sui campi aperti della memoria...

 

*

 

 

HO SCRITTO DEI TUOI OCCHI SULLA CARTA VETRATA


Ho scritto dei tuoi occhi sulla carta vetrata

con le mani sanguinanti dopo l'ennesima carezza sbagliata,

ho scritto dei tuoi occhi e della tua seta

così opposta al ruvido gesticolare dei miei giorni,

così diversa dagli stracci rimasti dopo ogni abbandono,

ho scritto dei tuoi occhi sulla carta vetrata

immaginando fosse la più delicata delle pergamene,

una promessa antica,

un ritorno,

l'anima di quell'albero dall'ombra generosa

che ha conosciuto bene tutte le mie attese...

 

 

 

Vertigine

di Antonia Pozzi

 

Afferrami alla vita,

uomo. La cengia è stretta.

E l'abisso è il risucchio spaventoso

che ci vuole assorbire.

Vedi: la falda erbosa, da cui balza

questo zampillo estatico di rupi,

somiglia ad un camposanto sconfinato,

con le sue pietre bianche.

Io mi vorrei tuffare a capofitto

nella fluidità vertiginosa;

vorrei piombare sopra un duro masso

e sradicarlo e stritolarlo, io,

con le mie mani scarne;

strappare gli vorrei, siccome a croce

di cimitero, una parola sola

che mi desse la luce. E poi berrei

a golate gioiose il sangue mio.

 

Afferrami alla vita,

uomo. Passa la nebbia

e lambe e sperde l'incubo mio folle.

Fra poco la vedremo dipanarsi

sopra le valli: e noi saremo in vetta.

Afferrami alla vita. Oh, come dolci

i tuoi occhi esitanti,

i tuoi occhi di puro vetro azzurro!

 

*

 

 

 La campana sommersa


Per i miei occhi malati,

una trasparenza di falso cielo,

dentellata di falsi pini.

Da una tempia all'altra,

sospeso a una tensione acuta di violini,

un dondolio d'intensità diverse,

rotto da scrosci fondi.

Nell'anima,

nessun motivo costringente:

poche note sgranate e increspate

liberamente.



Milano, 26 aprile 1929

 

*

 

Saresti stato

Annunzio
saresti stato
di quel che non fummo,
di quello che fummo
e che non siamo più.

In te sarebbero
ritornati i morti
e vissuti i non nati,
sgorgate le acque
sepolte.

La poesia,
da noi amata e non sciolta
dal cuore mai,
tu l'avresti cantata
con gridi di fanciullo.

L'unica spiga
di due zolle confuse
eri tu –
lo stelo
della nostra innocenza
sotto il sole.

Ma sei rimasto laggiù,
con i morti,
con i non nati,
con le acque
sepolte –
alba già spenta al lume
delle ultime stelle:
non occupa ora terra
ma solo
cuore
la tua invisibile
bara.

22 ottobre 1933

 

 

 

Federica Galetto

 

Nell’erba il punto

 

 

È un innocente martirio,

legato, spesso retto dai corvi

passanti di lato,

ai segni lasciati e sbrecciati

con melliflua impazienza

Se forza è sola mi stringo

a te

che senza cado dall’alto

e sorrido

 

*

 

Che dire di soli e di mani all’acceso imbianchire del giorno

radici espiantate del nerbo in rovina

che dire se mai si volesse cantare di fiori in silenzio

sull’onda del mare

assorto

come segale rotta da venti pagani

su steli di rose e fogli d’ardesia

 

*

 

Andando vedevo le luci spaiate ingrandirsi sbieche

distratta la mente s’impigriva in sbadiglio

le mani fosche di tedio raggiravano fiori

e ancora non conoscevo alcuna memoria che

abbagliasse il giorno pieno

 

*

 

Vento furibondo sui colli

S’aprono le crepe di luce

e nubi si spezzano il collo

nei vuoti d’azzurro

 

*

 

È la decadenza del torbido che invecchia

appesa alla balaustra m’osservo fra le altezze

sporte all’incanto dei voli tristi

di giorni e notti a sventolare

in ginocchio

 

*

 

Questo è il tempo per concerti di luna

uscenti da un angolo enorme

dove blu è l’esterno della porta

Gocce d’estate nebbiosa sulle colline

graffiano come spaventi

Questo è il tempo per le parole perdute

un sottile raggio in un distante coro che canta

 

<

 

This is the time for moon’s concerts

coming out from a huge corner

where blue is the door outside

Drops of foggy summer over the hills

like fears they scratch

This is the time for missing words

a subtle ray in a distant choir singing

 

*

 

Mi resisto nello sforzo immane

credo ormai ai sentieri dispersi

o alle minime segrete

distratta mi stendo sulle rade ombre

che forse non so più dire se vivo o sogno

rimangono solo i vetri chiusi e le stelle

sotto i piedi e il capo

 

*

 

Sono indelicate le ciglia a battere fuochi

o gote spinte al basso nei tondi vuoti

si rispecchiano bene i sogni nel blu

che saturo inonda la pupilla

raschiare i colori per cedere al dissolversi

 

*

 

Destano bianche immolate cere

d’imposizione

le mani tue che s’aprono

in occhi striati di grigio

restanti a guardare come impressa

è la mia piaga d’amore per te

in somma totale d’ascolto le membra

riflettono carne e comete fra i baci

in respiro. Il fiato di Dio.

 

*

 

Porto gli orli e le balze del tuo cappotto

nelle sfilze radiate dall’occhiello

staccano bottoni dati al macero

eppure bellezza compare dal bavero alzato

tornerò ad indossare tagli di sbieco e lunghi

pastrani per averti addosso

 

*

 

Se cascano le note sui pendii scoscesi

resta la calma nelle pieghe del fieno

remano inconsistenti

ai bordi estesi dei prati

i sogni

poggiando su una nube

che passa come oro e pietra

nell’ardere luce

 

*

 

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* * *

 

Quando dal mio buio traboccherai

di schianto

in una cascata

di sangue -

navigherò con una rossa vela

per orridi silenzi

ai crateri

della luce promessa.

 

Antonia Pozzi, 13 maggio 1937

 

 

 

Incantesimi

Alti orli ghiacciati
si disfecero al mondo.

Solcava
lenta e lieve la barca
laghi d’oro,
andando così nel sole
abbracciati.

Gracili reti bionde
imprigionavano l’ora.

E nacquero brividi;
crebbero
voci tristi;
fischiò
a sponda il dilacerarsi delle canne.

Belve chiare
guardarono dal folto
a lungo
il tramonto nell’acqua,
andando così verso l’ombra
io libera
e sola per sempre.



22 dicembre 1935

 

 

La vita sognata

 

(...)

Perchè tu eri

la purità mia,

tu cui un’onda bianca

di tristezza cadeva sul volto

se ti chiamavo con labbra impure,

tu cui lacrime dolci

correvano nel profondo degli occhi

se guardavano in alto –

e così ti parevo più bella.

 

O velo tu

– della mia giovinezza,

mia veste chiara,

verità svanita –

o nodolucente – di tutta una vita

che fu sognata – forse –

 

oh, per averti sognata,

mia vita cara,

benedico i giorni che restano –

il ramo morto di tutti i giorni che restano,

che servonoper piangere te.

 

 

ANTONIA POZZI

25 settembre 1933

 

 

Preghiera alla poesia

 

Oh, tu bene mi pesi

l’anima, poesia:

tu sai se io manco e mi perdo,

tu che allora ti neghi

e taci.

 

Poesia, mi confesso con te

che sei la mia voce profonda:

tu lo sai,

tu lo sai che ho tradito,

ho camminato sul prato d’oro

che fu mio cuore,

ho rotto l’erba,

rovinata la terra –

poesia – quella terra

dove tu mi dicesti il più dolce

di tutti i tuoi canti,

dove un mattino per la prima volta

vidi volar nel sereno l’allodola

e con gli occhi cercai di salire –

Poesia, poesia che rimani

il mio profondo rimorso,

oh aiutami tu a ritrovare

il mio alto paese abbandonato –

Poesia che ti doni soltanto

a chi con occhi di pianto

si cerca –

oh rifammi tu degna di te,

poesia che mi guardi.

 

 

 

ANTONIA POZZI

 

E che le cose oscure della terra

non abbiano potere

altro - su me,

che quello di martelli lievi

a scandere

sulla nudità cerula dell'anima

solo

il tuo nome.

 

*

 

Forse non è nemmeno vero

quel che a volte ti senti urlare in cuore:

che questa vita è,

dentro il tuo essere,

un nulla

e che ciò che chiamavi la luce

è un abbaglio,

l’abbaglio estremo

dei tuoi occhi malati –

e che ciò che fingevi la meta

è un sogno,

il sogno infame

della tua debolezza.

(...)

 

 Milano, 31 Dicembre 1931

 

*

 

Naufraghi sugli scogli,

ognuno narra

a sé solo - la storia

di una dolce casa

perduta,

sé solo ascolta

parlare forte

sul deserto pianto

del mare -

 

*

 

Da sùbite fronde si leva

l'ucello nerazzurro:

 

e cade

il remeggio del volo

gremente

sul notturno monotono cuore.

 

*

 

E quando per le strade - avanti

che sia sera -

m'aggiro

ancora voglio

essere una finestra che cammina,

aperta, col suo lembo

di azzurro che la colma.

Ancora voglio

che s'oda a stormo battere il mio cuore

in alto

come un nido di campane.

 

*

 

Morte di una stagione

 

Piovve tutta la notte

sulle memorie dell'estate.

Al buio uscimmo

entro un tuonare lugubre di pietre,

fermi sull'argine reggemmo lanterne

a esplorare il pericolo dei ponti.

All'alba pallidi vedemmo le rondini

sui fili fradice immote

spiare cenni arcani di partenza

e le specchiavano sulla terra

le fontane dai volti disfatti.

 

*

Questo tornare degli umani

per aerei ponti di cielo,

per candide creste di monti

sognati, all’altra riva,

ai prati del sole.

 

3 dicembre 1934

 

 

 

ANTONIA POZZI

 

Pensiero

 

Avere due lunghe ali

d'ombra

e piegarle su questo tuo male;

essere ombra, pace

serale

intorno al tuo spento

sorriso.

 

*

 

Aggiorna sulla luna

e a noi suade il sonno

questa faccia distolta dal sole,

la campagna profondata negli oceani.

Per un varco di nubi ancor balena

in poche stelle la vita lasciata:

mentre sugli occhi piombano le ciglia

e suda fresco umore

sulla bocca dei cani muti.

 

*

 

Poi fu la notte

e mi toccò esser fuori

nella bufera:

il lume del mio riso

morì.

 

*

 

Fra lame d'acqua buia

non ha echi

il tuo ridere rosso:

apre misteri

di primitiva umanità.

 

*

 

Fra poco

urlerà la sirena della fabbrica:

curvi profili in corsa

schiuderanno

laceri varchi nella nebbia.

 

Oscure

masse di travi: e il peso

del silenzio tra case non finite

grava con noi

sulla fanghiglia,

ai piedi

dell'ultimo fanale.

 

 

19 gennaio 1936

 

*

 

Lampi di brace nella sera:

e stridono

due sigarette spente in una pozza.

(...)

 

 

 

GIORGIO CELLI

 

[entomologo e poeta

1935-2011]

 

Memorandum con una poesia da “Gli Eldoradi quotidiani”

 

Le strade della mia vita

stanno in città lontane

vanno attraverso il naufragio delle nuvole

ai confini della sera

tutte queste strade continuo a percorrerle ogni giorno

e vado sempre al di là

a ritrovarmi nel cuore della notte

sul precipizio delle stelle

le tenebre mi sono familiari.

 

*

 

In memoria di Roberto Roversi

 

«Rulla tamburo e porta la tua voce

alle foglie degli alberi più alti

per ricordare:

davvero l’uomo adesso può cambiare

e può correre con i piedi scalzi nudi

come sui carboni dell’inferno

nelle città, sulle strade e lungo il mare

dove un tempo si annidavano le fiere

del pregiudizio

e rendevano la vita un eterno

stracciare di bandiere.

Ma oggi se l’inverno viene

la primavera non è più lontana.»

 

(Roberto Roversi, “Rulla tamburo”)

 

 

 

 

La voce - Gianni Aidonopoulos (1916 - 1944)

 

 

Non è qui la voce che attende

a cantare, appena apparirò.

Le onde in un guscio

marino la tengono prigioniera.

 

Nel suo piccolo caos dentro il polso della voce

scosse la tempesta con sospiri,

ed il mare la insegna ritmi

che ha sentito il mio cuore nel suo sogno.

 

La visione delle onde e dei gigli

l’ eco attaccata gli ha dato le ali

e mi protegge, mentre mi aspetta,

la melodia dall'arpa delle Sirene.

 

E mi protegge canzoni che sono echeggiate,

così le ascolta solo il fondo del mare,

da nautili, che seppellì il tempo

e sono in terre estranee, ma non tornò ...

 

Un'armonia tragica l’ ha imparato

la canzone d'amore del silenzio

nella stringa improvvisa del fulmine,

che si è persa nella profondità dei cieli,

 

ed è entrato nel suo occhio il vento

melodico, per dirle timidamente,

che l'anima della terra sorride

nei luoghi del destino in chimera.

 

Mi inganno! ... Per tutta la mia vita, il destino

in tracce, perse per sempre, mi conduce.

Ma quando il mio passo involontariamente verrà fuori

nella riva ubriaca dove aspetto,

 

e quando il benvenuto da parte del gabbiano

diventerà sulle mie spalle ala

inginocchierò dentro la schiuma [del mare],

il guscio nelle mie mani prenderò,

 

e la mia solitudine, che è la mia morte

ed mia ombra è stata determinata,

come un sorpreso bambino ascolterà,

dentro il guscio, il concerto del mondo!

 

traduzione (approssimativa): Kokologiannis Konstantinos

 

 

 

 

 

KONSTANTINOS KOKOLOGIANNIS

 

 

Senza Musica - Takis Varvitsiotis

 

Sulle foglie appassite

Sospende la stagione

 

Il giardino è pieno di mani tagliate

 

Chiudete il mio cuore

Chiudete i miei occhi...

 

Mi sono disgustato a raccogliere morti

 

Aimé!

I papaveri solo

ritrovano

Il loro sangue sull'erba

 

La gente ormai non sanno più musica

Alberi scompaiano

 

E’ rimasto solo il cielo

 

 

traduzione: Konstantinos Kokologiannis

 

 

 

 

ROBERTO ROSSI TESTA

 

Da LA NOTTE DELL’IMPRESA

 

 

Da Poesie per un no

Nino Aragno Editore, collana Licenze Poetiche

Torino, 2010

 

 

Dalla sezione CANZONI PRIMA DEL RISVEGLIO

[ proposte nella rubrica Poesia Condivisa su poesia2punto0 ]

 

Attento, pescatore,

il fiume è quasi immobile

ed il sole martella.

I tuoi occhi si chiudono

e dall’acqua si leva

una nebbia di sogni:

i tuoi morti ti chiamano,

miagolando insidiosi

come gatti o pallottole.

Incontrali, se vuoi,

le occasioni non mancano,

ma non in questo sonno.

Scuotiti, pescatore,

cala la lenza e rema:

ai tuoi fianchi le rive,

davanti a te l’oceano.

 

*

 

Tutto ciò che ricordo

è la tua gonna aprirsi

a ruota su di un prato

in una danza estiva,

e il ricadere molle

di un ricciolo ribelle

dai capelli rialzati

sulla tua nuca bianca.

Ma dietro al tuo ricordo

vengon colori d’albe

e di tramonti, orbite

di stelle e di pianeti;

e il canto delle lingue,

sul pentagramma ondoso

di tutti gli alfabeti.

 

*

 

Da Sposa del vento. Poesie 1984-2004

Nino Aragno Editore, Torino, 2007

 

 

Canto per la venuta

 

I.

Verrà. Verrà! Ancora

non ha volto né nome

ma saprò riconoscerlo

e in che modo chiamarlo

perché so da che punto

sarà la sua venuta

e ho imparato a distinguerlo

da tutti gli impostori.

Notte e giorno sto fisso

verso quell’orizzonte

non osando nemmeno

più battere le ciglia

per cogliere il momento.

 

II.

Verrà ed accoglierà

verrà ed assolverà

malgrado la sua legge

che adesso appare adatta

solo a prendere in fallo

ma che paleserà

la sua misericordia.

Brucerà interamente

tutta la legna verde

che ora fa lacrimare.

Nessuno non ne andrà

sollevato e gioioso.

 

*

 

Da Stanze della mia Sposa

Hellas, Firenze, 1988

 

Donna che sei la sorte, e che conosci

ciò che ancora non so:

sorridimi una volta,

non sospingermi sempre dove imparo

solamente a morire.

Ogni ramo si tende incontro al sole,

per me fa’ che non tardi:

fu già irriconoscibile l’aprile,

nell’estate che volge alla sua fine

fammi almeno sentire il dolce alito,

la tua carezza, che doveva crescermi.

Lascia che viva un poco, ormai che parto;

e poi, sul tuo cammino,

sia vera la promessa, e chiaro il giorno…

Tu sei la luce in forma di sorriso,

ti guardo, e col tuo sguardo vedo il dio

che dentro al petto canta;

anche se non mi ascolti e non mi parli,

anche se fuggi: e mi rimane un velo,

solo un velo di te,

nella mano protesa, mentre affondi.

 

 

 

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L'ufficiale avolese Francesco Giangreco

che scoprì Ungaretti sul Carso

 

di Gianpiero Chirico

 

 

 

 

Inizia sul Carso messo a ferro e fuoco, l'avventura dell'uomo di penna naufragato nel «porto sepolto»; l'amicizia tra un poeta da scoprire e un generale pigmalione si apre su un'età, quella della Grande Guerra del 1915-'18, che segna la nascita alla poesia di Ungaretti, soldato di trincea, assegnato al fronte, nella brigata Brescia, 19º reggimento, compagnia comandata dal tenente Francesco Giangreco, siciliano.

Giangreco è un ufficiale inflessibile e un uomo incline alla cultura: sin dal primo momento capisce che quel giovane è diverso dagli altri. Tutto inizia quando un suo sottufficiale ritiene opportuno riferire su alcuni episodi che si ripetono con una certa frequenza. Racconta di un soldato assente e assorto che più di una volta ha attirato le schioppettate austriache a causa della sua mania di accendere un fiammifero o una lampada tascabile per annotare misteriose parole su fogli di carta.

La storia la racconta Antonio Brancaforte, già docente di filosofia all'Università di Catania, (IBN), che ha raccolto la testimonianza del generale Giangreco, suo suocero, prima che morisse.

Il tenente Giangreco incuriosito dal foglio matricolare del ventisettenne soldato dalle origini italoegiziane e formazione francese, lo fa chiamare e ne rileva l'intelligenza: il fante Ungaretti parla «impulsi incoercibili. a fissare immagini affioranti da oscure profondità». Ungaretti rischia la corte marziale e la fucilazione: i commilitoni del poeta lo credono una spia per l'atteggiamento, per il suo silenzio, per la sua diversità.

Il tenente decide di non farlo processare per spionaggio, così come segnalato dai subalterni.

È l'inizio di un'amicizia e di uno scambio di idee. il tenente ha trovato un interlocutore, anche se non capisce la poesia rivoluzionaria dell'allora sconosciuto Ungaretti, il quale ha solo pubblicato qualche lirica sulla rivista fiorentina «Lacerba», spregiudicata e combattiva, che sulla testata riporta un verso programmatico di Cecco d'Ascoli: «Qui non si canta al mondo delle rane».

Giangreco prende anche la decisione di toglierlo dalla trincea e lo assegna ai servizi nelle retrovie, dove può svolgere solo mansioni d'ufficio. Questo non impedisce, comunque, ad Ungaretti di partecipare, quando è proprio necessario, ad azioni di guerra, ma gli concede il tempo per coltivare i propri interessi.

Il giovane può adesso accendere tutte le luci che vuole e scrivere lontano dalla trincea.

Senza rendersene conto l’ufficiale aveva predisposto quelle condizioni ottimali per favorire la nascita di un poeta.

Giangreco confidò anche di essere stato il primo ad ascoltare la stesura di «Stasera». Al fronte, nelle gelide notti del Carso, Ungaretti leggeva e il tenente ascoltava: «Balaustra di brezza per appoggiare la mia malinconia stasera», ma versione che sarebbe diventata altrimenti: «Balaustra di brezza per appoggiare stasera la mia malinconia».

I versi ascoltati dal tenente vengono pubblicati in una plaquette di ottanta copie a cura di un altro amico letterato e militare per caso, Ettore Serra, dal titolo emblematico di «Il porto sepolto» del 1916: fu lo stesso Giangreco a far incontrare i due.

Ungaretti ha conosciuto diversi scrittori che lo hanno educato al gusto per l'avanguardia, come Mallarmé, Laforgue, Apollinaire, Fort, Léger, Soffici, Papini, Prezzolini, Braque e Serra. Ma è Giangreco, sconosciuto ufficiale di fanteria, silenziosa figura di amico, a incoraggiare il poeta: semplicemente levandogli la baionetta e mettendogli nelle mani la penna. Ha capito forse prima di tutti qual è la natura che anima l'uomo Ungaretti. Che infischiandosene della guerra e delle fucilate, sentiva di dover accendere fiammiferi, come scriverà nella «Vita d’uomo» edita da Mondadori nel 1974.

Quale influenza ebbe il Giangreco su Ungaretti? La risposta è nelle stesse confessioni di Ungaretti. «Sono nato poeta in trincea». In guerra dice di «aver trovato il linguaggio: poche parole piene di significato che dessero la mia situazione di quel momento. Quest'uomo solo in mezzo ad altri uomini soli, in un paese nudo, terribile, di pietra, e che sentivano, tutti questi uomini, ciascuno singolarmente la propria fragilità».

Del carteggio Giangreco-Ungaretti non rimangono che due lettere; una del 1942, l'altra del 1963. La prima è una risposta a una lettera di felicitazioni per la nomina a membro della Reale Accademia d’Italia. La seconda è invece lo stanco rifiuto del poeta all'invito di recarsi nuovamente sul Carso.

Forse senza quell'uomo il poeta avrebbe avuto maggiori probabilità di morire nella roulette della guerra.

 

(in La Stampa, Tuttolibri 13.3.'04)

 

 

 

 

 

DA "IL LIBRO DELL' INQUIETUDINE"

DI BERNARDO SOARES (eteronimo di FERNANDO PESSOA)

 

33.

(154) 15.9.1931

 

 

Nuvole… Oggi sono consapevole del cielo, poiché ci sono giorni in cui non lo guardo ma solo lo sento, vivendo nella città senza vivere nella natura in cui la città è inclusa. Nuvole… Sono loro oggi la principale realtà, e mi preoccupano come se il velarsi del cielo fosse uno dei grandi pericoli del mio destino. Nuvole… Corrono dall’imboccatura del fiume verso il Castello; da Occidente verso Oriente, in un tumultuare sparso e scarno, a volte bianche se vanno stracciate all’avanguardia di chissà che cosa; altre volte mezze nere, se lente, tardano ad essere spazzate via dal vento sibilante; infine nere di un bianco sporco se, quasi volessero restare, oscurano più col movimento che con l’ombra i falsi punti di fuga che le vie aprono fra le linee chiuse dei caseggiati.

Nuvole… Esisto senza che io lo sappia e morirò senza che io lo voglia. Sono l’intervallo fra ciò che sono e ciò che non sono, fra quanto sogno di essere e quanto la vita mi ha fatto essere, la media astratta e carnale fra cose che non sono niente più il niente di me stesso. Nuvole… Che inquietudine se sento, che disagio se penso, che inutilità se voglio! Nuvole… Continuano a passare, alcune così enormi (poiché le case non lasciano misurare la loro esatta dimensione) che paiono occupare il cielo intero; altre di incerte dimensioni, come se fossero due che si sono accoppiate o una sola che si sta rompendo in due, a casaccio, nell’aria alta contro il cielo stanco; altre ancora piccole, simili a giocattoli di forme poderose, palle irregolari di un gioco assurdo, da parte, in un grande isolamento fredde.

Nuvole… Mi interrogo e mi disconosco. Non ho mai fatto niente di utile né faro niente di giustificabile. Quella parte della mia vita che non ho dissipato a interpretare confusamente nessuna cosa, l’ho spesa a dedicare versi prosastici alle intrasmissibili sensazioni con le quali rendo mio l’universo sconosciuto. Sono stanco di me oggettivamente e soggettivamente. Sono stanco di tutto e del tutto di tutto. Nuvole… Esse sono tutto, crolli dell’altezza, uniche cose oggi reali fra la nulla terra e il cielo inesistente; brandelli indescrivibili del tedio che loro attribuisco: nebbia condensata in minacce incolori; fiocchi di cotone sporco di un ospedale senza pareti. Nuvole… Sono come me un passaggio figurato tra cielo e terra, in balìa di un impulso invisibile, temporalesche o silenziose, che rallegrano per la bianchezza o rattristano per l’oscurità, finzioni dell’intervallo e del discammino, lontane dal rumore della terra, lontane dal silenzio del cielo.

Nuvole… Continuano a passare, continuano ancora a passare, passeranno sempre continuamente, in una sfilza discontinua di matasse opache, come il prolungamento diffuso di un falso cielo disfatto.

 

 

Traduzione di Maria José de Lancastre e Antonio

 

 

 

 

 

Patrizio Dimitri

 

Da: Tutto è visibile

 

 

Dalla sezione: Fuga dall’ombra

 

 

PASSAGGI SEGRETI

 

Conosco i neri trabocchetti

le creature crudeli

che solcano gli abissi

posso svelare i segreti

passaggi che portano alla luce.

Oggi un sole artificiale

mi acceca e si dissolve

sul cantiere minaccioso

che ci fa tremare.

 

*

 

RICETTA DEL SANGUE

 

Nel padiglione delle salme

esito sulla soglia estiva

leggo la formula del sangue

cercando nei numeri salvezza.

Una lacrima invano cade

dove la cifra sola si divide

e infinitamente muore.

 

*

 

AERODINAMICO

 

Sono fuori di me

esco per fare un giro

prendo un sorso d’aria

pesante lascio un’impronta

nelle strade del silenzio.

Sono giorni appesi

al cielo insidiosi e densi

di nuvole e vele

velocemente vorrei

tornar leggero

volatile e lieve

aerodinamico.

 

*

 

RICOVERO INATTESO

 

Sette persone in attesa

nella stanza dei mali

dei bianchi pensieri

sette pazienti in divisa

nell’anticamera del sogno

ogni visione è schermata

oscillano i ricordi illesi

sul baratro affilato

della primavera.

 

*

 

Dalla sezione: Passaggi nel buio

 

RITI DI SOPRAVVIVENZA

 

Sottile e oscuro

è lo spessore della pelle

escogito strategie

terapie quotidiane

riti di sopravvivenza

a breve termine.

Quando cala il gelo

ho un repertorio esiguo

nei vagoni ferroviari

agli angoli delle strade

nei tunnel del raccordo

lo spettro delle mie azioni

è limitato e vano:

sono una statua di gesso

un robot fuori controllo

il convitato di pietra

della mia paura.

 

*

 

SALDI MORTALI

 

Oggi non sono in vena

porto a spasso il mio sangue

nelle buste della spesa

al supermercato dei corpi

si compra la morte a rate

ogni ferita è in saldo

è gratis ogni referto.

Sfilatemi la benda

emostatica del cuore:

nel cinematografo della notte

il film delle mie budella

è un corto d’autore.

 

*

 

PALOMBARO DELLA NOTTE

 

Io sono il palombaro

della notte in bilico

oscillo sull’abisso del sogno

sfiorando numeri e nomi

sotto il mio peso affonda

ogni relitto-ricordo.

 

*

 

PENSIERI PERDUTI

 

Con spilli colorati

vorrei fermare i miei pensieri

conservarli sotto vetro

come spoglie allineate

nere fragili farfalle

di una viva collezione.

 

*

 

Dalla sezione: Strane storie

 

SMS

 

Nei centri commerciali

e nelle multisale è guerra

i fidanzati scrivono

messaggi veloci

sms: si muore soli.

 

 

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Massimo Caccia


Da: Ex silentio

ante MMXII

 

 

 

per mia moglie

 

La tua attesa, dolce di certo,

angustiata da legittime paure,

getta davanti al nostro esistere

l’inciampo d’un crocicchio.

E tu creatura ignota, ancora

nel profondo di calde mucose,

domani assieme andremo

con ritmo marcato da trappole.

Cos’è il momento eterno, allora?

Un’impronta nel mondo desolato.

 

Scopa Valsesia, 5 agosto 1994

 

*

 

 

Post mortem

 

Ormai pallide luci rischiarano

di fine novembre quest’artica sera

mentr’io stremato d’impressioni

d’un mondo lontano dal nudo essere,

m’attardo nell’inerte dispersione.

Eppure, anche se la carne rimpiangere

m’invita le giornaliere parvenze,

di me qualcosa all’oltre aspira.

 

*

 

Deboli esseri, troppo deboli

siamo sotto questo rabbioso sole.

Nello sgranare del mio rosario

riprovo ad intonare l’antifona

che riconvoca al raccoglimento.

M’hanno affranto le noie

che tutto lecito rendono,

del vuoto attorno, delle forzate

ragioni, dei torti patiti:

ancora fiato mi rimane

per urlare il mio dissenso?

 

*

 

Ancora gl’incubi delle folli notti

al viver posto a caso abbandonate.

Dietro l’angolo l’angoscia ciocca

per l’intrapreso cammino segnato

con umano sgomento.

Il silenzio di Dio sul mio eremo

immobile grava, infranto indugia

il nulla dallo scrocchiare dell’esistenza.

Finalmente il baratro nella genesi

catturato dalla contemplazione:

il cielo in terra imprevisto s’apre.

 

*

 

Come il vento ovunque,

tremula fronda all’albero ratta,

spesso mi domando quanto l’affanno

possa contare quando il nulla

a nient’altro che al nulla consente.

Cuore di pietra, già nuda morte

in gola ti strozza il ritmo roco

ed ormai più non intuisci l’acuto

spasimo delle fracassate ossa.

 

*

 

Mottetto

 

Umano frantume, del tempo sguardo

l’impietoso declinare, infitto

all’esser nato per la morte: dunque

lugubre ossessiva litania

intono (inesorabile scacco

m’accomuna ai disprezzati).

Troppo gracile mi desto dal sonno

(lo stare al mondo pretende forza)

per resister alle lusinghe:

con pretenzioso commiato osservo

la rovina dell’universo

cercando di non lasciarmi esistere.

 

Galliate, 29 settembre 2000.

 

 

 

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Odysseas Elytis - Il monogramma (1971)

 

 

Piangerò per sempre - mi senti? - Per te

da solo, in Paradiso

 

I

Girerà altrove i graffi

della palma, la Moira come controllore

Un attimo accosentirà il Tempo

 

In quale altro modo, poichè le persone si amano

Può rappresentare il cielo la nostra budella

E l'innocenza colpira il mondo

Con la nera dura della morte.

 

II

Piango il sole e piango i prossimi anni

Senza di noi e canto le cose passate

Se sia vero

 

Messi d’ accordo corpi e barche bruciavano dolcemente

Le chitarre che lampeggiavano sotto le acque

Le frasi "credimmi" e "non"

una volta in aria, una in musica

 

I due piccoli animali, le nostre mani

Che cercavano di salire di nascosto l'uno all'altro

Il vaso con i gerani alle porte aperte

Ed i pezzi, i mari che arrivano insieme

Sopra i muri di pietra, dietro le recinzioni

L’ anemona seduta nella tua mano

E tre volte tremava il viola tre giorni sopra

le cascate

 

Se tutto questo sia vero io canto

La trave di legno e il quadrato fado

Sulla parete, la Sirena con i capelli sciolti

Il gatto ci ha fissato nel buio

Bambino con incenso e la croce rossa

Sul far della sera sulle rocce l’inaccessibile

Piango l'indumento che ho toccato e mi è arrivata la gente.

 

III

Così parlo di te e di me

 

Perché ti amo e nel amare conosco

Di entrare come Luna piena

Da tutte le parti, al tuo piccolo piede nell’ enorme biancheria

strappando i gelsomini - e ho la forza

Adormentata, di soffiare e di portarti

Nei passaggi della luce lunare nelle gallerie marine nascoste

Alberi ipnotizzati con ragni argentati.

 

Hanno sentito di te le onde

Come carezzi, come baci

Come sussurri la 'cosa?' e la 'e'

Attorno al collo la baia

Sempre noi la luci e l’ombre

 

Sempre tu l’asterisco ed io, la barca oscura

Sempre tu il porto ed io la lanterna a destra

Il molo bagnato e la lucentezza sui remi

Su nella casa col vigneto

Le rose legate, l’ acqua che si raffredda

Sempre tu la statua di pietra ed io, sempre l'ombra che si cresce

La serranda inclinata tu, l 'aria che l’apre io

Perché ti amo e mi ami

Sempre tu la moneta ed io la passione che la incassa:

 

Sia la notte, sia il rumore nel vento

Sia la goccia in aria, sia la quiete

Intorno il mare magistrale

Arco del cielo con le stelle

Sia il minimo del tuo respiro

Che non ho più niente altro

All'interno delle quattro pareti, il soffitto, il pavimento

Urlare da te e di colpirmi la mia voce

Odorare da te e di scatenare gli uomini

Poiché l'inesperto e l’ importato da altrove

Non li sopportano le persone ed è presto, mi senti

E 'ancora presto in questo mondo amore mio

Parlando di te e di me.

 

IV

E 'ancora presto in questo mondo, mi senti

Non si sono domati i mostri, mi senti

Il mio sangue perso e l’ affilato, mi senti

Coltello

Come ariette che corre in mezzo al cielo

Ed i cloni delle stelle piega, mi senti

Sono io, mi senti

Ti amo, mi senti

Ti tengo e ti porto e ti vesto

Il bianco abito da sposa di Ofelia, mi senti

Dove mi lasci, dove vai e chi, mi senti

 

Ti tiene la tua mano sopra le inondazioni

 

I viticci tropicali grandi e la lava dei vulcani

Arriverà il giorno, mi senti

Di seppellirci, e i migliaia prossimi anni

Brillanti rocce ci faranno, mi senti

Di lucidare su di loro la mancanza di cuore, mi senti

Delle persone

E migliaia di pezzi di buttarci

 

In acqua uno per uno, mi senti

La mia ghiaia amara conto, mi senti

Ed è il tempo è una grande chiesa, mi senti

Dove una volta le figure

dei Santi

Piangono lacrime vere, mi senti

La campane si aprono la sù, mi senti

Un passaggio profondo per passare

Aspettano gli angeli con candele e canti funebri

Da nessuna parte non vado, mi senti

O nessuno o entrambi, mi senti

Il questo fiore di tempesta e, mi senti

D’ amore

Una volta per sempre l’hanno tagliato

Ed è impossibile fiorire diversamente, mi senti

In un altra terra, in un'altra stella, mi senti

Non c'è il suolo, non c’è aria

che abbiamo toccato, io stesso, mi sento

 

E nessun giardiniere è stato fortunato in altri tempi

 

Da un inverno così e dal vento del nord, mi senti

Di agitare fiore, solo noi, mi senti

Nel mezzo del mare

Solo dalla volontà di amore, mi senti

Abbiamo alzato l'intera isola, mi senti

Con grotte e con cavi, scogliera fiorita

Ascolta, ascolta

Chi parla con le acqua e chi piange - mi senti?

Chi cerca l’altro, chi grida, mi senti?

Sono io che grido, e sono io che piango, mi senti

Ti amo, ti amo, mi senti.

 

V

Di te ho parlato a vechii tempi

A bambinaie sapienti ed a ribelli pensionati

Da che cosa è il dolore selvaggio che hai

Il riflesso sulla faccia dell'acqua traballante

E perché, dice, che vicino a te,arriverò

che non voglio amore, ma voglio il vento

Ma voglio il galoppo del mare montante, scoperto

 

E per te, nessuno aveva sentito

Per te nè il roveto ardente nè il fungo

nelle parti alte di Creta, niente

Per te solo Dio ha accettato di condurre la mia mano

 

Più di quà, più di là, con cura in tutto il giro

della riva del viso, le baie, i capelli

Sulla collina agitando a sinistra

 

Il tuo corpo nella postura del pino solitario

Occhi di orgoglio e del trasparente

Fondo, all'interno della casa con il vecchio scrinium

I lacci gialli ed il legno dei cipressi

Solo aspetterò dove ti presenterai

Su nella soffitta o dietro delle piastre del giardino

Con il cavallo del Santo e l'uovo di Resurrezione

 

Come un murale distrutto

Grande come ti voleva la piccola vita

Per entrare nella candela il bagliore vulcanico

Che nessuno ha visto e udito

Nulla nel deserto, le case diroccate

Né l’ antenato sepolto nel bordo laterale nel cortile

Per te né la vecchia con tutte le sue erbe mediche

 

Per te solo io, può anche la musica

che caccio da me ma torna più forte

Per te, il seno informe dei dodici anni

che guarda al futuro con il cratere rosso

Per te come spilla l’odore amaro

Che trova nel corpo e trafigge la memoria

Ed ecco la terra, ecco i piccioni, ecco la nostra antica terra.

 

VI

Ho visto tante cose e la terra mediante la tua mente sembra più bella

Più bella tra i vapori d'oro

La pietra affilata, più bello

Il blu degli istmi e i tetti dentro le onde

Più bei i raggi dove senza calpestare passi

Imbattuta come la Dea di Samotracia sopra le montagne

del mare

 

Così ti ho guardato e mi basta

E tutto il tempo essere assolto

Dentro il solco che il tuo passo lascia

Come un delfino principiante di seguire

 

E giocando con il bianco e con il blu, la mia anima!

 

Vittoria, vittoria dove mi sono sconfitto

Prima l’amore ed insieme

Per il tempo e per il giul-birshimi

Vai, vai, anche se mi sono perso

Da solo, ed è il sole il bambino appena nato che tieni

Da solo, ed sono io il paese che piange

Anche se il logos che ti ho mandato tiene per te la foglia di alloro

Da solo, il vento forte e solo perfettamente rotondo

Ciottolo nel guardare del fondo scuro

Il pescatore che ha alzato e poi ha butato di nuovo dietro ai tempi

il Paradiso!

 

VII

In Paradise ho segnato un'isola

Come te, ed una casa al mare

 

Con un letto matrimoniale e una piccola porta

Ho buttato al senza fondo un'eco

Per guardarmi ogni mattina quando mi sveglio

 

Per vederti a trascorrere a metà nell'acqua

E a metà a piangerti a lungo in Paradiso.

 

traduzione Konstantinos Kokologiannis

[è approssimativa ma merita riprodurre quest'opera pregevole - n.d.e.]

 

 

 

 

JORGE LUIS BORGES

 

IL COMPLICE

 

 

Mi crocifiggono e io devo essere la croce e i ...

chiodi.

 

Mi tendono il calice e io devo essere la cicuta.

 

Mi ingannano e io devo essere la menzogna.

 

Mi bruciano e io devo essere l'inferno.

 

Devo lodare e ringraziare ogni istante del tempo.

 

Il mio nutrimento son tutte le cose.

 

Il peso preciso dell'universo, l'umiliazione, il giubilo.

 

Devo giustificare ciò che ferisce.

 

Non importa la mia fortuna o la mia sventura.

 

Sono il poeta.

 

 

 

 

 

ANTONIA POZZI

 

 

Per Emilio Comici

 

Si spalancano laghi di stupore

a sera nei tuoi occhi

fra lumi e suoni:

 

s’aprono lenti fiori di follia

sull’acqua dell’anima, a specchio

della gran cima coronata di nuvole…

 

Il tuo sangue che sogna le pietre

è nella stanzaun favoloso silenzio.

 

 

Misurina, 7 agosto 1938

 

*

 

Sgorgo

 

Per troppa via che ho nel sangue

tremo

nel vasto inverno.

 

E all’improvviso,

come per una fonte che si scioglie

nella steppa,

una ferita che nel sonno si riapre,

 

perdutamente nascono pensieri

nel deserto castello della notte.

 

Creatura di fiaba, per le mute

stanze, dove si struggono le lampade

dimenticate,

lieve trascorre una parola bianca:

si levano colombe sull’altana

come alla vista del mare.

 

Bontà, tu mi ritorni:

si stempera l’inverno nello sgorgo

del mio più puro sangue,

ancora il pianto ha dolcemente nome

perdono.

 

(12 gennaio 1935)

 

*

 

Desiderio di cose leggere

 

Giuncheto lieve biondo

come un campo di spighe

presso il lago celeste

 

e le case di un’isola lontana

color di vela

pronte a salpare –

 

Desiderio di cose

leggere

nel cuore che pesa

come pietra

dentro una barca –

 

Ma giungerà una sera

a queste rivel’anima liberata:

senza piegare i giunchi

senza muovere l’acqua o l’aria

salperà – con le case

dell’isola lontana,

per un’alta scogliera

di stelle –

 

 

1° febbraio 1934

 

*

 

Funerale senza tritezza

 

Questo non è esser morti,

questo è tornare

al paese, alla culla:

chiaro è il giorno

come il sorriso di una madre

che aspettava.

Campi brinati, alberi d’argento, crisantemi

biondi: le bimbe

vestite di bianco,

col velo color della brina,

la voce colore dell’acqua

ancora viva fra terrose prode.

Le fiammelle dei ceri, naufragate

nello splendore del mattino,

dicono quel che sia

questo vanire

delle terrene cose

– dolce –,

questo tornare degli umani,

per aerei ponti

di cielo,per candide creste di monti

sognati,

all’altra riva, ai prati

del sole.

 

3 dicembre 1934

 

*

 

Alpe

 

(...)

Sulle vette,

quando la brezza che ci sfiora è l’alito

di vite arcane riarse di purezza

ed il sole è un amore che consuma

e, a mezza rupe, migrando le nubi

sopra le valli, rivelando a squarci,

con riflessi di sogno, la pensosa

nudità della terra, allora bello

sopra un masso schiantarsi e luminosa,

certa vita la morte, se non mente

chi ci dice che qui Dio non è lontano.

 

Pasturo, 28 agosto 1929

 

*

 

LASCIATE CHE IO MI PERDA

 

 

O lasciate lasciate che io sia

...

 

una cosa di nessuno

 

per queste vecchie strade

 

in cui la sera affonda -

 

O lasciate che lasciate ch’io mi perda

 

ombra nell’ombra -

 

gli occhi

 

due coppe alzate

 

verso l’ultima luce -

 

E non chiedetemi - non chiedetemi

 

quello che voglio

 

e quello che sono

 

se per me nella folla è il vuoto

 

e nel vuoto l’arcana folla

 

dei miei fantasmi -

 

e non cercate - non cercate

 

quello ch’io cerco

 

se l’estremo pallore del cielo

 

m’illumina la porta di una chiesa

 

e mi sospinge a entrare -

 

Non domandatemi se prego

 

e chi prego

 

e perché prego -

 

Io entro soltanto

 

per avere un po’ di tregua

 

e una panca e il silenzio

 

in cui parlino le cose sorelle -

 

Poi ch’io sono una cosa -

 

una cosa di nessuno

 

che va per le vecchie vie del suo mondo -

 

gli occhi

 

due coppe alzate

 

verso l’ultima luce -

 

*

 

Fine 7

 

Ritorno ed è ancora sul greto

orma di mare

mentre l’onda si esilia.

E m’imbarca:

e saluto le rive e i colori,

sfumo nel dolce morente

tramonto,

con te mare,

ora vasta

della mia fine notturna.

 

*

 

Da PAROLE, 1938

LAMENTAZIONE

 

Che cosa mi hai dato

Signore

in cambio

di quel che ti ho offerto?

del cuore aperto

come un frutto –

vuotato

del suo seme più puro –

gettato sugli scogli

come una conchiglia inutile

poi che la perla è stata

rubata – (...)

 

Milano, 6 maggio 1933

 

 

 

 

DAI “DIARI” DI ANTONIA POZZI

 

[...] Stasera, in fondo a una strada di asfalto terso, al di sopra di un muro c’era un immenso cielo di tramonto, in mezzo il campanile di una chiesa, quadrato come una torre. Ma nemmeno quel cielo mi voleva, anche quel cielo non risolveva niente, e non era mio, né io sua. Mio sarebbe solo se lo potessi eternare attraverso la mia persona, assorbire e riesprimere da me, nutrito del mio sangue umano per andare fra gli uomini. [...] Desiderare di donarsi non puà non essere la suprema delle aspirazioni di una creatura; ma volersi ad ogni costo donare quando del rifiuto delle cose si ha già coscienza, è uno sconfinare illecito, un proiettarsi in gigantesche fantasie che non hanno più realtà di un’ombra nera sul muri.

Lavorare. [...] Ma che diritto ho io di parlare dei miei versi, come di qualche cosa che giustifichi la mia inerzia, la mia inattività pratica? [...]

 

(4 febbraio 1935)

 

*

 

 

Sono appena tornata dalla casa dei miei amici. Abbiamo ragionato a lungo intorno a cose grandi, troppo grandi per noi; e abbiamo detto del principio e della fine del mondo, dell’origine della materia; abbiamo vagato con la mente nello spazio costellato di pianeti, abbiamo discusso sulla vita dell’aldilà, abbiamo finito col rimanere assorti in uno stesso pensiero, mentre le ombre della sera scendevano lente, avvolgendo tutto delle loro prume misteriose. È strana l’impressione che provo io nel pensare alla vastità della terra: spingo più che posso il mio sguardo al limite dell’orizzonte; mi dico: è più grande - rivedo il panorama goduto dalla Madonnina del Duomo: no, è più grande ancora - mi si riaffaccia la visione scintillante avuta sulle cime della Grignetta. no, no, è più vasta. E allora tento, tento raffigurarmi una distesa immensa, sconfinata, che s’incurva così, laggiù... E lo stesso provo pensando all’eternità; sempre, ripeto a me stessa; sempre... sempre... Mi scuoto con un brivido: “sempre!” parola terribile, terribile come “mai!”

 

(7 febbraio 1926)

 

 

 

 

A Pippa

 

Abito bianco

per andare a nozze con la tua morte

e con quella di noi tutti

 

Ti sei vestita di bianco

ma siccome la tua anima mi sente

ti vorrei dire che la morte

non ha la faccia della violenza

ma che è come un sospiro di madre

che viene a prenderti dalla culla

con mano leggera

Non so cosa dirti

io non credo nella

bontà della gente

ho già sperimentato tanto dolore

ma è come se vedessi la mia anima

vestita a nozze

che scappa dal mondo

per non gridare

 

Alda Merini

 

.

 

Riferimento in rete: http://www.lavocedifiore.org/SPIP/article.php3?id_article=3083

 

 

 

Anna Belozorovitch

Da: Cinque passi

 

 

 

Mi spoglierò di tutto e andrò.

Mi sfilerò la pelle tenera e profumata.

Lo sguardo che si accontenta

delle ombre colorate d’altri,

dietro. Non sono solo pronta.

Sono nata.

*

 

Il mio viaggio è senza mappa

senza percorso stabilito, tappa intermedia,

senza aspettativa, quindi senza tragedia.

Il punto dove sono

non esiste.

Non potrei mai essere triste,

non lascio nulla.

Io voglio sempre e solo l’oltre.

Attendo sempre ancora il dopo.

*

 

Dove andare? Sara la strada a suggerire

il passo successivo.

E bolle il carburante, desiderio

di prendere, comprendere, capire,

più che d’arrivo.

Perché capire è anche possedere,

in qualche modo. Schivo

ogni suggerimento.

Io ora voglio solo verità.

*

 

E non mi dite ch’è l’età,

e non mi dite ch’è il momento,

non crederò a nulla che non vedano i miei occhi,

non coglierò quei fiori ch’altri hanno già

fotografato o dipinto.

Io non credo al fato.

Forse all’istinto.

Nelle orecchie solo il ronzio

dell’impazienza.

Chi incontro? Cosa trovo?

Io voglio tutto mio e nuovo.

*

 

Il dubbio. Vigliaccheria o consapevolezza?

Sorpresa o segreto conservato a lungo

nel cuore pallido di sogni e di paura?

Il dubbio e la voglia di certezza,

e il desiderio disperato d’assoluto,

e un’ancora affidabile e sicura,

e freno e bilancia. Il dubbio

misura la necessità di aver successo...

Può essere il dubbio coraggio?

*

 

No, mai avere dubbi prima di partire.

Non è il termine. Non è l’arrivo.

Non è il viaggio. Partire è anche aprire

gli occhi, al mattino, il giorno di partenza.

E ogni discorso, anche inutile è privo

d’attinenza, che si fa sapendo

ch’è il momento ultimo di dire,

che l’attimo non si ripeterà,

che nessun gesto avrà ritorno.

Partire è molto prima di andare,

è senza muoversi, è il solo salutare.

Partire è anche ogni giorno.

*

 

No, per il dubbio c’è posto.

E’ un silenzio, una pausa, un gesto

indispensabile come il sorriso della cortesia.

Il dubbio ha una forma e un momento giusto,

non si trasporta ne piegato ne nascosto,

non si appende in vista e non si mette in mostra.

Lo si conosce, gli ci si presenta.

*

 

E’ un incontro. Con simpatia, si verifica il biglietto,

lo si fa passare avanti, gli si dice “prego...”

gli si solleva la valigia. Ci si siede.

Si chiede scusa se si tocca il piede.

Non è un alter-ego, solo un compagno di viaggio

da non temere, non svegliare e non fissare.

Dopo il fischio, il rombo, la partenza,

è lecito dialogare, è lecito ignorarne la presenza.

*

 

E’ tanto che sono in viaggio.

Son scese notti e risaliti soli,

spazzate nuvole, sbocciati fiori,

fiorita neve, sciolto il ghiaccio.

M’affretto, accelero: non m’avvantaggio.

M’affretto, perdo il fiato. Sudo.

Mi spoglio, ho freddo. Mi ricopro ancora,

ma sento il mio corpo nudo.

*

 

All’orizzonte una nuova strada.

Mi s’aprono i pori, batte il cuore.

Saranno nuove pietre, nuove mura...

Arrivo, e i piedi perdono la forza,

le mani cadono sui fianchi.

Le pietre son fatte di pietra,

le mura sono solo stucco.

Il vento ha lo stesso suono.

*

 

Sembra una trappola, un trucco,

pensieri stanchi di chi ha rinunciato

all’idea. Sembra di divorar la scorza

tutt’intorno, senza toccare polpa.

Sembra il discorso elaborato

di chi è posseduto dalla colpa

ma non sa chiedere perdono.

Sembra uno scherzo.

*

 

Mi spingo oltre. Dove sono

le cose nuove e differenti,

gli angoli illuminati da particolarità,

gli spigoli smussati da trasformazioni,

parole e gesti ch’io non avrei compreso prima?

Lampioni spenti anche in questa città.

Il treno salta anche questa di stazione.

Nulla di nuovo, nulla di diverso.

Sempre la stessa forma, sempre la stessa rima,

stesso materiale, stessa architettura.

E nel mio cuore – la paura:

sarà cosi l’intero universo?

*

 

Forse rincorro solo il destino.

Forse non mi aspetta niente.

Ovunque guardo vedo segni della mia memoria.

Chiunque incontro nel cammino

narra la mia stessa vita.

In ogni luogo riconosco, come in un sogno ricorrente,

qualcosa che credevo di aver inventato,

e ogni nuova pagina che sfoglio

sembra rubare un pezzo della mia storia.

*

 

C’è un’ombra macabra di credibilità

su ogni cosa o pensiero.

E' una faccia oscura, un velo

addosso a ogni oggetto

ogni realtà assunta: ed è che è.

Essendoci non può uscire mai

dai limiti dal vero. E a me non basta.

Io ho ancora voglia,

ancora non dimentico,

non mi rassegno, non mi privo...

*

 

Forse non è lo spostamento.

Forse non c’entra la distanza.

Forse non c’è un arrivo.

*

 

Non è l’improbabilità che cerco,

ma ho speranza di trovarmi

accesa, incredula, con il fiato sospeso,

e ho bisogno che ogni attimo così

sia per me uno scalino nuovo

uno scalino, mai uno specchio.

Ma ogni ricordo che raccolgo è solo un nuovo peso

nella valigia, ogni nuovo racconto che ascolto

è ogni volta vecchio.

*

 

Poi, l’alba.

Un’alba come ogni mattino, ma diversa.

La luce come dopo ogni oscurità,

ma questa è più luminosa e più bianca.

Forse l’oscurità era più densa,

forse la notte era stanca,

forse quest’alba ha una nuova età.

*

 

Io apro solo gli occhi, senza questionare:

su ogni caso c’e il segno della mano

che ha dipinto l’alba e colorato il giorno.

*

 

Ed io lo riconosco e lo collego,

lo seguo sbalordita mentre va avanti a illuminare

da più lontano, poi verso di me, e tutt’intorno.

Ed io sospiro. E a un tratto

chiudo gli occhi, non dubito, non nego,

non paragono ciò che vedo

al tratto che in mente mi segnava

le aspettative. Io guardo e credo.

*

 

E sento d’essere arrivata.

E sento che ogni cosa inizia ora.

Non c’è alcun viaggio che io debba fare,

non c’è alcuna vera meta,

nulla da conquistare, da raggiungere... Non c’è.

C’è solo il bagliore dell’aurora.

E sono io, sono io la strada,

ed è la vita che percorre me.

*

 

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ANTONIA POZZI

 

 

Novembre

 

E poi – se accadrà ch’io me ne vada

resterà qualche ...

cosa

di me

nel mio mondo –

resterà un’esile scia di silenzio

in mezzo alle voci –

un tenue fiato di bianco

in cuore all’azzurro.

Ed una sera di novembre

una bambina gracile

all’angolo di una strada

venderà tanti crisantemi

e ci saranno le stelle

gelide verdi remote.

Qualcuno piangerà

chissà dove – chissà dove –

qualcuno cercherà i crisantemi

per me

nel mondo

quando accadrà che senza ritorno

io me ne debba andare.

 

*

 

Quadro

 

I miei pensieri somigliano stasera

a quest’acqua bambina

che corre a passettini d’argento

dietro tutte le barche.

L’ombra del promontorio,

sul bianco mare,

- bassa nota rauca

in questa sviolinata crepuscolare -

ha il colore abbrunato di un rimorso;

ma, sulla punta,

- nitido come uno squillo battagliero -

l’ansito del faro palpita,

anelando al largo.

 

S. Margherita, 12 giugno 1929

 

*

 

Soste

 

(a L.B.)

 

Così,

...

con la mia testa sul tuo grembo

e le tue mani sopra i miei capelli.

Sotto le palpebre, un fervore chiaro

- tutta la rena di una spiaggia, al sole -

 

dentro,

il silenzio che dondola a ondate

come acqua un po’ scura, senza schiuma,

e l’anima che vibra allo sciacquio

come un mollusco gelatinoso

che abbia dischiuso la conchiglia

alla carezza del mare.

 

Milano, 11 aprile 1929

 

*

 

NAUFRAGHI

 

 

Naufraghi sugli scogli,

 

ognuno narra

...

 

a sé solo – la storia

 

di una dolce casa

 

perduta,

 

sé solo ascolta

 

parlare forte

 

sul deserto pianto

 

del mare.-

 

 

 

Triste orto abbandonato l’anima

 

Si cinge di selvaggi siepi

 

Di amori:

 

morire è questo

 

ricoprirsi di rovi

 

nati in noi.

 

*

 

UN’ALTRA SOSTA [a L. B.]

 

Appoggiami la testa sulla spalla:

ch’io ti carezzi con un gesto lento,

come se la mia mano accompagnasse

una lunga, invisibile gugliata.

Non sul tuo capo solo: su ogni fronte

che dolga di tormento o di stanchezza

scendono queste mie carezze cieche,

come foglie ingiallite d’autunno

in una pozza che riflette il cielo.

 

*

 

 

Le strade

 

Io sono avvezza

a camminare da sola per le strade.

A...

llora tutti i bambini

che non hanno abbastanza pane

gridano, dentro di me,

girano intorno

ai primi fanali che s'accendono

con i loro capelli pallidi

nella sera.

Allora sulle soglie

si fermano stanchi esseri

uomini con occhi di poveri -

e pare che la terra

li espella dal suo grembo,

che anch'essi siano per gridare

come bambini che stanno

nascendo.

Allora dai campanili, perduti

nella foschia

cadono lenti rintocchi,cercano

il cuore di chi va solo

come leggere foglie - in volo

verso il grembo

di un cupo fiume -

 

Milano 1912-1938.

 

*

 

Allora hai voce

tu in me -

con quella nota

...

ampia e sola

che dice i sogni sepolti

del mondo,

l’oppressa

nostalgia della luce.

 

*

 

DOPO

 

Quando la tua voce

avrà lasciato la mia casa

ritorneranno di là dal muro

parole rauche di vecchi

a nominare nell’oscurità

invisibili monti.

Udirò greggi

traversare la notte:

il vento – curvo

sul letto dei torrenti –

scaverà

incolmabili valli nel silenzio.

 

 

<<<

° ° °

 

ho dormito tutto il giorno come un animale

mentre i professionisti lavorano alacri,

hanno facce serie e quando scherzano

la loro maschera diventa una notte nera,

ho iniziato a sognare cardini e piante di more

...

integrate al lavoro degli operai, magrebini

che cantano i jingle degli spot anni 80,

se non vedi non ci credi non ci credi

se non vedi, euroarredi; un mondo ricurvo

dentro polle di vetro insanguinato, pozze

di piscio di presentatrici, maiali di otto dix

nelle feste di anagni. la cultura impasta

elementi i più diversi, come nel mio sogno

di oggi che non ricordo più, ho dormito

tutto il giorno come un animale, senza

desiderare niente, senza chiedere niente,

arrancando nelle immagini del sogno

come in un acquario senz'acqua, un bosco

d'aria finta ficcato dentro lo stomaco,

mentre tredici chirurghi armeggiano nel grasso

e separano animelle dalla milza, nel sangue.

 

Franz Krauspenhaar

 

<<<

 

 

 

E’ Natale ogni volta

che sorridi a un fratello

e gli tendi la mano.

E’ Natale ogni volta

che rimani in silenzio

per ascoltare l’altro.

E’ Natale ogni volta

che non accetti quei principi

che relegano gli oppressi

ai margini della società.

E’ Natale ogni volta

che speri con quelli che disperano

nella povertà fisica e spirituale.

E’ Natale ogni volta

che riconosci con umiltà

i tuoi limiti e la tua debolezza.

E’ Natale ogni volta

che permetti al Signore

di rinascere per donarlo agli altri.

 

 

(Maria Teresa di Calcutta)


 

 

 

 

Piccoli annunci

 

 

CHIUNQUE sappia dove sia finita

la compassione (immaginazione del cuore)

- si faccia avanti! Si faccia avanti!

Lo canti a voce spiegata

e danzi come un folle

gioendo sotto l’esile betulla,

sempre pronta al pianto.

 

 

INSEGNO il silenzio

in tutte le lingue

mediante l’osservazione

del cielo stellato,

delle mandibole del Sinanthropus,

del salto della cavalletta,

delle unghie del neonato,

del plancton.

d’un fiocco di neve.

 

 

RIPRISTINO l’amore.

Attenzione! Offerta speciale!

Siate distesi sull’erba

del giugno scorso immersi nel sole

mentre il vento danza

(quello che in giugno

Guidava il ballo dei vostri capelli).

 

 

SI CERCA persona qualificata

per piangere

i vecchi che muoiono

negli ospizi. Si prega

di candidarsi senza certificati

e offerte scritte.

I documenti saranno stracciati

Senza darne ricevuta.

 

 

DELLE PROMESSE del mio sposo,

che vi ha ingannato con i suoi colori

del mondo popoloso, il suo brusìo,

il canto alla finestra, il cane fuori:

che mai resterete soli

nel buio e nel silenzio tutt’intorno

- non posso rispondere io.

La Notte, vedova del Giorno.

 

 

Wislawa Szymborska

 

 

 

GIOVANNI COZZA

 

PIANSE LUI ALMENO

 

Io cerco e non oso la

svogliata ombra del

Cristo sul muro al materialismo

indotto e rotto

trascino le mie bave per

chiostri e affreschi remoti e

sbiaditi. Oltre il

dirupo urge il digiuno e il

capo sotto la tenda allo

sperpero delle miserie consce ove

placa il fetore del sudato e il

feroce turgore per l'esclusa rinuncia

dato il breve spazio. Eppure

non vale. La breccia torna da

tempo troppo incisa e il

tuo corpo di carne sale al

mistico repertorio della sacrilega

offerta nella stupenda

lascivia di un mantello per me

disteso e fatto. Appeso alle

mie plastiche

mani figuranti profili

fermi d'avorio nello

stillicidio mi vedo di mal

sommerse paure. Pianse Francesco almeno

un giorno lontano e santo nel

saio avvolto.

 

2° classificato al Premio Internazionale di Poesia

"Guido Gozzano" 1975

 

Da "Controcampo", anno II - N. 1

 

*

 

 

 

CARLO ERBETTA

 

FANTASIA N. 6

 

Bagliori viola su crocefissi

aggrumati in deserti

tabernacoli pipistrelli di

silenzio "Cristo dove

sei?" - "Ancora Ti

giocano ai dadi del

la parodia!" stingono rotule di

legno farisaiche labbra al

l'ora nona del Venerdì Santo da

pulpiti-uragano agli eletti

quaresimali di pani

d'oro da graticole reprobi

iconoclastici invocano

paradisi il grido cade per

la terza volta il

clamide cade fustigato

anfiteatro di fiaccole al

Gladiatore morente

"adagio maestoso" sul

la piazza-proscenio si

recita a soggetto strabocca il

calice di tutti i

crocefissi una

parabolica verità

mistificata.

 

Encomio al Premio Internazionale di Poesia

"Guido Gozzano" 1975

 

Da "Controcampo", anno II - N. 1


 

 

 

Traduzione di una poesia di Meena pubblicata su "Payam-e-Zan' N. 1, 1981

 

Mai più tornerò sui miei passi

 

Sono una donna che si è destata

Mi sono alzata e sono diventata una tempesta che soffia sulle ceneri

dei miei bambini bruciatri

Dai flutti di sangue del mio fratello morto sono nata

L'ira della mia nazione me ne ha dato la forza

I miei villaggi distrutti e bruciati mi riempiono di odio contro il nemico.

Sono una donna che si è destata,

La mia via ho trovato e più non tornerò indietro

Le porte chiuse dell'ignoranza ho aperto

Addio ho detto a tutti i bracciali d'oro

Oh compatriota, io non sono ciò che ero

Sono una donna che si è destata

La mia via ho trovato e più non tornerè indietro

Ho visto bambini a piedi nudi, smarriti e senza casa

Ho visto spose con mani dipinte di henna indossare abiti di lutto

Ho visto gli enormi muri delle prigioni inghiottire la libertà

nel loro insaziabile stomaco

Sono rinata tra storie di resistenza, di coraggio

La canzone della libertà ho imparato negli ultimi respiri,

nei flutti di sangue e nella vittoria

Oh compatriota, oh fratello, non considerarmi più debole e incapace

Sono con te con tutta la mia forza sulla via di liberazione della mia terra.

La mia voce si è mischiata alla voce di migliaia di donne rinate

I miei pugni si sono chiusi insieme ai pugni di migliaia di compatrioti

Insieme a voi ho camminato sulla strada della mia nazione.

Per rompere tutte queste sofferenze, tutte queste catene di schiavitù,

Oh conmpatriota, oh fratello, non sono ciò che ero

sono una donna che si è destata

Ho trovato la mia via e più non tornerò indietro.

 

 

http://rawa.fancymarketing.net/ill-it.htm

 

*

 

 

 

JORGE LUIS BORGES

 

Rimorso per qualsiasi morte

[da Fervore di Buenos Aires]

 

Libero dalla memoria e dalla speranza,

illimitato, astratto, quasi futuro,

il morto non è un morto: è la morte.

Come il Dio dei mistici,

del Quale si devono negare tutti i predicati,

il morto ubiquamente estraneo

non è che la perdizione e l'assenza del mondo.

Tutto gli derubiamo,

non gli lasciamo né un colore né una sillaba:

qui c'è il patio che già non condividono i suoi occhi,

là il marciapiede dove spiava la sua speranza.

Perfino ciò che pensiamo potrebbe starlo pensando lui pure;

ci siamo spartiti come ladroni

il capitale delle notti e dei giorni.

 

 

 

Emily Dickinson

 

Sognamo - ed è buona cosa -

Ci farebbe male - fossimo svegli -

Uccidiamoci - visto che non è altro che un gioco -

Urliamo - tanto siam noi che giochiamo -

 

Che male c'è! Gli uomini muoiono - di fuori -

è, questa, verità - di sangue -

Ma noi - moriamo sul palco -

e il teatro - non muore -

 

Attenti - a non scuoterci

ché non si aprano gli occhi - a nessuno dei due -

Per paura che il fantasma - dimostri l'inganno -

E la fredda sorpresa

 

ci congeli in steli granitiche -

con sopra solo Età - e Nome -

e forse una frase in egizio -

E' più prudente - sognare.

 

[n. 531, 1862]

 

 

*

 

Giochiamo a "ieri" -

Io, la fanciulla a scuola -

Tu - e l'eternità -

la favola mai raccontata.

 

Il dizionario saziò la mia fame -

I logaritmi -

vino assai secco -

la sete -

 

Eppure non dev'essere proprio così:

i sogni colorano il sonno

e l'accortezza dei rossi, il mattino,

s'insinua e scuote la persiana -

 

La vita era ancora un embrione -

Scaldavo il mio guscio -

Quando tu sconvolgesti l'eclisse

e l'uccello, così, è caduto.

 

Sbiadisce l'immagine delle manette

- dicono - agli occhi di chi è da poco loibero -

Nulla per me di più familiare

della libertà -

 

Il sonno - la notte -

mio ultimo atto di riconoscenza -

La luce che entrava - il mattino -

il primo miracolo.

 

Sarà dato all'allodola di rientrare nel guscio

e volare, più leggera, nel cielo?

Non saranno le catene di oggi

più dolorose di quelle di ieri?

 

Sulla pelle di chi,

assaporata da poco la libertà,

e di nuovo dannato, non sarà

più profondo il peso delle inferriate?

 

Dio dei ceppi

Dio dei liberi -

Non mi sottrarre

la mia libertà

 

[n. 728]

 

 

*

 

Sola, non posso stare -

Perché mi vengono a far visita -

Ospiti al di là della memoria -

Ospiti che ignorano la chiave di casa.

 

Non usano abiti o nomi -

calendari - o climi -

ma abitano case comuni

come fanno gli gnomi -

 

A volte corrieri interiori

ne annunciano l'arrivo -

Ma mai la partenza -

perché non se ne vanno mai più.

 

1861

 

 

*

 

Grandi strade di silenzio portavano

lontano, alla volta di zone di pausa - vicine -

Qui non vi era segnale - né dissenso

né universo - né legge -

 

Gli orologi dicevano che era mattino

a distanza le campane sollecitavano la notte -

Qui tuttavia il tempo non faceva fondamento

Perché l'epoca si estingueva.

 

1870

 

*

 

Portare la nostra parte di notte -

la nostra parte di aurora -

riempire il nostro spazio di felicità

il nostro spazio di risentimento -

 

Qui una stella, e là una stella,

alcuni si perdono!

Qui una nebbia, e là una nebbia!

infine, il giorno

 

*

 

 

 

EMILY DICKINSON

 

C'E' UN CERTO TAGLIO DI LUCE

 

C'è un certo taglio di luce,

Nei pomeriggi d'inverno,

Che opprime come il peso

Degli accordi d'organo in una cattedrale.

 

Celeste ferita ci infligge;

Non troviamo cicatrice,

Solo un intimo divario

Nel luogo dei significati.

 

Nulla può esso insegnare a nessuno,

E il suggello, disperazione...

Una sofferenza imperiale

Mandata a noi dall'aria.

 

Quando scende, il paesaggio si tende in ascolto,

Le ombre trattengono il fiato;

Quando svanisce, è come la lontananza

Nell'aspetto della morte.

 

*

 

T. S. ELIOT

 

La precipite colomba spezza l'aria

 

La pricipite colomba spezza l'aria

D'una fiamma di terrore incandescente

Le cui fiamme proclamano

L'unica remissione dell'essere e del peccato.

L'unica speranza, o se no la disperazione,

E' nella scelta dell'una o dell'altra pira -

Ad essere redenti dal fuoco mediante il fuoco.

 

Chi dunque appressò il tormento? L'Amore.

Amore è il nome inusitato

Dietro alle mani che temerono

L'intollerabile tunica di fiamma

Che forza umana non può strappare.

E soltanto viviamo, soltanto sospiriamo

Consunti dall'uno o l'altro fuoco.

 

*

 

LUIS CERNUDA

 

Non è l'amore a morire

 

Non è l'amore a morire,

siamo noi chi muore.

Innocenza prima

abolita in desiderio,

oblio di se stessi in altro oblio,

rami intrecciati,

perché vivere se svanirete un giorno?

 

Vive soltanto chi fissa

sempre davanti a sé gli occhi della sua aurora,

vive soltanto chi bacia

quel corpo d'angelo librato dall'amore.

 

Fantasmi della pena,

di lontano, gli altri,

quanti quell'amore persero,

come un ricordo in sogno,

ricercando fra le tombe

un altro vuoto stringono.

 

Per di là vanno e gemono,

morti eretti, vite dietro la pietra,

battendo impotenza,

raspando l'ombra

con inutile tenerezza.

 

No, non è l'amore a morire.

 

 

 

Roberto Perrino

 

Da: L’ordine delle cose

 

 

Lanciamo appelli quotidiani a rinsavire,

torniamo sui nostri passi a tre o a quattro,

oltre le porte osiamo alzare il tono,

da questa parte non ci richiama il grido

di quelle madri a cui il grembo fu strappato,

e rifiatando, alle ansie assoggettati,

ridiamo ora

con pacche sulle spalle.

 

*

 

Torni a casa in un’aria da fine millennio,

con memore dolore

di carni lavorate di bisturi e forcipe,

 

e non t’acquieta

 

l’aspettare il prossimo allineamento di pianeti,

o il semplice prodigio che fa in acqua

il petalo attraverso i solstizi,

 

o il figlio di questo tempo illegittimo

che t’attraversa i polsi coi suoi chiodi.

 

 

*

 

Umanità

 

In che cosa ti sei evoluta,

in quale stirpe?

Questo luogo di delitti

consacri in chiese e templi

di Dèi in cui ti specchi.

 

*

 

Il silenzio irrompe

nella piazza della mia anima

e scompiglia i capelli agli amici

che si scambiano saluti

con sonore risate.

Uno stormo d’uccelli piccoli piccoli

ma numerosi

adombra per un momento

il cielo prima chiaro

in attesa che s’allontanino

i passi solitari degli uomini

verso le case.

 

*

 

Emerge da questo ammasso di frammenti

questo buon giorno in technicolor

con la regia del Padreterno.

 

*

 

Treno in ritardo per la morte di un ragazzo2

 

Dispersi in acqua incostante

attraverso quelle lenti

gli occhi del passante

sono cartografie della sua fuga,

in conti liquidati

siamo trasparenti

alla verità che fluisce

attraverso un’odissea

scritta sui muri

scandita nei graffiti.

Lontano da questa stazione

deserta dopo la partenza

poemi indecifrabili

scorrono sotto gli occhi

a lapidarie fermate.

Come quel passeggero

che ruba il tuo riflesso

nel silenzioso viaggio

alla fine degli ultimi

minuti di felicità

un ragazzo va incontro

al già segnato destino.

 

2Nella trascrizione di Domenico Morana.

 

 

*

 

Sto qui a sbattermi

per tirar fuori un nesso

dell’ordine delle cose

con il mio ordine di idee

e di quanto mi sovrasta

e in cui mi immergo,

fuori dall’estensione

in cerca della necessità

sub specie aeternitatis

del mio esistere.

 

*

 

Nascosti come abitanti del confine

che ho intravisto dal mio cannocchiale,

figli di un inafferrabile palpito o pudore,

dèi senza notte occultati nelle tane,

i miei sogni, dopo avermi sconquassato,

dileguano

silenti,

dimessi.

 

*

 

Torneremo a imbrigliare il vento

nelle giacche

sospese ai nostri passi fragili

 

e ci terremo stretta

la scudisciata di questa polvere

che accarezza i polmoni

ma li arroventa.

 

E questo piegarsi in due

doloroso

ci spaventa solo un poco

 

meno del nostro

non esserci.

 

*

 

Sotto la sferza di questo vento

il lato molle della mia anima

atteggia gli occhi a tenui malinconie

ma c’è una parte di me

che vuole opporsi a quella forza

spezzare le correnti

udire i pianti del mondo

e abbattere

il rifugio quieto del Bene.

 

 

[sito web di provenienza: www.ebook-larecherche.it ]

 

 

 

 

LORETO ORATI

da Facebook

 

 

 

LE PAROLE RINCHIUSE NEL SILENZIO DEI MIEI ANNI

 

 

Ti porto in dono i miei occhi,

 

madre,

 

perchè il tuo orizzonte si fa tramonto

 

mentre io vivo ancora di un Sole maturo,

 

e sarà luce a rischiarare i giorni dell'ombra,

 

quelli che verrano, decisi,

 

di inevitabili lentezze e una nuova tenerezza,

 

e tu, padre,

 

ti guardo e vedo me,

 

e il tempo che piega, e quasi spezza,

 

e invita a carezze da troppo rimandate,

 

e racconta di prossime notti d'insonnia,

 

di stanze ancora in fiore, destinate all'inverno,

 

il tempo che ancora vi accarezza, con mani consumate,

 

il tempo che mette con le spalle al muro, e mi suggerisce parole,

 

quelle ancora rinchiuse nel silenzio dei miei anni...

 

 

*

 

ANCHE LA DOMENICA HA UNA SUA LUCE

 

 

Stento a trovare il senso della domenica,

 

di questo tempo che s'infrange sulle strade vuote,

 

sul rintocco di campane stonate,

 

e guardo scorrere i minuti

 

come acqua invisibile in un fiume in secca,

 

come vento di ponente tra alberi che restano immobili,

 

ma abbraccio questo silenzio, è un caro amico che vedo poco,

 

e sorrido alle urla dei bambini in festa, anche se manca il mio,

 

e forse capisco che anche la domenica ha una sua luce,

 

perchè mi volto, appena di lato,

 

e posso vederla nascere dal tuo risveglio leggero...

 

*

 

E IL SALENTO ANCORA MI CHIAMA, CON VOCE MUTA

 

 

Ho sabbia nelle scarpe, di spiagge che non conosco,

 

ho sale sulle labbra, di un mare nascosto ai miei occhi,

 

ho voci sussurrate, di notti quasi dimenticate,

 

e il respiro della donna-salice, sul mio respiro,

 

come un contorcersi del desiderio,

 

di lontananze dovute alla vita, mai al cuore,

 

ho questo silenzio, inchiodato ad un muro,

 

al mio canto spezzato,

 

e sabbia, e sale, e mare,

 

e il Salento che ancora mi chiama,

 

con voce muta...

 

*

 

CHISSA' PERCHE' CERTE PAROLE NASCONO DI NOTTE

 

 

Chissà perchè certe parole nascono di notte,

 

nel frutteto del silenzio,

 

nell'assenza d'alfabeto,

 

proprio quando ogni cosa si fa muta,

 

muta la casa,

 

mute le strade,

 

muta quella bocca che ami,

 

forse perchè certe parole vivono d'insonnia,

 

e strappano sillabe alla lingua del sogno,

 

e ne fanno carne,

 

tormento,

 

ritorno di stupore,

 

e tentativo di poesia, per abbagliare le ombre...

 

*

 

lasciare che questa poca luce illumini la strada,

che l'inverno prenda il nome della speranza,

entrare nei giorni indecifrabili, in bilico, senza timore,

lasciare che la rupe ci chiami, e scendere a valle,

lasciare che l'amore ci chiami, ed essere già lì, da sempre...

 

*

 

 

GIORDANO GENGHINI

 

QUOTES – 1 [BY GREGORY CORSO – ORIGINAL IN ENGLISH

(E MIA LIBERA TRADUZIONE ITALIANA)]

 

SPIRIT

 

Spirit

is Life

It flows thru

the death of me

endlessly

like a river

unafraid

of becoming

the sea

.

 

SPIRITO

 

Spirito

è vita

che scorre

attraverso

la mia morte

incessantemente

come un fiume

che non teme

di diventare

il mare.

 

*

 

ANTHOLOGY OF GREAT POEMS AND OF MY VERSES FREELY

INSPIRED BY THEM – 11 – [LANGUAGES: DEUTSCH – ITALIANO]

 

STEFAN ZWEIG (1881 – 1942)

 

DER SECHZIGJÄRIGE DANKT (LETZES GEDICHT)

 

Linder schwebt der Stunder Reigen

Ueber schon ergrauten Haar,

Denn erst an ders Bechers Neige

Wird der Grund, der gold’ne klar.

Vorgefühl des nahen Nachtens

Es verstört nichtes entsch wert !

Reine Lust des Weltbetrachtens

Kennt nur, wer nichts mehr begehrt,

Nicht mehr fragt, was er erreichte,

Nicht mehr klagt, was er gamisst,

Und dem Altern nur der leichte

Anfang seines Abschieds ist.

Niemals glänzt der Ausblich freier

Als im Glast des Scheidelichts,

Nie liebt Man das Leben treuer

Als im Schatten des Verzichts.

 

... E LE MIE QUARTINE DI ENDECASILLABI RIMATI, LIBERAMENTE

ISPIRATE DA “DER SECHZIGJÄRIGE DANKT”

 

IL RINGRAZIAMENTO DELL’ANZIANO

 

Più dolcemente danzano le ore

quando è grigio il colore dei capelli:

se incliniamo la coppa, appaiono ori

sul fondo, con i preziosi ceselli.

La vista della porta per l’uscita

non angoscia: fa lieve ciò che pesa.

Trova le pure gioie della vita

chi non è più negli anni dell’attesa.

A traguardi non bada più il pensiero

né a piangere si ostina sul passato:

quando si è anziani, sul volto un leggero

sorriso nasce, e prepara al commiato.

Diventano più liberi gli sguardi

nel sole che si avvia verso il tramonto.

Gli altri e le cose noi amiamo, se è tardi

e le prime ombre scendono sul mondo.

 

*

 

“DE QUE NADA SE SABE”, soneto de JORGE LUIS BORGES

con mi libre traducción en idioma italiano.

 

La luna ignora que es tranquilla y clara

Y ni siquiera sabe que es la luna ;

La arena, que es la arena. No habrá una

Cosa che sepa que su forma es rara.

Las piezas de marfíl son tan ajenas

Al abstracto ajedrez como la mano

Que las rige. Quizá el destino humano

De breves dichas y de largas penas.

Es istrumento de Otro. Lo ignoramos;

Darle nombre de Dios no nos ayuda.

Vanos también son el temor, la duda

Y la trunca plegaria que iniciamos.

¿Qué arco habrá arrojado esta saeta

que soy? ¿Qué cumbre puede ser la meta?

 

.

 

“NULLA SI SA”: sonetto che mi è stato ispirato da una mia libera traduzione

in lingua italiana di “DE QUE NADA SE SABE” di Jorge Luis Borges.

 

 

La luna ignora che è serena e chiara:

neppure può sapere che è la luna.

La sabbia, che è la sabbia. Non c’è una

cosa che sappia quanto ha forma rara.

Le pedine d’avorio sono aliene

per l ’astratta scacchiera, e lo è la mano

che le guida. Forse anche il fato umano

che intreccia brevi gioie e lunghe pene

è strumento dell’Altro. Lo ignoriamo;

né aiuta chiamar l’Altro con un nome.

Sono vani il timore e il dubbio, come

la interrotta preghiera che iniziamo.

Quale arco avrà scoccato la saetta

che io sono? E per condurmi a quale vetta?

 

*

 

MINHA IMITAÇAO DOS GRANDES POETAS - 6 -

[LINGUAGEM: PORTUGUÊS - ITALIANO]

 

O ABISMO... (FERNANDO PESSOA, “OC VII, 125”, 1929)

O abismo é o muro que tenho

Ser eu não tem um tamanho.

.

 

L’ABISSO... (IMITAZIONE DA FERNANDO PESSOA)

L’abisso è questo muro che possiedo

e l’io è la dismisura che in me vedo.

 

*

 

IMAGENS & CITAÇÕES LITERÁRIAS - 3 -]

 

“Atraversa esta paisagem o meu sonho dum porto infinito /

E a cor das flores é trasparente de as velas de grande navios/

Qué largam do cais arrastando nas águas por sombra /

Os vultos ao sol daquelas árvores antigas.... //

[...]”

(Fernando Pessoa –

A primeira quadra de « Chuva obliqua », I, em « Poesias”)

.

 

[La mia traduzione in Italiano:]

 

“Attraversa questo paesaggio il mio sogno di un infinito porto /

ed il colore dei fiori traspare dalle vele dei grandi vascelli /

che salpano dal molo trascinando nelle acque fra le ombre /

i profili rivolti al sole di quegli alberi antichi... //

[...] .”

 

*

 

DOMANDE

 

Che mondo può mai vedere

un ragno con i suoi occhi?

Non quello visto dall’uomo.

E quale mondo vedrebbe,

specchiandosi, l’universo,

se l’Altro - con uno sguardo

per noi invisibile - un giorno

volesse mostrargli ogni dono?

Non quello visto dall’uomo.

Appare un mondo strano

all’angelo? Non lo sappiamo...

A noi, che possiamo guardare

racchiusi nei nostri visi,

sfuggono le vere cose:

e forme e suono e colore

e inferni, e i paradisi...

O forse vedremo, uscendo

dal tempo e dalle sue ore

un giorno - fra le rose e il vento?

 

 

 

 

GIOVANNI BARRICELLI

 

RESURREZIONE

 

Invocando vite inapparenti m'indussero

le zolle sentore di prodigio, dai visceri

del cardo d'impeto sgorgò il fiore giallo.

Era la terra che impugnava il pennello

a tempestare il grembo di colori nuovi.

Il presagio del chicco morituro quando

il pugno vibrava nuvole di grano simile

a proclama: - Fango risorgerò dalle fibre

infrante, in più vite rivivrò verde

linfa ritornata sangue.

 

*

 

IO SONO DEL TUTTO E DEL NULLA

 

Nel breve giro in quegli mi alleno, nel

rapido abbraccio riscopro ambedue, il

pianto ed il riso in comune.

Sprofondo alla terra laddove radice è

l'anima mia che arde in grovigli di spini,

risalgo alla somma del tronco, ritrovo nei

rami deformi le braccia che avevo perduto

e dallo stormire di foglie richiamo il

verbo facendolo mio.

Io sono del tutto e del nulla e l'occhio

m'è cieco perché ogni piccola piaga del

mondo ricalca lo sguardo.

Porziuncola di corpo, trattengo soltanto

una parte di ciò che fu mio, che il più

fu perduto dal seme che spiego nutrendone

il mondo.

 

*

 

I RESPONSI DELLE NUVOLE

 

Messaggi scritti sulla sabbia del cielo

e tu che trattieni e rendi incancellabili

geroglifici di steli

sommersi da altre nuvole che incidono

responsi, parole nuove su lavagne

anch'esse inabissatesi e consunte

tanto via via sbiadisce

il detto e all'occhio trascolora

perché si accavallano le nubi.

E' tutto un rinnovarsi di coscienze

che recano messaggi sopraggiunti.

 

*

 

MIRAGGIO

 

Ritorni come un simbolo che fugge

e più e più imperversa

tu sei che parti e torni

e nel perenne bilico che urge

svanisci come un sogno.

Sei luce e sei la morte

abbarbicata a me come la vite

e abbranchi coi peduncoli

di una invitta forza ch'è

data più dal debole lascivo.

Uccello ferito che trasmigra

ma resta in memoria dei colori

rapita la sua veste.

Sei la notte e il giorno perché

vivi e non vivi,

l'aurora ed il tramonto,

perché muovi dalla luce rossa

che incendia l'alba

e precipiti nel buio.

Sei e non sei, vivi benché morta

che illusione è la tua gialla veste

e il nimbo che piove dagli occhi.

Tu che di rozza creta confusa

nelle zolle,

una silente vita non risorta

e zolla, e creta e sasso e polvere

di fango

scesa dai monti che muove nel

torrente

ove non più il tuo viso,

non le movenze, musica taciuta,

rozza di sasso sciolta con te

creta.

Tu purpurea e negra

sospesa all'onda che di te

non reca se non raminghe spoglie,

taci ed io scrollo la nuca nell'attesa

assaporando il canto ancora ignoto.

E' l'eco che tramanda la memoria,

miraggio colora gli occhi a un'ombra,

fattezze plasma la lucida pazzia

e il marmo ammorbidiscono le tue nocche.

E' un parto della mia follia

se alla tua gola soffio fremiti

di voci.

Tu non fosti e non sei.

 

[Da Alla bottega]

 

 

 

 

 

 

NEVIO NIGRO

 

SULLA SABBIA

 

E' come astratta

questa donna sdraiata

sulla sabbia.

 

Bellezza quasi nuda

ha insolito candore.

Odore d'alba.

 

Io non so

dove siano finiti

i sospiri di luna

se tra i pini

o nel mare

di questo mattino.

 

Il fulgore di rame

della pelle

non ravviva

la musica perduta.

Ma illumina

la finzione del tempo.

 

Gli alberi inquieti.

Le finte primavere.

 

E il vento.

E la vela che va.

 

E questa sera...

 

*

 

CONSOLAZIONI

 

Anche gli amori stancano.

E i sussurri.

 

Forse il cuore

è pentito.

 

Gli giungono

ancora

parole segrete.

 

Ma

le labbra

non baciano i sogni

 

E dolcezze

si spalancano

nuove

ad imitar la gioia.

 

Il mare è adesso.

E' qui.

E la luna.

E il canto.

Infine.

 

*

 

L'AMICA

 

(in memoria)

 

Quella che mi fu amica

dorme.

 

Ritorna come idea

cessato il bacio.

 

E' come un soffio d'aria

su un paradiso andato.

 

Sicura la sua notte.

Sicura la mia sera.

 

Ma dolce è il vento

di questo nostro mare.

E il calore

bevuto in un respiro.

 

*

 

INCONTRO

 

L'età delle rose

non muove a ritroso.

 

Quella che vidi bella

non è che un ricordo spossato.

 

Eravamo lei ed io.

Un po' d'erba a morire.

 

La bellezza appassita

è mansueta.

 

Non disfa la notte.

Ma crea

una pioggia di lune.

 

*

 

LA NOTTE E' DOLCE

(stanchezza)

 

Quando si chiudono

le finestre del tempo

al vento della sera

non è perverso

il gioco dell'attesa.

 

La notte è dolce.

 

E' stanco il passo

che si fa memoria.

Esile verità

non

ascoltata.

 

La notte è dolce.

Quando scende piano.

 

*

 

CONFESSIONE

 

Talvolta

nella notte

mi raggiunge

una voce.

 

Come di donna.

Senza corpo.

Sola.

 

Dice d'amore.

Dolce.

E dopo fugge.

 

Di nuovo

la vorrei.

Per darle

un nome.

Per toccare

un corpo.

 

Con lei

fugge la notte

e la sua sete.

 

Come bevuto

a una fontana.

 

*

 

QUANDO FA NOTTE

 

Quando fa notte

il tempo

è un volo

d'angeli tristi.

 

Rimane sola

l'anima.

Povera e ricca

crudele e dolce.

 

La speranza

è una nuvola

d'oro

tra gli olivi.

 

 

[Dalla rivista Alla bottega]

 

 

 

 

IAGO

 

Da L'ALIBI PERFETTO

 

 

 

Svezzamento

 

Invecchia la pelle appena nata

nei giorni armati dal progresso.

Succhia l'infante dal biberon al whisky,

la poppata diventa bastone

nell'arrembante progenie stagionata

che si eclissa nella morsa

- poco prima di cambiare i denti -

 

(poesia tratta da "L'alibi perfetto" di Iago, Bel-Ami Edizioni, 2011)

 

*

 

Il Nome

 

Da tanto non parlo a me di me

indaffarato a prender senza chiedere

vivo negli spazi delle isole

dove le prede nuotano ignare.

 

Il mio anfitrione è l'orgoglio

killer prensile, parassita della buona creanza

che mira all'abbraccio di amori diversi.

Ero nell'uomo, esco dall'uomo, vivo nell'uomo.

 

Esisto da sempre,

religione di infallibile immortalità.

Ricopro i cuori con buste d'acciaio

"ognun per sé" è il mio motto,

 

superbia e ottusità le mie sorelle.

 

Alcuni di voi mi affrontano

spremendo calore da ossa dorate,

merce divina che affolla l'inferno.

Non ce la faranno a far sapere

che per uccidermi

serve un semplice gesto d'amore.

 

Le case dei miei figli,

giardini indifferenti chiusi al rispetto.

Il mio nome è Egoismo

e la mia ragione d'essere

sta nel vostro motivo d'esistere.

 

(poesia tratta da "L'alibi perfetto" di Iago, Bel-Ami Edizioni, 2011)

 

*

 

Il prodotto della Terra

 

Infiniti salmi regalano intimità

vagiti, febbrilità, echi di rivalsa.

Confessioni di lana sulle ali dei cherubini

precetti in aspettativa.

Singoleggiare con idee votate al rischio,

l'attimo lustra le scarpe al presentabile.

 

Un bambino rammenta di essere stato vecchio,

fulmine che implode tra le nuvole

che lo hanno generato.

La paura toglie i denti al leone,

ruggisce singhiozzi d'avena

in dispersione sulle colline nervose.

Vespa e farfalla si posano

sullo stesso fiore,

una per uccidere l'altra per morire.

 

Levarsi la camicia della coscienza,

eseguire segnali di fumo

con lo smog di una città ingrata

venature sulle braccia del crepuscolo.

Stracci d'anzianità coprono la mente

ristretta nel ventre ubriaco,

vedute in lontananza si respingono

repressione dell'io.

Nel cesto invenduto,

la malvagità abbraccia la convenienza

il frutto del bene resta acerbo,

bramando la maturità perduta.

 

(poesia tratta da "L'alibi perfetto" di Iago, Bel-Ami Edizioni, 2011)

 

*

 

Moda

 

Creare perle da ingoiare,

la deformità gode nella virtù dei profili.

 

Fili d'ossa in fila

nervi di rame stipati

scosse in pausa, vibrazione d'ottone.

Lontanamente la mente mente a se stessa.

 

Abbraccio innaturale, carnefice e vittima

arroventati nel ferro dolciastro

che stringe il collo dell'utero

la nascita si lascia morire ancora,

manca lo spirito

per dar fuoco all'anima.

 

(poesia tratta da "L'alibi perfetto" di Iago, Bel-Ami Edizioni, 2011)

 

*

 

Giostra

 

Libertà,

giochevole atterraggio

e prima di riprender quota

lascia in pista la prevenzione

con lo scopo di riesumare i vivi

per non far piangere i morti.

 

(poesia tratta da "L'alibi perfetto" di Iago, Bel-Ami Edizioni, 2011)

 

*

 

Saluto

 

La bellezza del corpo precipita

con la maturazione del vizio,

s'impianta sulla spiaggia del ricordo.

 

Il mare non sa quanto stupido è l'uomo,

continua a sputare sale

sulle orme divise dall'onda.

 

Buongiorno vita,

sogna la forma che inganna

e poni i tuoi sogni

alla deriva del suono.

 

(poesia tratta da "L'alibi perfetto" di Iago, Bel-Ami Edizioni, 2011)

 

*

 

Simbiosi

 

Siamo di altri inganni,

mai fedeli alla coerenza del pensiero

svelti a danzare sull'emergenza di turno.

 

Movenze sulla scacchiera dell'esistenza

mosse che guidano il libero arbitrio.

 

Il tempo carnivoro si inserisce

nella clessidra erbivora,

gli avanzi di pasto

sono già prateria di cemento

nei fatti che nascono veri

per essere poi mascherati.

 

(poesia tratta da "L'alibi perfetto" di Iago, Bel-Ami Edizioni, 2011)

 

 

 

 

UMBERTO LUIGI RONCO

 

Non posso dividere la mia solitudine

 

Per Teresio di Silvana

e Silvana di Teresio.

 

NON POSSO DIVIDERE la mia solitudine.

Non posso dividere il mio scheletro

con nessuno.

Il coltello affilato

è conficcato nel sole. Pronto.

Ma la mano arida e screpolata

è una parola di consolazione

sul badile che azzanna il sole.

In questo angolo, il cuore,

è sempre rannicchiato in gola.

Qui, non sei perdonato,

se chini le palpebre secche,

e noi non possiamo dimenticare,

se le piaghe urlano.

Io non posso dividere

il mio scheletro di calce

con nessuno.

Le mie pene sono mie.

Né posso disgiungere la luce dell'anima.

Il mio nome non lo debbo dimezzare.

Il mio nome, qui, è puro.

 

Sebbene sia inchiodato e ribadito

ai muri per i calcagni.

(E, oggi, non s'odono

le campane esauste del tempo.)

Il sibilo crudo dei venti

fa sbiadire la pelle delle ore.

Le lente ore della segregazione

del cuore.

Tutto sembra che sia morente, oggi.

Tutto predice che domani

sia un altro giorno uguale.

Lungo, che sale faticoso dal nulla.

Ammutoliti, i compagni, seguono,

al crepuscolo, il conteggio delle ombre

sulle sbarre.

Come freddi di speranze perdute

tra i freddi vermi colorati dell'angoscia.

A rischio di compromettersi con la paura.

A rischio di sogghignare sul filo

invisibile della pazzia.

 

Che strano linguaggio ha questo silenzio

che ci nasconde l'uno all'altro!

Che ci fa pietra di cielo,

una volta ancora,

prima della morte del giorno.

Che strano linguaggio ha questo silenzio!

Ma, qui, noi, nel penitenziario,

ci sappiamo perdonare.

Ci sappiamo perdonare

per poter portare, pura,

nel cuore, l'alba di domani.

Qui, mi perdonano,

proprio perché non posso dividere

la mia solitudine di poeta.

Qui, sono tutti poeti.

 

[dalla rivista LOGOS, n. 19, marzo-aprile 1986]

 

*

 

FRANCESCO SCADUTO

 

Sono le ore nude

 

Sono le ore nude

del silenzio

a inumidire

i tonfi del dormiveglia.

Sono le vampe dei bui galoppi

a vangare i colori del cuore

per annodare la croce

agli umani tumulti.

E' la brina della luna

a trascinare i risvegli

per affrescare le speranze

dei girasoli lontani.

Sono i canti affamati

a slabbrare le sguaiate rughe

dei nostri infantili gridi

assetati di verità.

 

[da LOGOS, n. 20, maggio-giugno 1986]

 

*

 

NICOLA FIORELLA

 

DIARIO D'INVERNO

 

Verdi onde salate muovono il linguaggio solare

nella stagione che brucia le foglie.

Qui di fronte al mare

apro il mio diario d'inverno

con le pagine logorate dal tempo

e urlo per il sangue perduto,

per il sole che cade nei giardini di pietra.

Vibrazioni di voce

narrano la storia dei mondi rovesciati

nel vuoto del cielo.

Un grido di terra

nelle sfere ossidate, una luce ferita

fra le ombre tradite

battono le pietre nel gioco crudele degli atomi.

Ora che l'uranio muove le ruote atomiche

entro nel vuoto delle chitarre infelici

dentro il labirinto della vita

e con la rabbia del vento

cancello tutte le memorie del computer.

 

[dalla III Rassegna Int.le di Letteratura

LOGOS 1988]

 

*

 

TERESIO ZANINETTI

 

A questo non m'abituo

(Leggevo il tuo profilo esangue nei libecci

arrancando tra gladioli e fiordalisi

dentro i covoni della morte in panne):

questa luce falsa gli occhi, tradisce

bisogni e pazienze, stronca

sul nascere bocci - a questa luce

dai lividi brulli non m'abitua

il liso ricordo del domani in croce.

 

(Leggevo le tuen rughe nei cristalli tintinnanti

assaporando intrecci mozzati di mani giunte

nel girotondo degli scorticati vivi) -

Forse era natale o capodanno, viziate

di droga capitalista le famiglie serravano

pance e manette (panettoni, anitre all'arancia

figli & figlie parenti stretti al collo

da gustare al dente)

- forse era l'altr'anno o non ancora.

 

Sta di fatto che a quest'aria di morte non m'abituo

 

Mentre il boia sorride con piacere automatico

ancora la mia mano rifuta dovute tenerezze.

Sto con le mie prigioni dentro il piombo

delk mio corpo stretto. Sto.

Non so come né quando. Sto.

Con il cranio dell'odio di classe. Sto

In un mattino disatteso e stanco

qualcuno esplorerà il relitto

delle ossute gimkane a piedi freddi.

A questa maturità che selvaggiamente delicata cresce

solo un grido - domando - di vendetta e di riscossa,

dolce e tremendo come il dolore

nel tuo profilo esangue, trasparente, vivo.

 

Teresio Zaninetti (fondatore e editore della Rivista) - 1988

 

[da LOGOS, 1991]

 

*

 

CARLO ERBETTA

 

BALLATA N. 8

 

CHI MI DARA'

palizzate d'oniriche

speranze su zattere

naufraghe in marciti

fosforiche la

meridiana d'ore a

illudere il tempo proiezioni di

sole dilaniato sul

l'antico quadrante del

cuore?

 

CHI MI DARA'

oltre pantografi numerati sul

la tavola pitagorica del

cemento lontananze di

muschio comignoli non

blasfemi presso un

Natale di poche

noci?

 

CHI MI DARA'

fiocine d'istanti

esplosi entro coralli di

rugiada tramontane a

frugare lunari

soffitte dietro chiuse

vetrate per

accogliere innesti di

amore?

 

CHI MI DARA'

su caste pale una

fronte di trittici rosa-

pallido e oro la

Annunciazione senza

fiocchi d'organza o Rolls-

Royce per vivi cassa da

morto?

 

CHI MI DARA'

periferie gitane a

percuotere cieli di

rame gli orti lavati in

absidi di nuvole il

fragore di variopinte

balere a

dilatare vicoli in

festa?

 

INTANTO IL

frantoio dei sogni da

bidoni rovesciati inesorabile

rigurgita pattume su

anime di

asfalto.

 

[da Alla bottega -

2° Premio al Concorso di Poesia -Aspera- 1974]

 

*

 

BALLATA N. 2

 

RIDATEMI

arcobaleni di gazze

crocifisse su pali

telegrafici di lira

cherubini suonatori da

arcate bramantesche a

planare su

sguardi d'ogivale

stupore

(Piangono dèmoni

nascosti in pieghe di

tufo con un occhio

solo appollaiati!)

 

RIDATEMI

pascoli di nubi

scotonate come

tragiche meduse in

metamorfosi d'acquario

mani senza

dimensioni algebriche né

spazi incatenati da

diagrammi di

colore.

(Il colesterolo morde

coronarie aggrumate

l'Amore sbadiglia

nella noia del

coito!)

 

RIDATEMI

binari di fumo

palette ancora

verdi su pensiline senza

ritorno radure di

carri imbalsamati nel

sole trito da

cicale a battere il

tempo.

(Cornamuse di luna

cantano remoti

peana all'abbaglio

angoscioso del

laser!)

 

 

*

 

BALLATA N. 5

 

TORNERANNO

tènere sul mangiafumo

coccinelle multicolore feltri

giocheranno specchiere

murali a

Portobello.

 

TORNERANNO

filari di pace

stemperata da

nuvole d'erica dischiusi

cancelletti in

distici di

rose.

 

TORNERANNO

pagine di azzurro

sfilacciate ciglia del

mattino una

pausa di sole la

paletta su

vicoli di

fiaba.

 

TORNERANNO

abbaini di polline

spiovente sintonia per

disperse dolcezze ritrovate

se

una foglia vizza dietro

Nelson potrà ancora

essere la

luna!

 

[da Alla bottega, n. 4 - luglio-agosto 1975]

 

 

 

GIOVANNI CHIELLINO

 

IL CAVALLO

 

Pura velocità,

arco di vento,

percuoti il suolo

con zoccoli di fuoco,

porti negli occhi

l'ansia della corsa,

la fiamma alta

della meta certa.

Il tuo nitrito

è un brivido del tempo

protendi il capo

nei campi della luce,

tu maestoso segno

del sogno del ritorno

cavalchi i miei deserti

apri le chiuse porte

del pensiero che cede

all'ombra dell'ignoto,

della voce caduta

nel silenzioso vuoto.

Tu pupilla limpida

che osservi le distanze,

ritmo impetuoso dell'impazzita danza

dove il mio sangue torbido

apre rissosi vortici

e genera virgulti per la vorace morte,

tu palpito di eterno

sollevi la mia attesa

col tuo cocchio lucente

nel mondo delle stelle

oltre il grido del nulla

nell'attimo infinito dell'infinita mente.

 

*

 

TRA SISTOLE E DIASTOLE

 

Tra sistole e diastole

il silenzio;

 

tra sistole e diastole

l'assenza;

 

tra sistole e diastole

l'attesa.

 

E' la voce che manca

a riempire la fossa del tempo.

 

Con corde di memoria,

seguendo la via della croce,

dagli abissi del vuoto

ho scalato il tuo volto

mentre la via scavava

caverne d'abbandono.

 

Alla tua lontananza

ho legato il mio cuore

e al centro della pausa,

sui battiti che contano le perdite,

nel dubbio oscillo

tra l'onda che avanza e scompare

e l'infinito stupore del mare,

tra il giorno che sale e discende

e l'anima che sempre risplende.

 

[Dalla rivista Alla bottega]

 

*

 

FURIO ALLORI

 

DISSOLVENZA

 

mi piace osservare

il crollo

intorno a me

 

ammiro

la solitudine di vuoto

che mi si crea

accanto

 

adoro

questa sensazione

di dissolvenza

in me

 

amo essere cullato

dall'illusorio gioco

dell'impermanenza

 

galleggiando

sugli archetipi

di maya

dalle allungate

candide dita

 

flessuose

di nirvana

 

[Da Alla bottega]

 

*

 

GIUSEPPE BOVA

 

L'ORIZZONTE TIRA LE SUE RETI

 

L'orizzonte tira le sue reti

tutte le mani sembrano una retta.

 

Io non mi sento né bianco né nero.

Non sono l'elemento di ogni seme.

 

Appaio dove pare non si esista.

Alzo la tenda e ormai non ho parole.

 

Stupisco al solo esistere di forma.

 

[Segnalazione al XLIX Concorso "Aspera" di Poesia]

 

*

 

IVAN FEDELI

 

RACCOLGO IN UN FRAMMENTO...

 

Raccolgo in un frammento questa luce

che punge gli occhi e s'apre come nuova,

ùconservandola per poco, il resto è incerto.

Sai, la moda è fuggire la memoria:

triovarla, una parola per fermare

un giorno. O non c'è posto per i nomi,

più brevi le stagioni, e s'allontanano.

Allora lasciami per poco al tempo

che tenta il punto dove trovo un cielo.

E' qui la linea dell'abbraccio, il sogno,

e il mondo non va via dentro le cose.

Così rimane il senso che ci manca,

ed il silenzio sulla paima verde,

nelle case accese, in lontananza.

 

[3° Premio al XXXVII Concorso Aspera di Poesia]

 

*

 

APRIVA POI L'ESTATE

 

Apriva poi l'estate questa forma

di vita tutta da addomesticare,

resti d'asfalto agli occhi pelli avare

addosso sogni consumati appena.

Credi, era il suono già impaziente, il suono

ladro del giorno che spezzava il cielo

e lo faceva gesso, l'abitudine

alla luce allucinata poi a rendere

sorrisi fiacchi intorpiditi a fondo

e non capivi se una strada ancora

o un passo impervio imparava il mondo

intramontabile dell'elegia

e quell'attesa avida di parole.

 

*

 

E' IN UN SILENZIO

 

E' in un silenzio seducente, vago,

questo attimo scoperto per trovarci.

Ma il tempo fugge, come un crampo morde,

ben si nasconde agli occhi, ai cocci rotti

da zoccoli feriti, e il fondo è vuoto.

Traghettami, se vuoi, col tuo Caronte

in notti senza urti, senza magie:

o è foschia, la cappa che s'attacca

alla terra già solcata, una polvere

che muta col ricordo, che è una resa.

Così il verso si trasforma, diventa

appartenenza, un codice di nomi,

di fatti da salvare, una memoria

che s'accinge, si sottrae con noi,

tra i muri e le radici, senza gloria...

 

[Da Alla bottega]

 

*

 

FRYDA ROTA

 

PERCORSO

 

Il percorso - privato - intraprese

segreto viaggio senza stridori

pattinò sul silenzio - il suono

era sott'acqua .- e con dita opache

sgusciò sottili geroglifici che

celavano oracoli dolenti: alla fine

spalancò la bocca e stridettero

ferite di parole. Torpido un verso

snodò ali gualcite: un foglio fu

mirabile cornice.

 

[Da Alla bottega]

 

 

 

SE NON RITORNI (di Orihime Maryam)

 

 

Non hanno più voce le cose

tutto avvolto dalla nebbia

un silenzio che appanna vetri e sogni

una pioggia gelida e grave

un lieve svanire delle case

delle strade mute

dei lampioni spenti

 

Se non mi raggiungi

se non mi senti

se non ritorni

non sono che sterili inverni

inutili pianti

non hanno colore i giorni

nessun valore i segni sul mio volto

non c'è tramonto né mare

se non ti vedo arrivare

 

Non si svegliano i mattini

assopiti su languidi cuscini

sospiri immobili

sospesi a mezz'aria

nessuna memoria del tempo

un incantesimo bianco

tutto tace

fredda luce

morte apparente

 

Se non sei presente

se non mi parli

se di me non sogni

non hanno sapore le cose

non fanno rumore

 

stanno lì ad aspettare

 

 

Orihime Mariam

 

 

 

GIORGIO BARBERI SQUAROTTI

 

Per anni non fu che un'agonia (cioè - disse - una

lotta o, meglio, una gara non voluta, una corsa obbligata avanti agli

occhi dei carnefici, fra i curiosi attardati per le strade

delle sere lunghe di dicembre), c'era di là forse la vita, ma

non seppe mai quale voluntate fosse pace per te per lui per il Dio che

ogni tanto pregava nel timore degli autunni o dei fulmini o dei giorni

di veglia accanto al tuo sonno inquieto, alla tua febbre,

o se di tutta la fatica e l'affanno il senso fosse

continuare resistere durare

senza fare domande.

 

*

 

SILVIO BELLEZZA

 

PRIMA NEVE

 

Si era fermato

il mantice del vento,

e fremevano gli abeti.

 

Un coriandolo di cenere

iniziò una danza

tra pareti di madreperla,

e trine d'argento

ricamarono i tetti.

 

Un guanto di silenzio

ovattava richiami,

si avvertivano lontano

leggende di campane

e mormorii di torrenti.

 

La trappola del giorno

tese l'ultimo agguato

al sussulto della luce.

 

*

 

FRYDA ROTA

 

UGUALE LA SORTE

 

Ho detto al mio cuore di scegliere

tra odio e amore: ha preferito

dimenticare gli ossi del sentimento

e addormentarsi - cane sazio - anche

se la pancia rodeva dentro. Ho voluto

fosse il destino a decidere tra

colpevole e innocente: una bilancia

non equa ha pesato e concluso.

Giurare a caso è come spergiurare

né la verità è diversa dal fesso

pianoforte della menzogna che su

trilli acuti si dimentica di sé

e finge non sapere che di tutti

è medesima la sorte.

 

*

 

GIOVANNI COZZA

 

IL CERBIATTO

 

Qui senza

trionfi a leccarci la

noia peregrina che

ritorna da una bocca

amara ad un'altra più

elemosiniera e

conversa a mistiche

credenze. Io

siedo e tu qui a

serrarti alle mie pupille perché

possa io guardando plastificare dal

mondo menzogne serene per

noi. Tu hai esigenza

d'eterno e miri al mio passivo

angosciato senza finzione di

stanco. Dilatati occhi a

divorarmi. Eppure non

può il mio male il

tuo offuscare chiomato

sorriso. Altrimenti verrò a

lenire le tue ferite. A

colmare la tua

sete. A

miscelare i tuoi

sogni.

 

[dalla rivista CONTROCAMPO - 1976]

 

*

 

TERESA M. CAPALDO

 

POMERIGGIO D'INVERNO

 

Ho sognato

il mio vento sul mare

spettinava le stelle

lucenti come i tuoi occhi

quando parli d'amore.

Ho sognato

il posto dei ciclamini

sotto le siepi

del nostro bosco fanciullo.

Ho sognato

il nostro nome

inciso sulla foglia sofferta

di un'agave stanca.

Sulla pianura della mia sconfitta

scende la neve.

 

*

 

GISELLA DE MARCHI

 

QUESTA NOTTE CHE NON HA VOLUTO

IL MIO CADAVERE

 

Luce, deserto, avvoltoi,

in nome di questa notte

che non ha voluto il mio cadavere,

io rinuncio ai vostri sortilegi

e sbriciolo le catene pesanti

che mi avete attorto al collo.

 

E sia finita questa lunga ascesa,

questo delirante, solitario,

meraviglioso supplizio di splendore,

al quale io stessa

mi ero condannata.

 

Con la stessa avidità

con la quale la luce divora

il colore delle cose

che illumina,

essa fa svanire

di giorno in giorno

i miei contorni.

 

Passività ardente, io non ho

più volontà davanti ai macigni;

mi frango contro le loro voci

imperiose e brucianti,

e una dopo l'altra

esse mi attirano

con il loro magnetico sguardo

verso un centro infuocato

come se ubbidissero all'ordine

di fondermi nel magma.

 

Dilatandomi d'estasi,

impazzita d'eternità

il deserto apre in me

un vuoto immenso:

l'infinità ove si decompone

tutto il mio essere.

 

La magnificenza del mondo è la mia

e mia la sua eternità,

il mio sangue circola

da un punto all'altro dello spazio

e come fiume, scorre lungamente

nel mio spirito come la saliva

risplendente d'un mistico fulmine.

 

Ma in nome di questa notte

in cui ho scoperto l'inutilità della luce,

vorrei carpire i segreti delle ombre,

ma non trovo altro che mercanti

che barattano minutaglia di vetro

con massacri di inutili eroi

alla luce bastarda della luna.

 

[da CONTROCAMPO - 1977]

 

*

 

GIULIANO AVIDANO

 

FRAGILI BARBAGLI

 

Fragili barbagli ai pontili

dischiudevano

l'intermittenza fugace

della loro tristezza vetrosa.

Il tuo addio irripetuto

mi corrodeva col suo verde splendore

mentre lontano approdava

il delicato fastigio

della mia stanchezza traboccante.

Era allora che ti porgevo

le sbavature audaci

dei miei versi di cane e di nebbia.

 

[da CONTROCAMPO]

 

 

 

MARINA REGNO

 

ADEUS

 

Un giorno mi ucciderò

mi sfilerò le venerdì

e le metterò al sole ad asciugare

come in un diaframma borghese

fitto di parole amare

Che mi importa se tutti verranno al mio funerale

piangendo senza riconoscermi...

Sarò già lontana a distillare finalmente

il vino della verità

Che mi importa se caricheranno il mio corpo

su una carrozza tirata da due cavalli bianchi...

Era quello che volevo, una morte da spettacolo

che deve continuare...

Adeus miei cari, farfalle frementi

Adeus sconvolti messaggi di un mondo di cartapesta

Morire in estate come le grandi menti allucinate

dall'ansia del vivere male

Il bene, quello sì, ti porta via

su un carro dorato ricolmo

- ma chissà perché -

di nostalgia.

 

[dalla silloge "Esercizi di un'Astrologa"

riportata sulla rivista Noialtri - maggio/giugno 2001]

 

*

 

IN MEMORIA DI PETER RUSSELL

 

ARRIVO

 

Nella caverna strani uccelli (o erano pipistrelli?)

Mi strapparono via la veste mortale che indossavo

Non sentivo più il fuggire precipitoso dei ratti,

Ma mi trovai su una luminosa spiaggia -

Dove onde blu sciabordavano la sabbia dorata

E bianchi gabbiani disegnavano cerchi nell'aria,

E come un gioioso Viandante scrutai

I Cancelli del Nord, Orione e l'Orsa.

 

Londra, 27 novembre 1966

 

[da Noialtri - marzo/aprile 2003]

 

*

 

MARIA TERESA LIUZZO

 

VENTO DI MISTERO ALITA

 

Consistiamo

in un sogno di creta

o sopra un filo di ere

sopravvissuti gradini

della specie o miraggio

di un'essenza

che s'illude divina.

Cedono le colonne

al peso dell'esistere,

ma l'anima è lieve,

il mondo di ombre.

I giorni sono guerrieri

che non demordono

alterni fra miseria

e abbondanza. Vento

di mistero alita.

 

[da Noialtri - luglio/agosto 2003]

 

*

 

MARCO CECCHERINI

 

UNA VITA

 

Il turbamento danza la mia persona

in un incanto di trasparenza

rimasto imbrigliato nella marea continua

tra il suono del vento e il vento del suono,.

La bruma che sale alle stelle, rallegra l'ansia senza nome.

Il mare delira lo spazio libero sotto un cielo guizzante.

 

Lo sguardo polline d'aria

nella goccia di vita aggrappata a mille età,

ha seguito, segue, seguirà la natura prepotente della stagione.

 

Per gradini mangiati di salsedine

ho lottato le ferite, vissuto la morte, amato la vita.

Non preoccupatevi per me.

Il mio sguardo mostra tonalità indefinite

colline che osservano il corpo.

 

A volte, amo affondare il "punto" fino all'intimo

pur rimanendo brandello di me stesso,

perché morire è vivere nelle viscere stellari

che ci circondano nel buio dello spazio,

per poi tornare lucidità improvvisa

a ripercorrere ideali, amori, una vita.

 

[da Noialtri - gennaio/febbraio 2004]

 

*

 

FERDINANDO BANCHINI

 

L'OMBRA

 

C'è un'ombra che emerge dal buio

compatto profondo, dal vortice

di nebbia del cosmico abisso,

eterno mistero insondabile.

 

Dal fitto di tenebre, l'ombra

sottile si stacca, inquieta

dilegua, tenace ritorna,

mi segue, mi affianca, mi avvolge,

e nera s'incrosta al mio volto,

lo copre, lo chiude. Per sempre.

 

[dalla silloge "Approdi"

riportata da Noialtri - maggio/giugno 2004]

 

*

 

FERDINANDO BANCHINI

 

EVENTO

 

Monti gregge violaceo che sta

ammusato brucando la pianura

vaporante la sua vita segreta,

grani di luce che si spande lenta,

stupore mattutino.

Scacchiere colorate, luccichii

d'acque di strade, chiazze verdi bianche

d'alberi casolari, pigri fiumi,

lo stridulo sfrecciare delle rondini,

l'aprirsi del miracolo, l'avvento

di sgomento e di fiamma, del mio tempo

di cenere e di canto, la presenza

che si staglia nel giorno.

 

[da Noialtri - marzo/aprile 2007]

 

*

 

ANSELMO PELLECCHIA

 

A. W.

 

Farfalla, tracciavi sui prati

dolci storie d'amore

e non sapevi come

il fiume leviga le pietre,

cosa la foglia morta

nasconde sopra il greto

e quanti sogni celano le siepi,

muta ogni cosa al suo passaggio.

il tempo, cancella ogni segreto,

pure i sogni racchiusi tra le ali.

 

 

*

 

ANGELO DI MARIO

 

ASSENZA DI SE'

 

Egli esiste nell'Assenza di SE',

di cui sono fatte tutte le Cose.

Egli non E', ma diviene l'Esistere,

anche l'Undici settembre di cenere.

C'erano DEI degli uomini, Egli c'era,

e quando l'odio e l'amore irruppero,

intatto c'era, ed al crollo del rito

come diamante fulgido splendente,

prendendo il cuore degli uomini, fulmine

del suo cuore, e mescolò il suo sangue

ai frementi orologi in frantumi.

Gli dèi degli uomini fermi sugli echi,

non sapevano più pregare, più.

Ma lui c'era, immanente illimite,

con uno sguardo d'ardua apocalisse,

aspetta i morti dèi, lama di grido.

 

[dalla rivista Il Tizzone]

 

 

 

MARIANNA SCAPINI

 

MY HUCKLEBERRY

 

"Ci incontrassimo un giorno laggiù, alla fine

dell'arcobaleno, aspettandoci lungo la sua

scia, il mio amico Huckleberry, il fiume

della luna, ed io."

 

Incontriamoci dove finisce la notte,

dove l'ombra delle terre lontane compare con

l'alba,

quella strana luce di mattine di inverno,

quando dentro di noi affonda lunga e scialba

quella grande paura del giorno.

 

Portami lontano, tu, maschile e trasparente,

diventa mio padre, oggi, e mio compagno,

laggiù dove in modo complicato muore il

giorno,

perché semplice è la forza, e sottile il mio

respiro,

possibile e gentile il domani a sera tardi.

 

Ed amami, tu, vivo e trasparente,

cuore all'impazzata che mi senti,

perché io amo queste calme barche lente,

queste anatre sottili di ritorno,

e amo il suono delle stelle cadenti

e le lacrime di gioia

infinite, nostre lacrime di sguardi.

 

*

 

PER ALLORA

 

Notti di fine estate pregne di acqua:

fui due occhi splendenti e infantili

accesi di buio e di pioggia.

Fui una morbida testa

in cerca di scatti maschili

e di battiti profondi

felpati, come la notte,

in una stretta calda, gelata al di fuori,

come la morte,

e bagnata, di nuvole dense

di foglie e di stelle nascoste.

 

Mai più, proiettata nella celeste

atmosfera di pensiero,

in cerebrali congiunzioni di segni,

nel mio solitario faro, e terso,

come l'inverno,

avrei dimenticato...

l'umbratile scossa animale

di sensi ansiosa cecità

viscerale, deliziosa

narcotica fitta di male,

dal profumo di terra.

 

 

[da: Alla bottega, maggio-agosto 2009]

 

 

 

SE NON RITORNI (di Orihime Maryam)

 

 

Non hanno più voce le cose

tutto avvolto dalla nebbia

un silenzio che appanna vetri e sogni

una pioggia gelida e grave

un lieve svanire delle case

delle strade mute

dei lampioni spenti

 

Se non mi raggiungi

se non mi senti

se non ritorni

non sono che sterili inverni

inutili pianti

non hanno colore i giorni

nessun valore i segni sul mio volto

non c'è tramonto né mare

se non ti vedo arrivare

 

Non si svegliano i mattini

assopiti su languidi cuscini

sospiri immobili

sospesi a mezz'aria

nessuna memoria del tempo

un incantesimo bianco

tutto tace

fredda luce

morte apparente

 

Se non sei presente

se non mi parli

se di me non sogni

non hanno sapore le cose

non fanno rumore

 

stanno lì ad aspettare

 

 

Orihime Mariam

 

 


FELICE  SERINO

Torino

 

Mailto:

feliceserino@tiscali.it

 

 

 

"Cancella spesso, se vuoi scrivere cose che siano degne d'essere lette." (Orazio)


 

 

E' ESSENZIALE CHE LA MORTE CI TROVI VIVI!
***
NON PRENDERE LA VITA TROPPO SUL SERIO TANTO NON POTRAI MAI USCIRNE VIVO.
***
PER GIUSTIFICARE LA PROPRIA INCAPACITA' L'ALIBI DEL FALLITO E' LA SFORTUNA. (lUCIANO SOMMA)
***
LA POESIA E' POESIA QUANDO PORTA IN SE' UN SEGRETO. (GIUSEPPE UNGARETTI)
^^^
SIAMO ANGELI CON UNA SOLA ALA
POSSIAMO VOLARE SOLTANTO ABBRACCIATI
LUCIANO DE CRESCENZO
^^^
LA VERA POESIA PUO' COMUNICARE ANCHE PRIMA DI ESSERE CAPITA.
(T. S. ELIOT)
***
LA VERITA' FERMEREBBE IL MONDO. PER QUESTO HANNO INVENTATO LA BUGIA [...], L'INGANNO.
(MINA)
***
IO SONO UNO STRANO MENDICANTE / CHE CHIEDE AMORE E PAROLE, / SONO UN SOLITARIO EMIGRANTE / VERSO LA TERRA DELLA LUCE E DEL SOLE.
(LORENZO CALOGERO)
***
QUELL'ESSERE CHE NON PORTA AL SUO INTERNO IL MISTERO STESSO E' UN INDIVIDUO CHE ACQUISTA SCARSO VALORE.
(LUCA ROSSI)
***
NON SI VEDE ALTRO CHE COL CUORE. PERCHE' L'ESSENZIALE E' INVISIBILE AGLI OCCHI.
(IL PICCOLO PRINCIPE)
***
I LIMITI DEL NOSTRO ESSERE SONO LIMITI INTERIORI. L'UOMO E' UNA LAMPADA LA CUI FIAMMA E' CADUTA ALL'INTERNO.
(JOE BOUSQUET)
*** 
SIEDI SOPRA UN SOGNO, E PENSI A QUANDO FINIRA', ROVINANDOLO. 
(GIORGIO MEDDA)
***
LA MENTE E' COME UN PARACADUTE, FUNZIONA SE SI APRE.
(ALBERT EINSTEIN)
***

TUTTE LE PAROLE NON SONO CHE BRICIOLE CADUTE DAL BANCHETTO DELLO SPIRITO
(ANONIMO)
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IL MISTERO E' QUELLA DIMENSIONE AL CONFINE DEI NOSTRI PENSIERI. AFFASCINA, INCANTA, IPNOTIZZA. CANTA AI NOSTRI CUORI, FA VIBRARE I NOSTRI SENSI. UN LUOGO DOVE SI RACCOLGONO I NOSTRI SOGNI, IMPALPABILI E LIEVI. DOVE LA MELODIA DEL VENTO TRASCINA CON SE' PROFUMI ANTICHI E SEDUCENTI. (ASTER)
***

L'UOMO MUORE NEL MOMENTO IN CUI I RICORDI PRENDONO IL POSTO DEI SOGNI
(EZRA POUND)
***

IL MIO CUORE E' LA CASA DEI MIEI SOGNI.
(SRI CHINMOY)
***

 

IN CIASCUNO DI NOI CI SONO TRE PERSONE: QUELLA CHE VEDONO GLI ALTRI, QUELLA CHE VEDIAMO NOI, QUELLA CHE VEDE DIO.(M. DE UNAMUNO)
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LA VERA TRAGEDIA DELLA VITA E' QUANDO UN UOMO HA PAURA DELLA LUCE.(PLATONE)
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L'UOMO E' L'UNICO ESSERE ANIMALE PER IL QUALE IL SUO STESSO ESISTERE E' UN PROBLEMA DA RISOLVERE.(E. FROMM)
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IL MONDO PERIRA' PER MANCANZA DI MERAVIGLIA, NON DI MERAVIGLIE.(J. K. CHESTERTON)
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 UNA PAROLA NON E' LA STESSA IN UNO SCRITTORE E IN UN ALTRO-UNO SE LA STRAPPA DALLE VISCERE, L'ALTRO LA TIRA FUORI DALLA TASCA DEL SOPRABITO.(CHARLES PEGUY)
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NOI NON SIAMO ESSERI UMANI CHE VIVONO UN' ESPERIENZA SPIRITUALE.
NOI SIAMO ESSERI SPIRITUALI CHE VIVONO UN' ESPERIENZA UMANA.
(PIERRE TEILHARD DE CHARDIN)


 


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<< Oh tu che vai verso la tua origine, "sii con questo mondo come se non ci fossi mai stato, e con l'Altro come se non dovessi più lasciarlo" >>.

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" Ma cosa vuoi che ti dica della poesia? Cosa vuoi che dica di queste nubi, di questo cielo? Guardare, guardare, guardarle, guardarlo e nient’altro: Capirai che un poeta non può dir nulla sulla poesia. Lasciamo dire pure ai critici e ai professori. Ma né tu, né io né alcun altro poeta sa cos’è la poesia. Stai qui; guarda. Ho il fuoco nelle mie mani. Lo sento e lavoro con lui perfettamente, ma non posso parlare di lui senza letteratura". ( ora in obras completas, vol. I cit. p. 114 ) –

Federico Garcia Lorca

 

RITORNI (poesie) – GIORDANO GENGHINI [clicca col dx e poi sulla copertina per leggere]
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Giordano Genghini
Giordano Genghini

Voli a solcare l'indaco

 

 

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